sabato 29 ottobre 2011
COSTRUIRE, NELL' INCONTRO TRA LE PERSONE E I POPOLI, UN MONDO UNITO
martedì 26 luglio 2011
ALLE RADICI DELL' IDEOLOGIA TEOCON
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| Processo per eresia nella Nuova Inghilterra puritana |
Les théo-cons: un élément de l'influence puritaine en Europe.
Theo-Konservative: ein Werkzeug des puritanischen Enflussnahme ueber Europa.
sabato 2 luglio 2011
THEOLOGIA EUROPAEA
Nel post di ieri, avevamo affrontato da un punto di vista molto generale gli interrogativi posti dalla provocatoria intervista di Tony Blair su "La Stampa" circa politica e religione.
venerdì 1 luglio 2011
BLAIR, RELIGIONE E GLOBALIZZAZIONE
venerdì 10 settembre 2010
YENI OSMANLILIK
“Osmanlilik” è un concetto ottocentesco . L’Impero Ottomano, insistentemente descritto, da parte della propaganda “occidentale” come il vertice dell’ oscurantismo e della barbarie, incapace di evolvere, fu, nei fatti, una creazione politica incredibilmente dinamica, la quale, nel giro di di 7 secoli, seppe incarnare le aspirazioni più diverse. Nel 13° secolo, gli “emirati turcomanni” della costa egea dell’ Asia Minore incarnarono una sintesi mirabile fra Islam, Bizantinismo e culture dell’ Asia Centrale; nel 14°, il primo Regno Ottomano seppe integrare popoli diversi, prevalentemente europei; nel 15°, si pose veramente come erede della civiltà bizantina, assorbendo territori profondamente grecizzati e divenendo anche, almeno ufficialmente, il protettore del Cristianesimo in quanto “Religione del Libro”; nel 16°, esso inglobò in modo non solo formale un’Ungheria, che divenne uno dei centri dell’ Impero, una Transilvania che fu uno dei Paesi più civili e tolleranti d’ Europa, e un’ Ucraina che fornì a Solimano il Magnifico la sua coltissima favorita Roxana, a cui dedicò alcune delle più belle poesie della letteratura turca; nel 17° secolo, la Turchia era, ormai, la maggiore potenza d’Europa, sì che gli Ungheresi di Rakoczi vi fuggirono per organizzare, d’accordo con Luigi XIV, la difesa della loro identità nazionale dall’ imperialismo degli Asburgo; nel 18° Secolo, l’Impero fu scosso dalla richiesta, da parte dell’ esercito, di un’organizzazione più centralizzata, sul modello delle monarchie illuminate occidentali; nel 19° Secolo, esso sviluppò una politica di riforme (“Tanzimat”), basato sulle idee europee; all’ inizio del XX° Secolo, esso fu sede di un ricco movimento di rinascimento nazionale, che ispirò idee ed istituzioni in tutta Europa, oltre che dell'Asia; nel corso della 1° Guerra Mondiale, la Turchia tentò, prematuramente, la carta del “Panislamismo”, ricordandosi, ahimé, solo allora, che, per contrastare il “Progetto Greco”,di Caterina II il Sultano aveva rivendicato prerogative “speculari” a quelle dello Zar (“Khalifa” e difensore dell’ Islam, come lo Zar era “Imperator” e difensore della Cristianità).
Anche gli esordi della nascente repubblica turca furono segnati dal conflitto fra tendenze parallele a quelle dell’ Europa e della Russia: il laicismo autoritario ed il panturchismo .
Sullo sfondo di questo enorme scenario, si rendono intelleggibili tanto l’ “Osmanlilik” tradizionale, quanto lo “Yeni Osmanlilik”. L’ “Osmanlilik” classico e tradizionale è quello del Tardo Ottocento (impersonato, in particolare, dal Sultano Abduelhamit), e fondato su un “mix” di “modernismo reazionario (legislazione scritta di tipo europeo –“Medjellet”-), apertura ai liberali (Costituzione) e alle minoranze nazionali (“Millet”), carattere multinazionale dell’ Impero (sul modello dell’ Impero Anglo-indiano, dell’ Impero Austro-Ungarico e di quello russo).
