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domenica 27 maggio 2012

COME RISOLVERE LA CRISI EUROPEA?


Intended Merkels Proposals will Cause Disconcert
Les propositions en préparation par Merkel causeront des troubles.
Merkels mutmaessige Vorschlaege werden Erschuetterung verursachen.

 Non essendo un economista, non ho espresso fino ad ora il mio punto di vista sulle modalità per risolvere quella crisi economica europea, che le autorità europee e nazionali non avevano previsto, e che continuano a non riuscire a risolvere nonostante le continue riunioni e le infinite ricette.
A noi sembra pazzesco che l’Europa possa accontentarsi di un lento e progressivo (e, per altro, aleatorio quant’altri mai) miglioramento, quando, essendo essa il blocco economico più forte del mondo, avrebbe tutti gli strumenti per risolvere i propri problemi economici al meglio e rapidamente, superando addirittura gli altri blocchi.
Perché, ricordiamolo ancora una volta, il PIL complessivo dell’UE (senza contare altri Paesi europei come i Balcani Occidentali, la Turchia, il Mercato Comune Eurasiatico, la Svizzera e la Norvegia), supera quelli degli USA e della Cina. E, se vi si aggiungessimo anche quelli dei 5 blocchi economici sopra indicati (con i loro rapporti con il Medio Oriente, il loro petrolio, gas, gasdotti, banche svizzere, eccetera), lo supererebbero, ma di gran lunga.
In secondo luogo, come non mancano di far rilevare i cittadini dei BRICS, criticando le politiche filo-europee dei loro Governi, gli abitanti dell’Unione Europea hanno un tenore di vita ben superiore al loro, sicché basterebbe che gli Europei sfruttassero meglio ciò che hanno, e potrebbero vivere  da signori.
Invece, gli Europei vogliono a tutti i costi continuare a inseguire assurdi miti ideologici, come quello del PIL (che rappresenta solo una misura degli sforzi - culturali, politici, lavorativi, di consumo di materie prime, di perdite di tempo -) e non di risultati (in termini di armonia, di moralità, di gratificazione, di sicurezza, eccetera); oppure quello dell’apertura a tutti i costi agli scambi internazionali (che significa solo importare in Europa modelli culturali in conflitto con i nostri, modelli economici di instabilità, crisi endemiche, eccetera).
Quindi, nella sostanza, basterebbe che l’Europa cercasse, come abbiamo già detto, di porre , con una severa  regolamentazione e con un’agenzia di rating europea, seri freni all’eccessiva volatilità dei mercati, e imitasse maggiormente la Germania e la sua società fondata sulla stabilità.
Per fare ciò occorrerebbe, ovviamente, una profonda trasformazione, prima culturale, e, poi, politica - che, a nostro avviso, dovrebbe partire da un ricambio della classe dirigente, fondata su una cultura che permettesse a tutti (ma in primo luogo alle classi dirigenti stesse), di capire finalmente come funziona veramente l’Europa (con le reali strutture delle sue società, con i suoi reali rapporti con il resto del mondo), e non secondo le favole ideologiche della globalizzazione, della liberalizzazione, dei “mercati”,né quelle opposte del “capitalismo”.
Questo ricambio della cultura della classe dirigente potrebbe essere ottenuto, a nostro avviso, solamente inserendo, nella prevista revisione dei Trattati, un ruolo centrale delle politiche culturali europee, fondate su semplici pilastri come un’Accademia Superiore dell’Europa, l’armonizzazione dei curricula scolastici e la creazione di media pubblici europei.
In secondo luogo, si dovrebbero armonizzare le politiche sociali intese, non già come un buonistico sussidio ai più svantaggiati perché possano partecipare anche loro ai consumi di massa, bensì come la diffusione a tutti i livelli di meccanismi reali di partecipazione della base, come accade già oggi al massimo livello in Germania e in Olanda (ed anche, seppure in misura minore, in Francia, Austria, Svezia e Norvegia).
Infine, occorrerebbe riorientare i modelli di consumo degli Europei, privilegiando il legame con il territorio, una concezione attiva e creativa della cultura, una grande mobilità culturale intraeuropea e forti legami culturali con le grandi aree culturali del mondo.
Un siffatto orientamento farebbe sì che l’ossessione per i “mercati” e per il “PIL” potrebbe venire frenata, in quanto gli Europei (Stati e cittadini) investirebbero più in beni stabili come cultura, natura, territorio, case, monumenti, scienza, tecnologia, difesa, anziché in beni effimeri come vacanze, divertimento, gadgets tecnologici, abbigliamento, arredamento.
Ciò non significa, a nostro avviso, che il reddito medio pro-capite non crescerebbe (anche se moderatamente, ma stabilmente); solo , intanto, che non verrebbe più misurato con il PIL pro-capite, che comprende soprattutto, come noto, gli sperperi della politica, l’inquinamento, la droga, la delinquenza, le guerre, eccetera, bensì con qualche altro misuratore che tenga conto di valori come l’indipendenza nazionale, la conservazione delle risorse, l’incremento del valore delle città di cultura, la sicurezza, l’accrescimento della cultura e delle competenze professionali, eccetera.
Tutto ciò è a portata di mano, purché gli Europei rivisitino il quadro  del mondo in cui vivono, che essi hanno acquisito ultimamente a causa delle ideologie superficiali e inefficaci dei loro establishment, si mettano a studiare e a dibattere in modo autonomo, e incomincino a creare autonomamente reti intraeuropee di cittadini impegnati, capaci e disponibili ad esercitare una forte pressione sull’establishment affinché metta in opera un programma come sopra, “incominciando dalla cultura”.
Facciamo anche notare che questo desiderio di rinnovamento comincia a serpeggiare anche fra i rappresentanti dell’ “establishment”. Esempio tipico le posizioni che il Governo Merkel starebbe preparando secondo lo “Spiegel”, le quali opporrebbero, alle retoriche richieste di “investimenti per la crescita” (che non significano di per sé nulla se non si hanno in vista obiettivi concreti dell' economia reale), misure molto concrete come l’eliminazione delle spese per l'Afganistan, l’introduzione in tutta Europa di una legislazione sociale di tipo tedesco (fondata sulla cogestione e sull’ apprendistato), e il ritorno alla vecchia impostazione degli “Obiettivi 1 e 2”, con notevoli agevolazioni fiscali per i Paesi del Sud Europa, che sono,poi, i “Nuovi Poveri”:
L’eventuale adozione (certo, politicamente molto difficile) di queste  provocatorie  proposte costituirebbe un duro colpo per i  miti della “crescita per la crescita”, della “flessibilità verso il basso” e della solidarietà europea intesa solo come finanziamento degli sprechi per mantenere in piedi una società consumistica.

martedì 30 agosto 2011

RICOMINCIARE DAL PENSIERO DEBOLE
















Polemics of "New Realists" Enhance Interest for "Weak Thinking"
La polémique des "Nouveaux Réalistes" réveille l'intéret pur la "Pensée Faible"
Auseinandersetzungen  mit den  "Neuen Realisten"steigern Interesse fuer "Schwaches Denken"








Per quanto non facenti parte della “corporazione” dei filosofi, seguiamo con interesse, come cittadini, la polemica sollevata, nei confronti del “Pensiero Debole”, da Maurizio Ferraris, in quanto è proprio dall’idea di “Pensiero Debole” che noi abbiamo preso le mosse nella nostra campagna a favore del rilancio dell’Identità Europea.


1.   La sintesi di un “non addetto ai lavori”

Non abbiamo l’intenzione di infrangere la sacralità del dibattito accademico, ma ci pare che i fautori del “New Realism” l’abbiano già infranta, proponendo le loro tesi sui giornali con semplificazioni in  puro stile divulgativo e politico. Ci permettiamo, quindi, da cittadini, di riassumere il dibattito così come l’abbiamo capito e interpretato.
A nostro avviso, il venir meno, non solamente dell’“incanto del mondo”, ma anche di qualsiasi forma di “rispecchiamento”, costituisce oramai un elemento ineliminabile (per quanto da molti lamentato) della filosofia contemporanea: "Pensare la filosofia in questo modo significa accettare la rivendicazione di Nietzsche che 'non esistono fatti ma solo interpretazioni'.  Questa affermazione sintetizza il pensiero che nessuna delle parole inventate dagli esseri umani per descrivere se stessi e il loro ambiente gode di un rapporto privilegiato con la realtà. Così non esiste alcuna divisione tra aree della cultura in cui si cerca una corrispondenza con la realtà e quelle in cui ciò non avviene -discipline in cui vi è un 'fatto' da scoprire e altre discipline più 'leggere'. Rinunciare all' idea che sia gli esseri umani che la realtà non umana abbiano una natura alla quale fare corrispondere asserzioni vere significa ammettere che siamo in mano alle contingenze della storia."(Richard Rorty, A sinistra con Heidegger, in MicroMega,5 - 20/2011, 3/28, pag. 29).

