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martedì 21 settembre 2010

CIVILISACHON VALDOTENA

The Week of the Festival of Aosta Valley , a Strong Occasion for Reaffirming European Minorities Rights.La semaine de la Fête de la Vallée d’Aoste a constitué une occasion exceptionnelle pour la réaffirmation des droits des peuples minoritaires.Die Woche des Aostatalsfests eine ausserodeutliche Angelegenheit Rechte der europäischen Minderheitsvölker zu behaupten.

È singolare come perfino in una Regione confinante con la Valle d’Aosta, e con una profonda comunanza storica con la stessa, come il Piemonte, si ignori la vera e propria “rivoluzione culturale” che si sta compiendo nella Valle (anche se in mezzo a profondi conflitti e differenze di opinione).

È noto come, storicamente, la Valle d’Aosta abbia, da sempre, costituito un “quid unicum”, non solamente in Italia, bensì anche nell’ambito degli Stati di Sardegna("ducatum istum non esse citra neque ultra montes sed intra montes"). Stati a cui cominciò ad appartenere poco dopo il 1000, sotto Umberto Biancamano .

La Contea (Ducato) di Aosta godette sempre di una grande autonomia, che ebbe la sua maggiore espressione nei Conseil des États de la Vallée d’Aoste, un vero “Parlamento” di “Stati” (secondo il modello medievale), il quale non cessò mai dalle sue funzioni fino alla Rivoluzione Francese, anche se, nel Settecento, con le "Royales Constitutions", il Re di Sardegna tentò di ridurne l' autonomia.

Non soltanto, ma Aosta possedeva anche, come precisa una targa esposta nel “Palais des États”, un autonomo esecutivo, i “Conseil des Commis”.Il tutto completato dal Bailli (Podestà) del Duca di Savoia e dal Vescovo di Aosta, con ampie prerogative.

Dopo l’Unità d’Italia, i Valdostani furono particolarmente attivi nell’elaborazione della loro cultura, come, per esempio, da parte dell’Abate Cerlogne, poeta e ceodificatore della lingua valdostana, e da parte del comandante partigiano Emile Chanoux, che partecipò, tra l’altro, all’elaborazione, in piena 2ª Guerra Mondiale, della Carta di Chivasso, che anticipò il sistema delle Regioni Autonome. Chanoux fu caratterizzato per altro da un vero e proprio nazionalismo savoiardo-valdostano, che trova espressione nel manifesto "L' Esprit de Victoire", ch'egli lesse al Comité de Libération di Aosta, il primo Comitato di Liberazione d' Italia. Chanoux fu ucciso dai Tedeschi poco prima della fine della guerra.

Sempre a cavallo della 2ª Guerra Mondiale, Federico Chabod, professore all’Università di Torino e anch'egli comandante partigiano, pubblicò due opere fondamentali per la storia dell’identità europea: “L’Idea di Nazione” e “Storia dell’Idea di Europa”. Chabod, per altro assente a Chivasso, fu l' estensore del contributo dei Valdostani alla Carta di Chivasso, primo documento del federalismo interno italiano e sui diritti dei popoli minoritari.

Nel 2° Dopoguerra, la Valle d’Aosta ottenne un regime di autonomia che costituì un esempio per i movimenti autonomistici di tutta Europa. Tradizionalmente, la Valle d’Aosta riuniva, sotto l’egida di un suo Collège d' Etudes Fédéralistes fondato da Corrado Gex, movimenti autonomistici dei popoli minoritari di tutta Europa. Incidentalmente, ricordiamo che Gex (che, oltre che deputato, era aviatore,tanto che gli fu dedicato l' aeroporto di Aosta, morì giovane in un incidente aereo che colpì l'aereo da lui stesso pilotato). L' indagine giudiziaria sull'incidente è stata recentemente riaperta.

Negli ultimi anni, l’iniziativa in merito alla tutela dei popoli minoritari era stata piuttosto raccolta da regioni della Mitteleuropa (Germania, Austria), e, poi, del Nord Europa (Frisia, Galles),le quali ultime gestiscono il centro Mercator di Leewaarden in Frisia Occidentale.Negli ultimi 2 anni, la Valle d’Aosta ha ricominciato a coltivare le sue vecchie ambizioni di costituire una sorta di catalizzatore , convocando ogni anno, nell’ambito del “Festival della Valle d’Aosta”, un festival dei popoli minoritari.