Yeni significa, in Turco “nuovo”.Quindi, “Yeni Osmanlilik” significa “Nuovo Ottomanismo”. Perché oggi questà scelta?
Noi crediamo per motivi paralleli a quelli che stanno portando i Russi alla definizione di un “Rossijskij Konservatizm”(cfr. Identità Europea).
La Turchia, pesantemente ridimensionata dal Trattato di Trianon, e non essendo riuscita a realizzare gli obiettivi dell’ “Ideologia Panturca” di Enver Pasha, morto combattendo nella guerra civile russa, non aveva potuto fare a meno di concentrarsi sulla “modernizzazione” interna. “modernizzazione” diretta dall’ Esercito, di cui ancor oggi stiamo subendo le conseguenze.
Un’ altra scelta importante fu quella (per altro, tutt’altro che scontata), di allearsi, nel corso della IIa Guerra Mondiale, con l’ America. Ciò permise, di fatto, alla Turchia, di rilanciare ulteriormente una (per altro non eccezionale) rivoluzione industriale, e di fare accettare all’ America stessa l’ idea che la Turchia possedesse il maggior esercito dell’ Occidente.
A questo punto, la Turchia sta, giustamente, giocando le sue carte, accumulate nel corso di un secolo.
Nessuno la obbliga più, dopo 83 anni, ad accettare i “diktat” occidentali, né in termini di allineamento internazionale, né in termini di cultura. Ciò, tanto più, in quanto i “parametri” impostile nel passato dagli Occidentali sono divenuti, oramai, assolutamente obsoleti. Se l’ America, per salvare la faccia, consegna il Pakistan ai Pashtun, alla Russia e alla Cina, e l’ Irak agli Iraniani, la Turchia non ha più motivo per astenersi anch’essa un ruolo egemone sui Curdi, sui Siriani, sui Palestinesi, sugli Aseri, sui Bosniaci, sui Tartari, sui Cossovari.
Cosa c’entra tutto ciò con la vicenda del Traghetto Marmara?C’entra perché, per la prima volta a partire dalla sconfitta nella 1° Guerra Mondiale, la Turchia ha, in pratica, rivendicato il ruolo di una potenza mondiale(imponendo alle Nazioni Unite di organizzare una Commissione di Inchiesta sul “Caso Marmara”).
Paradossalmente (o logicamente?), tutto ciò avviene mentre Thilo Sarrazin lancia, in Germania, la sua “crociata” contro i Turchi.
E, ancora più paradossalmente, il Governo turco che, attraverso il suo Ministro degli Esteri, sposa l’ idea dello Yeni Osmanlilik, continua ad insistere per l’ accessione della Turchia all’ Unione Europea.
Ci sarebbero infinite spiegazioni di questi apparenti paradossi. Quella che a noi sembra più plausibile è quella avanzata dallo storico russo-tedesco Rar, secondo il quale la Russia e la Turchia aderiranno all’ Unione Europea solamente quando potranno imporle le loro condizioni.
E’, dunque, giustificata la campagna anti-turca di Sarrazin?
A nostro avviso, no, perché non l’ ha certo prescritto il medico che gli Europei debbano vivere secondo un modello “individualistico di massa” o “libertino di massa”, mentre, invece, i modello sociali di Russia e Turchia, con il loro equilibrio fra “gerarchia simbolica” ed egualitarismo, fra “comunitarismo” ed “individualismo di massa”, potrebbero rivelarsi, oggi, paradossalmente, più “sostenibili” di quelli cosiddetti “occidentali”!
mercoledì 28 aprile 2010
IPAZIA E L'EUROPA
Recent Film Renews Interest for Haethen Martyr.Film récent renouvelle l' intéret pou la martyre payenne.Film erneuert Interesse fuer heidnische Martyrerin.Il film su Ipazia di Amenàbar riprende un recente romanzo, ma il tema era già noto dalla storiografia bizantina e dalla letteratura sette e ottocentesca.