Sembra incredibile che gli studi sul cervello e l’evoluzione possano essere invocati  semplicisticamente da qualcuno come capaci di risolvere questo problema, che si pone "prima" dell' approccio al mondo fisico e "prima"  del ricorso al metodo sperimentale.

Addirittura, nella situazione sopra descritta, il “Pensiero Debole” non costituisce, a nostro avviso, un’arbitraria e discutibile scelta di un certo numero di filosofi “continentali” (cioè, sostanzialmente, europei, con la lodevole eccezione di Rorty), per eludere le dure lezioni della realtà, bensì, al contrario, una delle poche strade percorribili per salvare, comunque, proprio una qualche legittimità dell'esercizio della filosofia nella nostra era tardo-contemporanea. Di fronte alla diffusione, addirittura a livello di massa, del "dubbio sistematico", l’alternativa al “Pensiero Debole” non potrebbe essere, oggi, in nessun caso, una nuova "Verspiegelungstheorie (sia essa quella di S. Tommaso o quella di Lukacs), bensì, invece, unicamente il solipsismo di De Finetti.
Il "Pensiero Debole" ci dice che, nonostante che, come dice Vattimo, tutto sia interpretazione ("Ermeneutica"), non è ammissibile ritenere che, in filosofia, “everything goes”. Al contrario, l’“attendibilità” delle affermazioni filosofiche va valutata, da un lato, sulla base della buona fede del loro autore ("alétheia", il contrario di "láthein"), e, dall’altro, dalla loro intima coerenza. Buona fede significa non essere “organici” ad interessi occulti, bensì dialogare con l'obiettivo di arrivare a una soluzione (anche se una qualche forma di "organicità" è comunque inevitabile) . Intima coerenza significa che il discorso dev’essere fornito di una sua logica, e non esclusivamente autoritario, autoreferenziale o fideistico.
Anche per questo, gli ermeneutici fondano i loro discorsi filosofici sul riallacciarsi ad una specifica tradizione, dotata già di per sé di una sua coerenza (quello che noi chiamiamo la “Memoria Culturale”), che, per Rorty, è quella dell’individualismo americano, e, per Vattimo, quella di un  cristianesimo impegnato socialmente. E che, per altri, può essere qualcos’altro ancora.


2.   Pensiero Debole e Identità Europea

Per noi, per esempio, la "memoria culturale" in cui ci riconosciamo è quella di una trasversale “Memoria Culturale Europea”, ciò che giustamente Gianni Vattimo aveva definito come il nostro “ecumenismo europeistico”, una "Memoria Culturale" che comprende a buon titolo la Civiltà Danubiana e Gilgamesh, la Bibbia e i classici, il Cristianesimo e la poesia medievale, l'Umanesimo e l'Illuminismo, il Mito del Progresso e l'Antimodernismo, la psicanalisi e le Avanguardie, la cultura alta  e il Sistema Sociale Europeo.

Questo anche perché, in quanto cittadini  di quest’“Europa allo stato nascentepensiamo che essa abbia bisogno di un “ubi consistam” culturale che possa essere soddisfacente almeno alla maggior parte delle persone colte europee, le quali sono proprio quelle per cui è così attuale il "dubbio sistematico".
Coerentemente con quanto sopra detto sulla buona fede e sulla coerenza, nel ricostruire questa “Identità Europea” non riteniamo ci si debba fare guidare da pregiudizi nazionali, ideologici, confessionali o di classe, né, infine, da personali idiosincrasie. Al contrario, occorre rintracciare, fra i tratti comuni delle diverse tradizioni e delle diverse scuole di pensiero europee, quelli che abbiamo i caratteri più generali e condivisi. Solo così si potrà ipotizzare che popoli e persone così diversi possano realizzare insieme fondamentali progetti, il che presuppone, come minimo, che incomincino, innanzitutto, a dialogare e a confrontarsi, senza la pretesa pregiudiziale di avere ragione. Un dialogo su questioni astratte, come quello che ha in mente Habermas, di fatto non avviene, ed è proprio per questo che l' Europa è oggi così debole.
Cosa che invece il pensiero debole permette di fare, perché elimina il motivo  numero uno del mancato dialogo: l’altezzosa pretesa di alcuni di possedere la verità, di giudicare gli altri dall’alto in basso. E'un ppò questo il difetto fondamentale che vediamo nella posizione del "New Realism".

3.   Punti di disaccordo dal “New Realism”

Certo, anche il Pensiero Debole, come tutte le scuole filosofiche realmente esistite, ha i suoi limiti, ed è storicamente situato, né nega di esserlo. Perciò, è del tutto normale che nuovi filosofi lo critichino, ed auspichino l’avvento di nuove, diverse, scuole filosofiche, più idonee, a loro avviso,  ad affrontare le sfide del futuro. Anzi, il fatto che, in una materia come la filosofia, vi siano ancora dibattiti e proposte, va considerato come un fatto positivo, se messo a confronto con la piattezza e la mancanza di originalità del dibattito su altri temi, ma anche e soprattutto all'intolleranza dei fautori della "Fine della Storia" (siano essi post-hegeliani, post-marxisti, teo-con ,ecc..).

Ciò detto, non possiamo condividere il tipo di critiche che  vengono mosse dai sostenitori del cosiddetto “New Realism”.
Intanto, gli argomenti utilizzati per criticare il “Pensiero Debole” non sono né nuovi, né intimamente coerenti. La critica di carattere generale è quella, vecchia di oramai molti anni, secondo la quale il pensiero debole, per il suo carattere che si pretende irrazionalistico, sminuirebbe la forza persuasiva del tradizionale discorso “progressista”, e, in tal modo, anche il fronte politico del “progresso” rispetto a quello della “reazione”. Argomento inquisitorio ed "a priori", ripreso di peso dalla critica di Lukács a tutta la filosofia tedesca dell’Ottocento e del primo Novecento, la quale ultima , con la  fuoriuscita dalla ferrea dialettica hegeliana e marxiana, avrebbe, addirittura, posto  le basi del nazismo. Accusa che Ferraris ribalta pedissequamente su Vattimo:
 "Il problema è che però bisogna decidersi facendo i conti realisticamente con quello che c'è, e che, quando si è deciso, Heidegger si è deciso per Hitler. E' a dir poco stupefacente, insieme, rivendicare la superiorità della decisione sull' oggettività e cerrcare di corroborare questa tesi con l' esempio di uno che ha aderito al nazismo"(Massimo Ferraris, Epistemologia ad personam, in Micromega 5, 20/11, pag. 95).Si noti che, con queste premesse, Lukács, che era stato nominato, nel frattempo, ministro della cultura dell’Ungheria, aveva trasformato le tesi di cui sopra, esposte nel libro “La distruzione della Ragione”, in una circolare ministeriale, in base alla quale, con il sistema che era stato già della Santa Inquisizione, i libri non graditi al Ministro della Cultura erano stati fatti sparire da tutto il paese. Qualcosa di simile a ciò che si dice stia nuovamente accadendo in quel Paese ora.
Anche i seguaci del “New Realism” criticano il “Pensiero Debole” soprattutto come possibile fonte di teorie reazionarie,  di amicizie con il "nemico di classe", di possibili “riscritture della storia”,e, comunque, di un'accettabile eterodossia : "Oltre alla rimozione del nazismo di Heidegger è problematica in Vattimo la tardività della conversione al marxismo, che avviene proprio nel momento in cui il marxismo è scomparso dalla scena politica, e Marx è diventato uno spettro buono per farci conferenze o scrivere libri. L'adesione al comunismo da parte di Vattimo (che è successiva al 2003, ossia alla morte di Gianni Agnelli) è avvenuta senza un accenno di autocritica - essere stato negli anni della marcia dei quarantamila un intellettuale vicinissimo alla Fiat è una Dummheit, sia pure debole?"(Ferraris, ibidem).