Quest’anno, nell’ambito del Festival, è stato organizzato un dibattito sulla globalizzazione, a cui hanno partecipato, oltre ai Valdostani, Catalani, Bretoni e Ladini.È singolare che le lingue dei popoli partecipanti (salvo il Bretone), fossero mutualmente comprensibili, tanto che il rappresentante catalano, Prof. Amigó, ha potuto tranquillamente tenere tutta la sua relazione nella propria lingua.A significare, a nostro avviso, che, dalla costa dell’Atlantico fino a Trieste, si estende un’area linguistico-dialettale sostanzialmente omogenea, che solo per motivi politici si è voluta distinguere in Galiziano, Aragonese, Catalano, Valenciano, Mallorquin, Aranese, Occitano, Franco-Provenzale, Gallo-Italico, Ladino e Friulano. Quest’area linguistica era caratterizzata, anticamente, dall’uso della Lenga d’Oc, nelle sue diverse varianti, come brillantemente esemplificato da Raimbaut de Vaqueiras, che scrisse liriche in cui intercalava Gallego, Guascone, Provenzale, Langue d' Oil, Ligure e Italiano del Nord.

I popoli minoritari godono, nelle Regioni coinvolte nel dibattito, di diritti, soprattutto culturali e linguistici, crescenti. Tuttavia, esse sono il teatro, più ancora di altri territori, del conflitto, attualmente in corso, fra, da un lato, l’omologazione indotta dalla globalizzazione, e, dall’altro, la resistenza delle culture locali.

La presenza di una forte immigrazione dall’Europa Orientale ed extra-comunitaria, aggiunge un’ulteriore variabile, che le regioni autonome minoritarie tentano di affrontare attraverso un’integrazione speciale, che, attraverso l’allargamento della comunità linguistica, includa anche i nuovi cittadini.

Come questa vicenda sia complessa è stato illustrato, soprattutto, nella seconda parte della Festa della Valle d’Aosta, la Fête du Patois, all’interno della quale si è esplorata la problematica specifica del Franco-Provenzale in Valle d’Aosta e nelle regioni confinanti (soprattutto, Vallese, Piemonte e Savoia).

Il problema del “Patois” (“Franco-Provenzale”) è di una grande complessità, in quanto ha a che fare: con: i concetti di “Lingua” e di “Dialetto”: con la categorizzazione delle “Lingue”; con i rapporti fra “lingua alta” e “lingua popolare”; con i rapporti, all’interno stesso delle Regioni Autonome, della Lingua “alta” nazionale (l’Italiano), della “Lingua Alta” alloglotta (il Francese), della "Langue du Cœur" (il Valdostano), il dialetto effettivo (quello dei singoli Comuni), le aree linguistiche affini (francoprovenzali), le parlate minoritarie nella Regione (Walser, Tedesco e Piemontese); con il rapporto fra “Civiltà alpine” e “Civiltà valligiane”, fra tradizione e globalizzazione, e così via.

La complessità di questo dibattito fa comprendere quanto siano riduttivi i discorsi politico-culturali in corso nella “grande stampa”, che ignorano questo fenomeno imponente delle “lingue e popoli minoritari” dell’Europa, ai quali appartengono all’incirca il 20% degli abitanti dell’Europa.Fa dimenticare anche come questi dibattiti eccitino ancor oggi le passioni dei Valdostani, divisi fra un autonomismo più o meno spinti e una visione più "italocentrica" della Valle d' Aosta.

Ricordiamo che vi sono in Europa più Rom, Turchi e Russofoni, che non Olandesi o Svedesi.

venerdì 10 settembre 2010

NAPOLEONE A CHERASCO: ATTUALIZZAMO LA NOSTRA STORIA

napoleone_a_cherasco


Annual Celebrations of Cherasco Truce – a Typical Creation of European Popular Culture-. Les célébrations annuelles de l’ Armistice de Cherasco: un exemple concret d’une culture populaire européenne. Jaehrliche Feiertage fuer Cherascos Friedensvertrag: konkretes Beispiel fuer europaeische Volkskultur.

Alpina e Diàlexis sono state felici, quest’ anno, di potere ospitare, nella loro sede, la conferenza stampa di “lancio” delle, ormai tradizionali, manifestazioni napoleoniche.

Manifestazioni che uniscono il Comune di Cherasco, la Fondazione Debenedetti, e, infine, le Associazioni Napoleoniche, nella persona, di Frédéric Dubois.

