Visualizzazione post con etichetta Cesare Pavese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cesare Pavese. Mostra tutti i post

lunedì 4 luglio 2011

EGEMONIA CULTURALE POST-MARXISTA

 

Gramsci - Star of Anglosaxon Liberals
Gramsci, vedette des libéraux anglo-saxons.
Gramsci, ein Modell fuer angelsaechsische Liberalen.

Lunedì 4 luglio, è comparso, su "La Stampa", un articolo di Massimiliano Panerari sulla fortuna di Gramsci nella cultura anglosassone. L'Autore cita, come esempi,  Cornel West, Stuart Hall, Ranajit Guha, Parthe Chatterjee, Rush Limbaugh, James Thornton, Herbert London.Noi ricordiamo anche che lo stesso ex ministro  Sandro Bondi aveva proposto  di  rispolverare Gramsci per costruire un' "egemonia culturale di destra".

1.Da St.Simon a Gramsci

A noi, questa fortuna dell' autore comunista degli Anni 20 e 30 non stupisce, non solo perchè ne conosciamo la ricchezza e la profondità, ma anche perchè era noto da parecchi decenni che la sua visione culturale e politica rappresentava, per così dire, il ritorno del Marxismo verso le sue fonti "democratiche" della Sinistra hegeliana   , attraverso una rilettura della cultura italiana, e, in particolare, di Giovanni Gentile.

Il Marxismo nasce come uno fra i tentativi ottocenteschi di concretizzazione della "Religione dei Moderni" di St.Simon, fondata sulla sostituzione, alla fede nell' escatologia spirituale ed individuale, di un' escatologia materiale e collettiva.

Come il pensiero di St.Simon, anche quello di Marx è ambiguo: da un lato, esso non riesce ad immaginare la Salvezza terrena dell' Umanità nella Società Comunista se non come la descrizione della vita oziosa dell' aristocrazia decadente dei suoi tempi; dall' altra, egli esalta,come portatori di una spinta rivoluzionaria, i primi capitalisti del suo tempo, i quali, attraverso la diffusione dell' industrialismo in tutto il mondo, creavano le premesse per le successive rivoluzioni socialista e comunista.In definitiva, sfugge tanto la molla che, in una concezione materialistica ed immanentistica, dovrebbe spingere l' umanità verso la rivoluzione, quanto la specificità della cultura proletaria rispetto a quelle dell' Ancien Régime e della borghesia.

Il marxismo ha continuato a dibattersi in queste sue contraddizioni, attraverso una molteplicità di interpretazioni, di sette e di applicazioni, che assomigiano molto a quelle di tutte le grandi religioni. Contraddizioni che hanno determinato il suo "inveramento", cioè messa in pratica e disvelamento, attraverso quel fenomeno che è stato chiamato, da Augusto del Noce,"eterogenesi dei fini". Partito come una promessa di Paradiso in terra, esso si trasforma gradualmente in fonte di lutti inenarrabili, per poi sfociare spontaneamente, inesorabilmente, nel suo preteso opposto, il capitalismo. Anzi, mentre, a nostro avviso, prima dell' avvento in Russia del marxismo, un vero e proprio capitalismo in senso marxista ("Dittatura di classe della borghesia") non era mai esistito in nessuna parte del mondo, solo nell'ultimo secolo, e anche per effetto del marxismo, tale "dittatura di classe" ha cominciato a realizzarsi (per esempio, con il Maccarthismo, con le dittature militari, ecc.., ma anche con gli eccessi del neo-liberismo). Come esempio del ruolo del socialismo come premessa del capitalismo (e non viceversa), ricordo perfettamente di avere ricevuto in omaggio, all' inizio degli Anni '90, al Ministero dell' Industria polacco, un manualetto rosa (erede di precedenti libretti rossi) intitolato "Od Socializmu do Kapitalizmu"("Dal  Socialismo al Capitalismo").Un'evidente inversione della prognosi storica di Marx

2.Socialdemocrazia, leninismo, fascismo.
Gramsci partecipa al dibattito sul marxismo in un' epoca molto avanzata, quando già si erano manifestati tre grandi   movimenti politici derivati dal marxismo: socialdemocrazia, leninismo e  fascismo. Egli è profondamente implicato in questi tre movimenti, dei quali vede e critica le contraddizioni, ma assume anche moltri contenuti.