Osserviamo,tra parentesi, che gli storici non hanno certo bisogno dei filosofi per riscrivere la storia, ché, anzi, tutta la storia, dai tempi più antichi, non è altro che “riscrittura”(in buona o in mala fede), dalla cancellazione del nome di Ekn-Aton alla trasformazione di Elohīm in Adonai, dalla' obliterazione  delle persecuzioni cristiane contro i pagani alla trasformazione, in un “democraticoe” e "antiautoritario", del monarchico assolutista e schiavista Voltaire, fino alla negazione della nascita delle radici del patriottismo ottocentesco dalla prassi e dalla teoria della Restaurazione. E, viceversa, ci sono ancor oggi ancora tantissimi autori che stanno giustamente riscrivendo la storia appoggiandosi alla scoperta di  fatti nuovi, come, per esempio, quegli archeologi che stanno scavando a Göbekli Tepe, e anticipando così la data della sedentarizzazione di popoli primitivi,  a Schlomō Sand, che, sulle orme di Köstler, sta riscrivendo la storia etnica del Popolo d’Israele.

D'altronde, Ferraris dichiara apertamente la propria dipendenza dal testo di Lukacs, che fu la base per la persecuzione dei dissidenti e dei deviazionisti (chiamati, allora, guarda caso,  "Revisionisti") nel Blocco Sovietico:  "E' con esattezza la situazione rilevata dal Lukacs nella Distruzione della Ragione, quando osservava che gli intellettuali sentono l'ingiustizia sociale e avvertono la necessità di una trasformazione, ma al tempo stesso non se la sentono di fare nulla di reale, per cui riforme e rivoluzioni avvengono in un cielo mitico, quello, poniamo, della critica della ragione scientifica e calcolante come strumento di dominio. O sotto un cielo religioso."(Ferraris, ibidem).E, in realtà, l'attacco a Vattimo è tutto qui: è un filosofo cattolico, per quanto progressista, ma, per i "New Realists" un cattolico non può essere progressista: "Quella di Vattimo è davvero una post-filosofia, nel senso che è un'eresia cattolica in senso etimologico e paradossale: una scelta personalissima che vuol essere universale"(Ferraris, ibidem).
Peccato che tutta la storia europea (dall' Islam al protestantesimo, dal progresso al comunismo, ai fascismi) possa agevolmente essere ricondotta ad una pluralità di eresie cattoliche.

4.   Qualche nostro suggerimento

A nostro avviso, altre sono le critiche da farsi alla teoria del “Pensiero Debole”. Infatti, una volta lodevolmente enunziati i propri grandi principi, che fondano la possibilità di una ricerca e di un dibattito fuori dello spirito censorio degli autentici “detentori della verità”, il Pensiero Debole deve ancora dimostrare la propria capacità di costituire la chiave di volta di una costellazione di discipline (filosofiche e non filosofiche), di cui la società ha bisogno per il proprio funzionamento (come, per esempio, gnoseologia, etica, scienze politiche e filosofia della scienza, eccetera),  che, tradizionalmente, costituivano come delle "branche" della filosofia, e che,  oggi sono dominate da principi dogmatici di varia origine.
Senza questa dimostrazione, gli avversari del Pensiero Debole avranno sempre vita facile nel sostenere che quest’ultimo, non solamente non è in grado di incidere profondamente sulla realtà, ma, addirittura, costituisce una sorta di alibi per non agire, così come, a suo tempo, secondo Lukacs, la “filosofia della vita”, avrebbe costituito un alibi per non opporsi alla nascita del nazismo.
A nostro avviso, il Pensiero Debole ha ancora molto lavoro da compiere, soprattutto nell’ambito del “dialogo interculturale”, dove l’analogia fra il Pensiero Debole e la filosofia ebraica (Maimonide), il confucianesimo (“revisione dei nomi”) e, soprattutto, le filosofie indiche (dialettica fra realtà ed apparenza), potrebbe portare ad un nuovo “background” condiviso, capace di guidare il mondo di fronte alle sfide del nostro comune futuro globalizzato. Un esempio di questo sforzo è costituito dall'eredità teologica di Raimòn Panikkar, che ci ha recentemente lasciati.


5.   Le sfide del futuro

Confidiamo nell’Ermeneutica soprattutto  per gli indispensabili approfondimenti sull’Identità Europea.In questo campo, una maggiore attenzione per la memoria culturale ci permetterebbe forse di accorgerci di fenomeni fondamentali e trascurati, come le molteplici influenze medio-orientali sullo sviluppo della nostra cultura, il continuo interscambio culturale fra Europa Occidentale e Orientale, la lunghissima gestazione dei progetti di integrazione europea, il ruolo centrale, nella cultura del Continente, dell’ultimo secolo, del dibattito sui significati impliciti della scienza e della tecnica.
E, soprattutto, un’ermeneutica capace di affrontare, in chiave europea, ma in un’ottica multiculturale, le sfide del Post-Umano, oramai incombente e determinante, potrebbe dare, a nostro avviso, un contributo decisivo alla messa sotto controllo di un processo di automatizzazione dei processi sociali, che sta mettendo in pericolo non solamente il legame sociale e l’ambiente naturale, bensì la libertà, e la stessa sopravvivenza, del Genere Umano.

La fondamentale debolezza del dibattito fra Pensiero Debole e "New Realism" ci sembra essere la sua assoluta inattualità. A leggere l'ultimo numero di MicroMega, sembrerebbe di essere negli Anni Cuinquanta: che Lukacs abbia appena scritto la Distruzione della Ragione, e che l'unica scelta politica che gli intellettuali sono chiamati ad adottare sia quella fra il fronte del proletariato e del progresso e quello della reazione - capitalistica, vaticana o nazista-.Come se non ci fossero,oggi, l'intelligenza artificiale, i droni, Echelon, le guerre neo-colonialistiche, il dominio della finanza globale, la disoccupazione di massa, il furto informatico delle identità. Gli anni che ci attendono saranno caratterizzati dal controllo totale su ogni nostro movimento da parte di un sistema informatico generalizzato, dall'assolutizzazione dei dogmi del Pensiero Unico, da una conflittualità globalizzata fondata su rivoluzioni teleguidate, guerre umanitarie, cyberguerre, uso a fini bellici dello spazio, degli automi e delle neuroscienze, canalizzazione del consenso mediante la rete. Le previsioni di Tocqueville e di Baudelaire, di Nietzsche e di Zamiatin, di Capek e di Huxley, di Anders e di Asimov, di Lem e di Tarkovski, di Burgess e di Kubrik, si realizzaranno tutte insieme contemporaneamente.


Sono queste le grandi sfide a cui l'Umanità dovrà fare fronte. Di fronte a un "destino della tecnica" che sembra inverare le più catastrofiche visioni del  "Servo Arbitrio", di fronte ad una somma disumanizzazione che si presenta come supremo progresso, l'Umanità ha bisogno della filosofia per motivare le proprie scelte. Che cosa ci dicono di queste cose i filosofi?

Per questo, inviterei il Professor Vattimo e tutti quei filosofi che restano fedeli alle posizioni del Pensiero Debole, da un lato, a non farsi intimorire dalle critiche (per ora poco convincenti) dei sostenitori del New Realism, e, dall’altro, a proseguire le loro ricerche, soprattutto  nelle direzioni sopra indicate (filosofie comparate, filosofia della scienza e della tecnica, postumano, memoria culturale europea).
Per parte nostra, siamo a disposizione per favorire questo dibattito, invitando innanzitutto il Prof. Vattimo a confrontarsi con il nostro pubblico su questi temi. Essendo noi, tra l'altro, impegnati sul fronte dell' identità territoriale (cfr. http://www.torino2019.blogspot.com), ci permettiamo di considerare questi temi un po' come legati all'identità torinese, grazie anche e soprattutto al fecondo dialogo fra il pensiero di Nietzsche (ospite d'eccezione della nostra Città) e la scuola filosofica torinese.
 
Ovviamente, siamo aperti anche al dialogo anche con i sostenitori del “New Realism”, che inviteremmo, per altro, visto che sono Italiani ed Europei, ad illustrare le loro tesi anche qui da noi, e non solamente agli Americani (come sembra vogliano fare lanciando il dibattito a New York).
Siamo pronti, perciò, ad organizzare al più presto un dibattito anche con loro.


lunedì 4 luglio 2011

EGEMONIA CULTURALE POST-MARXISTA

 

Gramsci - Star of Anglosaxon Liberals
Gramsci, vedette des libéraux anglo-saxons.
Gramsci, ein Modell fuer angelsaechsische Liberalen.

