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sabato 29 ottobre 2011

COSTRUIRE, NELL' INCONTRO TRA LE PERSONE E I POPOLI, UN MONDO UNITO

Seminar about Unity of Mankind
Séminaire sur l'unité de l'humanité
Seminar ueber die Einheit der Menschheit


A Giaveno, il prossimo 5 novembre, dalle 15.30 alle 18, presso l'Istituto Pacchiotti dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Lo organizza l'associazione "La Casa dei Popoli" .
Parleranno: Younis Tawfik, scrittore ( "sfida dell'integrazione"), Luca Alemani (studioso di storia delle religioni e promotore di una "rete di cooperazione del basso con l'Afghanistan": "Il Circolo del Sole"), padre Felician (sacerdote cattolico romeno che è viceparroco a Bussoleno ), Riccartdo Lala, promotore del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Culturale 2019.

L'unità del mondo costituisce uno dei massimi temi di riflessione dell' Umanità, non diversamente dalla vita e la morte, la verità e l'illusione, il bene e il male, l'eternità e la storia. Come tutti questi temi,  non cessa, da un lato di esercitare ed appassionare le menti,e, dall' altro, di sconvolgere periodicamente la vita sociale e politica per le differenza fra i punti di vista. Infatti, come tutti quei temi, esso rivela la limitatezza del pensiero umano e l'impossibilità di una risposta non diciamo  obiettiva, ma, almeno, chiara.
Dalla primitiva idea che il centro del mondo fosse il palo della propria tenda (Eliade) si è passati ben presto a concepire, come il centro del mondo, il proprio Paese (omfalos, Zhong Guo), poi,quest'ultimo  come un impero universale, comprendente tutti i popoli civili (Oikumène, Tian Xia, Dar ul-Islam); infine, a pensare che il proprio impero dovesse abbracciare, alla fine, il mondo intero (Impero cristiano, o democratico; Tian Xia wei gong).
Anche la globalizzazione effettiva comincia in tempi remoti, con l'"Out of Africa", e continua fino ai nostri giorni, quando l'umanità è unita dalla tecnica, dalla politica e dalla finanza. Quest'unità è però sbilanciata -asimmetrica-, da un lato, in direzione dell' economia, e, dall' altro, verso l'Occidente e il Nord del mondo.

Si notano ora due tendenze: da un lato chi vorrebbe che questa unità si rafforzasse intorno al suo attuale polo occidentale, con la sua specifica cultura, che relega le altre culture e territori ad un ruolo subodinato; dall' altra chi invece vorrebbe che l'attuale unità del mondo si riorganizzasse in modo paritario fra le grandi aree del mondo e le varie culture. Fra chi vorrebbe un ruolo ulteriormente rafforzato per le scienza e la tecnica, capaci di imporre un modo standardizzato e unificato di vita, in simbiosi con le maccine, e chi vorrebbe, invece, che l'umanità si riorganizzazsse intorno alle sue proprie esigenze, quali espresse dalle diverse opinioni e dalle differenti culture.

Noi siamo fautori di questa seconda soluzione, e intendiamo proporre schemi concettuali e politici capaci di realizzare questo obiettivo. Concetti e strategie che comprendono una nuova cultura, veramente multiculturale, la riforma delle organizzazioni internazionali e il consolidamento delle diverse identità subcontinentali.

martedì 26 luglio 2011

ALLE RADICI DELL' IDEOLOGIA TEOCON

Processo per eresia nella Nuova Inghilterra puritana

Theo-cons: a Channel of Puritan Influence in Europe
Les théo-cons: un élément de l'influence puritaine  en Europe.
Theo-Konservative: ein Werkzeug des puritanischen Enflussnahme ueber Europa.


Le tragiche vicende di Oslo continuano a stimolare riflessioni e dibattiti. Il contesto culturale in cui quei fatti sono avvenuti, e in cui il loro protagonista si è mosso, sono complessi. Abbiamo un ampio movimento fondamentalista e islamofobo, presente, seppure in forme diverse, in Inghilterra, Olanda, Scandinavia,  Francia e Italia, oltre che in vari Paesi dell' Europa Orientale. Abbiamo allusioni, e più che allusioni, ai Templari e ai Massoni. Abbiamo un'imitazione strutturale del modus operandi di al-Qaida.

Scorrendo il manifesto di Breivik, ciò che stupisce sono i  riferimenti culturali. La tesi centrale è che bisogna salvare l'Identità Europea attraverso l' espulsione degli islamici. Questa identità sarebbe, al contempo, cristiana e individualistica. Gli Islamici, invece, sarebbero dei comunitaristi, alleati dei post-marxisti, i quali, con la teoria e la pratica del multiculturalismo, ne favorirebbero l' avvento.

Queste teorie, che possono sembrare raffazzonate e grezze, da un lato non sono nuove, e, dall' altro, sono tutt'altro che semplicistiche.
Non sono nuove perchè sono proprie dei teocon americani degli ultimi decenni del secolo scorso, i quali, a loro volta, le avevano ripescate da accenni presenti in tutta la storia americana. Non sono semplicistici perchè sono il risultato di una lunga fase di elaborazione, sviluppatasi, anch'essa, soprattutto in America.

I teocon americani del 20° Secolo partivano, sostanzialmente, da tre fonti culturali: dalla cultura americana ottocenteca (Trascenentalismo e Pragmatismo); dal conservatorismo ebraico di Leo Strauss e dal post-trotzkismo degli eredi di  Burnham.
Per Emerson, Whitman e Dewey, il vero sbocco del Puritanesimo sarebbe consistito nell' "Individualismo Democratico", vale a dire l'esaltazione del "Man of the Street", che non conosce la filosofia, e per il quale la religione è soprattutto una scuola di buon comportamento e di umiltà borghese, non certo di ascetismo: esso porta ad aborrire l' ambizione, l' orgoglio, perfino la cultura troppo esigente, tipici delle classi elevate europee.  Questa scelta, nel contempo religiosa e politica, sarebbe appunto  ciò che caratterizza  gli Americani rispetto agli Europei.
Per Leo Strauss, le sofisticherie della cultura europea ed ebraica liberale avrebbero  portato alla corruzione della società. Era ora, con la "conversione", la "teshuvà'" (la "seconda nascita" dei Puritani), di tornare alla tradizione  giudaico-cristiana e di difendere la società esistente dalle pretese intellettualistiche degli intellettuali relativisti e multiculturalisti.

Per i post-trotzkisti americani, l' Unione Sovietica avrebbe tradito gli ideali della democrazia radicale, che si incarnerebbero, invece, negli Stati Uniti, vero Stato rivoluzionario.

In sintesi: l'identità americana consisterebbe nella congiunzione rivoluzionaria  fra ritorno alla fede religiosa e individualismo democratico. Questa sintesi  sarebbe il senso ultimo di tutte le rivoluzioni moderne. Coloro che si oppongono a questa rivoluzione possono considerarsi tutti comunitaristi e collettivisti, nemici nello stesso modo dell' individualismo democratico e della tradizione giudaico-cristiana. Come i nemici erano, un tempo,  le monarchie europee, l'altro ieri i fascismi e ieri il comunismo, oggi il nemico comunitarista e collettivista è l'islamismo. 

L'islamismo è il nemico innanzitutto perchè, storicamente, ha sempre conteso a cristiani ed ebrei il primato fra le religioni monoteistiche,che spetterebbe, invece, alla tradizione giudaico-cristiana, poi perchè non accetta per principio l'"individualismo democratico", poi, ancora, perchè si oppone allo Stato di Israele, che, nel Medio-Oriente, è il baluardo della tradizione giudaico-cristiana , e, infine, perchè, grazie all' immigrazione, potrebbe soppiantare in Europa l' "individualismo democratico".

I marxisti, eredi del Comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino si sarebbero alleati con gli islamisti. Con la teoria del multiculturalismo, essi renderebbero  possibile l' accettazione dell'Islamismo in Europa,  la nascita di un' Europa Islamica e la sconfitta dell' individualismo democratico.

Perciò, occorre una lotta decisa contro il post-marxismo, per permettere l' emergere, in America e in Europa, di una classe dirigente "occidentalistica", che freni, riduca ed elimini la presenza mussulmana in Europa.

Tutto ciò viene ammantato da colori europeistici e medievalistici, anche se, come si è visto, queste idee nascono in America, non già per stimolare l' Europa ad essere se stessa, bensì per difendere il predominio delle idee americane.