Paradossalmente, l' influenza più profonda è proprio quella di Giovanni Gentile, che già nel tardo Ottocento aveva osservato che la filosofia marxista, che pure si pretenderebbe rivoluzionaria, in realtà è condannata a divenire conservatrice, in quanto fondata su un materialismo deterministico, inapace di esprimere la forza rivoluzionaria propria invece dell' idealismo, unica filosofia capace di descrivere l'eterno divenire dello Spirrito.

Di Gentile, Gramsci fa propria anche l'attenzione al carattere nazionale della rivoluzione, in una fase in cui la Questione Nazionale era centrale per il movimento comunista internazionale (fondazione dell' Unione Sovietica, Congresso di Baku, sfida dei fascismi), gettando, così, le basi di quello che sarà la "Via Nazionale al Comunismo" del PCI, fondata su un "blocco storico" con laici e cattolici.

Ultimo aspetto dell' influenza gentiliana, l'idea della politica rivoluzionaria come pedagogia nazionale, volta a sostituire il "senso comune" degli Italiani, che, allora, era di carattere cattolico, con un nuovo "senso comune", di carattere materialistico e scientistico.Tale compito pedagogico viene visto come esercizio di un' "egemonia" sugli altri partecipanti al "blocco storico" (ciò che saranno poi i "Fronti Popolari"), attraverso la quale si consumasse ed esaurisse la cultura degli alleati, in particolare, dei cattolici.

Ovviamente, anche il  leninismo ha il suo peso nel pensiero di Gramsci, che non dubita certo della necessità della Rivoluzione, né della fedele adesione del PCI all' Internazionale Comunista. Interessante il fatto che , nell' unico discorso alla Camera dei Deputati, che Mussolini interruppe in qualche punto, ma che in generale ascoltò in religioso silenzio, andando fino al banco dell' avversario per sentire meglio), lo scambio  di recriminazioni col Duce del Fascismo non fosse sulle accuse reciproche di repressione poliziesca, ma sul fatto che ciascuno dei due rivendicava la capacità di una repressione più rigorosa.

Infine, il Gramscismo diviene, di fatto, la via maerstra per la socialdemocratizzazione postbellica del PCI. Il "Blocco Storico" è la giustificazione teorica dell' "Arco Costituzionale" antifascista e del "Compromesso Storico", che, di fatto, sono dei Fronti Popolari con l'egemonia culturale del PCI. Fedele a questo scenario, la DC delega la cultura al PCI, il quale può, così, costituirsi quale autentica espressione della cultura italiana, con i suoi Vittorini, Pavese, Guttuso, Asor Rosa, Tomasi di Lampedusa, Visconti, ecc..., che sono spesso quanto di più lontano possa esservi dal Marxismo, ma che tuttavia si sforzano di restare compatibili con questo proprio grazie alla teoria dell' "Egemonia", che abroga e sostituisce quella staliniana della "Partijnost".La Socialdemocratizzazione del PCI passa per l'accettazione del fordismo e del taylorismo, esaltati come lo strumento principe per la modernizzazione dell'Italia, per superare la sua storica arretratezza, i gramsciani "contrafforti delle classi parassitarie".

3.Suicidio della rivoluzione

Del Noce aveva ben antiveduto che quest'azione sui due fronti, alleanza tattica coi cattolici e identificazione con  il ruolo modernizzazione della grande industria, avrebbero portato al "suicidio della rivoluzione". Da un lato, il Cattolicesimo, stretto nell' abbraccio di un Marxismo riportato all' idealismo gentiliano, avrebbe perduto una propria autonoma capacità di dialogare con i ceti popolari, e, dall' altra, il marxismo, ridotto ad ideologia della lotta di classe nella società capitalistica, avrebbe perso anch'esso una propria ragion d'essere, appiattendosi sull' esaltazione dell' esistente. Di converso, anche quelle spinte verso una rinnovata pretesa di  politiche alternative,  che sarebbero potute venire da un Cattolicesimo rimasto fedele a se stesso, non avrebbero potuto concretizzarsi a causa dell' esaurirsi della spinta contestativa del Cattolicesimo stesso.