Lunedì 4 luglio, è comparso, su "La Stampa", un articolo di Massimiliano Panerari sulla fortuna di Gramsci nella cultura anglosassone. L'Autore cita, come esempi,  Cornel West, Stuart Hall, Ranajit Guha, Parthe Chatterjee, Rush Limbaugh, James Thornton, Herbert London.Noi ricordiamo anche che lo stesso ex ministro  Sandro Bondi aveva proposto  di  rispolverare Gramsci per costruire un' "egemonia culturale di destra".

1.Da St.Simon a Gramsci

A noi, questa fortuna dell' autore comunista degli Anni 20 e 30 non stupisce, non solo perchè ne conosciamo la ricchezza e la profondità, ma anche perchè era noto da parecchi decenni che la sua visione culturale e politica rappresentava, per così dire, il ritorno del Marxismo verso le sue fonti "democratiche" della Sinistra hegeliana   , attraverso una rilettura della cultura italiana, e, in particolare, di Giovanni Gentile.

Il Marxismo nasce come uno fra i tentativi ottocenteschi di concretizzazione della "Religione dei Moderni" di St.Simon, fondata sulla sostituzione, alla fede nell' escatologia spirituale ed individuale, di un' escatologia materiale e collettiva.

Come il pensiero di St.Simon, anche quello di Marx è ambiguo: da un lato, esso non riesce ad immaginare la Salvezza terrena dell' Umanità nella Società Comunista se non come la descrizione della vita oziosa dell' aristocrazia decadente dei suoi tempi; dall' altra, egli esalta,come portatori di una spinta rivoluzionaria, i primi capitalisti del suo tempo, i quali, attraverso la diffusione dell' industrialismo in tutto il mondo, creavano le premesse per le successive rivoluzioni socialista e comunista.In definitiva, sfugge tanto la molla che, in una concezione materialistica ed immanentistica, dovrebbe spingere l' umanità verso la rivoluzione, quanto la specificità della cultura proletaria rispetto a quelle dell' Ancien Régime e della borghesia.

Il marxismo ha continuato a dibattersi in queste sue contraddizioni, attraverso una molteplicità di interpretazioni, di sette e di applicazioni, che assomigiano molto a quelle di tutte le grandi religioni. Contraddizioni che hanno determinato il suo "inveramento", cioè messa in pratica e disvelamento, attraverso quel fenomeno che è stato chiamato, da Augusto del Noce,"eterogenesi dei fini". Partito come una promessa di Paradiso in terra, esso si trasforma gradualmente in fonte di lutti inenarrabili, per poi sfociare spontaneamente, inesorabilmente, nel suo preteso opposto, il capitalismo. Anzi, mentre, a nostro avviso, prima dell' avvento in Russia del marxismo, un vero e proprio capitalismo in senso marxista ("Dittatura di classe della borghesia") non era mai esistito in nessuna parte del mondo, solo nell'ultimo secolo, e anche per effetto del marxismo, tale "dittatura di classe" ha cominciato a realizzarsi (per esempio, con il Maccarthismo, con le dittature militari, ecc.., ma anche con gli eccessi del neo-liberismo). Come esempio del ruolo del socialismo come premessa del capitalismo (e non viceversa), ricordo perfettamente di avere ricevuto in omaggio, all' inizio degli Anni '90, al Ministero dell' Industria polacco, un manualetto rosa (erede di precedenti libretti rossi) intitolato "Od Socializmu do Kapitalizmu"("Dal  Socialismo al Capitalismo").Un'evidente inversione della prognosi storica di Marx

2.Socialdemocrazia, leninismo, fascismo.
Gramsci partecipa al dibattito sul marxismo in un' epoca molto avanzata, quando già si erano manifestati tre grandi   movimenti politici derivati dal marxismo: socialdemocrazia, leninismo e  fascismo. Egli è profondamente implicato in questi tre movimenti, dei quali vede e critica le contraddizioni, ma assume anche moltri contenuti.

Paradossalmente, l' influenza più profonda è proprio quella di Giovanni Gentile, che già nel tardo Ottocento aveva osservato che la filosofia marxista, che pure si pretenderebbe rivoluzionaria, in realtà è condannata a divenire conservatrice, in quanto fondata su un materialismo deterministico, inapace di esprimere la forza rivoluzionaria propria invece dell' idealismo, unica filosofia capace di descrivere l'eterno divenire dello Spirrito.

Di Gentile, Gramsci fa propria anche l'attenzione al carattere nazionale della rivoluzione, in una fase in cui la Questione Nazionale era centrale per il movimento comunista internazionale (fondazione dell' Unione Sovietica, Congresso di Baku, sfida dei fascismi), gettando, così, le basi di quello che sarà la "Via Nazionale al Comunismo" del PCI, fondata su un "blocco storico" con laici e cattolici.

Ultimo aspetto dell' influenza gentiliana, l'idea della politica rivoluzionaria come pedagogia nazionale, volta a sostituire il "senso comune" degli Italiani, che, allora, era di carattere cattolico, con un nuovo "senso comune", di carattere materialistico e scientistico.Tale compito pedagogico viene visto come esercizio di un' "egemonia" sugli altri partecipanti al "blocco storico" (ciò che saranno poi i "Fronti Popolari"), attraverso la quale si consumasse ed esaurisse la cultura degli alleati, in particolare, dei cattolici.

Ovviamente, anche il  leninismo ha il suo peso nel pensiero di Gramsci, che non dubita certo della necessità della Rivoluzione, né della fedele adesione del PCI all' Internazionale Comunista. Interessante il fatto che , nell' unico discorso alla Camera dei Deputati, che Mussolini interruppe in qualche punto, ma che in generale ascoltò in religioso silenzio, andando fino al banco dell' avversario per sentire meglio), lo scambio  di recriminazioni col Duce del Fascismo non fosse sulle accuse reciproche di repressione poliziesca, ma sul fatto che ciascuno dei due rivendicava la capacità di una repressione più rigorosa.

Infine, il Gramscismo diviene, di fatto, la via maerstra per la socialdemocratizzazione postbellica del PCI. Il "Blocco Storico" è la giustificazione teorica dell' "Arco Costituzionale" antifascista e del "Compromesso Storico", che, di fatto, sono dei Fronti Popolari con l'egemonia culturale del PCI. Fedele a questo scenario, la DC delega la cultura al PCI, il quale può, così, costituirsi quale autentica espressione della cultura italiana, con i suoi Vittorini, Pavese, Guttuso, Asor Rosa, Tomasi di Lampedusa, Visconti, ecc..., che sono spesso quanto di più lontano possa esservi dal Marxismo, ma che tuttavia si sforzano di restare compatibili con questo proprio grazie alla teoria dell' "Egemonia", che abroga e sostituisce quella staliniana della "Partijnost".La Socialdemocratizzazione del PCI passa per l'accettazione del fordismo e del taylorismo, esaltati come lo strumento principe per la modernizzazione dell'Italia, per superare la sua storica arretratezza, i gramsciani "contrafforti delle classi parassitarie".

3.Suicidio della rivoluzione

Del Noce aveva ben antiveduto che quest'azione sui due fronti, alleanza tattica coi cattolici e identificazione con  il ruolo modernizzazione della grande industria, avrebbero portato al "suicidio della rivoluzione". Da un lato, il Cattolicesimo, stretto nell' abbraccio di un Marxismo riportato all' idealismo gentiliano, avrebbe perduto una propria autonoma capacità di dialogare con i ceti popolari, e, dall' altra, il marxismo, ridotto ad ideologia della lotta di classe nella società capitalistica, avrebbe perso anch'esso una propria ragion d'essere, appiattendosi sull' esaltazione dell' esistente. Di converso, anche quelle spinte verso una rinnovata pretesa di  politiche alternative,  che sarebbero potute venire da un Cattolicesimo rimasto fedele a se stesso, non avrebbero potuto concretizzarsi a causa dell' esaurirsi della spinta contestativa del Cattolicesimo stesso.