Che ciò sia vero è dimostrato, a fortiori, dall'incredibile assonanza dei fatti di Oslo con quelli di Waco e di Oklahoma City (oggetto di simili stragi da parte di integralisti puritani mussulmani) ,nonché con la trama dell' ultimo film di Dan Brown, "Il simbolo perduto", tutto incentrato sul conflitto fra un granghignolesco "massone cattivo" e la massoneria buona che si identifica con l' establishment americano.

Per questo, sembrerebbe  abbastanza incomprensibile che queste idee abbiano preso piede soprattutto negli ambienti della destra radicale e del tradizionalismo religioso, e, questo, soprattutto nei Paesi cattolici. Infatti, tanto la destra radicale quanto il cattolicesimo conservatore sono stati in Europa, e soprattutto nei Paesi cattolici, tradizionalmente alieni da influenze culturali protestanti, trotskistiche o ebraiche, ed, anzi,  si erano  dichiarati sempre fieramente avversi a queste tendenze.Quest' inaudita convergenza dovrebbe permetterci di comprendere come i vecchi schemi della cultura politica (come "destra-sinistra") non siano oramai più idonei a descrivere la realtà attuale.

Un altro ampio margine di riflessione dovrebbe aprirsi intorno alla questione dell' islamofobia.

Fino all'inizio dell' Ottocento, non si poteva riscontrare in Europa una particolare ostilità per il mondo mussulmano , che si differenziasse dal generale disprezzo per i popoli afro-asiatici, considerati inferiori agli Europei. Si dice addirittura che Napoleone sia tornato dalla Campagna d'Egitto con una notevole carica di filo-islamismo, che lo avrebbe indotto , tra l'altro, al suo ritorno, ad una politica anti-femminista. Ancora suo nipote Napoleone III si era battuto con successo, in occasione della sua accessione alla presidenza,  per la liberazione dell' emiro e sufi algerino 'Abd el-Qader, a cui avevano tributato alti onori, tra l'altro,  tutti i governanti occidentali. Nasceva in quegli anni l'"Orientalismo", come studio di un mondo affascinante, ma inferiore.

Un certo fastidio per i polpoli arabi si incominciò a sentire in Europa dopo la costituzione dello Stato di Israele, le guerre arabo-israeliane e l' Intifada.

Ancora l'Ayatollah Khomeini e i Taliban erano stati salutati, dai media occidentali, come  liberatori ,e solo la guerra in Iraq  aveva incominciato a fare presagire uno "scontro di civiltà" con l' Islam.

Anche se Saddam Hussain non era particolarmente islamico, l'anti-islamismo si nutrì soprattutto dell'avversione anti-irachena

Ma è soprattutto dopo l'11 Settembre che l'Islam incomincia ad essere descritto come un nemico storico dell' Occidente, l'incarnazione di tutte le società teocratiche, elitarie e maschilistiche. A quel punto, diviene percettibile e rilevante anche l'avversione contro l'immigrazione.
 
Come si vede, tutte questioni che sono principalmente americane, e che hanno investito l' Europa solo di riflesso.
Si parla tanto dei ceti medi impauriti che cercano nello straniero il capro espiatorio per il loro declassamento. Ma anche questa è una paura soprattutto americana, quella che l'influenza islamica faccia perdere smalto all'American Way of Life,cioè  al modello che la middle class americana propone di se stessa, soprattutto a scopo di esportazione verso gli altri  Paesi del mondo.


Di nuovo illogico che questa paura serpeggi in Europa. Qui, '"American Way of Life" ha cominciato ad affermarsi in tempi non lontani, e molti la vivono ancora come un declassamento.

Le nazioni dell' Europa Meridionale e Orientale, con la preservazione delle tradizioni religiose, etniche e cetuali, con le sue grandi differenze locali, con una visione spirituale della Religione, assomigliano più al  mondo islamico che non a quello anglosassone.

Non è un mistero che spesso gli Europei sono stati tentati (e ancora lo sono) di giocare la carta islamica contro l'occeidentalizzazione (confronta per esempio la "Lega dei Popoli Oppressi"sponsorizzata  da D'annunzio, i rapporti fra l' Asse,  l' Islam e il nazionalismo arabo, la politica degli Stati dell' Est Europa, dell' ENI, dei grandi partiti italiani, della Chiesa,di intellettuali eccentrici come Guénon, Foucault, Weil, Garaudi, Béjart o l'Abbé Pierre) . Ancor oggi, la presenza islamica sul territorio europeo, non meno delle collaborazioni con la Russia e con la Cina, costituisce obiettivamente un contrappeso all'influenza culturale, politica, militare ed economica americana. Per questo, sembra un paradosso che coloro che che, come Breivik, avrebbero addirittura la presunzione di emanare una "Dichiarazione di indipendenza dell' Europa", non si accorgano di questo importante aspetto, e sembrino non comprendere quanto questa loro politica ribadisca sempre più il carattere subordinato , anche nei temi del dibattito politico, dell' Europa rispetto all' America.









sabato 2 luglio 2011

THEOLOGIA EUROPAEA

Meister Eckhard, autore di 
     "Theologia Theutsch"
Blair's Intervention provokes Reflection over Universality of Religions. 
L'intervention de Blair solicite une reflection sur le   caractère universel des réligions. 
Blairs Stellungnahme stimuliert Ueberlegungen ueber Universalitaet   von    Religionen.


Nel post di ieri, avevamo affrontato da un punto di vista molto generale
gli interrogativi posti dalla provocatoria intervista di Tony Blair su "La Stampa" circa politica e religione.

Mentre la tesi secondo la quale, per comprendere la globalizzazione, i politici dovrebbero studiare la religione, è originale e degna di plauso, il resto dell' intervista ci è sembrato piuttosto scontato, e conforme ad una sorta di "pensiero unico", in base al quale tutte le religioni vanno bene, ma ciò che rovina una felice coesistenza fra le stesse sarebbe l'"estremismo", presente in ciascuna religione, che  impedirebbe a queste  di "dialogare" con le altre. Già l'adozione, per le religioni, di concetti tipici della politica contemporanea, come "moderati" e "estremisti" ci sembra rendere impossibile la comprensione della complessità del fenomeno religioso, che ha  parametri ben più complessi di quello "moderatismo" e "estremismo". Cos'è più "moderato" e che cos'è più "estremista", il Carttolicesimo o il Luteranesimo, la Sunna o la Shi'a, lo Hinayana o il Theravada?

Tra l' altro, il punto di riferimento per decidere chi è "moderato" o "estremista" è il livello di gradimento dei diversi gruppi religiosi per la società tecnologica e capitalistica mondiale di tipo occidentale. Sono "moderati" coloro i quali, pur professando una religione diversa dalla versione più secolarizzata del puritanesimo protestante, accettano che i loro fedeli vivano, sostanzialmente, come dei protestanti anglosassoni contemporanei, e sono estremisti coloro che vogliono vivere in modo  diverso.Sono moderati coloro i quali pregano in lingue diverse dall' Arabo Classico, o dal Latino, non si circoncidono, ecc...Sono estremisti coloro i quali vestono con lunghi mantelli, sanno a memoria il Corano, ecc..

La spiegazione che diamo a questo fenomeno è che il  vero problema per la coesistenza di varie religioni non è una questione di "estremismo" o di "moderatismo", bensì una questione di lotta fra modelli societari, di interpretazione del "principio di elezione".Tale principio è antico quanto l' uomo. Eliade ricordava che già l' uomo primitivo considerava il palo centrale della propria capanna come "l'Asse del Mondo". I Greci avevano, a Delfo, l' "Omfalòs"; i Cinesi continuano a definire se stessi come "Zhong Guo", vale a dire comne il "Luogo di Mezzo", anticamente l' altare dell' Imperatore.

Ma, per i popoli antichi, la determinazione del carattere "eletto" di coloro che abitavano intorno al Centro del Mondo era più che altro teorica, in primo luogo perchè nessuno riusciva di fatto ad arrivare in tutto il mondo, e, in secondo luogo, perchè il politeismo non cercava proseliti. Con l' avvento delle "Religioni di Salvezza", si è posta la questione della "Vera Religione", che deve prevalere sulle altre, tra l'altro insegnando ai popoli barbari costumi più umani. Certo,non già  i costumi, bensì la salvezza, è la caratteristica delle nuove religioni.E, tuttavia, negli ultimi 400 anni , sotto la spinta del Protestantesimo, si è teso ad identificare sempre più una religione, anziché con la sua propria "via" verso la salvezza, con le sue "conseguenze sociali".Fino al punto che abbiamo l' impressione che i più, quando parlano di Dio, pensino, oggi,  ad una sorta di mostruosa  ipostasi divinizzata della propria società.