“Parentela", questa con i Francesi, che sono da tempo discusse, e discutibili .Citiamo, a questo proposito, fra l’ altro, la letteratura, etnografica e linguistica, circa i popoli “arpitano”, provenzale e “francoprovenzale”; il carattere “lato sensu francofono” delle aristocrazie piemontesi (ivi compresa Casa Savoia); l’influenza dell’ annessione all’ “Empire Francais” sulla nascita della classe dirigente risorgimentale; l’influenza di Napoleone III sulla II Guerra di Indipendenza.

Dal nostro punto di vista, vale a dire quello dell’ “Identità Europea”, la “Questione Napoleonica” resta tutt’ora aperta.Questo perché l’ Europa è ( e, a nostro avviso, deve restare) culturalmente pluralistica.Ciò comporta che (in questo come in tutti gli altri casi),vengano presi in considerazione tutti i più diversi punti di vista culturali e storiografici, i quali, in questo come, e più ancora, che in tanti altri casi, sono, fra di loro, assolutamente contraddittori e divergenti.

Ricordiamo infatti che, proprio nel recente "festival del Patois" di Aosta, si è affermata, sì, l'appartenenza della Valle stessa alla Francofonia, ma si è affermata pure l' esistenza di una "Civiltà Valdostana".

Di converso, ogni anno si svolge, al Colle dell' Assietta, una manifestazione storica eguale e contraria a quella di Cherasco, la Festa del Piemunt, con la quale si celebra l' anniversario della vittoria degli Stati di Sardegna sulle truppe del Re Sole.

Noi crediamo che l' insieme di queste manifestazioni dimostri ulteriormente, se mai ve ne fosse bisogno, la forza delle tradizioni nei nostri territori, e i sentimenti diversi che legano, a queste tradizioni, specifici segmenti delle nostre Società. E' proprio quest' infinita sfaccettatura dell' Europa a costituire la sua forza e la sua identità.

martedì 18 maggio 2010

LA FIERA DEL LIBRO DI TORINO: UNA RIBALTA PER L' IDENTITA' EUROPEA?


Turin's Book Fair, a Success Story Needing to Find Its Meaning.Le Salon du Livre de Turin, une vedette qui doit encore trovuer sa raison d' etre. Turiner Buchmesse, eine Erfolgsgeschichte die noch ihre Raison d'Etre benoetigt.





Si è appena concluso un Salone del Libro salutato unanimemente come un grande successo. Questo, però, nell' ottica dei grandi eventi, non già in quella del significato per così dire "geopolitico", come pretenderebbe, e, a nostro avviso, giustamente, lo stesso Presidente del Salone, On.le Picchioni.

Infatti, di anno in anno assistiamo all' ingigantirsi della manifestazione, con il moltiplicarsi dei visitatori, generici e professionali, e dei dibattiti/presentazioni, ma non aumenta, a nostro avviso, il significato del Salone nell' evoluzione dell' Industria culturale.

Sono stati citati, giustamente, i saloni di Francoforte e di Londra, ai quali il nostro viene sempre più spesso accostato. Tuttavia, quei due Saloni hanno un effettivo respiro internazionale, l' uno, di carattere veramente mondiale, l'altro, dedicato essenzialmente alle produzioni di lingua inglese.

Il Salone di Torino resta il più grande salone italiano, come quelli di Parigi e di Mosca sono, rispettivamente, il più grande salone francese ed il più grande salone russo.

A Torino, la presenza degli editori esteri, incrementatasi nella parte professionale (mercato del "copyright"), è scomparsa nella parte aperta al pubblico.

Il "Paese Ospite d' Onore" ha un significato modesto, perchè la sua presenza si traduce in una serie di incontri e conferenze, mentre la produzione libraria esposta è veramente poca cosa.Ciò vale in particolare per lo stand indiano di quest' anno.

In questo, come in tutti gli altri campi, la differenza potrebbe essere data dall' Europa - parola che, come al solito, tutti si guardano dal pronunziare-.


1)Memoria e identità


Quanto sopra va inserito nel mutamento epocale in corso nel clima culturale, di cui lo stesso Salone non può non essere un riflesso.

Quando lo visitavamo per le prime volte all' inizio degli Anni '90 del XX° secolo, le tematiche preferite erano ancora di carattere prettamente "sociale", oppure di scrittura disimpegnata. Con il passare degli anni, i temi ufficiali del Salone si sono sempre più avvicinati alla cura postmoderna per le identità.