Il tardo capitalismo post-taylorista e post-fordista avrebbe avuto bisogno più che mai di un post-marxismo sostanzialmente gentiliano per transitare l' intellighencija e il ceto operaio dall' alternativa all' integrazione  nella società della tecnica dispiegata. L'intellighencija  ha potuto così evitare di dover abiurare ufficialmente le proprie precedenti convinzioni, e mantenere così  la propria aura e il proprio ruolo sociale. Le altre forze culturali e politiche hanno assecondato questo gioco, perpetuando anche ora l' egemonia culturale di quel ceto formatosi con il PCI, ed accettando, ciascuna, un ruolo subordinato e culturalmente debole (neoconservatorismo, "patriottismo della Costituzione"). In questo contesto, la battaglia contro l' "Egemonia Comunista" affronta  (anche se con parole inappropriate), un bersaglio effettivo, ma è, a sua volta,  in mala fede, perchè non ha nessun' intenzione di conseguire un qualsivoglia risultato concreto, ma solo di "soffiare sul fuoco" del risentimento.
Oggi, la situazione è ancora differente. Il carattere positivistico della cultura contemporanea allontana ancor più l' "intellighencija" post-marxista dalle sue origini contestative. Si pone effettivamente, come suggerito da Bondi una questione di "Egemonia" diversa da quella "di sinistra", un' egemonia incentrata sull' ideologia del progresso e della democrazia. E  anche questa trova in Gramsci un adeguato profeta. Se l' obiettivo di Gramsci non era, alla fine, altro che  quello (che fu alla base anche del Cattolicesimo Liberale e del Mazzinianesimo),  di "modernizzare" l' Italia sul modello dei "Paesi Più Sviluppati", ebbene, questo è proprio l' obiettivo che si pone oggi il "mainstream" culturale e politico.
E, poiché, nel contesto dell' Ultima Globalizzazione, quella mazziniana "Missione delle Nazioni" sfuma,almeno in "Occidente",  perchè  tutte le nazioni "occidentali" hanno superato le loro "arretratezze", e partecipano tutte allo stesso sistema globale ( e, pertanto, sono divenute inutili dal punto di vista del Progresso), è logico che la riscoperta di Gramsci abbia luogo soprattutto nei Paesi Anglosassoni, e, in particolare, in America, perchè è lì che si decidono ora le grandi trasformazioni societarie. D'altronde, Gramsci  (come d' altronde anche Lenin e Stalin), era un grande ammiratore degli Stati Uniti, che venivano da loro considerati come lo "standard" della Modernità. Non per nulla, Mosca si arricchì in quell' epoca di grattacieli sul modello newyorkese, e i gruppi industriali nazionalizzati furono raggruppati in "tresty" (i "trusts" americani). E' ovvio che la capacità di Gramsci di portare al "suicidio della rivoluzione" sia particolarmente apprezzata nel Paese che attualmente domina il mondo.

E' per altro singolare che questa particolare dialettica non venga vista da nessuno con quella necessaria lucidità che sarebbe necessaria  per le grandi scelte culturali sull' avvenire del mondo.



giovedì 6 maggio 2010

9 MAGGIO 2010: UN PUNTO DI PARTENZA

Meeting in Alpina/Diàlexis for Europe's Day to Become Starting Point For Construction of New, Cultural Europe.L'assemblée du 9 Mai 2010 auprès d' Alpina/Diàlexis ambitionne à devenir le départ pou la construction d' une Nouvelle Europe, fondée sur la culture.
Nel mondo globalizzato, la capacità di produrre cultura è divenuta un elemento “centrale” anche del vantaggio competitivo internazionale.Ciò, certo, non solamente per il turismo, bensì anche per ciò che concerne le capacità aggregative di carattere politico, la riproduzione del legame sociale, il sostegno all’industria culturale, l’attrazione di personale qualificato e degli intellettuali, il prestigio per i propri prodotti di esportazione, ecc…

Mentre, fino a poco tempo fa, l’ Europa poteva vantare una grande attrattività come “Paese di Cultura”, negli ultimi decenni, essa si è vista scalzata, non solamente dall’ America, ma anche dal Giappone, dall’ India e dalla Cina.Inoltre,molti dei grandi intellettuali che avevano fatto la fama dell’ Europa nel Dopoguerra sono oramai scomparsi, e non si è ancora formata una generazione capace di sostituirli.Come “rintracciare” le nuove eccellenze nel “mare magnum” dell’ industria culturale e dei media?Cosa fare per promuoverle?

Alpina si propone di stimolare uno sforzo corale di Associazioni e Autorità Torinesi per dibattere su questo tema, con l’ obiettivo di fare di Torino un centro propositivo capace di aggregare competenze di tutta Europa, e di verificare lo stato di avanzamento di questo progetto con un’ulteriore iniziativa, di respiro internazionale, da realizzarsi nei prossimi mesi

L’Europa che noi vogliamo non è quella di oggi. Tuttavia, questo non è un buon argomento per “chiamarsi fuori” dell’Europa, ma, anzi, è uno stimolo per battersi affinché l’Europa divenga ciò che noi vogliamo che essa sia.

Alpina, Diàlexis e tutti i nostri ospiti sono associazioni, e/o intellettuali, che si dedicano in modo prevalente alla promozione della cultura in ambito piemontese, con un respiro “lato sensu” globale, e con un accento speciale per l’Europa.La politica culturale locale è stata fatta per molti decenni sulla base delle ideologie, dei “clan” e del “lasciar vivere”: non ci su è mai posti la questione delle priorità.Priorità politiche della nostra Regione e gerarchia (quasi) obiettiva dei valori culturali.

Oggi noi non possiamo più limitarci a proporre gli Autori locali. Noi dobbiamo avere l’ambizione di rappresentare in Medalp i grandi intellettuali europei, di fare di Medalp il trampolino di lancio dei grandi intellettuali europei.Ma, per potere fare ciò, dobbiamo, preliminarmente, novelli Edipo, risolvere il fatale enigma: chi saranno i maestri dell’Europa?Domanda retorica, ma di soluzione tutt’altro che facile.

Non solamente noi abbiamo delle sensazioni preoccupanti in proposito, ma prendiamo pure atto di gravi messaggi che emergono da prese di posizioni autorevoli sugli organi di comunicazione dell’“establishment”, come La Stampa e La Repubblica, dove, prima, Marc Augé, e, dopo, Robert Compagnon, i quali hanno, e giustamente, “puntato il dito” contro la “décadence” dell’industria europea (ciò sia per ciò che riguarda la capacità di produrre e di riprodurre “geni epocali”, sia per quanto riguarda quella di generare una “cultura popolare” ma non deteriore).

Condividiamo il senso di preoccupazione di Augé e di Compagnon.

Quanto al primo, ricordiamo che, mentre, fino agli Anni ’20, l’imitazione dei modelli europei era la regola in America, in Russia, in India, in Cina e nel Medio Oriente, ad oggi, la produzione culturale europea è praticamente ignorata in tutto il resto del mondo, mentre le opere (letterarie, filosofiche, politologiche, artistiche) europee risentono pesantemente dell’influenza nord-americana.

Come se ciò non bastasse, vi è, “a rovescio”, un “irraggiamento culturale” della Cina e dell’Islām sul resto del mondo, che serve a cancellare ulteriormente le tracce della presenza culturale europea, già massacrata dall’egemonia americana.

Ma questo fenomeno, denunziato (assai opportunamente) da Marc Augé, è, purtroppo, soltanto una faccia della medaglia.L’altra faccia è che, anche all’interno stesso dell’Europa, stanno venendo meno i grandi “mostri sacri”, la cui eccellenza era incontrastata ed incontestata.È, certamente, un fatto generazionale, eppure è anche una vicenda culturale e politica. Vorrei citare, come esempio, un dibattito che ho intrattenuto con il grande scrittore albanese Ismaïl Kadaré in occasione del suo intervento a "Torino Spiritualità" di un paio d’anni fa.In quell’occasione, interrogai Kadaré , in modo, forse, fin troppo diretto, su di un problema quantomeno scottante: non è, forse, che, con la vittoria del sistema liberaldemocratico occidentale, venga meno la concezione tradizionale di cultura, elitaria, ma anche critica?Non credo di avere avuto una significativa risposta, in quanto ,probabilmente, anche i grandi Autori dell’Est sono stati, sostanzialmente, "travolti "da questa questione.

Venendo all’Europa Occidentale, i decrescere progressivo, nei successivi decenni, delle grandi personalità artistiche, è, forse, l’estremo prolungamento della “décadence” nietzscheana.Gli ultimi “grandi artisti, scrittori e pensatori” ci hanno lasciati nell’ultimo decennio: pensiamo ad Althusser, a Gadamer, a Tarkovsky, a Kieslowsky, a Solzhenitzin, a Jünger, eccetera.Esistono nuovi Autori di un livello sufficientemente elevato per riempire il vuoto lasciato da quei grandi predecessori?


Dibattito

DOVE STA ANDANDO OGGI LA CULTURA EUROPEA?