L' argomento si presta a strumentalizzazioni ideologiche: dopo l' editto di Teodosio, non sono più i pagani a perseguitare i cristiani, ma viceversa.
Nella metropoli orientale di Alessandria, i cristiani sono strutturati come una vera e propria milizia, che organizza "pogrom" contro i propri avversari e tiene in ostaggio le autorità imperiali.
La filosofa e scienziata Ipazia, custode della Biblioteca di Alessandria, rifiuta di convertirsi, prosegue i propri studi e incoraggia il Prefetto Oreste a resistere alle imposizioni del Vescovo.
Per questo, essa è presa di mira dalla "milizia" cristiana e linciata.
Nonostante l' inevitabile deriva anticlericale, il film presenta un quadro ampio e differenziato della società tardo-imperiale, dove diverse culture (quella greco-romana, quella ebraica e quella cristiana) lottano per prevalere.
Ciascuna di essa viene mostrata con i suoi pregi e con i suoi difetti.Alla fine, lo "spirito della storia" privilegia quella cristiana. Ma, intanto, si tratta di un Cristianesimo molto di facciata: tutte le Autorità si convertono per avere salva la vita.Poi, prevale uno spirito settario e violento, che, oggi, verrebbe definito "fondamentalista". Ciò che è effettivamente più scioccante è che i Cristiani sono descritti un pò sulla falsariga dello stereotipo del fondamentalismo medio-orientale. Viene in mente la misteriosa setta evocata da Jusef Shahin ne "Il Destino". E, in effetti, non è che non vi siano affinità. Siamo in Egitto, l' Islam non c'è ancora, ma ci sono già tutte quelle caratteristiche culturali e sociali che alimenteranno i settarismi cristiani ed islamici.
Inoltre, le vicende dell' Irak e dell' Afganistan ci mostrano quanto si assomiglino i fondamentalismi islamico e occidentale.
Troppo schematica la figuradi Ipazia, che, con il solito anacronismo progressista, viene dipinta come se fosse atea, o almeno agnostica, femminista e tutta dedita alla geometria.
Ora, è praticamente impossibile che ,nel basso Impero, vi fossero degli atei: semmai, i filosofi neo-platonici, come Ipazia, erano dediti ad un misticismo che sconfinava nel paganesimo. Ed è per questo che si scontravano con i cristiani.
Comunque, nel complesso, un' opera equilibrata, che ci fa riflettere sulle nostre origini.
Anche perchè, oggi, Alessandria è nell' Islam.
domenica 7 febbraio 2010
EUROPA: ANNUS HORRIBILIS O "LINEA PUNTEGGIATA"?
For Overcoming the Blocking of Europe, Direct Action of Civil Society is Required.Pour éviter le blocage de l' Europe, une action directe de la société civile est requise. Um Europas Sackgasse zu vermeiden, Direktaktion seitens Zivilgesellschaft ist erforderlich.In un precedente blog, avevamo accennato alla nostra preferenza, per descrivere la situazione in cui stiamo vivendo, per la "teoria degli equilibri punteggiati", anziché per la "concezione lineare della storia" .
In concreto, le mutazioni antropologiche, culturali, socio-economiche, istituzionali e strategiche indotte dalla fine della Modernità stanno lavorando "nel profondo": erodendo la fede nol carattere provvidenziale della "civiltà occidentale"; indebolendo culture, istituzioni e dirigenti legati ai temi "forti" della Modernità; facendo emergere nuovi Paesi, nuovi paradigmi, nuove culture.Ad un certo momento, tutte queste "faglie", per ora sotterranee ed impercettibili, si apriranno improvvisamente, mostrando allo sguardo uno scenario assolutamente inedito.
Perciò, non ci stupisce il tono catastrofistico di uomini politici, giornalisti e intellettuali in questo inizio di secolo. Essi si rendono, seppur confusamente, conto del fatto, che, nei nuovi scenari, l'Europa così com' è sarà assolutamente spaesata e impreparata.