A questo punto, il conflitto  si configura come lotta non fra le religioni, bensì fra i sistemi sociali: l'animismo diventa il simbolo e il pretesto delle società tribali, dominate dai capifamiglia; l'Islam di quelle patriarcali, dominate dai clan; il Confucianesimo delle società autoritarie dell' Estremo Oriente, dominate dallo Stato; il Cattolicesimo delle società comunitaristiche e tolleranti dell' Europa Meridionale, governate consociativisticamente; il Protestantesimo di quelle severe e individualistiche del Nord Europa, dominate dal lavoro; il Puritanesimo della società democratica e capitalistica americana, dominata dalla finanza.

E'lì che nasce l'intolleranza: gli "occidentali", convinti di avere la forza dalla loro parte, cercano di costringere gli altri ad adottare il loro modello di società, convinti, in base alla "teoria della modernizzazione" ,che le altre siano tutte superate. Gli altri Paesi inaspriscono, per autodifesa, le loro regole. Certo, gli islamisti non tollerano, nei loro paesi, le donne troppo scoperte o l' uso degli alcolici. Però, le società laicistiche vietano  l' uso del velo e  quello dell' Arabo Classico. Non già per motivi religiosi, ma per motivi di ordine pubblico, di etica del lavoro,  di equilibrio fra i sessi o di orgoglio nazionalistico.

Le religioni non sarebbero  fonti di intolleranza se le diverse nazioni rinunziassero ad imporre ad altri il proprio modello di società, e a rivestire questa pretesa con pretesti religiosi. Ma questo è proprio ciò che si ritiene impossibile, in quanto è divenuta centrale, per l'ideologia del progresso,  la lotta universale perl'omologazione dei costumi a livello mondiale.

L'ideologia del progresso, nella  formulazione attualmente prevalente nelle Vulgate del mondo occidentale avanzato soffre, per altro ,  di un' insanabile contraddizione:

-da un lato, predica l' assoluta eguaglianza di tutte le opzioni etiche, e, quindi, anche quelle delle altre religioni e/o società, e vieta assolutamente l'uso della violenza di un soggetto qualsiasi per imporre la propria volontà a un altro;

-dall' altro, predica l' universalità di tutti i propri valori (razionalità, progresso, efficienza, eguaglianza, democrazia), che dovrebbero essere validi "sempre ed ovunque",  -mentre molti di essi non sono ancora applicati neppure adesso in Occidente e la maggior parte non erano certamente validi (ma neppure conosciuti) in nessun Paese fino a qualche decennio fa-, e  esportati con la destabilizzazione politica, con le "guerre umanitarie",

La spiegazione di questa contraddizione viene fornita dall' idea kantiana dell'Imperativo Categorico, che impone che ogni azione buona debba poter essere pensata come universale.Ma, a parte che questa è un' idea personale (e estremamente astratta) di uno specifico filosofo di uno specifico  Paese, la prima osservazione che ci viene alla mente è che,a forza di  pensare tutte le azioni come universali si è giunti alla cosiddetta "omologazione", all' "uomo senza qualità", all' "uomo ad una dimensione".Solo in base all' idea di un "uomo senza qualità" si può pensare che ogni azione debba essere concepita come universale.

Ma questa non è necessariamente un' idea religiosa, o, almeno, non di tutte le religioni. Basti pensare al sacerdozio, che è "universale" nell'Islam e  nel  protestantesimo, ma non già nel Cattolicesimo o nell'Induismo.

Le Religioni di salvezza sono oggi dunque combattute circa l'accettazione, di un modello sociale normativo unico, o la difesa dei modelli societari dei loro rispettivi Paesi. Ma questo non è ancora il problema centrale della coesistenza delle religioni.

Esse potranno sottrarsi a questa spirale solo concentrandosi sul tema della salvezza, e lasciando maggiormente alla cultura e alla politica il terma dei costumi. Questo anche e soprattutto perchè le religioni universali sono estese in tutto il globo. E, per questo, sanno bene che i comportamenti societari che vanno bene a Roma non possono essere gli stessi che si applicano in un villaggio africano o fra i grattacieli di Manhattan, quelli che valgono al Cairob non possono essere gli stessi di Sarajevo o dell' Uganda. Sarebbe un errore se una qualunque Chiesa pretendesse di dettare standard uniformi di comportamento per tutti i Continenti. E, di fatto, tutte le Chiese, quale più, quale meno, si danno anche un'articolazione territoriale, continentale e nazionale.

Nel caso della Chiesa Cattolica, sono state emanate, a quiesto scopo, lettere pastorali, dedicate all' "Ecclesia in Europa", all' "Ecclesia in America", all' "Ecclesia in Africa", ecc....Anche il Sinodo delle Chiese Protestanti, le Comunità Ebraiche, le presenze islamiche, tentano di darsi una fisionomia europea.

Molti sono gli interrogativi che ci si pongono a questo riguardo:

-come si  prospetta il contributo culturale delle varie sezioni di una religione poste in diversi Paesi e continenti?

-vi possono essere temi comuni e specifici fra le varie confessioni cristiane, le varie scuole mussulmane e le varie comunità ebraiche che vivono in Europa?

-vi può essere una specifica "lealtà" di questi segmenti delle varie Chiese e confessioni per la Patria Europea?

Noi crediamo di si. La prova numero uno dovrebbe essere costituita dal fatto che le tendenze culturali  più importanti del Cristianesimo , dell' Islam e dell'ebraismo traggono la loro fonte dal pensiero di filosofi europei medioevale fra loro strettamente interconnessi, come Averroè, Maimonide e San Tommaso, ai quali le rispettive istituzioni religiose sono ancora fortemente legate.

Poi, simili sono i problemi che tutti debbono affrontare: la critica agli eccessi della scienza e della tecnica, la convivenza in un territorio così ristretto di un numero pressoche infinito di popoli e culture che vogliono mantenere la propria identità; la comune esposizione all' influenza culturale nordamericana; gli incerti confini con l' Asia, con il Medio Oriente, con il Nordafrica.



























venerdì 1 luglio 2011

BLAIR, RELIGIONE E GLOBALIZZAZIONE




Politicians Should Learn more  about Globalisation, not just Religion.
Les politiciens devraient apprendre d'avance sur la globalisation, pas seulement sur la réligion.
Politiker sollten mehr ueber Globalisierung, nicht nur ueber Religion.

L'intervista di Tony blair a "La Stampa" di Torino del 30 giugno u.s., la quale riecheggia per altro sue precedenti prese di posizione (vedi video), ha certamente il pregio di "gettare il sasso sullo stagno" circa i temi fondamentali del dibattito culturale e politic dei prossimi anni:

-necessità di "iniettare", nel mondo politico, una robusta  dose di cultura;

-ruolo centrale della religione  e della globalizzazione.

Soprattutto il riferimento al ruolo della religione, su un giornale che, normalmente, viene definito come "laico", e, soprattutto,  in connessione con la creazione di un sito piuttosto insolito come "Vatican Insider" ha suscitato scalpore.

Tuttavia, anche il riconoscimento che i politici abbiano molto da imparare è coraggioso e estremamente tempestivo.

1.Il perchè della questione

Dunque, plaudiamo a tutte queste iniziative.E, tuttavia, noi abbiamo l'impressione che anche queste siano ancora inadeguate alla gravità dei problemi che ci attendono.

Problemi che attengono proprio al lato "spirituale" del nostro avvenire.

Con tutta la difficoltà che vi può essere nel tentare di formulare una sintesi di fenomeni così complessi, la questione si riduce al tema della "Fine dell' Umano". Tema che era ben noto e presente a tutte le culture, ma che la nostra pretenderebbe, nel momento stesso in cui tenta il superamento terreno della finitezza creaturale, di ignorare. Perseguendo, attraverso il progresso economico e medico, la conservazione della memoria culturale, le biotecnologie, l' intelligenza artificiale, l'"enhancement" delle caratteristiche psico-dfisiche dell' Umanità, si sta creando, di fatto, una specie nuova, che assomiglierà all' uomo, ma non sarà più tale.

Questo fatto getta nello scompiglio, paradossalmente, proprio l' umanesimo laico e le ortodossie cristiane, che partono dall' idea della fissità dei dati intellettuali e psicosomatici dell' Umanità, ma non le religioni nel loro complesso, le quali, con gli "avatar", il "Nirvana", l' "Incarnazione", la "Resurrezione dei Corpi", sono, da sempre, familiari con le trasformazioni ontologiche dell' umanità e dell' Essere, e, addirittura, con l' idea della finitezza dell' uomo e del mondo.