Via P. Giuria n. 6 c/o Alpina srl/Associazione Diàlexis

Tel.011 6688758 E.Mail: info@alpinasrl.com

Ore 21: Saluti di Riccardo Lala (per Alpina/Dialexis), Stefano Commodo (per IPSEG), Bruno Labate (per Poesia Attiva), Mauro Carmagnola (il Laboratorio)

E’ possibile oggi riconoscere ed individuare una “Cultura Europea”?

Esistono oggi momenti di eccellenza della cultura in Europa?

Quali le priorità di una politica europea della Cultura?

Come configurare a Torino un’ iniziativa di respiro internazionale su questi temi?

Ore 21,30.Introdurranno il dibattito di Gianpiero Leo,Costanzo Preve , Alfonso Sabatino e Marcello Croce

modera: Riccardo Lala

Ore 22,15 Dibattito

Chi desidera iscriversi a parlare, può contattarci all’ E.mail :

info@alpinasrl.com


domenica 14 febbraio 2010

WILDERS: VERZUILING ED EUROPEITA' DEI PAESI BASSI

Wilders' Trial Fosters Debate on Dutch Identity. Le procès contre Geert Wilders stimule le débat sur l' identité hollandaise. Wilders-Prozess foerdert Debatte ueber niederlaendische Identitaet






Geerd Wilders è un parlamentare olandese fortemente liberista e occidentalista, noto per la sua avversione all' Islam, e per avere prodotto un piccolo documentario , intitolato "Fitna", nel quale si evidenziano gli aspetti del Corano e dell' attuale discorso politico del fondamentalismo islamico che incitano alla Guerra Santa.

Le espressioni usate da Wilders nella sua propaganda politica, e in "Fitna", sono state considerate come in violazione di alcuni articoli della legge penale olandese del 1934, approvati per rendere illegali i movimenti filonazisti del tempo, nei quali si vietano l' incitamento all' odio razziale, all'odio religioso, alla discriminazione su base razziale e religiosa.Tale legge era nata in parallelo all' "Anti-Terror-Gesetz" austriaca, nella quale, con gli stessi obiettivi, si concentrava sulla repressione della violenza politica.

Su questa incriminazione, si è aperto venerdì scorso un processo penale dinanzi al Tribunale di Amsterdam.

Winters sta cercando di trasformare tale processo in una forma di propaganda per le sue posizioni. Il processo ha, infatti, una forte copertura mediatica, e molti seguaci di Wilders stazionano dinanzi al Tribunale di Amsterdam per sostenerlo.Non dimentichiamo, ad onore del vero, che, in Olanda, anche la posizione dei sostenitori dell' Islam viene sostenuta con una forza addirittura eccessiva, al punto di avere dato luogo ad alcuni omicidi politici contro i sostenitori delle tesi di Winters, vale a dire quelli di Theo van Gogh e quello di Pim Fortuyn.

Questa vicenda tocca, infatti, i "nervi scoperti" dell' attuale Europa, non solamente dell' Olanda,in quanto mette in gioco vari asapetti controversi ed eterogenei dell' attuale cultura politica: critica dell' Islam in quanto "arretrato", e laicità assoluta; libertà di pensiero, e delitti di opinione; critica del "sacro violento", e difesa della "tradizione giudaico-cristiana; rifiuto del "politicamente corretto", e pretesa di interpretare la "vera" identità nazionale o europea.

A nostro avviso, l' incapacità di comprendere queste contraddizioni nasce dalla carenza di una cultura storica pluralistica, storica e non settaria dell' Europa. La contraddizione di fondo della "vulgata" degli "establishments" è stata quella di imporre l' idea che la Storia sia un' evoluzione lineare e necessaria dal peggio al meglio, ma, nello stesso tempo, pretendere anche che i nostri valori di oggi siano assolutamente validi in ogni tempo e in ogni luogo. A questo punto, la gente non capisce più perchè certi comportamenti, che vengono dati per scontati da parte dei nostri antenati e perfino da parte di personaggi "sacri", come Mosè, San Paolo, o Garibaldi, poi non vadano bene quando le fanno altri, per esempio i Mussulmani.

Nel caso che ci interessa, non si capisce più se si deve permettere la libertà di espressione di tutti: cristiani, mussulmani, ebrei, atei, progressisti, democratici o autoritari, oppure solo quella di qualcuno (ma chi?), oppure, infine, quella di nessuno, in quanto deve valere un' unica espressione, quella "politicamente corretta"(la "linea del Partito"-oggi, la "memoria condivisa"-).

Tradizione occidentale o europea?

Wilders ha giocato su questi equivoci con il suo intervento al processo, fondato su un'esaltazione della tradizione olandese di libertà, così estrema, da sfiorare una sorta di "teologia politica" della libertà. Ma, a nostro avviso, come indicato in un precedente post, proprio seguendo la falsariga della "Storia della Libertà", si perdono di vista le libertà concrete, quella "negativa", quella "positiva" e quella "morale", e non si riesce più ad articolare nessun discorso.

A nostro avviso, Wilders gioca anche, sottilmente, su un altro equivoco: quello fra "identità olandese" (e/o europea), e "identità occidentale". Certamente, Wilders ha ragione nell' affermare che la legislazione in base alla quale egli è processato costituisce un limite alla libertà di espressione.Il reato di incitamento all' odio razziale e religioso (che è stato introdotto in molti Paesi europei, e recentemente, anche in Italia), è effettivamente espressione di un valore molto radicato in Olanda, e, seppure in altra forma, in tutta Europa: il comunitarismo. Secondo alcuni politologi, come Lijphardt e Elazar, il comunitarismo, nella sua formulazione olandese ("Verzuiling"), costituisce il più importante contributo dell' Europa Centrale ex-asburgica (Benelux, Svizzera e Austria) alla cultura europea e mondiale (si parla anche di Israele, Libano e Sudafrica).Un attacco troppo violento contro un' altra comunità, razziale, religiosa o ideologica, comunque motivato, mina la tradizione olandese di pacifica convivenza (e di reciproca sopportazione) fra diverse comunità, che viene considerata perfino più importante dei tradizionali valori in materia di libertà di espressione e di verità storica.

Verzuiling

"Verzuiling" significa "costruzione fondata su pilastri".

Essa nasce con la creazione delle Province Unite, in senso stretto come sforzo di tenere insieme confessioni diverse (cattolica, luterana e calvinista). A ciascuna confessione, venivano concessi eterminati diritti ed istituzioni.In un certo senso, la "Verzuiling" era la conformazione del principio dell' equilibrio vestfaliano, fondato sul "cujus regio ejus religio" all' interno di una repubblica pluriconfessionale, federale ed aristocratica.Nel tardo Ottocento, con l' affermarsi di culture politiche laiche, si erano ammess a fare parte della"Verzuiling" anche i due "pilastri "liberale e socialista.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale,una volta liberatasi dal Nazismo, in un empito di entusiasmo patriottico, l' Olanda si era dotata di un complesso sistema istituzionale solidaristico, incentrato sulle "Product-en Bedrijfschappen", una sorta di "Verzuiling" dell' Economia, comprendente anche le due "colonne" dei lavoratori e dei datori di lavoro.

Tutte queste istituzioni esistono ancora, e sono totalmente operative, anche se, a livello ideologico-mediatico, si tende a nasconderne l' esistenza sotto gli stereotipi globalizzati del "liberismo"a destra e del "liberalismo di sinistra" a sinistra.

In Belgio, poi, la "Verzuiling" è talmente fondamentale che, senza di esso, lo stesso Paese sarebbe andato recentemente in pezzi. La costituzione federale fà sì che vi sia una "Verzuiling" etnica, una religiosa ed una ideologica. Tutti sono concordi nel riconoscere, in Herman van Rompuy, l' attuale Presidente dell' Unione Europea, il massimo esperto del la"Verzuiling", il quale, forte di questa competenza, era riuscito non molti anni fa a mettere insieme i cocci del suo Paese.

Presupposto della "Verzuiling": non c'è un solo concetto della "vita buona". Dove possiamo, viviamo insieme, dove non possiamo, viviamo separati, anche se nello stesso Paese, ciascuno con le sue idiosincrasie, i suoi costumi e le proprie istituzioni.

Wilders è uno di coloro che contestano il "Verzuiling", volendo che l' Olanda divenga un "melting pot" universalistico con un' egemonia culturale nettamente occidentale, sul modello americano. Perciò, per lui, l' attacco all' Islam diventa un potente strumento per fare saltare il "Verzuiling"(almeno nella sua visione culturale).