Essi denunziano anche, come Nicola Bonanni su "La Repubblica", o Barbara Spinelli su La Stampa, una lista di sintomi preoccupanti ( rallentamento economico, esclusione dalle grandi decisioni internazionali, disinteresse da parte dell' America); alcuni, come Guy Verhofstadt nella sua Lettera aperta al Presidente Van Rompuy, fanno anche un elenco di cose da farsi.
A nostro avviso, tuttavia, nessuna di queste critiche, né di questi appelli, potrà essere efficace.
Come osserva giustamente Barbara Spinelli, la ragione prima di questa irrilevanza va ricercata in un' opzione dello stesso "establishment" europeo: puntare tutto, per la sopravvivenza dell' Europa, sulla prosecuzione all' infinito di un'assoluta egemonia americana, che si sta, invece, progressivamente indebolendo.
Questa osservazione non è, a nostro avviso, sufficiente. Questo "establishment" europeo non può muoversi per ricercare opzioni diverse, in quanto la sua natura e la sua cultura glielo impediscono.
Una cultura modernistica, millenaristica, pragmatistica e tecnicistica, come quella dell' attuale "establishment", non riesce neppure ad immaginare un futuro del mondo diverso dall' omologazione sul modello culturale "occidentale", né un Occidente che non sia guidato dall' antropologia puritana.
Eppure, per competere efficacemente con le nuove realtà emergenti da tutte le parti del mondo, occorrerebbe comprendere la forza che promana, anche sulla costruzione politica, sulle attività economiche e sulle strategie militari, dall' appartenere a culture "olistiche" che non guardino solamente all'economia e alla politica.
Soprattutto, comprendere che, nella gestione del futuro mondo "multipolare", ciascuno conterà solamente in funzione della capacità che esso avrà di gettare sul piatto della bilancia esigenze, proposte e soluzioni che, da un lato, riuniscano un ampio consenso in patria e risolvano i problemi del proprio Continente, e, dall' altro, non siano contrarie alle esigenze di base di tutta l' umanità, ed alle ineludibili scelte socio-culturali degli altri Continenti.
L'America continua a proporre, a quel tavolo, l' esportazione dell' efficienza economica, sorretta dai valori della liberaldemocrazia e del mercato.La Cina butta, sul piatto della bilancia, il culto dell' "armonia", il rifiuto dell' egemonia mondiale. In fondo anche il mondo islamico, anche se in modi contraddittori, e, tavolta, distruttivi, apporta, a questo dibattito, un contributo fondamentale: l' importanza delle religioni nell'affrontare i problemi del mondo.
Che cosa apporta l' Europa al tavolo mondiale, che non sia un sottoprodotto della civilità americana?L' unica cosa che distingua l' Europa attuale dall'America è l' economia sociale di mercato. Tuttavia, Cina e Paesi in via di sviluppo sono, nella sostanza, ancor più "sociali" dell' Europa ( in quanto mirano a risolvere, con la spinta decisiva dello Stato, le esigenze drammatiche di centinaia milioni di loro cittadini).Essi non hanno molto da imparare a questo riguardo, e, comunque, non potrebbero applicare un' "economia sociale di mercato" che presupporrrebbe comunque condizioni storiche ed economiche molto diverse.
Al massimo, chi potrebbe imparare da noi sono gli Americani, i quali, però, tranne alcune modeste eccezioni, come Jeremy Rifkin, non sembrano averne una grande intenzione. Lo stesso Obama è stato costretto, dal Congresso e dagli elettori, a smorzare molto le proprie politiche sociali e ambientaliste, aventi una qualche affinità con la "economia sociale di mercato".Inoltre, si è sempre guardato bene dal fare qualunque cosa che assomigli al prendere atto che un' Unione Europea esiste. Termine mai usato da alcun Presidente americano. Come stupirsi che non sia voluto venire a Madrid? Come afferma giustamente Barbara Spinelli, gli americani non sono disposti a riconoscerci una superiorità intellettuale (a mio avviso, neppure un' eguaglianza).