Il tardo capitalismo post-taylorista e post-fordista avrebbe avuto bisogno più che mai di un post-marxismo sostanzialmente gentiliano per transitare l' intellighencija e il ceto operaio dall' alternativa all' integrazione  nella società della tecnica dispiegata. L'intellighencija  ha potuto così evitare di dover abiurare ufficialmente le proprie precedenti convinzioni, e mantenere così  la propria aura e il proprio ruolo sociale. Le altre forze culturali e politiche hanno assecondato questo gioco, perpetuando anche ora l' egemonia culturale di quel ceto formatosi con il PCI, ed accettando, ciascuna, un ruolo subordinato e culturalmente debole (neoconservatorismo, "patriottismo della Costituzione"). In questo contesto, la battaglia contro l' "Egemonia Comunista" affronta  (anche se con parole inappropriate), un bersaglio effettivo, ma è, a sua volta,  in mala fede, perchè non ha nessun' intenzione di conseguire un qualsivoglia risultato concreto, ma solo di "soffiare sul fuoco" del risentimento.
Oggi, la situazione è ancora differente. Il carattere positivistico della cultura contemporanea allontana ancor più l' "intellighencija" post-marxista dalle sue origini contestative. Si pone effettivamente, come suggerito da Bondi,  una questione di "Egemonia" diversa da quella "di sinistra", un' egemonia incentrata sull' ideologia del progresso e della democrazia. E  anche questa trova in Gramsci un adeguato profeta. Se l' obiettivo di Gramsci non era, alla fine, altro che  quello (che fu alla base anche del Cattolicesimo Liberale e del Mazzinianesimo),  di "modernizzare" l' Italia sul modello dei "Paesi Più Sviluppati", ebbene, questo è proprio l' obiettivo che si pone oggi il "mainstream" culturale e politico.
E, poiché, nel contesto dell' Ultima Globalizzazione, quella mazziniana "Missione delle Nazioni" sfuma,almeno in "Occidente",  perchè  tutte le nazioni "occidentali" hanno superato le loro "arretratezze", e partecipano tutte allo stesso sistema globale ( e, pertanto, sono divenute inutili dal punto di vista del Progresso), è logico che la riscoperta di Gramsci abbia luogo soprattutto nei Paesi Anglosassoni, e, in particolare, in America, perchè è lì che si decidono ora le grandi trasformazioni societarie. D'altronde, Gramsci  (come d' altronde anche Lenin e Stalin), era un grande ammiratore degli Stati Uniti, che venivano da loro considerati come lo "standard" della Modernità. Non per nulla, Mosca si arricchì in quell' epoca di grattacieli sul modello newyorkese, e i gruppi industriali nazionalizzati furono raggruppati in "tresty" (i "trusts" americani). E' ovvio che la capacità di Gramsci di portare al "suicidio della rivoluzione" sia particolarmente apprezzata nel Paese che attualmente domina il mondo.

E' per altro singolare che questa particolare dialettica non venga vista da nessuno con quella necessaria lucidità che sarebbe necessaria  per le grandi scelte culturali sull' avvenire del mondo.



sabato 27 febbraio 2010

EDUCAZIONE SIBERIANA ED EREDITA' COSACCA

Lilin’s Book Raises Questions about Russia’s Identity. Le livre de Lilin ouvre des questions sur l' identité de la Russie. Lilins Buch entfaltet Neugier über Russlands Identität

Abbiamo parlato, in questo nostro blog, dell’“Europeità” di vari Paesi, dall’Olanda alla Polonia, ai Paesi Baltici, all’Ucraina. Indirettamente, anche di Turchia ed Israele.Abbiamo parlato molto anche della Russia, ma non abbiamo mai ancora affrontato il tema della sua appartenenza all’Europa: tema complesso, controverso ed attualissimo, al quale contiamo di dedicare al più presto un intero volume.

Tuttavia, un fenomeno letterario degli ultimi giorni ci ha stimolato ad intervenire al più presto, attraverso questo blog, su un aspetto molto specifico.Innanzitutto, siamo stupiti ed ammirati per il libro di Nikolai Lilin,Educazione Siberiana (Einaudi, Torino, 2010), e per la lungimiranza della casa editrice Einaudi, che è riuscita (come capita di rado in Italia), a mettere sul mercato un prodotto letterario innovativo, tempestivo, e capace di fare riflettere. A nostro avviso, non sono estranee (come non lo sono state mai nella storia di Einaudi), considerazioni molto ampie di politica culturale, che ci ricordano un poco lo spirito della “Collana Viola” di Cesare Pavese.