Da quando, infatti, il numero degli islamici ha raggiunto il milione, è chiaro che, nella logica del Benelux, si porrebbe la questione di considerare anche l' Islam come parte della "Verzuiling." Un diverso atteggiamento sarebbe contraddittorio, e rientrerebbe perfino nel divieto di discriminazione della Legge del 1934.

Tuttavia, l'introduzione dell' Islam nel concetto di "Verzuiling" si urta contro una parte della popolazione e della cultura olandesi, che vedono, come Wilders, come centrale, nella tradizione olandese,solo il calvinismo protestante, sul modello puritano(la "Dissidence of Dissent", di cui parla Huntington. Fin dall' origine, la cultura politica calvinista fu scossa dal conflitto con questa tendenza. Basti ricordare che Ugo Grozio, il "regista" del Trattato di Vestfalia (e, quindi, dell'equilibrio europeo fondato sul "cujus regio, ejus religio"), e "Pensionaris"(Giudice Supremo) della Provincia di Olanda ( quindi, "antenato "degli attuali giudici di Amsterdam), era stato addirittura condannato a morte in seguito ad un complotto dei calvinisti estremisti (riuscendo, per altro, a fuggire nascosto in una cassa di libri e passando al servizio dei Re di Svezia e di Francia).

La "pretesa universale" dell' Islam

L'attacco di Wilders all' Islam, contenuto soprattutto nel documentario "Fitna", è basato ssoprattutto sul fatto che, in parte il Corano, in parte le sue interpretazioni nei secoli, hanno costruito una teoria del "Jihad", ("Guerra Santa"), che prevede l'obbligo, per i credenti, di espandere l' "egemonia" dell' Islam nel mondo, se necessario con la guerra. La tesi di Wilders è che, giacché questa tendenza nell' Islam c'è, egli non può essere condannato per averla messa in evidenza.La Guerra Santa, che, in effetti, nel Corano, esiste, ha costituito, come tante altre cose, come rilevato da Papa Ratzinger, un' "innovazione"(negativa) dell' Islam, nella quale (diciamo noi) si fondono le due tradizioni, lievemente diverse, della "conquista di Canaan" del Vecchio Testamento, e il "compelle intrare" del Nuovo.

In realtà, nel Vecchio Testamento, vediamo espresso (ed attuato)l' imperativo della Guerra Santa con molto maggiore violenza e concretezza che nel Corano stesso: tuttavia, tale violenza è (si fa per dire)"limitata" alla repressione degli scismi ebraici ed alla "debellatio" del popolo di Canaan. Il "compelle intrare" è una serie di puri accenni del Nuovo Testamento all'opportunità di convincere i renitenti a convertirsi, se necessario con le maniere forti.

Successivamente, il Cristianesimo, parzialmente l'ebraismo, ma, soprattutto, le culture modernistiche che affermano di ispirarsi alla tradizione giudaico-cristiana, hanno ripreso e ingigantito l' idea islamica della Guerra Santa, nelle forme della Reconquista, dell' Era Messianica, delle Crociate, delle "Esplorazioni Geografiche", della Rivoluzione Mondiale, della "Globalizzazione" e dell' "Impero Democratico".

A oggi, gli elementi dell' Islam che lo contraddistinguono in tal senso non sono molto dissimili da quelli delle altre religioni e convinzioni filosofiche.Anzi, si direbbe che, dopo un periodo di calma, nell' ultimo periodo degli imperi Mughal e Ottomano, sia stata proprio l' espansione europea a sollecitare, per "rivalità mimetica", un rinnovato interesse per il "jihad".

Le tendenze delle diverse culture di origine monoteistica si sono infatti stimolate ed esaltate a vicenda nel corso della storia. In ultimo, come l' Occidente non fa mistero di considerare se stesso culturalmente e storicamente superiore al resto del mondo, e di desiderare di diffondere in tutti i Paesi i propri valori morali, culturali e politici, il proprio modo di vivere e perfino la lingua inglese, così non c'è da stupirsi se certi islamici (in primis la fazione sciita al potere in Iran e al-Qaida) affermano, in sostanza, che questa missione di unificare il mondo spetta alla religione, ai valori e alla cultura islamica, e, "last but not least", all'Arabo Classico(che non per nulla viene utilizzato nel documentario di Wilders quasi fosse una prova della volontà imperialistica degli Islamici).

In ultima analisi, l' addebito che viene fatto a Wilders sarebbe quello di sottolineare in modo troppo esasperato una caratteristica dell' Islam, che non è condivisa da tutti gli Islamici e che presenta molte affinità con aspetti religioni e culture "occidentali"(sì che andrebbe almeno parzialmente "contestualizzata"). In tale modo, egli cercherebbe di suscitare l' avversione contro gli islamici come gruppo e di legittimare provvedimenti legislativi discriminatori (divieto di immigrazione, ecc...).

Limiti della libertà di opinione.

A questo punto, il problema è fino a che punto sia possibile lasciare scatenare in territorio europeo la lotta fra le concezioni del mondo che deriva automaticamente dall' ambizione ,di alcune tendenze politiche e culturali, di egemonizzare il processo di integrazione internazionale.

La tradizione europea non è nel senso di una dottrina dominante, bensì di una pluralità di tendenze.Questo era tanto più forte, quanto più si risale nel tempo.

Addirittura, la tanto decantata "Magna Charta" e il Giuramento del Ruetli, che, secondo la vulgata storiografica, costituiscono l' origine storica del costituzionalismo liberaldemocratico moderno, contenevano in bell' evidenza addirittura il "diritto di resistenza" dei sudditi, riconosciuto perfino dalla filosofia scolastica, e che, oggi, invece, viene strenuamente negato a chi non si identifichi con il "mainstream".

A nostro avviso, dev' essere mantenuto almeno il diritto al dissenso, anche se radicale, purché non si traduca in atti di violenza contro la legge. Ricordiamo che, ai tempi ,tanto vituperati, della nostra gioventù, erano perfettamente accettati dal sistema gruppuscoli intellettuali che predicavano rivoluzioni di sinistra o di destra; erano ben rappresentati in Parlamento partiti di radicale, anche se pacifica, alternativa al sistema, e partecipavano perfino alla dialettica governativa partiti che miravano a modifiche sostanziali. Oggi, invece, le posizioni estreme vengono sempre più criminalizzate e soggette a misure amministrative.

Riteniamo che anche oggi, intanto, i controlli di vario genere volti a salvaguardare la sicurezza dello Stato vadano svolti in modo tale da non soffocare la libertà e la diversità fino al punto da rendere impossibile la dialettica delle idee, e, quindi, il cambiamento.

Riteniamo anche che i due progetti estremi che si scontrano nel mondo: l' imposizione a tutti di una tecnocrazia di marca occidentale, e la conversione di tutti verso forme estreme di Islamismo, come quello mahdista della dirigenza sciita, siano sostanzialmente estranee alla tradizione europee (nel caso specifico, la"Verzuiling"), e che, quindi, non vadano, certo, incoraggiate sul nostro territorio. Neppure esse dovrebbero, per altro, essere vietate, ma non potrebbero entrare a far parte della"Verzuiling", inteso come patto fondativo della comunità (ma, a mio avviso, esse non lo chiedono neppure, perchè contestano il concetto stesso di "Verzuiling").

Se, poi, Wilders vada, in concreto, condannato o assolto
è un compito, non facile, dei giudici olandesi, nel quale non abbiamo intenzione di interferire.

giovedì 4 febbraio 2010

IL FUTURO DELLA LIBERTA'

Fini's Book Stimulates Reflexion and Critics.Le livre de Fini stimule la reflection et la critique.Fini's Buch reizt Ueberlegung und Kritik.



Rientra certamente nei compiti delle figure istituzionali, come il Presidente della Repubblica e quello della Camera, esprimere in modo persuasivo le convenzioni culturali che stanno alla base del sistema politico di cui sono rappresentanti, ed invitare le giovani generazioni ad aderirvi.

Perciò, non resta che da applaudire al fatto che i nostri Presidenti lo facciano autorevolmente.

Una tipica espressione di questa attività è il libro di Giancarlo Fini, "Il Futuro della Libertà"(Edizioni Rizzoli).

Tuttavia, è, a nostro avviso, altrettanto ovvio che tale tipo di pubblicistica, proprio per la sua natura e la sua genesi, corra il rischio di lasciare un poco un senso di incompletezza, se si pensa alla complessità delle questioni che essa affronta, e alle rigidità entro cui le posizioni istituzionali in genere sono costrette ( al contrario di quelle dei "bloggers").