Quest' apparente posizione di stallo non è inevitabile.
Il blocco culturale in cui versa l' "establishment" europeo non è "colpa" della cultura europea. Anche se oggi ci sono pochi intellettuali che "pensino fuori del coro", la maggior parte della tradizione culturale europea non è millenaristica (vedi San Paolo, Sant'Agostino e Maimonide); né economicistica (vedi Aristotile, Dante, Goethe, Tolstoj); né "suprematista bianca" (vedi De las Casas, Vieira, ancora Goethe, Carlyle, Simone Veil).
L' Europa è culturalmente attrezzata a comprendere la storia dell' Umanità nel suo complesso, senza pregiudizi "eurocentrici" o "occidentalistici" (cfr. p. es. Matteo Ricci, Schopenhauer, Guénon, Toynbee, Panikkar).Essa ha denunziato i pericoli di un futuro puramente tecnocratico (Zamiatin, Capek, Huxley, Orwell ), e tentato di elaborare "utopie" che non implichino anche, nel contempo, la "Fine della Storia" (Platone, Moro, Coudenhove Kalergi, Spinelli,Latouche).
Che questi grandi filoni della cultura europea vengano studiati ed approfonditi non potrà essere opera degli attuali "establishments", che, delle loro vecchie culture, hanno fatto la base delle loro carriere e del loro potere. Si impone un rinnovato sforzo della società civile, per incontrarsi, discutere, studiare questi temi e gli autori che li trattano, per confrontarsi con la società e formulare proposte condivise, da portare a livello europeo.
Alpina continua a proporsi come luogo di incontro e dibattito a questo fine.
Intervenite alla riunione del 9 Febbraio alle ore 21
presso Alpina Srl
Via P. Giuria n.6
10.125 Torino
tel 011 668758
E.mail: info@alpinasrl.com
venerdì 5 febbraio 2010
ISTANBUL CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA
Purtroppo, l' istituzione delle "città europee della Cultura", che dovrebbe svolgere un ruolo centrale nella formazione dell' identità europea, si è progrezzivamente snaturato, anche a causa della prassi lottizzatoria, in forza della quale vengono nominate due, se non tre, città.
Quest' anno, sono state nominate tre città: Istanbul, Essen e Pecs.
Mentre Essen e Pecs hanno lasciato poco entusiasti gli stessi Tedeschi e Ungheresi, visto il non eccessivo messaggio culturale legato a tali città, Istanbul campeggia incontrastata, come una scelta importante, che, comunque, farà discutere.
Intanto, è il primo anno che questo titolo verrà attribuito ad una città che non fa parte dell' Unione Europea.In secondo luogo, si tratta di una storia così importante, da costituire per tutti una fonte di riflessione e di confronto.
Intanto, Istanbul (Costantinopoli) è una delle tre città che si proclamarono "successore di Roma", con Veliko Tarnovo (in Bulgaria), e Mosca.Tant' è vero che, in varie lingue orientali, la Turchia è designata come Rum, o Rom.
Poi, è sita geograficamente all' esatta metà fra l'Europa e l' Asia.SE non fosser per questo, essa sarebbe automaticamente, coi suoi 12 milioni di abitanti, la maggiore città d' Europa.
Infine, è, oggi, una città prevalentemente mussulmana, facente parte di uno Stato che ha visto lo scontro più accanito fra tre concezioni dell' Islam: quella ottomana, di monarchia assoluta partimoniale e multiculturale, poco interessata alla supremazia religiosa; quella islamica militante dell' ultimo periodo ottomano, in cui l'Impero Ottomano rivendicò il Califfato (cioè la guida religiosa di tutti i Mussulmani), a partire dal 1774; infine, il periodo laicistico di Kemal Atatuerk, in cui la religione fu strattamente sottoposta al Governo. Il dibattito sull' Islam in corso in Turchia interessa quindi tutti, in Europa e in Medio Oriente.