Lilin è un giovanissimo cittadino della Transnistria, piccola repubblica secessionista della Moldova, sita sulla fascia costiera orientale del Dniestr, che separa la Moldova dall’Ucraina.Ciò per cui siamo soliti sentire parlare della Transnistria è il fatto di essere dominata dalla mafia russa. Il che è, in fondo, l’oggetto del libro.

La Transnistria, nonostante la sua pessima fama, ha anch’essa, come tutte le terre d’Europa, una lunga e nobile tradizione culturale. La sua capitale, Tiraspol, è una delle più antiche città greche, Tyras, da cui si dice siano partiti i Greci per la conquista del loro paese.Nel Medioevo, Tyras appartenne, fra gli altri, al Granducato di Lituania ed all’Impero Ottomano, che la ribattezzò Akkerman.Dopo la 1ª Guerra Mondiale, avendo la Renania occupato l’attuale Moldova (allora, Bessarabia), i bolscevichi costituirono, all’interno della Repubblica Socialista Ucraina, una Repubblica Autonoma di Moldavia (l’attuale Transnistria), come possibile “testa di ponte” per la riconquista della Bessarabia.

Con il Patto Molotov-Ribbentrop, la Moldova fu assegnata all’URSS, ma, subito dopo, nell’ ambito dell’Operazione Barbarossa, essa fu occupata dai Romeni.Dopo la 2ª Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica occupò nuovamente la Moldova, fondendola con la Transnistria in una “Repubblica Sovietica Moldava”.

Alla caduta dell’Unione Sovietica, la Transnistria, nel frattempo abitata da popolazioni di tutta l’ex URSS in gran parte deportate e parlanti in Russo, si dichiarò indipendente, e si difese, nel corso di una guerra civile, dal tentativo di occupazione da parte della Moldova (divenuta indipendente), e della Romania. Alla fine, la Transnistria fu occupata dall’esercito russo, ed ai suoi cittadini fu concessa la cittadinanza russa.Tuttavia, la Russia, fedele al principio della continuità dei confini interni dell’URSS (che però ha ignorato in Ossetia e Abkhasia), rifiuta (nonostante le continue richieste del governo locale), di riconoscere l’indipendenza della Transnistria che, tra l’ altro, è completamente isolata dalla Russia, essendo “incuneata” fra la Moldova e l’ Ucraina.

Che cos’ha tutto ciò a che fare con il libro di Lilin?Molto, perché è il substrato storico e geografico in cui il libro si colloca.

Si parla di una Transnistria creata dai Bolscevichi con popolazioni deportate. Ed, infatti, è questa la condizione di Lilin, ragazzo che nasce nell’ex Unione Sovietica da una famiglia siberiana deportata ai tempi di Stalin per le sue attività criminose.

Perché è proprio questo il punto. Convalidando, con ciò, fino al paradosso, lo stereotipo che un po’ tutti ne abbiamo, dal libro si direbbe che, in Transnistria, praticamente tutti (se non, forze, i poliziotti e le truppe russe), siano criminali, e, tuttavia, ciò non darebbe luogo a seri problemi di convivenza civile, in quanto i delinquenti della Transnistria sarebbero soggetti a codici d’onore così rigidi, da sostituire egregiamente le leggi.Tali codici sarebbero interiorizzati come una vera e propria religione laica (in cui si incastrano miti e riti ancestrali siberiani e la religione ortodossa). Ma perfino i pochissimi “devianti” sarebbero riportati subito all’ordine dall’immediata reazione del gruppo.

Almeno la comunità dei criminali Urca, di origine siberiana, con il loro proprio linguaggio, con la loro arte dei tatuaggi, con le loro gerarchie familiari, con i riti delle armi, con il codice di condotta cavalleresca, sono un’immagine perfetta di una società tradizionale e guerriera, vivente a diretto contatto con la natura e con il divino. La loro specifica subcultura ha un nome “Educazione Siberiana”, che si estende all’ intero quartiere abitato dagli Urca.Essa ci ricorda altri mondi dell’ex Unione Sovietica, come, per esempio, quello del Caucaso.All’interno della Transnistria, accanto ad altre comunità di criminali - georgiani, armeni, ucraini - gli Urca si considerano come un’“élite morale”, in quanto i loro codici d’onore sono i più puri.