Ed è proprio per questo che le religioni hanno molto da insegnare sulla natura umana, sulla vita e sulla morte, sul loro trascendimento, sul mistero che circonda tutto ciò, sui percorsi che l' Umanità può compiere per fronteggiare questo mistero.

2.Tutto è religione

Certo, intanto, il discorso sulla religione, sulle religioni, e su religione e cultura,  va aperto in un modo che, fino ad ora, non è mai avvenuto.

Occorre riconsiderare l'intera storia dell' Umanità, dai primi reperti paleolitici fino ai progetti scientifici di Post-Umanità, per vedere ovunque la presenza della religione. Rito che accompagna la nascita delle tecniche e dei linguaggi, mito che struttura le società e le culture, storia di salvezza che giustifica gli Imperi e la globalizzazione, secolarizzazione della salvezza che sostanzia il dominio  della scienza e della tecnica.

Quando si invoca la liberazione dalla religione, si tenta con ciò stesso di imporne un'altra. La religione del progresso (in tutte le sue articolazioni -quasi immortalità, unità del genere umano, passione dell' eguaglianza, nichilismo)è a tutti gli effetti un dogma, come esplicitamente affermava, per esempio, Mazzini, secondo il quale occorreva sostituire questo nuovo dogma a quelli cristiani della caduta, della Grazia e della Resurrezione.

3.Crisi della religione del Progresso

E, proprio come per tutte le religioni, si pone, per la Religione del Progresso, un problema di fede e di Grazia.

L'idea che sta in fondo a questa inaspettata alleanza fra politica e religione sarebbe che, poiché, con la postmodernità, la fede nel progresso si è vista anch'essa venire a mancare la vocazione, cioè a visto venir meno la fede e la Grazia, la religione tradizionale dovrebbe soccorrere con un "Supplemento di Anima", sostenendo così la traballante fede nel progresso . In pratica, alla domanda del progressista in crisi: "perchè dovrei credere nel Progresso?", sarebbe comodo  poter rispondere. "perchè lo vuole Dio". E' la strada intrapresa dagli Stati Uniti, e, poi, seguita, fra gli altri,  da Lessing, Gioberti e Mazzini, e che tenta oggi molti, per salvare l'ordine sociale.

Peccato che chi dubita della religione tradizionale e dubita del progresso, lo fa perchè ambedue si stanno rivelando inadeguati a rispondere alle domande del presente: l'Ummanità finirà presto? La storia è decisa da sempre?  La resurrezione dei corpi sarà un esperimento di bioingegneria? E'meglio vivere (quasi)eternamente o morire? Se fossimo eterni, ci annoieremmo? E'giusto rinunziare alla nostra identità a favore dell' unità ed eguaglianza del genere umano? E' vero che esiste un' unica verità?

Non si può certo dire che le religioni tradizionali siano sempre in grado di rispondere a queste domande. Eppure, esse possono essere utilizzate come "mattoni", i quali tutti permettono di fornire una parte della risposta. Questa non è "Religione Fai da Te", né "Sincretismo", né"Relativismo", bensì ciò che gli spiriti più alti di tutte le Chiese e di tutte le filosofie hanno sempre percepito. Per esempio, Dionigi l' Aeropagita, che reintrodusse nel Cristianesimo tutte le religioni orientali e le filosofuie neoplatoniche. Per esempio, Maometto, che, nella sua ansia di far rientrare più religioni possibili fra quelle "del Libro", vi fa rientrare gli zoroastriani e perfino la minuscola setta dei Sabei. Per esempio,   Dante, nella cui opera si trovano tanti contenuti pagani, islamici e cabbalistici che sfuggivano, forse, a quello stesso Grande. Per esempio, Hegel, che, pur affidando a ciascuna religione una fase subordinata e storicamente contingente, le fa rientrare tutte nel cammino provvidenziale dello Spirito.Per esempio, Toynbee, il quale, alla fine del suo ciclopico confronto fra tutte le civiltà, si sforza di creare una "Theologia Historici", nella quale hanno posto tutte le religioni, anche se, a quella cristiana, viene riconosciuto un ruolo privilegiato.

Da uno studio attento, si evince che la "differenza" fra le varie religioni consiste piuttosto sul fatto che ciascuna si concentra su un aspetto della realtà (il politeismo sulla molteplicità della natura,il taoismo sulla corrispondenza fra uomo e natura,  l' induismo sugli infiniti stati dell' Essere, le Religioni del Libro sull' infinità dell' Essere in quanto tale, il buddhismo sull'esigenza di prepararsi alla morte). Essi non affermano "verità differenti", bensì "verità parallele". Questo è il risultato della differenza delle tradizioni storiche e dei linguaggi.
Si ha un bel dire, ma concetti come "Tao Te Jing", "Sobornosc" o "Baidaliyya" non sono ancora stati tradotti adeguatamente.

4."Studiare religione"

Tutto questo è tanto bello, ma non offre ancora alcuna guida per l' azione, né a livello storico (p.es.:fine dell' umano), né a livello politico-sociale (p.es.:diritti umani, politiche del corpo), né a livello individuale (p.es.:fede nell' immortalità, morale sessuale). Se potessero essere risposte definitive a queste questioni, non ci sarebbe stato bisogno di migliaia di religioni e di ideologie, di milioni e milioni di saggi, di profeti e di filosofi. La cultura dell' Umanità è, e resta, un Work in Progress.

Lo "studiare religione" dignifica solamente creare i canali (di studio, di dialogo, di comunicazione) perchè queste ricerche siano possibili. Lo "studiare la globalizzazione" significa invece cercare di trovare un collegamento fra queste ricerche e le grandi domande tipiche del nostro momento storico.Studiare le varie civiltà, per vedere che cosa vi è di comune, e che cosa varia nelò termpo e nello spazio. Studiare la storia per vedere come si è arrivati al presente. Studiare la scienza e la tecnica, per vedere che cosa ci preparano.

Dibattere, cercare dei punti in comune, ma, soprattutto, osare essere se stessi, osare proporre propri modelli, portarli avanti, difenderli, in un mondo sempre più conformistico e svogliato.

Intanto, anche il mondo globalizzato  non  è estraneo alla religione. Quando, ne "i Persiani" di Eschilo, Serse esprime il programma (instillatogli dai Magi) di conquistare tutta l' Europa, in modo che il suo impero confini con quello degli Dei, Eschilo interpreta l' imperativo mazdeistico della lotta mondiale del Bene contro il Male come una "hybris" contro gli Dei, contro il loro carattere pluralistico.Quando il Corano  invita alla Piccola Jihad, lo fa perchè, se vi è un unico Dio, vi dev' essere una sola Dar al Islam. Quando Cristoforo Colombo parte per il suo viaggio, lo fa per dare una spinta decisiva alle Crociate. Quando Vieira va in Brasile,o i Puritani vanno in Nordamerica,o Buber va in Israele,  lo fanno pensando di creare il  Regno Messianico.Quando Reagan lancia la corsa allo Scudo Spaziale, parla, in termini zoroastriani, di Impero del Bene contro Impero del Male.

Non dobbiamo nascondere la testa come gli struzzi, questa tendenza assolutistica è implicita nell' idea di "universalismo": esiste una soluzione valida per tutti, e, poiché è impossibile che vari miliardi di persone vi convergano spontaneamente, essa va imposta, o con la forza, o con l' inganno, o con ambedue.

Si può ovviare a questo inconveniente, oppure, quand'anche non siamo condannati a trasformarci tutti in files informatici in un grande cervello, dobbiamo rassegnarci a divenire tutti dei "meticci" asessuati, conformisti e obbedienti  in  un' enorme "terra-alveare", dominata da un grade computer, dai social networks, dai robot e dai droni? Si realizzaranno le profezie di Zamyatin, Asimov,  Huxley, Burgess?Verranno esse benedette dai sacerdoti? Da che cosa si potrà riconosce la venuta di Cristo (del Mahdi, di Kalkin) da quella dell' Anticristo (di ad-Dajjal, di Azhi Dhahaka)?

4.Studiare la politica

Dopo il livello teologico, è quello politico, su cui questi grandi temi dovranno essere dibattuti. Non è detto che l'armamentario concettuale  debba essere così fortemente impregnato di terminologia religiosa, come noi abbiamo qui, provocatoriamente, ipotizzato. Dovranno venire in considerazione anche altre grandi tematiche tecnologiche, filosofiche, sociali, come, per esempio, il "Destino della Tecnica"di Heidegger,i "valori spessi" e i "valori sottili"di Huntington,  l' Homunculus di Goethe e il  Superuomo di Nietzsche,  la fallibilità del pensiero di Feyerabend,  ma anche il "principio di indeterminazione" di Heisenberg, il "principio di precauzione"di Jonas,  l' "ecologia della mente"di Bateson, l'idea di identità, individuuale e collettiva(Boas), l' universale esigenza di conciliare l'aspirazione alla partecipazione alle decisioni, al dibattito, al farsi della storia, con la difesa delle radici, dei luoghi, della "privacy", della famiglia, della proprietà, delle tradizioni.