Infine, come città, Istanbul conserva le memorie della civiltà bizantina, delle popolazioni greca, armena, albanese e italiana (Galata) che la abitavano accanto a quella turca, dell' architettura islamica, dell' Impero, ma anche degli stili europei degli ultimi tre secoli.
Per ultimo, Istanbul è anche una città moderna, pulsante di vita economica e culturale.
Istanbul non è la capitale della Turchia.
Kemal Atatuerk, leader nazionalista, non la amava, per il suo carattere monarchico e cosmopolita, nonché per la facile raggiungibilità da parte degli eserciti e delle flotte di invasione.
Coerente con la sua idea della costruzione di una nazione etnicamente pura, anatolica e turanica, costruì la nuova capitale, Ankara, nel cuore dell' Anatolia.Contemporaneamente, proibì la lingua ufficiale dell' Impero (Osmanli), una koiné di arabo, persiano e turco, modernizzando la lingua, più "turca", usata dai contadini dell' Anatolia.
Nel caso in cui la Turchia entrasse, finalmente, a far parte dell' Unione Europea, sarebbe, quindi, probabilmente, di nuovo la cosmopolita Istanbul a prendere il sopravvento sulla provinciale Ankara.
Ricordiamo che Alpina possiede una propria area di attività, chiamata Evrazija-Avrasya (che utilizza anche come marchio il Ponte Atatuerk, che, nella foto, si intravvede dietro Rumeli Hisari), nell' ambito della quale vorremmo realizzare iniziative anche per il 2011, anno italo-russo.
Saremmo lieti se ci segnalaste iniziative che possono rientrare in queste categorie.
info@alpinasrl.com
Alpina srl
Via Pietro Giuria 6
10125 Torino
lunedì 25 gennaio 2010
RIVOLUZIONE ISLAMICA IN EUROPA?

Nel viaggio da New York a Torino, ho avuto modo di leggere un ottimo libro sull' immigrazione in Europa, scritto dal giornalista anglo-americano: Christopher Caldwell, Reflections on the Revolution in Europe, Immigration, Islam, and the West, Doubleday, USA.
Ottimo, perchè documentato, competente e problematico, anche se scritto da un angolo di visuale che non è il mio, cioè quello WASP, e anche se veramente politicamente scorretto, perchè concentrato su un problema europeo (l' immigrazione islamica in Europa), mentre molto più logico sarebbe concentrarsi sull' immigrazione in generale, e negli Stati Uniti in particolare, questione ben più macroscopica, e foriera di ben altre "rivoluzioni"(come dimostra già soltanto il planisfero allegato).
La tesi centrale del libro è però per noi interessante, perchè è legata al discorso dell' identità europea.
Essa si può così riassumere:
"A causa dei diversi tassi di accrescimento demografico, e del diverso atteggiamento verso il relativismo culturale, nel corso di qualche decennio, l' Islam diverrà in Europa la cultura dominante."
Mentre sono note, conosciute, e, se si vuole, perfino banali, le osservazioni sulla compattezza culturale degli islamici, sui loro tassi di crescita e sulle loro ambizioni di convertire i Cristiani, sono molto interessanti, perchè originali, le osservazioni critiche sulle varie "élites" culturali che dovrebbero esprimere l' "Identità Europea": dagli "atei devoti" ,come Oriana Fallaci, ai "liberals"come Pym Fortuyn, ai fautori della liberazione sessuale.
Per esempio, a proposito della Fallaci:
"Quando gli Europei affermano i loro valori contro l' Islam, cosa affermano:un'eredità religiosa?un'eredità filosofica?una morale?uno stile di vita?Non lo sanno di preciso.In una delle sue più rabbiose filippiche contro l'Islam, la polemista italiana Oriana Fallaci minacciò la guerra contro qualunque terrorista che danneggiasse certe 'pietre miliari' di Firenze, a partire dalla cattedrale di Santa Maria del Fiore e dal vicino Battistero.Difendeva le cattedrali in quanto attrattive turistiche?(se è così, aveva ben poche chances nei confronti di una religione vecchia di 1300 anni).O difendeva un luogo di culto? (Se è così, agiva contro la maggior parte degli Europei, che sono contro l'Islam perchè costituirebbe una minaccia alla liberazione dalla religione)."