E' noto quale stretto legame vi sia fra identità e memoria. Quanto, poi, alla specifica identità europea, è chiaro il peso che in essa ha la "memoria culturale" (cfr. Jan Assmann).

Nell' edizione di quest' anno, identità e memoria sono presenti un po' dovunque.

Ci limiteremo, per altro, ad evidenziare alcuni dei temi trattati:

-modernità e antimodernità;

-identità indiana;

-identità piemontese.


2)Moderno, antimoderno, di Cesare De Michelis


Al Salone è stato presentato il nuovo libro di Cesare De Michelis , cultore della letteratura italiana del '900 e A.D. della Casa cEditrice Marsilio.

Moderno, Antimoderno si inserisce negli studi sugli "Antimoderni", che si stanno sviluppando in tutto il mondo (citiamo gli studi di Bhabha e di Compagnon).

L'approccio di De Michelis si differenzia per altro da quello di Compagnon:

-lo studio di De Michelis si riferisce alla letteratura italiana del '900, mentre quello di Compagnon esssenzialmente a quella francese dell'800 e '900;

-per Compagnon, la maggior parte degli intellettuali europei a partire dal Medioevo sono antimoderni, anche se in politica sono spesso "progressisti". Invece, a rovescio, per De Michelis, la maggior parte degli scrittori Europei del '900 (che attraversano Avanguardie, "fascismo di sinistra" e "egemonia culturale marxista"), è fanaticamente modernista, anche se proprio i suoi eccessi la portano di tanto in tanto a cogliere gli errori del modernismo;

-per Compagnon, non vi è frattura fra moderno e postmoderno, in quanto i "moderni" erano, in realtà, "antimoderni"; per De Michelis, la frattura c'è, perchè la caduta del muro di Berlino (paragonata a un vero e proprio terremoto) ha scosso le certezze progressistiche dei "Modernisti", senza che emergano nuove tendenze.Si tratta di ricostruire, ma anche qui sono possibili due scelte alternative: ricostruire una "città ideale", come dopo il terremoto di Gibellina, o ricostruire tutto come era anticamente, come dopo quello del Friuli. De Michelis esprime la sua preferenza per la seconda modalità, anche se non capiamo che cosa questo significhi. Infatti, secondo l' "Autore", prima delle Avanguardie c'erano "la pace e la democrazia", mentre, invece, la storia ci dice che c'erano le guerre coloniali e balcaniche e aspre lotte sociali, e la stessa parola "democrazia" era praticamente sconosciuta, mentre si parlava piuttosto di "monarchia" o di "liberalismo".Infine, De Michelis, con Péguy, insiste sul fatto che il problema di fondo è il crollo della società contadina. Ma allora, come si fa a ricostruire tutto come prima?

Ci compiacciamo certamente di questi studi, che si allineano sul tipo di interessi che contraddistinguono. Tuttavia, ci piacerebbe vedere più precise proposte per il futuro.

3)Identità indiana

Chi invece sembra avere le idee più chiare sono gli Indiani, arrivati a Torino in forze in quanto "ospiti d' onore".

Avevamo già incontrato gli Indiani quali ospiti d' onore a Francoforte.

Ora sembra che abbiano affinato le idee sulla loro identità, che, come afferma Kudir Kumar, è "religiosa", "gerarchica", "familista", "comunitarista", ma anche pluralistica, al punto da affermare che non si può parlare di "Identità Indiana" perchè in India c' è di tutto.

Gli intellettuali indiani presenti alla Fiera hanno affermato la loro estraneità a certi luoghi comuni della cultura postmodernistica americana, secondo cui saremmo alla "Fine della Storia", alla "Fine dell' Ideologia".

Per l' India, questa non è la "Fine della Storia", bensì "un nuovo inizio"; per quanto riguarda, poi, l' "ideologia", per gli Indiani non esiste "un' Ideologia", ma, semmai "delle ideologie".

Venendo, infine, alle problematiche più specificatamente letterarie, la delegazione indiana ha presentato notevoli novità, sulle quali, nel loro piccolo, tanto Alpina quanto Diàlexis, si erano già concentrate negli anni passati, quando avevano organizzato a Torino i convegni sulla musica e la letteratura dell' India Meridionale. A quell' epoca, non esisteva ancora un' organizzazione precipuamente dedicata alla traduzione e promozione delle opere letterarie delle 250 "lingue nazionali" dell' India.Cosa che noi avevamo lamentato al convegno del Premio Grizane Cavour del 2007 sull' India.