La storia della libertà

Concordo con l' idea di fondo di Fini, vale a dire che il tema della libertà sia il più critico per le giovani generazioni, ma credo che visioni irenistiche, come quella offerto dal libro di Fini, corrano il rischio di indebolire, più che rafforzare, la consapevolezza dei giovani per il problema, e la loro disponibilità a battersi per esso.

L'identificazione della storia con la storia della libertà è una grande tradizionieitaliana, di cui il massimo rappresentante fu Benedetto Croce(di cui, stranamente, non si parla più). Un limite di questa impostazione è quella di fare perdere il senso della complessità della storia, ma, soprattutto, del concetto di libertà.

Come Fini giustamente ricorda verso la fine del libro, occorre distinguere una "libertà negativa"(libertà da ingerenze altrui) e una "libertà positiva"(libertà di fare delle specifiche cose concrete). Filosofi e teologi ci ricordano che esiste anche una "libertà morale" (libertà di fare il bene, qualunque cosa questo sia).

Esempio della prima: poter vivere in un' isola deserta, senza seccatori.

Esempio della seconda: poter essere curato in un ospedale.

Esempio della terza: avere il coraggio di rifiutare un ordine disumano, affrontando la morte.

Bene, contrariamente alla "storia della Libertà" che ci viene costantemente insegnata, la storia non procede necessariamente ed incontrovertibilmente verso un incremento indiscriminato della libertà. Anche perchè i tre tipi di libertà non sono paralleli, ma si condizionano (e, talvolta, si escludono) a vicenda.

Per esempio, la libertà negativa tende a diminuire sempre più, a mano a mano che il legame sociale si fa intenso, ed aumenta la "libertà positiva", qualla di ricevere "prestazioni" dalla società.Infine, la "libertà morale", difesa da Catone, Seneca, i Martiri della Legione Tebana, Bonhoeffer, Kolbe, ecc.... in genere ha modo di manifestarsi in tempi duri, in cui tanto la libertà positiva che quella negativa vengono negate.

La libertà oggi

Orbene, come si stanno muovendo, oggi, i tre tipi di libertà, e che cosa ci attende per il futuro?

La libertà negativa si sta certo affievolendo sempre più.Come rileva Conrad Lorenz, lo stesso sovraffollamento del pianeta costituisce l' attacco più violento a questa libertà. Non parliamo degli orari senza interruzione, delle luci e delle musiche sempre accese, della regolamentazione del traffico, ecc..

La libertà positiva, dopo avere conosciuto un vertice nell'Europa Comunitaria di fine secolo, dove si cumulavano le prestazioni materiali dell' "affluent society" di tipo capitalistico, con la più completa gamma delle prestazioni sociali del socialismo, sta subendo bruschi contraccolpi, in quanto, né il mercato è più in grado di garantire agli Europei una crescita quantitativa continua, né lo Stato è in grado di mantenere le vecchie prestazioni sociali.

Quanto, infine, alla libertà morale, essa è, oramai, praticamente inesistente, in quanto la stessa struttura antropologica che la sosteneva (fondata sulla civiltà classica)è stata minata in tuttio i suoi aspetti (rifiuto dei modelli dell' antichità e delle religioni trascendenti, funzionalizzazione e giuridicizzazione di tutte le decisioni, mancanza di veri margini di manovra per il singolo).

I pericoli per la libertà

Nel futuro, questo panorama tenderà a peggiorare in modo drastico.

La libertà negativa tenderà a scomparire nel modo più assoluto in un mondo di dieci miliardi e più di persone. Tutto sarà razionato e regolamentato. Qualunque atto ostile o di sabotaggio potrebbe provocare catastrofi immani: le Autorità saranno obbligate a controllare e reprimere senza remore qualunque anomalia. La robotica, la cibernetica e le tecniche elettroniche di controllo stanno fornendo strumenti spaventosi, come i "centri di ascolto" intercontinentali, la censura del web,i campi di concentramento "segreti",i "robot guardiani", i droni, lo "scanner del pensiero", ecc...

La libertà positiva, se ci sarà, si tradurrà in una progressiva sostituzione della macchina all' uomo.Per rendere tutti più intelligenti, e possibilmente egualmente intelligenti, si accrescerà la simbiosi fra l' uomo e il computer.Per garantire la salute e la longevità, si sostituiranno tutti gli arti, e perfino il cervello, con delle protesi. Lo stesso uomo verrà programmato biologicamente, poi tramutato gradualmente in un cyborg, e infine connesso ad una rete intelligente, di cui sarà solamente un "terminale"....L'eccesso di prestazioni tecnologiche e sociali si tradurrà cosìnella dipendenza totale da un universo macchinico organizzato a livello mondiale.Ideologia, informatica, cibernetica, finanza e tecnica saranno uniche a livello mondiale, e tutto ciò che si muove nel mondo sarà controllato centralmente in modo elettronico.

Le profezie di Zamiatin, di Capek, di Asimov, di Lem, di Huxley e di Oorwell si sono già realizzate: il futuro potrebbe essere molto peggio!

Un programma di battaglia per la libertà morale

La libertà diventa cruciale proprio perchè tende a sparire.In queste condizioni, quella che torna ad essere determinante è la libertà morale.

La fine della libertà negativa può essere scongiurata innanzitutto da una cultura critica, che veda i limiti dello sviluppo, e da un' educazione alla sostenibilità, che abitui ad accontentarsi di poco, come gli antichi.Poi, da un' attenzione accresciuta per gli aspetti anche procedurali della libertà. Per esempio: il diritto di parola, anche contro i dettati del "politicamente corretto"; il diritto alla "privacy" contro gli arbitri polizieschi e informatici; la tutela di tutti contro i trattamenti inumani e contro la detenzione abusiva, ecc.....Infine, la democrazia non già come "dittatura dei sondaggi", o "apoteosi della mediocrità", bensì come partecipazione quotidiana,agita e combattuta.

Che la libertà positiva non si traduca nella "trasfusione senza spargimento di sangue" , dall' umano alla macchina, può essere scongiurato solo da un rinnovato pensiero teologico, il quale, dedicandosi alla "cosa ultima", fornisca una leva contro l' autoreferenzialità della tecnocrazia. Tale pensiero, per essere operativo, non potrà essere disgiunto da una robusta cultura scientifica e tecnologica, capace di penetrare a fondo la dialettica delle "macchine intelligenti", di proporre alternative, di intervenire in tale dialettica, di limitarla, di condizionarla. Anche qui, bisogna difendere la "libertà delle religioni", cioè una laicità ben intesa, con creazione di uno spazio difeso, in cui la tecnocrazia non possa entrare, e la "libertà di ricerca", intesa come accesso agli aspetti più esoterici della tecnica, e libertà di critica della tecnocrazia.

Tutte queste cose si potranno realizzare solamente nella misura in cui si saprano utilizzare al massimo le sinergie fra le tradizioni liberali (che garantiscono l' "habeas corpus", il "due process of law" e la certezza del diritto), e quelle democratiche, che partono dall' originaria libertà positiva (il "diritto naturale"), per riconoscere il ruolo insostituibile delle formazioni sociali storiche (famiglia, città, professione), per poi costruire sistemi storici e concreti di partecipazione attiva di circolazione delle élties, di formazione dell'opinione, di deliberazione e di controllo. Quanto gli attuali strumenti normativi permettano tutto questo, va riverificato in ogni momento, soprattutto in una fase che, come dice Fini, è "costituente" (ma, a nostro avviso, più per l' Europa che per l' Italia).Vorrei solo ricordare, a quest'ultimo proposito, che l' unico soggetto politico che abbia seriamente intrapreso autonomamente l' impresa di scrivere la costituzione europea (nel 1944), il comandante partigiano piemontese Duccio Galimberti, lo fece scrivendo "in simultanea" (prima di essere ucciso), e la Costituzione Europea, e la nuova Costituzione Italiana. E' ovvio, infatti, che le due non potrebbero essere in contrasto fra di loro.

Come si vede, c' è un enorme programma di intervento culturale, educativo, scientifico, imprenditoriale, politico e giuridico.

A nostro avviso, solo sul presupposto di un siffatto programma sarà possibile lanciare un appello concreto ai giovani per la difesa della libertà.

Giacché la libertà è un valore tipicamente europeo, crediamo anche che il livello giusto per proporre un programma come quello sopra sia quello europeo.