Poi, per ciò che riguarda Fortuyn:
"Non era chiaro se l' Europa, come egli la vedeva, fosse compatibile con qualsivoglia visione del mondo religiosa. Era disposto ad ammettere che la cultura individualistica che egli adorava fosse nata dal passato cristiano dell' Europa.In un certo senso, ciò che rendeva intollerabile l' Islam per Fortuyn è che esso è una religione viva.Per lui, la parità delle donne, il divieto di discriminazione razziale, e (forse, prima di tutto), la libertà di comportamento sessuale, sono diritti assoluti.Ma quello alla libertà religiosa è, oramai, un diritto la cui attauzione è stata relativizzata dal progresso della storia. Quando esso entri in conflitto con i nuovi diritti 'culturali', deve cedere.Ciò significa che il diritto alla libertà religiosa ha cessato del tutto di essere un diritto."
Infine, per ciò che concerne i militanti della liberazione sessuale:
"Non è neppure chiaro se i beneficiari della liberazione sessuale lotterebbero per la sua difesa.Il giornalista Hernyk Broder, dello Spiegel, nota il comportamento dei partecipanti alle varie parate erotiche e alle feste del sesso che costituiscono una caratteristica della Germania di oggi.Al Carnevale delle Culture di Colonia, i marciatori sono lieti di poter accusare Joachim Meisner, Cardinale di Colonia, di essere un inquisitore, o dipingono la cancelliera Merkel come plagiata da George Bush:tuttavia, sottolineano la loro sensibilità alle perplessità degli Islamici per la loro parata, e non fanno battute oscene indirizzate a politici sensibilmente meno ospitali verso la liberazione sessuale, come per esempio l'Iraniano Mahmud Ahmadinejad.
D'altro canto, l'Islam non è una religione particolarmente 'prude'; la maggior parte delle religioni sono meno 'prude' del tradizionale cristianesimo europeo, sia cattolico che protestante."
La stessa acutezza viene impiegata per descrivere la presunta "tolleranza" americana:
"Gli Europei credono che 'America' significhi cultura europea più entropia. Forse il mito più condiviso da parte gli Europei circa gli Americani è quello secondo cui gli Americani non avrebbero alcuna particolare pretesa circa la cultura ad essi propria (nella misura in cui ne abbiano una), e non si preoccupino un gran ché che i nuovi venuti restino attaccati alla loro.Tale mito è completamenmte sbagliato.L' America può essere aperta in teoria, ma, in realtà, sottopone gli immigrati ad un letto di Procuste per spingerli all' adattamento;sono queste pressioni, non già l'apertura, ad avere legato, in un solo popolo, insieme i diversi cittadini dell' America. Sì, se insistete, potrete avere una 'identità fra virgolette', ma vi conviene aver chiaro da che parte delle virgolette dovete stare se volete mantenere il vostro pane quotidiano.
Ciò che confonde gli stranieri è che queste pressioni degli Americani non sono mai dichiarate. Esse sono intrinseche al sistema sociale, e (specialmente) a quello economico, nei quali gli immigrati devono muoversi per sopravvivere."
L' osservazione finale e centrale è quella per noi determinante:
"Un'Europa Unita non avrebbe nulla da temere dall' Islam, ma l' Europa non è unita. La sua civiltà è spaccata in due, lacerata fra l' ideale dei diritti umani e l' ideale del patriottismo, fra la paura dell' eredità religiosa dell' Europa e l' orgoglio per la stessa, fra il vedere l' Islam come una nuova, e permanente, forma nel panorama religioso europeo e qualcosa che si dissolverà al contatto con l' edonismo ed il consumismo."