Oggi, l' India ha creato una specifica organizzazione a questo fine. Tale nuova attività è la logica conseguenza di una linea di pensiero che prende atto, da un lato, della specificità dell' India come nazione pluralistica, e, dall' altra, della necessità di uscire dal monopolio della letteratura indiana di lingua inglese. Tale letteratura, che, secondo un' infelice espressione di Salman Rushdie, sarebbe l' unica letteratura indiana, esprime in modo esclusivo le problematiche e la mentalità delle ristrettissime élites urbane tecniche ed economiche, ma non è in grado di rendere conto della complessità del subcontinente indiano, ed, in particolare dell' ambiente rurale, ancora maggioritario.

Per la prima volta, abbiamo assistito alla traduzione dall' Italiano all' Hindi, e viceversa, con esclusione dell' Inglese, ed abbiamo sentito proporre, da una casa editrice italiana, lo studio, presso le università italiane, di lingue nazionali indiane diverse dall' Hindi.

4)Identità Piemontese

L'emergere della tematica regionalistica aveva fatto sì, già a partire dagli ultimi anni, che le Istituzioni dedicassero uno spazio vieppiù crecente alle questioni, da un lato, delle identità regionali, e, dall' altra, delle minoranze etniche.

Quest' anno, la Regione Piemonte ha inaugurato la "Piazzetta Parole di Piemonte", ove si sono succeduti eventi di carattere regionalistico, ed, in particolare, attinenti alla questione delle minoranze etniche.

Questione che è, in Piemonte, particolarmente complessa, in quanto la nostra Regione, nota soprattutto per esssere stata il punto di partenza dell' Unità d' Italia, è stata per altro, altresì da sempre un crogiuolo dove si sono fuse culture iberiche, liguri, celtiche, latine, provenzali, germaniche, franco-provenzali, francesi, italiane, e, più recentemente, est-europee ed afro-asiatiche.

Tema di avvio del dibattito: la recentissima sentenza della Corte Costituzionale che nega, al Piemontese, il carattere di "lingua". Tema politico quant'altri mai, in quanto nessuna questione è più "politica" di quella dei "dialetti". Infatti, quello che noi studiamo come "Greco", è, in realtà, la "Koiné diàlektos" parlata negli imperi ellenistici; l' Italiano è il dialetto toscano, come il Francese è quello dell' Ile de France.

Il fatto che il Napoletano o il Normanno (in cui pure sono state scritte opere importanti) siano "dialetti" deriva semplicemente che il Regno di Napoli e il Ducato di Normandia non sono più Stati. Gli Stati attribuiscono la denominazione di "lingua" al dialetto che essi usano.

E' questo il motivo per cui il Friulano e il Sardo, idiomi di due "Regioni Autonome", si sono visti riconoscere lo statuto di "lingue".
Orbene, riconoscere al PIemontese il carattere di lingua significherebbe semplicemente orientarsi verso una trasformazione del Piemonte in Regione a statuto speciale.

A dire il vero, lòa situazione dell' India, con 2 "lingue veicolari", 24 lingue ufficiali, 250 lingue e 2500 dialetti dimostra che il rapporto fra Stato, lingua e nazione è più complesso di quanto non avesse pensato von Humboldt.

La complessità della "Questione Piemontese" è accresciuta dal fatto che, in Piemonte, esistono tre "minoranze linguistiche" transfrontaliere, esigue, ma molto influenti, poiché la maggior parte dei "confratelli" che parlano queste lingue vivono nelle vicine Francia e Svizzera, dove essi non hanno un' autonomia comparabile a quella della Valle d' Aosta, né un riconoscimento quale quello della Legge 482.

Per questo, gli Occitani delle Valli Cuneesi, i Franco-provenzali di quelle torinesi e i Walser della Valsesia e della Valdosssola sono influenti fra tutte le comunirà occitane, franco-provenzali e Walser.

5)Il Salone quale tribuna della politica locale.

Il tema dei "tagli alla cultura" è uno dei più "caldi" all' interno dell' "agenda" politica locale.

Ovvio che esso trovasse importanti eco anche all' interno del Salone, dove soprattutto il dibattito di Sabato 15, fra gli Assessori alla Cultura di Comune, PRovincia e Regione ha permesso di valutare le diverse posizioni.