Lilin è orgoglioso di appartenere a questa comunità. Partecipa ai riti di passaggio, venera gli anziani, partecipa agli scontri armati con lo stesso spirito con cui lo facevano i guerrieri omerici.Aborre la politica, il nazionalismo, la polizia, l’esercito. Quando viene convocato dall’Esercito Russo, vorrebbe esercitare una sorta di “obiezione di coscienza”, in quanto delinquente pluricondannato, ma per questo suo scatto d’orgoglio (e per il suo prezioso curriculum di misfatti) viene inviato nelle truppe speciali in Cecenia.

Perché Lilin? Che messaggi si possono trarre da questo libro?

Intanto, perché qui in Europa, ed, in particolare, qui a Torino, c’è sempre stato un rifiuto, se vogliamo snobistico, degli eccessi di razionalità che ci hanno caratterizzati. È per questo che già 50 anni fa Pavese aveva fatto pubblicare dalla sua razionalissima e marxistissima Casa Editrice, libri come quelli di De Martino e di Ginzburg, che parlavano di popoli pre-moderni, di miti, di riti, di irrazionale.

In secondo luogo, perché quest’idea del “criminale onesto” (vecchia come il mondo, e tipica, in particolare, della vecchia letteratura popolare), costituisce un contraltare provocatorio agli stereotipi mafiosi e corruttivi tipici della cultura italiana. Non per nulla, Roberto Saviano è stato lo “sponsor” n. 1 del libro di Lilin.

Poi anche perché, in questo momento di espansione ad Est dell’Europa, di conflitti nell’Europa Centro-Orientale e di riaffermazione della cultura russa, tutto ciò che viene da quelle parti, se adeguatamente “impacchettato”, può vendersi molto bene. D’altra parte, il mito dei “delinquenti onesti”, che vivono in quest’autonoma repubblichetta fra la steppa ed il grande fiume, si ricollega in modo troppo puntuale a quel mito del cosacco, di cui tutti, in Europa Centrale ed Orientale, e, soprattutto, Ucraina e Russia, cercano di riappropriarsi. Kozak (o Kasakh) significherebbe, nelle varie lingue turciche della steppa, “fuggiasco”, “cavaliere errante”. Tale nome viene usato, nel Medioevo, a nord del Mar Nero, per indicare quegli ultimi nomadi che non si sono ancora integrati negli imperi bizantino, ungherese, bulgaro, lituano, russo, tartaro, turco.I Cosacchi appaiono così come mercenari, prima dei Bizantini, poi dei Polacchi. Verso i Cosacchi fuggono, secondo la leggenda, i contadini russi costretti alla schiavitù della gleba.

A Zaporozhie (oggi, Zaporizzhja), sulle rapide del Dniepr, si crea la “Repubblica cosacca di Zaporozhie”, fortemente fortificata, titolare di una potente flotta, capace di saccheggiare Istanbul,e vassalla del Re di Polonia, che affida ai Cosacchi il governo dell’Ucraina, ma rifiuta loro lo “status” di “piccola nobiltà”(“szlachta”).

I Cosacchi sono diventati famosi per il quadro (che alleghiamo) che li ritrae nell’atto di scrivere al Sultano una lettera di insulti. Poco dopo, si ribelleranno ai Polacchi, saccheggiando la Polonia, e passeranno dalla parte della Russia, anche se con continue ribellioni (Mazeppa, Razin, Pugačëv).Infinite le loro vicende successive, con lo Zar, con la Russia, perfino con Hitler.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, e, soprattutto, in questi ultimi giorni, si è assistito ad un vero e proprio “tiro alla fune” culturale fra Ucraina e Russia per appropriarsi dell’eredità cosacca, dove l’Ucraina ha fatto dei Cosacchi dei “borghesi” che si ribellano all’autocrazia zarista, e la Russia li ha ritrasformati in un corpo militare privilegiato. È di questi giorni il decreto del Presidente Medvedev che crea 10 “armate cosacche” a cavallo e con uniformi zariste.

Che parte potrà avere il “mito cosacco” nell’“Identità Europea”?