Infine, occorrerà "ritornare alla cultura".Perchè tutto quanto sopra ci parla del cosmo e della storia, ma  non ci dice ancora nulla sulla cultura dell' uomo singolo, sulla sua sensibilità, sui suoi sentimenti, sulle sue idee, sui suoi progetti e comportamenti, sulla sua religiosità, sulle sue abitudini, sulla sua etica, sulle sue preferenze in campo artistico, storico, letterario, musicale, ecc.. Eppure sono queste le cose di cui è vissuta fino ad ora l' umanità, e sono queste che rischiano di essere travolte nel gran vortice di profezia e ideologia, scienza e tecnica, progresso e commercio,diritto e guerre, tecnica  e conformismo sociale, crisi e lavoro.

Come si vede, si tratta di un campo di ricerca vastissimo, a cui non rispondono, oggi, né una sclerotizzata cultura accademica e/o ecclesiale, e/o partitica, né il pensiero ufficiale delle Istituzioni.

E' per questo che ci sforziamo di creare occasioni di incontro e di dibattito, perchè sentiamo che questi sono le condizioni preliminari ed imprescindibili sui sempre nuovi problemi che incombono su di noi più che mai minacciosi.

venerdì 10 settembre 2010

YENI OSMANLILIK

Marmara Clash Sets New Trend in Turkish World Politics. La bataille sur le Marmara montre l’ aube d’une nouvelle politique mondiale de la Turquie. Kampf um Marmara Wegweiser einer neuen tuerkischen Weltpolitik.

“Osmanlilik” è un concetto ottocentesco . L’Impero Ottomano, insistentemente descritto, da parte della propaganda “occidentale” come il vertice dell’ oscurantismo e della barbarie, incapace di evolvere, fu, nei fatti, una creazione politica incredibilmente dinamica, la quale, nel giro di di 7 secoli, seppe incarnare le aspirazioni più diverse. Nel 13° secolo, gli “emirati turcomanni” della costa egea dell’ Asia Minore incarnarono una sintesi mirabile fra Islam, Bizantinismo e culture dell’ Asia Centrale; nel 14°, il primo Regno Ottomano seppe integrare popoli diversi, prevalentemente europei; nel 15°, si pose veramente come erede della civiltà bizantina, assorbendo territori profondamente grecizzati e divenendo anche, almeno ufficialmente, il protettore del Cristianesimo in quanto “Religione del Libro”; nel 16°, esso inglobò in modo non solo formale un’Ungheria, che divenne uno dei centri dell’ Impero, una Transilvania che fu uno dei Paesi più civili e tolleranti d’ Europa, e un’ Ucraina che fornì a Solimano il Magnifico la sua coltissima favorita Roxana, a cui dedicò alcune delle più belle poesie della letteratura turca; nel 17° secolo, la Turchia era, ormai, la maggiore potenza d’Europa, sì che gli Ungheresi di Rakoczi vi fuggirono per organizzare, d’accordo con Luigi XIV, la difesa della loro identità nazionale dall’ imperialismo degli Asburgo; nel 18° Secolo, l’Impero fu scosso dalla richiesta, da parte dell’ esercito, di un’organizzazione più centralizzata, sul modello delle monarchie illuminate occidentali; nel 19° Secolo, esso sviluppò una politica di riforme (“Tanzimat”), basato sulle idee europee; all’ inizio del XX° Secolo, esso fu sede di un ricco movimento di rinascimento nazionale, che ispirò idee ed istituzioni in tutta Europa, oltre che dell'Asia; nel corso della 1° Guerra Mondiale, la Turchia tentò, prematuramente, la carta del “Panislamismo”, ricordandosi, ahimé, solo allora, che, per contrastare il “Progetto Greco”,di Caterina II il Sultano aveva rivendicato prerogative “speculari” a quelle dello Zar (“Khalifa” e difensore dell’ Islam, come lo Zar era “Imperator” e difensore della Cristianità).

Anche gli esordi della nascente repubblica turca furono segnati dal conflitto fra tendenze parallele a quelle dell’ Europa e della Russia: il laicismo autoritario ed il panturchismo .

Sullo sfondo di questo enorme scenario, si rendono intelleggibili tanto l’ “Osmanlilik” tradizionale, quanto lo “Yeni Osmanlilik”. L’ “Osmanlilik” classico e tradizionale è quello del Tardo Ottocento (impersonato, in particolare, dal Sultano Abduelhamit), e fondato su un “mix” di “modernismo reazionario (legislazione scritta di tipo europeo –“Medjellet”-), apertura ai liberali (Costituzione) e alle minoranze nazionali (“Millet”), carattere multinazionale dell’ Impero (sul modello dell’ Impero Anglo-indiano, dell’ Impero Austro-Ungarico e di quello russo).

Yeni significa, in Turco “nuovo”.Quindi, “Yeni Osmanlilik” significa “Nuovo Ottomanismo”. Perché oggi questà scelta?

Noi crediamo per motivi paralleli a quelli che stanno portando i Russi alla definizione di un “Rossijskij Konservatizm”(cfr. Identità Europea).

La Turchia, pesantemente ridimensionata dal Trattato di Trianon, e non essendo riuscita a realizzare gli obiettivi dell’ “Ideologia Panturca” di Enver Pasha, morto combattendo nella guerra civile russa, non aveva potuto fare a meno di concentrarsi sulla “modernizzazione” interna. “modernizzazione” diretta dall’ Esercito, di cui ancor oggi stiamo subendo le conseguenze.

Un’ altra scelta importante fu quella (per altro, tutt’altro che scontata), di allearsi, nel corso della IIa Guerra Mondiale, con l’ America. Ciò permise, di fatto, alla Turchia, di rilanciare ulteriormente una (per altro non eccezionale) rivoluzione industriale, e di fare accettare all’ America stessa l’ idea che la Turchia possedesse il maggior esercito dell’ Occidente.

A questo punto, la Turchia sta, giustamente, giocando le sue carte, accumulate nel corso di un secolo.

Nessuno la obbliga più, dopo 83 anni, ad accettare i “diktat” occidentali, né in termini di allineamento internazionale, né in termini di cultura. Ciò, tanto più, in quanto i “parametri” impostile nel passato dagli Occidentali sono divenuti, oramai, assolutamente obsoleti. Se l’ America, per salvare la faccia, consegna il Pakistan ai Pashtun, alla Russia e alla Cina, e l’ Irak agli Iraniani, la Turchia non ha più motivo per astenersi anch’essa un ruolo egemone sui Curdi, sui Siriani, sui Palestinesi, sugli Aseri, sui Bosniaci, sui Tartari, sui Cossovari.

Cosa c’entra tutto ciò con la vicenda del Traghetto Marmara?C’entra perché, per la prima volta a partire dalla sconfitta nella 1° Guerra Mondiale, la Turchia ha, in pratica, rivendicato il ruolo di una potenza mondiale(imponendo alle Nazioni Unite di organizzare una Commissione di Inchiesta sul “Caso Marmara”).

Paradossalmente (o logicamente?), tutto ciò avviene mentre Thilo Sarrazin lancia, in Germania, la sua “crociata” contro i Turchi.

E, ancora più paradossalmente, il Governo turco che, attraverso il suo Ministro degli Esteri, sposa l’ idea dello Yeni Osmanlilik, continua ad insistere per l’ accessione della Turchia all’ Unione Europea.

Ci sarebbero infinite spiegazioni di questi apparenti paradossi. Quella che a noi sembra più plausibile è quella avanzata dallo storico russo-tedesco Rar, secondo il quale la Russia e la Turchia aderiranno all’ Unione Europea solamente quando potranno imporle le loro condizioni.

E’, dunque, giustificata la campagna anti-turca di Sarrazin?

A nostro avviso, no, perché non l’ ha certo prescritto il medico che gli Europei debbano vivere secondo un modello “individualistico di massa” o “libertino di massa”, mentre, invece, i modello sociali di Russia e Turchia, con il loro equilibrio fra “gerarchia simbolica” ed egualitarismo, fra “comunitarismo” ed “individualismo di massa”, potrebbero rivelarsi, oggi, paradossalmente, più “sostenibili” di quelli cosiddetti “occidentali”!

mercoledì 28 aprile 2010

IPAZIA E L'EUROPA

Recent Film Renews Interest for Haethen Martyr.Film récent renouvelle l' intéret pou la martyre payenne.Film erneuert Interesse fuer heidnische Martyrerin.