La spiegazione del perchè l'Europa non sia unita è anch'essa trasparente ed illuminante:
"l'Unione Europea, nonostante che, né gli Americani, né gli Europei, amino ammetterlo, è l' espressione istituzionale dell' americanizzazione dell' Europa."
martedì 21 aprile 2009
RIFLESSIONI SULL'INCONTRO CON CARDINI

Looking for European Identity:a must for European Federalism.Rechercher l' identité européenne: une nécessité pour le fédéralisme européen. Die Suche nach europaeische Identitaet: Eine Notwendigkeit fuer Eurofoederalismus
Se, con “Identità Europea”, designiamo il “nocciolo duro” concettuale dell’ Unione – riuscire a definire questa “identità”, potrebbe significare, in un certo senso, “controllare il futuro dell’ Europa”.
1.Cardini
Costituisce da sempre un nostro obiettivo l’ incontro con intellettuali-chiave, che hanno riflettuto su questo tema,
Innanzitutto, per la vastità e la poliedricità della sua cultura, che gli permettono di mantenere e difendere vigorosamente posizioni culturali fortemente anticonformistiche. Poi, per il suo impegno europeistico di sempre. Infine, per il suo personalissimo percorso ideale, che parte da una visione originale del ruolo della storia, attraversa l’ esperienza religiosa e il dialogo interreligioso, si nutre di un ben inteso patriottismo e sfocia nella capacità di esprimere, in ogni momento, valutazioni profonde e libere anche sulle vicende dell’ attualità e della politica.
Cardini ha una visione disincantata della storia, dominata dal libero arbitrio e dalla pluralità delle tradizioni. La sua convinta e non taciuta fede cristiana non gli impedisce di riconoscere, sullo arco di molti secoli, il contributo fondamentale dato, dall’ Islam, alla formazione della cultura europea; interpreta l’ attaccamento alla tradizione culturale italiana nel senso di una naturale vocazione all’ universalità ed all’ Europa. Europa che, correttamente, distingue dall’ “Occidente” - termine relativamente recente, che serve ad indicare la migrazione del “senso della storia” verso il mondo protestante, e, infine, verso l’ America-.
2.L’ identità europea.
C
Per alcuni, il concetto stesso di identità sarebbe evanescente, perchè nessuno è mai identico a se stesso. Per altri, avrebbe senso solo un
Eppure, è un dato di fatto che tutti sono molto interessati al fenomeno dell
Ma, soprattutto, tutti discutono animatamente su che cosa sia laidentità americana (libertà, democrazia, libero mercato, puritanesimo, razzismo?), che cosa quella islamica (religiosità, tradizione, fondamentalismo, aggressività, machismo?).
Perchè mai non ricercare anche, se c
Quelli che ci credono, cadono, per altro, nella trappola della eccessiva ingenuità: descrivere l
Un altro errore è credere che l’ identità sia una formula giuridica da scrivere all’ inizio della Costituzione: richiamare Dio o la laicità; il lavoro o la libertà; la Patria o il mercato?
3.Federalismo
Ma, se non è una formula giuridica, che cosa c’entra l’ identità con l’ integrazione europea? Non è questa integrazione il primo caso di un’ aggregazione politica “neutrale”, guidata solamente dalla ragionevolezza, non già dalle distruttive passioni culturali e politiche?
E, di converso, come fare a decidere chi federare e come? Perchè i Ticinesi con i Grigionesi, i Maltesi con gli Estoni, i Sikh con i Tamil, i Libici con gli Swazi, e non i Ticinesi con gli Swazi, i Grigionesi coi Tamil, ecc..?
Come farebbero gli Stati Uniti ad essere così sicuri di quello che vogliono, se, al di là delle differenze, non avessero una cultura comune? E come farebbero i Sudamericani a resistere agli Stati Uniti, se a loro volta non avessero un loro substrato culturale comune?
La decisione di creare uno Stato, o una federazione, presuppone una scelta culturale. Gli Stati Uniti nascono da una scelta protestante e illuministica; l’ Unione Sovietica da un’ opzione marxista, l’ Unione Indiana dalla coniugazione fra l’antica idea imperiale mongola e inglese e il patriottismo sui generis di Gandhi.
Il “patriottismo della costituzione” funziona in Germania perchè la Germania c’ è già, ma quando si è creata