Certo, buona parte del dibattito è strumentale, in quanto la maggior parte dei "tagli" su cui si sta discutendo si riferisce a qualcosa di già deciso dalla precedente giunta regionale (riduzione del 24% del bilanccio della Cultura), a cui si aggiungerebbe oggi la riduzione budgetaria dell' 8%, richiesta a tutti i Dicasteri dall' Onorevole Cota.

Quello che è certo e condiviso è che, ferma restando la trasformazione di Torino, da città prevalentemente industriale, a città di cultura e di servizi, si impone una correzioine di rotta, diretta a canalizzare le risorse pubbliche verso priorità inequivocabili.

Alpina ha la presunzione di avere molto da dire a questo riguardo.










lunedì 8 marzo 2010

LE GRAND DEBAT SUR L'IDENTITE' NATIONALE

We are Pleased with the Debates on National Identities. However, We Would make them thoroughly Different. Nous nous félicitons des débats sur les identités nationales; toutefois, nous aimerions les rendre tout-à-fait différents. Wir nehmen sehr gerne heutige Debatten ueber nationale Identitaeten an; ungluecklicherweise, wuerden wir sie in eine ganz underschiedliche Richtung fuehren.


Quando, nel 2006, pubblicammo il primo volume di "10.000 Anni di Identità Europea", non avremmo sperato che, dopo solo 4 anni, il dibattito sull'eidentità sarebbe divenuto così acceso in tutto il mondo.

Per questo, anziché deprecare che esso sia ancora rimasto, quanto a basi teoriche ed a contenuti, a livelli che definiremmo primordiali, non possiamo, tuttavia, esimerci dalla speranza che si tratti solo di quei segni premonitori che annunziano i cambiamenti epocali che, con la terminologia di Jay ed Eldridge, abbiamo definito come "Linea Punteggiata".

Nonostante che anche in Russia, Olanda, Ucraina, Turchia, sia, di fatto, in corso un dibattito serratissimo sulla propria identità, è in Francia ed in Italia che lo Stato stesso ha promosso ufficialmente un "dibattito sull' identita'".

Questa volta, ci occuperemo del "grand débat" promosso dal Governo Francese.

Apparentemente, il dibattito verte sul rapporto fra l' "identità repubblicana figlia della Rivoluzione Francese" e il multiculturalismo imprtato dagli immigrati. Se e nella misura in cui il dibattito dovesse ridursi a questo, avrebbero ragione i socialisti a boicottarlo, e Guy Verhofstadt a dichiararlo inattuale.

Tuttavia, la difficoltà obiettiva che esiste a ridurre il dibattito sull' identità francese alla difesa dei "Valori repubblicani" fa sì che esso non possa che debordare in tutte le direzioni. Tra l' altro, ma non solo, dimostrando il superamento del nazionalismo nell' "Europa Postnazionale".

Il punto è che la cultura francese non è mai stata allineata con il trionfalismo patriottico e modernista della classe politica.

I primi intellettuali francese sono stati i Trobadors, di lingua provenzale, di irradiazione paneuropea, eretici ed aristocratici.

Il poema nazionale francese, la "Chanson de Roland", fu scritto alla Corte d' Inghilterra, in dialetto normanno, ed esalta, da una parte, la "Douce France" feudale, e, dall' altra, un eroe chiaramente francone e renano come Roland (vedi "Rolandsbogen" a Bonn). Così pure, Chrétien de Troyes esalta le avventure, in Inghilterra, di Perceval "le Gallois", riportando l' Historia Regum Britanniae, dell' Inglese Geoffrey of Monmouth.

Cartesio e Pascal, ben lungi dall' essere razionalisti, partivano dall'ipotesi che il mondo potesse non essere altro che la rappresentazione di un demone, mentre Montesquieu e Boulanger esaltavano la monarchia come la forma migliore di governo. Per Voltaire, il modello ideale di stato era l' impero cinese. Per Tocqueville, la Rivoluzione Francese era stata fatta con gli stessi elementi dell' Ancien Régime. Balzac esaltava gli "Chouans" e Baudelaire odiava la modernità.

Non stamo parlando di De Maistre, Chateaubriand, Barrès, Maurras, Drieu-la-Rochelle o Céline, e neppure di Robespierre, St.Simon, Proudhon,Péguy, Lèvy-Strauss, Benveniste, Simon Weil, Bataille,Mauriac, Roland Barthes , che vevano visioni, se possibile, più estreme.