Il film su Ipazia di Amenàbar riprende un recente romanzo, ma il tema era già noto dalla storiografia bizantina e dalla letteratura sette e ottocentesca.

L' argomento si presta a strumentalizzazioni ideologiche: dopo l' editto di Teodosio, non sono più i pagani a perseguitare i cristiani, ma viceversa.

Nella metropoli orientale di Alessandria, i cristiani sono strutturati come una vera e propria milizia, che organizza "pogrom" contro i propri avversari e tiene in ostaggio le autorità imperiali.

La filosofa e scienziata Ipazia, custode della Biblioteca di Alessandria, rifiuta di convertirsi, prosegue i propri studi e incoraggia il Prefetto Oreste a resistere alle imposizioni del Vescovo.

Per questo, essa è presa di mira dalla "milizia" cristiana e linciata.

Nonostante l' inevitabile deriva anticlericale, il film presenta un quadro ampio e differenziato della società tardo-imperiale, dove diverse culture (quella greco-romana, quella ebraica e quella cristiana) lottano per prevalere.

Ciascuna di essa viene mostrata con i suoi pregi e con i suoi difetti.Alla fine, lo "spirito della storia" privilegia quella cristiana. Ma, intanto, si tratta di un Cristianesimo molto di facciata: tutte le Autorità si convertono per avere salva la vita.Poi, prevale uno spirito settario e violento, che, oggi, verrebbe definito "fondamentalista". Ciò che è effettivamente più scioccante è che i Cristiani sono descritti un pò sulla falsariga dello stereotipo del fondamentalismo medio-orientale. Viene in mente la misteriosa setta evocata da Jusef Shahin ne "Il Destino". E, in effetti, non è che non vi siano affinità. Siamo in Egitto, l' Islam non c'è ancora, ma ci sono già tutte quelle caratteristiche culturali e sociali che alimenteranno i settarismi cristiani ed islamici.

Inoltre, le vicende dell' Irak e dell' Afganistan ci mostrano quanto si assomiglino i fondamentalismi islamico e occidentale.

Troppo schematica la figuradi Ipazia, che, con il solito anacronismo progressista, viene dipinta come se fosse atea, o almeno agnostica, femminista e tutta dedita alla geometria.

Ora, è praticamente impossibile che ,nel basso Impero, vi fossero degli atei: semmai, i filosofi neo-platonici, come Ipazia, erano dediti ad un misticismo che sconfinava nel paganesimo. Ed è per questo che si scontravano con i cristiani.

Comunque, nel complesso, un' opera equilibrata, che ci fa riflettere sulle nostre origini.

Anche perchè, oggi, Alessandria è nell' Islam.

domenica 7 febbraio 2010

EUROPA: ANNUS HORRIBILIS O "LINEA PUNTEGGIATA"?

For Overcoming the Blocking of Europe, Direct Action of Civil Society is Required.Pour éviter le blocage de l' Europe, une action directe de la société civile est requise. Um Europas Sackgasse zu vermeiden, Direktaktion seitens Zivilgesellschaft ist erforderlich.

In un precedente blog, avevamo accennato alla nostra preferenza, per descrivere la situazione in cui stiamo vivendo, per la "teoria degli equilibri punteggiati", anziché per la "concezione lineare della storia" .

In concreto, le mutazioni antropologiche, culturali, socio-economiche, istituzionali e strategiche indotte dalla fine della Modernità stanno lavorando "nel profondo": erodendo la fede nol carattere provvidenziale della "civiltà occidentale"; indebolendo culture, istituzioni e dirigenti legati ai temi "forti" della Modernità; facendo emergere nuovi Paesi, nuovi paradigmi, nuove culture.Ad un certo momento, tutte queste "faglie", per ora sotterranee ed impercettibili, si apriranno improvvisamente, mostrando allo sguardo uno scenario assolutamente inedito.

Perciò, non ci stupisce il tono catastrofistico di uomini politici, giornalisti e intellettuali in questo inizio di secolo. Essi si rendono, seppur confusamente, conto del fatto, che, nei nuovi scenari, l'Europa così com' è sarà assolutamente spaesata e impreparata.

Essi denunziano anche, come Nicola Bonanni su "La Repubblica", o Barbara Spinelli su La Stampa, una lista di sintomi preoccupanti ( rallentamento economico, esclusione dalle grandi decisioni internazionali, disinteresse da parte dell' America); alcuni, come Guy Verhofstadt nella sua Lettera aperta al Presidente Van Rompuy, fanno anche un elenco di cose da farsi.

A nostro avviso, tuttavia, nessuna di queste critiche, né di questi appelli, potrà essere efficace.

Come osserva giustamente Barbara Spinelli, la ragione prima di questa irrilevanza va ricercata in un' opzione dello stesso "establishment" europeo: puntare tutto, per la sopravvivenza dell' Europa, sulla prosecuzione all' infinito di un'assoluta egemonia americana, che si sta, invece, progressivamente indebolendo.

Questa osservazione non è, a nostro avviso, sufficiente. Questo "establishment" europeo non può muoversi per ricercare opzioni diverse, in quanto la sua natura e la sua cultura glielo impediscono.

Una cultura modernistica, millenaristica, pragmatistica e tecnicistica, come quella dell' attuale "establishment", non riesce neppure ad immaginare un futuro del mondo diverso dall' omologazione sul modello culturale "occidentale", né un Occidente che non sia guidato dall' antropologia puritana.

Eppure, per competere efficacemente con le nuove realtà emergenti da tutte le parti del mondo, occorrerebbe comprendere la forza che promana, anche sulla costruzione politica, sulle attività economiche e sulle strategie militari, dall' appartenere a culture "olistiche" che non guardino solamente all'economia e alla politica.

Soprattutto, comprendere che, nella gestione del futuro mondo "multipolare", ciascuno conterà solamente in funzione della capacità che esso avrà di gettare sul piatto della bilancia esigenze, proposte e soluzioni che, da un lato, riuniscano un ampio consenso in patria e risolvano i problemi del proprio Continente, e, dall' altro, non siano contrarie alle esigenze di base di tutta l' umanità, ed alle ineludibili scelte socio-culturali degli altri Continenti.

L'America continua a proporre, a quel tavolo, l' esportazione dell' efficienza economica, sorretta dai valori della liberaldemocrazia e del mercato.La Cina butta, sul piatto della bilancia, il culto dell' "armonia", il rifiuto dell' egemonia mondiale. In fondo anche il mondo islamico, anche se in modi contraddittori, e, tavolta, distruttivi, apporta, a questo dibattito, un contributo fondamentale: l' importanza delle religioni nell'affrontare i problemi del mondo.

Che cosa apporta l' Europa al tavolo mondiale, che non sia un sottoprodotto della civilità americana?L' unica cosa che distingua l' Europa attuale dall'America è l' economia sociale di mercato. Tuttavia, Cina e Paesi in via di sviluppo sono, nella sostanza, ancor più "sociali" dell' Europa ( in quanto mirano a risolvere, con la spinta decisiva dello Stato, le esigenze drammatiche di centinaia milioni di loro cittadini).Essi non hanno molto da imparare a questo riguardo, e, comunque, non potrebbero applicare un' "economia sociale di mercato" che presupporrrebbe comunque condizioni storiche ed economiche molto diverse.

Al massimo, chi potrebbe imparare da noi sono gli Americani, i quali, però, tranne alcune modeste eccezioni, come Jeremy Rifkin, non sembrano averne una grande intenzione. Lo stesso Obama è stato costretto, dal Congresso e dagli elettori, a smorzare molto le proprie politiche sociali e ambientaliste, aventi una qualche affinità con la "economia sociale di mercato".Inoltre, si è sempre guardato bene dal fare qualunque cosa che assomigli al prendere atto che un' Unione Europea esiste. Termine mai usato da alcun Presidente americano. Come stupirsi che non sia voluto venire a Madrid? Come afferma giustamente Barbara Spinelli, gli americani non sono disposti a riconoscerci una superiorità intellettuale (a mio avviso, neppure un' eguaglianza).

Quest' apparente posizione di stallo non è inevitabile.

Il blocco culturale in cui versa l' "establishment" europeo non è "colpa" della cultura europea. Anche se oggi ci sono pochi intellettuali che "pensino fuori del coro", la maggior parte della tradizione culturale europea non è millenaristica (vedi San Paolo, Sant'Agostino e Maimonide); né economicistica (vedi Aristotile, Dante, Goethe, Tolstoj); né "suprematista bianca" (vedi De las Casas, Vieira, ancora Goethe, Carlyle, Simone Veil).

