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martedì 29 novembre 2011

RICOMINCIARE DALLA CULTURA


A  Contribution of Italy to the Restarting of European Integration
Une contribution de l'Italie à la relance de l' intégration européenne
Ein Beitrag Europas zur Belebung der europaeischen Integration


I.     RUOLO DELLA CULTURA IN EUROPA

Il motivo per cui, in concomitanza con l’attuale crisi finanziaria, è facile il gioco della demagogia di fare della cultura un capro espiatorio,  è che, come mi insegnano la mie diverse  esperienze, di funzionario europeo, di manager di multinazionali, di editore, di promotore culturale, di scrittore, di imprenditore creativo e di consulente aziendale, tanto le produzioni culturali, quanto le politiche per l’innovazione, quanto, infine,  la comunicazione sull’ Europa, sono spesso percepite dai cittadini con fastidio, in quanto si dà per lo più per scontato ch’esse siano forzate, autoreferenziali, politicizzate, acritiche e non spontanee.

In realtà, la crisi dell’impegno nella cosa pubblica  e la perdita della capacità auratica della cultura viaggiano in parallelo, perché non vi sono più temi mobilitanti, e, a quelli che in realtà ci sarebbero (come l’Europa), la cultura e la politica non sono capaci di dare un contenuto soddisfacente, ché, anzi, si presenta, impropriamente, l’Europa non già come una miniera di stimoli ideali, bensì come un gendarme, che avrebbe come compito istituzionale quello di imporre ai cittadini i desiderata del mondo finanziario a scapito delle esigenze della natura, della cultura, dei lavoratori e delle famiglie.

La politica non interessa più perché i cittadini sentono che la loro possibilità di influenzare l’andamento della storia è limitatissima, mentre le cose che contano sono già state decise da poteri anonimi: eserciti, finanza internazionale, grandi concentrazioni mediatiche. Solo mettendo l’ Europa al centro della politica si potrebbe entrare veramente nel merito delle scelte di civiltà e di società, delle decisioni fondamentali sulla tecnica e sulla natura, sulla pace e sulla guerra, coinvolgendo, così,  anche emotivamente, i cittadini in un ruolo attivo nelle grandi scelte.

La cultura non appassiona più quando si presenta come tecnicistica, intellettualistica, non legata al vissuto dei cittadini, ed essa è così perché è standardizzata, non radicata in un concreto ambito culturale. Ambito che può essere senz’altro anche la città o la nazione, ma, in un’epoca di globalizzazione, manca di spessore se non ha una dimensione europea. Cioè se non parteggia in un modo concreto nel dibattito sull’avvenire del mondo.

Infine, il dibattito politico sulla cultura è tutto incentrato su una quota modestissima delle attività culturali, quelle visive e,  performative, ignorando più o meno i collegamenti con la scuola, l’editoria, la ricertca scientifica,i media,le professioni,l’informatica, il turismo, ecc..


Quanto sopra non è contraddetto dall’enorme sviluppo della cultura come fenomeno sociologico, che ha le sue ragion d’essere nell’accrescimento della scolarizzazione, nella mobilità sociale, nell’aumento del tempo libero. Si tratta  di una fondamentale contraddizione: mentre si produce molta più cultura, l’atteggiamento degli addetti ai lavori non è di responsabilità civile, né neppure carismatico, bensì essenzialmente funzionale e mercatistico. Ad esso, corrisponde,  da parte dei cittadini,un atteggiamento di “flaneurs” svogliati e passivi, e di domanda poco solvibile  dei prodotti culturali.

Occorre una vera e propria rivoluzione culturale, che allarghi l’idea di Europa, da quella di un progetto economico e giuridico contingente, a quella di uno spazio, naturale e storico, di ampio respiro, che possiede infinite e sconosciute risorse di cultura, di pensiero, di scienza, di tecnologia, di arte, di paesaggi, di stili di vita, di culture sociali, nel quale siamo tutti, volenti o nolenti, inseriti: uno spazio di civiltà. Al quale appartengono il Nord e il Mediterraneo, l’Atlantico e il Mar Nero, la classicità e il Cristianesimo, l’Illuminismo e il Romanticismo, Cartesio e Wittgenstein, la tecnologia e il lavoro.

Se non riesce a far percepire questo mondo europeo condiviso di cultura, non ci sarà mai una vera Europa. E, viceversa, non ci sarà mai interesse per la cultura finché non dimostreremo, attraverso un progetto concreto, che essa può ancora incidere sul mondo, attraverso uno strumento efficace: l’Europa.

E, infine, non ci sarà mai una condivisione politica dei cittadini, se non riusciremo a farli partecipare, attraverso una cultura europea e uno Stato europeo, alle grandi scelte sul futuro del mondo.

Questo è, a nostro avviso, il primo compito di una politica culturale europea, e, poiché siamo tutti in Europa, di una politica culturale tout court, oltre che della politica.