Ma veniamo al '900.

Guénon decide che l' India sia l' unico Paese che abbia tenuto fede alle verità universali; per parte sua, si converte all' Islam, come faranno anche Béjart e Garaudy.

Anche Simone Weil e Antoine de St.Exupéry sono degli ammiratori incondizionati del mondo islamico, proprio per i motivi per cui gli attuali "identitaristi" francesi lo vorrebbero combattere: per "la ferveur"("hamas"), per il comunitarismo, per l' estetismo, per il principio di autorità. St. Exupéry, eroe della Resistenza caduto in una missione aerea suicida, vorrebbe che l' Imperatore berbero "costruisse la Cittadella nel cuore dell' uomo".

Ma non è solo la letteratura, bensì anche la storia e la politica, che smentiscono i miti "repubblicani".

L'unificazione del Nord e del Sud della Francia fu la crociata sanguinosa di Simon de Monfort.La maggior parte della Francia apparteneva, nel Medioevo, agli Inglesi e ai Borgognoni. L' Alsazia e la Corsica sono francesi solo dal '700, Nizza e Savoia solo dall' '800.

Perfino il Generale De Gaulle era tutt'altro che un tretragono sostenitore di un repubblicanismo monolitico, antistorico, borghese, centralistico. Piccolo aristocratico del Nord-Pas de Calais, il suo nome stesso (fiammingo), lo designa come discendente di antichi Celti.De Gaulle, cultore di Maurras, fu un fervente cattolico ("nous sommes des batisseurs de cathedrales"). La frase della Costituzione "La France est une République laique et sociale" fu concordata con il Primate di Francia, che la ritenne una vittoria per la Chiesa. L'ultima battaglia di De Gaulle fu quella per la Regionalizzazione. Dopo tante battaglie, fu sulla sconfitta nell referendum per la regionalizzazione che egli decise di dimettersi, dimostrando quanto essa fosse importante per lui.
E, tuttavia,nonostante i decreti della Convenzione e tutte le politiche centralistiche di due secoli, oggi si insegnano, nelle scuole francesi: Bretone, Occitano, Basco, Catalano, Nizzardo,Corso, Alsaziano e Francique.

Anche l' attuale polemica circa i "Francais de souche" è grottesca, quando si pensi che, né De Gaulle, né Mitterrrand, né Sarkozy (né Bonaparte, né Blum, né Weil,né Veil, né Pasqua, ecc...) sono nomi francesi, e, in particolare, Sarkozy è un "immigrato di seconda generazione".

Invece di andare a cercare i "Francais de Souche", che, a nostro avviso, semplicemente non esistono, la Francia può ben essere fiera di essere stata, almeno dopo la Seconda Guerra Mondiale, la vera "roccaforte pratica dell' Europeismo", con De Gaulle, Schumann, Monnet, Mitterrand, Delors, ecc.., con il "modello renano", la "force de Frappe", l' Ariane, il TGV, ecc...

domenica 29 novembre 2009

I POPOLI DEL PIEMONTE


Short Analysis of Ethnic Diversity in Piedmont. Brève analyse dela différence ethnique au Piémont.Kurze Einleitung zu den ethnischen Unterschiede unter den Voelkern Piemonts

Come già enunziato altrove, il Piemonte è storicamente molto variegato, e culturalmente diversificato, in modo non diverso dalla vicina Svizzera, con la quale condivide certi aspetti linguistici, etnici, storici e culturali.
Dal punto di vista etno-linguistico, il Piemonte può essere distinto in due fondamentali “blocchi”: da un lato, le pianure e le colline, già facenti parte dell’Italia Augustea (Gallia Cisalpina e Liguria), e, dall’altro, le Alpi, già facenti parte delle tre “Province Alpine”.

Nel primo blocco, prevale, tradizionalmente, il dialetto piemontese, che alcuni considerano una lingua, facente parte delle “parlate gallo-italiche”(anche se in aree importanti, come Verbano, Cusio e Ossola, oltre che il Tortonese, la parlata è lombarda, e, nell' Ovadese, è ligure.