L' Europa è culturalmente attrezzata a comprendere la storia dell' Umanità nel suo complesso, senza pregiudizi "eurocentrici" o "occidentalistici" (cfr. p. es. Matteo Ricci, Schopenhauer, Guénon, Toynbee, Panikkar).Essa ha denunziato i pericoli di un futuro puramente tecnocratico (Zamiatin, Capek, Huxley, Orwell ), e tentato di elaborare "utopie" che non implichino anche, nel contempo, la "Fine della Storia" (Platone, Moro, Coudenhove Kalergi, Spinelli,Latouche).

Che questi grandi filoni della cultura europea vengano studiati ed approfonditi non potrà essere opera degli attuali "establishments", che, delle loro vecchie culture, hanno fatto la base delle loro carriere e del loro potere. Si impone un rinnovato sforzo della società civile, per incontrarsi, discutere, studiare questi temi e gli autori che li trattano, per confrontarsi con la società e formulare proposte condivise, da portare a livello europeo.

Alpina continua a proporsi come luogo di incontro e dibattito a questo fine.

Intervenite alla riunione del 9 Febbraio alle ore 21

presso Alpina Srl

Via P. Giuria n.6

10.125 Torino

tel 011 668758

E.mail: info@alpinasrl.com








venerdì 5 febbraio 2010

ISTANBUL CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA


For First Time, non-EU city designated as Ueuropean Cultural Capital. Pour la première fois, une ville non communautaire designée comme "Capitale européenne de la Culture. Fuer den ersten Mal, wird eine aussserhalb der EU liegende Stadt als Kulturhauptstadt ernannt.

Purtroppo, l' istituzione delle "città europee della Cultura", che dovrebbe svolgere un ruolo centrale nella formazione dell' identità europea, si è progrezzivamente snaturato, anche a causa della prassi lottizzatoria, in forza della quale vengono nominate due, se non tre, città.

Quest' anno, sono state nominate tre città: Istanbul, Essen e Pecs.

Mentre Essen e Pecs hanno lasciato poco entusiasti gli stessi Tedeschi e Ungheresi, visto il non eccessivo messaggio culturale legato a tali città, Istanbul campeggia incontrastata, come una scelta importante, che, comunque, farà discutere.

Intanto, è il primo anno che questo titolo verrà attribuito ad una città che non fa parte dell' Unione Europea.In secondo luogo, si tratta di una storia così importante, da costituire per tutti una fonte di riflessione e di confronto.

Intanto, Istanbul (Costantinopoli) è una delle tre città che si proclamarono "successore di Roma", con Veliko Tarnovo (in Bulgaria), e Mosca.Tant' è vero che, in varie lingue orientali, la Turchia è designata come Rum, o Rom.

Poi, è sita geograficamente all' esatta metà fra l'Europa e l' Asia.SE non fosser per questo, essa sarebbe automaticamente, coi suoi 12 milioni di abitanti, la maggiore città d' Europa.

Infine, è, oggi, una città prevalentemente mussulmana, facente parte di uno Stato che ha visto lo scontro più accanito fra tre concezioni dell' Islam: quella ottomana, di monarchia assoluta partimoniale e multiculturale, poco interessata alla supremazia religiosa; quella islamica militante dell' ultimo periodo ottomano, in cui l'Impero Ottomano rivendicò il Califfato (cioè la guida religiosa di tutti i Mussulmani), a partire dal 1774; infine, il periodo laicistico di Kemal Atatuerk, in cui la religione fu strattamente sottoposta al Governo. Il dibattito sull' Islam in corso in Turchia interessa quindi tutti, in Europa e in Medio Oriente.

Infine, come città, Istanbul conserva le memorie della civiltà bizantina, delle popolazioni greca, armena, albanese e italiana (Galata) che la abitavano accanto a quella turca, dell' architettura islamica, dell' Impero, ma anche degli stili europei degli ultimi tre secoli.

Per ultimo, Istanbul è anche una città moderna, pulsante di vita economica e culturale.

Istanbul non è la capitale della Turchia.

Kemal Atatuerk, leader nazionalista, non la amava, per il suo carattere monarchico e cosmopolita, nonché per la facile raggiungibilità da parte degli eserciti e delle flotte di invasione.

Coerente con la sua idea della costruzione di una nazione etnicamente pura, anatolica e turanica, costruì la nuova capitale, Ankara, nel cuore dell' Anatolia.Contemporaneamente, proibì la lingua ufficiale dell' Impero (Osmanli), una koiné di arabo, persiano e turco, modernizzando la lingua, più "turca", usata dai contadini dell' Anatolia.

Nel caso in cui la Turchia entrasse, finalmente, a far parte dell' Unione Europea, sarebbe, quindi, probabilmente, di nuovo la cosmopolita Istanbul a prendere il sopravvento sulla provinciale Ankara.

Ricordiamo che Alpina possiede una propria area di attività, chiamata Evrazija-Avrasya (che utilizza anche come marchio il Ponte Atatuerk, che, nella foto, si intravvede dietro Rumeli Hisari), nell' ambito della quale vorremmo realizzare iniziative anche per il 2011, anno italo-russo.

Saremmo lieti se ci segnalaste iniziative che possono rientrare in queste categorie.

info@alpinasrl.com

Alpina srl
Via Pietro Giuria 6
10125 Torino



lunedì 25 gennaio 2010

RIVOLUZIONE ISLAMICA IN EUROPA?


A Provocative Book of Christopher Caldwell about Immigration. Un livre provocateur de Christopher Caldwell sur l' immigration.Ein herausforderndes Buch von Christopher Caldwell ueber Immigration.

Nel viaggio da New York a Torino, ho avuto modo di leggere un ottimo libro sull' immigrazione in Europa, scritto dal giornalista anglo-americano: Christopher Caldwell, Reflections on the Revolution in Europe, Immigration, Islam, and the West, Doubleday, USA.

Ottimo, perchè documentato, competente e problematico, anche se scritto da un angolo di visuale che non è il mio, cioè quello WASP, e anche se veramente politicamente scorretto, perchè concentrato su un problema europeo (l' immigrazione islamica in Europa), mentre molto più logico sarebbe concentrarsi sull' immigrazione in generale, e negli Stati Uniti in particolare, questione ben più macroscopica, e foriera di ben altre "rivoluzioni"(come dimostra già soltanto il planisfero allegato).

La tesi centrale del libro è però per noi interessante, perchè è legata al discorso dell' identità europea.

Essa si può così riassumere:

"A causa dei diversi tassi di accrescimento demografico, e del diverso atteggiamento verso il relativismo culturale, nel corso di qualche decennio, l' Islam diverrà in Europa la cultura dominante."

Mentre sono note, conosciute, e, se si vuole, perfino banali, le osservazioni sulla compattezza culturale degli islamici, sui loro tassi di crescita e sulle loro ambizioni di convertire i Cristiani, sono molto interessanti, perchè originali, le osservazioni critiche sulle varie "élites" culturali che dovrebbero esprimere l' "Identità Europea": dagli "atei devoti" ,come Oriana Fallaci, ai "liberals"come Pym Fortuyn, ai fautori della liberazione sessuale.

Per esempio, a proposito della Fallaci:

"Quando gli Europei affermano i loro valori contro l' Islam, cosa affermano:un'eredità religiosa?un'eredità filosofica?una morale?uno stile di vita?Non lo sanno di preciso.In una delle sue più rabbiose filippiche contro l'Islam, la polemista italiana Oriana Fallaci minacciò la guerra contro qualunque terrorista che danneggiasse certe 'pietre miliari' di Firenze, a partire dalla cattedrale di Santa Maria del Fiore e dal vicino Battistero.Difendeva le cattedrali in quanto attrattive turistiche?(se è così, aveva ben poche chances nei confronti di una religione vecchia di 1300 anni).O difendeva un luogo di culto? (Se è così, agiva contro la maggior parte degli Europei, che sono contro l'Islam perchè costituirebbe una minaccia alla liberazione dalla religione)."

Poi, per ciò che riguarda Fortuyn:

"Non era chiaro se l' Europa, come egli la vedeva, fosse compatibile con qualsivoglia visione del mondo religiosa. Era disposto ad ammettere che la cultura individualistica che egli adorava fosse nata dal passato cristiano dell' Europa.In un certo senso, ciò che rendeva intollerabile l' Islam per Fortuyn è che esso è una religione viva.Per lui, la parità delle donne, il divieto di discriminazione razziale, e (forse, prima di tutto), la libertà di comportamento sessuale, sono diritti assoluti.Ma quello alla libertà religiosa è, oramai, un diritto la cui attauzione è stata relativizzata dal progresso della storia. Quando esso entri in conflitto con i nuovi diritti 'culturali', deve cedere.Ciò significa che il diritto alla libertà religiosa ha cessato del tutto di essere un diritto."