Di questo, ad un altro post.

mercoledì 4 febbraio 2009

Un paese ci vuole...

Cesare Pavese and Piedmont Identity. Cesare Pavese et la identité Européenne. Cesare Pavese und Europäische Identität.

Quando parliamo di “Identità Europea” intendiamo riferirci ad un fenomeno che, all’interno della cultura contemporanea, ha una valenza di carattere generale, le “Identità Collettive”.
L’attenzione, da parte della cultura, per le identità collettive si intreccia con quella per le identità individuali.
In epoca preromantica e romantica, al “Culto dell’Eroe”, cioè dell’individuo dotato di una grande personalità, si accompagnava la “ricerca dell’anima dei popoli”, da scoprire, attraverso la lingua e le tradizioni, sotto le incrostazioni della cultura ufficiale.
Nel XX secolo, alla ricerca dell’identità individuale attraverso la psicanalisi, fa seguito la ricerca delle identità collettive, intese non più, come in epoca romantica e dai nazionalismi, come un qualcosa di dato ed immutabile, tendenzialmente totalitario, bensì come qualcosa di fragile e sfuggente, da “rivalutare” e “sostenere” come l’identità individuale.
Ci si rende conto anche del fatto che le identità sono un fenomeno multiplo, che va dall’individuo all’Umanità, passando per il quartiere, il luogo, gli orientamenti culturali e di genere, le regioni, le denominazioni religiose, le ideologie, le tradizioni etnoculturali…
L’identità di ciascuno di noi, come pure quella delle collettività, è, pertanto, molteplice e mutevole.
Ciascuno di noi appartiene ad una famiglia, ad un quartiere, ad una città, ad una professione, ad una o più comunità linguistiche, ad una o più tendenze culturali e/o religiose, ad una regione, ad un Continente.
Anche le regioni e le città ricercano la loro identità.
Il Centenario della nascita di Pavese ha costituito un’ottima occasione per riavviare il dibattito sull’“identità piemontese”, che non può più essere compresso entro le tematiche risorgimentale, modernistica e tecnica.
La vicenda di Cesare Pavese è semplicemente emblematica di quella di molti intellettuali, piemontesi di nascita o d’adozione, ai quali il paradigma dell’impegno politico e della razionalità tecnico-scientifica risultava stretto, da Alfieri a Salgari, da Ginzburg a Jesi, oppure era, addirittura, inaccettabile, come per De Maistre e Del Noce.
La realtà è che la storia culturale del Piemonte è di un’enorme complessità, in quanto il Piemonte fu sempre un’area di confine, in cui confluivano le tradizioni feudali del Sacro Romano Impero, una Chiesa spesso inquieta e talvolta eretica, l’influenza della vicina Francia, una campagna ed una montagna profondamente radicate in tradizioni ancestrali tipiche di paesi di confine e la grande metropoli scientifica e produttiva con ramificazioni culturali, industriali e finanziarie in tutto il mondo.
In questa fase di profonda trasformazione degli assetti mondiali, che ha un impatto diretto sul tessuto socio-economico del Piemonte, è giunto il momento di fare comprendere, ad Autorità ed opinione pubblica, che questa complessità delle tradizioni della nostra Regione costituisce una grande ricchezza, tanto dal punto di vista della capacità, da parte della stessa, di costruirsi un nuovo futuro, quanto da quello di attrarre l’interesse di persone e soggetti collettivi provenienti da altre parti del mondo.
Avremo, quindi, un Piemonte centro-europeo, che si rispecchia nelle sue minoranze etnolinguistiche e religiose; un Piemonte storico, che non è solamente risorgimentale, ma anche feudale e localistico; un Piemonte contadino e provinciale, che è stato cantato, in forme diverse, da Pavese e Gozzano e che oggi attrae piemontesi e stranieri; un Piemonte modernista e d’avanguardia, ancora proteso verso gli scambi a livello mondiale; e, infine, un Piemonte cosmopolita, che ha ospitato, e continua ad ospitare, intellettuali, imprenditori, tecnici e lavoratori di ogni parte del mondo.
Non crediamo che questa identità piemontese sia in contrasto né con l’identità europea, di cui tutti facciamo parte, né delle diverse identità locali della nostra Regione, impregnate, quale più dell’una, quale più dell’altra, di queste tante eredità.