Nel secondo, prevalgono parlate allogene: Provenzale, Franco-Provenzale, Francese e Walser.In passato, queste aree allogene avevano una maggiore influenza nella Regione, in quanto potevano riallacciarsi alle aree etno-linguistiche d’origine (i Walser, al Sacro Romano Impero; i Francesi ed i Franco-Provenzali, alla Francia; i Provenzali, alla Contea di Nizza, alla République des Escartouns ed al Delfinato; i Valdesi, agli Stati protestanti del Nord; tutti, agli Stati Sabaudi quale Stato Europeo transfrontaliero, multinazionale e multiculturale).

Ad esempio, i Valdesi, originari di Lione, avevano costituito, nel Medioevo, un’isola di autonomia culturale e religiosa, ed avevano esercitato, al tempo della guerra Franco-Piemontese, una decisa influenza, non solo sugli esiti della guerra e sulla nascita del Regno di Sardegna, ma, perfino, sull’equilibrio delle forze a livello europeo. Successivamente, essi, in quanto maggiore comunità protestante, hanno costituito anche il polo di aggregazione di tutti i Protestanti d’Italia. Anche i Provenzali avevano dato, nel Medioevo, il loro contributo alla cultura del Piemonte, attraverso l’attiva presenza dei Trobadors presso le corti feudali del Piemonte Meridionale, e, soprattutto, del Marchese Bonifacio del Monferrato.

Con la creazione dello Stato sabaudo, l’inurbamento e l’industrializzazione, questi territori avevano perduto la loro importanza come aree di passaggio all’interno di realtà politiche ed economiche europee, transfrontaliere e multiculturali, riducendosi a territori di montagna caratterizzati dallo spopolamento e dalla povertà.

Durante la 2ª Guerra Mondiale, i popoli alpini hanno avuto un’importante occasione di affermare la propria identità, costituendo un importante supporto logistico ed una base di reclutamento del movimento della Resistenza. In particolare, essi hanno fornito un fondamentale contributo allo sviluppo del pensiero federalistico ed alle idee di autonomia locale, inviando i loro rappresentanti a stipulare a Chivasso, insieme agli autonomisti valdostani, la Carta dei Popoli Alpini.

Dopo la 2ª Guerra Mondiale, le zone alpine piemontesi non avevano neppure potuto fruire dei vantaggi dell’autonomia concessa alla Valle d’Aosta (che era stata staccata dalla Provincia di Ivrea), ed avevano avuto, come unica risorsa, il turismo, il quale, per altro, soprattutto nelle forme in cui si manifestava in quegli anni (attraverso la cementificazione e le seconde case per il fine settimana), tendeva a cancellare ancor più le identità locali ed a ridurre ulteriormente i momenti di aggregazione delle popolazioni locali.

Solamente negli ultimi anni, grazie al movimento, a livello europeo, per il riconoscimento delle identità locali, grazie alle politiche europee per la cooperazione transfrontaliera ed alle legislazioni locali a favore della montagna e delle lingue minoritarie, si assiste ad un fenomeno di riqualificazione delle culture locali, che passa attraverso la creazione di centri di cultura locale, l’insegnamento delle lingue locali, una politica urbanistica rispettosa del patrimonio naturale e delle tradizioni architettoniche, il rilancio dell’artigianato e delle industrie agroalimentari, la diffusione transregionale delle culture locali.

Negli ultimi anni, gli sforzi analoghi che si stanno compiendo in tutto l’arco alpino, dalla Provenza alla Svizzera, dall’Austria alla Croazia, hanno trovato la propria consacrazione nella Convenzione delle Alpi, con l’ambizioso scopo di coordinare tutte le molteplici iniziative che si stanno svolgendo a livello europeo, nazionale, regionale e locale.

Un ultimo accenno: è in corso, a livello nazionale, una campagna per l’abolizione delle Province. E, in effetti, le Province sono estranee alle nostre tradizioni storiche, in quanto alla Provincia di Torino non corrispondono né il Marchesato di Torino, né quello di Susa, né il Comune di Chieri, ecc.. Inoltre, le Province non tengono conto delle minoranze etniche, le quali sono, per altro, decentrate e poco popolate.

E, tuttavia, giacché è impensabile che all’abolizione delle Province non subentri una qualche realtà alternativa (come, per esempio, le Città Metropolitane e le Comunità Montane), più o meno sulla falsariga degli “Stadtkreise” e dei “Landkreise” tedeschi, ci permetteremmo sommessamente di suggerire una Comunità delle Valli Occitane, una Comunità Franco-Provenzale, una Comunità Valdese ed una Comunità Walser.

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