Infine, per ciò che concerne i militanti della liberazione sessuale:

"Non è neppure chiaro se i beneficiari della liberazione sessuale lotterebbero per la sua difesa.Il giornalista Hernyk Broder, dello Spiegel, nota il comportamento dei partecipanti alle varie parate erotiche e alle feste del sesso che costituiscono una caratteristica della Germania di oggi.Al Carnevale delle Culture di Colonia, i marciatori sono lieti di poter accusare Joachim Meisner, Cardinale di Colonia, di essere un inquisitore, o dipingono la cancelliera Merkel come plagiata da George Bush:tuttavia, sottolineano la loro sensibilità alle perplessità degli Islamici per la loro parata, e non fanno battute oscene indirizzate a politici sensibilmente meno ospitali verso la liberazione sessuale, come per esempio l'Iraniano Mahmud Ahmadinejad.

D'altro canto, l'Islam non è una religione particolarmente 'prude'; la maggior parte delle religioni sono meno 'prude' del tradizionale cristianesimo europeo, sia cattolico che protestante."

La stessa acutezza viene impiegata per descrivere la presunta "tolleranza" americana:

"Gli Europei credono che 'America' significhi cultura europea più entropia. Forse il mito più condiviso da parte gli Europei circa gli Americani è quello secondo cui gli Americani non avrebbero alcuna particolare pretesa circa la cultura ad essi propria (nella misura in cui ne abbiano una), e non si preoccupino un gran ché che i nuovi venuti restino attaccati alla loro.Tale mito è completamenmte sbagliato.L' America può essere aperta in teoria, ma, in realtà, sottopone gli immigrati ad un letto di Procuste per spingerli all' adattamento;sono queste pressioni, non già l'apertura, ad avere legato, in un solo popolo, insieme i diversi cittadini dell' America. Sì, se insistete, potrete avere una 'identità fra virgolette', ma vi conviene aver chiaro da che parte delle virgolette dovete stare se volete mantenere il vostro pane quotidiano.

Ciò che confonde gli stranieri è che queste pressioni degli Americani non sono mai dichiarate. Esse sono intrinseche al sistema sociale, e (specialmente) a quello economico, nei quali gli immigrati devono muoversi per sopravvivere."

L' osservazione finale e centrale è quella per noi determinante:

"Un'Europa Unita non avrebbe nulla da temere dall' Islam, ma l' Europa non è unita. La sua civiltà è spaccata in due, lacerata fra l' ideale dei diritti umani e l' ideale del patriottismo, fra la paura dell' eredità religiosa dell' Europa e l' orgoglio per la stessa, fra il vedere l' Islam come una nuova, e permanente, forma nel panorama religioso europeo e qualcosa che si dissolverà al contatto con l' edonismo ed il consumismo."

La spiegazione del perchè l'Europa non sia unita è anch'essa trasparente ed illuminante:

"l'Unione Europea, nonostante che, né gli Americani, né gli Europei, amino ammetterlo, è l' espressione istituzionale dell' americanizzazione dell' Europa."

martedì 21 aprile 2009

RIFLESSIONI SULL'INCONTRO CON CARDINI


Looking for European Identity:a must for European Federalism.Rechercher l' identité européenne: une nécessité pour le fédéralisme européen. Die Suche nach europaeische Identitaet: Eine Notwendigkeit fuer Eurofoederalismus

Se, con “Identità Europea”, designiamo il “nocciolo duro” concettuale dell’ Unione – riuscire a definire questa “identità”, potrebbe significare, in un certo senso, “controllare il futuro dell’ Europa”.

1.Cardini

Costituisce da sempre un nostro obiettivo l’ incontro con intellettuali-chiave, che hanno riflettuto su questo tema,

Franco Cardini è certamente uno di questi intellettuali .

Innanzitutto, per la vastità e la poliedricità della sua cultura, che gli permettono di mantenere e difendere vigorosamente posizioni culturali fortemente anticonformistiche. Poi, per il suo impegno europeistico di sempre. Infine, per il suo personalissimo percorso ideale, che parte da una visione originale del ruolo della storia, attraversa l’ esperienza religiosa e il dialogo interreligioso, si nutre di un ben inteso patriottismo e sfocia nella capacità di esprimere, in ogni momento, valutazioni profonde e libere anche sulle vicende dell’ attualità e della politica.

Cardini ha una visione disincantata della storia, dominata dal libero arbitrio e dalla pluralità delle tradizioni. La sua convinta e non taciuta fede cristiana non gli impedisce di riconoscere, sullo arco di molti secoli, il contributo fondamentale dato, dall’ Islam, alla formazione della cultura europea; interpreta l’ attaccamento alla tradizione culturale italiana nel senso di una naturale vocazione all’ universalità ed all’ Europa. Europa che, correttamente, distingue dall’ “Occidente” - termine relativamente recente, che serve ad indicare la migrazione del “senso della storia” verso il mondo protestante, e, infine, verso l’ America-.

2.L’ identità europea.

C'è chi dice che un' identità europea non esiste o non dovrebbe esistere.

Per alcuni, il concetto stesso di identità sarebbe evanescente, perchè nessuno è mai identico a se stesso. Per altri, avrebbe senso solo un' identità individuale, ma non quella collettiva. Per altri ancora, sarebbero vere identità collettive solo quelle volontarie, non quelle sedimentatesi nel tempo. Per altri, infine, esistono le identità nazionali, ma quella europea non c'è, o non c' è ancora.

Eppure, è un dato di fatto che tutti sono molto interessati al fenomeno dell' identità, e, ciò, oggi più di un tempo. Chi va dallo psicanalista perchè ha una crisi di identità. Chi rivendica, anche attraverso simboli, la propria identità, sia essa islamica, omosessuale o padana.

Ma, soprattutto, tutti discutono animatamente su che cosa sia laidentità americana (libertà, democrazia, libero mercato, puritanesimo, razzismo?), che cosa quella islamica (religiosità, tradizione, fondamentalismo, aggressività, machismo?).

Perchè mai non ricercare anche, se c'è, l' identità europea?

Quelli che ci credono, cadono, per altro, nella trappola della eccessiva ingenuità: descrivere l'identità europea come la somma degli aspetti culturali che soggettivamente si preferiscono.Per l' uno, l' identità europea è cultura classica, ebraismo, cristianesimo, democrazia e modernità. Per altri, è la tradizione giudaico-cristiana più quella parte dell’ illuminismo che non la contraddice; per altri ancora, è semplicemente la modernità; per altri, infine, è il mai vinto paganesimo dei Greci, dei Romani e dei Barbari.

Un altro errore è credere che l’ identità sia una formula giuridica da scrivere all’ inizio della Costituzione: richiamare Dio o la laicità; il lavoro o la libertà; la Patria o il mercato?

3.Federalismo

Ma, se non è una formula giuridica, che cosa c’entra l’ identità con l’ integrazione europea? Non è questa integrazione il primo caso di un’ aggregazione politica “neutrale”, guidata solamente dalla ragionevolezza, non già dalle distruttive passioni culturali e politiche?

E, di converso, come fare a decidere chi federare e come? Perchè i Ticinesi con i Grigionesi, i Maltesi con gli Estoni, i Sikh con i Tamil, i Libici con gli Swazi, e non i Ticinesi con gli Swazi, i Grigionesi coi Tamil, ecc..?

Come farebbero gli Stati Uniti ad essere così sicuri di quello che vogliono, se, al di là delle differenze, non avessero una cultura comune? E come farebbero i Sudamericani a resistere agli Stati Uniti, se a loro volta non avessero un loro substrato culturale comune?

La decisione di creare uno Stato, o una federazione, presuppone una scelta culturale. Gli Stati Uniti nascono da una scelta protestante e illuministica; l’ Unione Sovietica da un’ opzione marxista, l’ Unione Indiana dalla coniugazione fra l’antica idea imperiale mongola e inglese e il patriottismo sui generis di Gandhi.

Il “patriottismo della costituzione” funziona in Germania perchè la Germania c’ è già, ma quando si è creata la Repubblica Federale si è scelto, fra vari possibili modelli - per esempio il vecchio Obrigkeitsstaat o una Repubblica Socialista -..

Per tutti questi motivi, siamo curiosi di vedere come si svilupperà il dialogo fra Cardini e il nostro pubblico.