1.    Il “Governo per l’Europa”

Per questi motivi, affinché il “Governo per l’Europa” non resti uno “slogan” retorico, il Governo italiano dovrà, a nostro avviso, farsi carico, oltre che di problemi economici, anche della rivitalizzazione, all’interno e all’esterno, del mondo culturale, nella chiave europea che abbiamo sopra enunziato.

L’Italia è uno dei maggiori poli di cultura nel mondo. Un ineguagliabile patrimonio artistico e monumentale antico, medievale e moderno; una tradizione di creatori di rilevanza permanente e mondiale, da Pitagora a Virgilio, da Orazio a Dante, da Machiavelli a Gramsci, da Verdi a Puccini, ecc…; una creatività sociale e imprenditoriale inesauribile: dall’invenzione della “lex mercatoria” a quella dei grandi istituti sociali religiosi, dall’introduzione in Europa del fordismo allo Statuto dei Lavoratori; dal fama mondiale dell’artigianato all’eccellenza nel turismo culturale, emozionale  e religioso.

Non è neppure vero che l’Italia non sia più un paese colto. Certo, la cultura non è ora, e non è mai stata, da noi, un fenomeno di massa. E, tuttavia, ancor oggi vi è un diffuso interesse per tutte le manifestazioni culturali.Per questo, si può e si devono migliorare le cose che non vanno, in tutti i campi della vita culturale, con un approccio prima qualitativo che non quantitativo.

L’Unione Europea trae le sue origini storiche nella tradizione dell’Impero Romano, delle Chiese Cristiane e del Sacro Romano Impero, che, tutti, hanno avuto come centro Roma. I trattati istitutivi delle Comunità Europee sono stati firmati a Roma. Per questi motivi, non è neppure pensabile che l’Italia possa essere esclusa dal “nocciolo duro” dell’Unione Europea. Neppure si può accettare che, per contingenti questioni finanziarie, essa venga posta sul banco degli imputati. L’Italia deve dimostrare, non soltanto con adeguate manovre finanziarie, ma anche con la propria capacità di leadership in campo culturale e politico, che essa continua ad essere all’avanguardia dell’Europa.

L’Italia deve ridivenire, come nell’ Antichità, nel Medio Evo, nel Rinascimento e nel Risorgimento, il laboratorio culturale dove tutti gli Europei vorrebbero venire,  per vivere nella cultura e partecipare,attraverso  la cultura, al rinnovamento dell’ Europa.



2.    La situazione attuale

Il Governo italiano può e deve dimostrare di essere all’altezza di questo compito, facendosi promotore del rilancio del processo di integrazione europea. Ma ciò non potrà avvenire solamente , come nell’esperienza, fallimentare, della Costituzione Europea, attraverso la “messa in bella” degli stessi concetti giuridici ed economici di sempre, bensì attraverso il rilancio della creatività culturale degli Italiani e degli Europei, che ribalti l’attuale situazione di debolezza, valorizzando tutti gli aspetti “culturali” delle società italiana e europea.

L’aspetto creativo della cultura non richiede molte risorse finanziarie, bensì intellettive e morali, e, soprattutto, un clima di apertura delle porte dell’ufficialità alla cultura prodotta dai cittadini fuori dei circuiti e dei canoni ufficiali.

Siamo già un prodotto della “Società della conoscenza”, la quale ha creato, in vasti gruppi di cittadini, enormi aspettative, tuttora insoddisfatte, di partecipazione culturale attiva. Ma, contrariamente a quanto affermato nella Strategia “Europa 2020”, questo è solo il punto di partenza, non già l’obiettivo a cui tendere. A nostro avviso, in controtendenza rispetto alla “società delle aspettative decrescenti”, le società attuali vanno strutturandosi nel senso di incrementare le loro aspettative culturali. Non è neppure vero che i cittadini non vogliano un impegno culturale dello Stato, però spesso essi non capiscono il perché delle scelte che, sulla cultura, vengono fatte a livello politico. Essi vorrebbero, probabilmente, che venissero sostenute soprattutto le attività culturali veramente prioritarie, e quelle che essi “sentono” più come proprie.

Occorre inoltre chiarire che, a questa “Domanda di cultura” da parte dei cittadini non è solo un’ obsoleta aspettativa sociale, ma corrisponde soprattutto alla sopra accennata  obiettiva urgenza di poter disporre di una cultura rinnovata e condivisa  come strumento per migliorare la società.

3.         Urgenza della nuova cultura

Che la cultura rappresenti qualcosa di ben più vasto che non uno sterile e passivo passatempo  è dimostrato proprio dal dibattito, attualmente in corso, a proposito della politica culturale del Comune di Milano, in cui si è giustamente affermato che non ha più senso parlare, ad esempio, di arte contemporanea come qualcosa di isolato dalla cultura contemporanea.

Innanzitutto, la crisi in corso, mondiale prima che europea e italiana, sta dimostrando l’insufficienza delle attuali culture economiche (e, prima ancora, politiche e filosofiche) a rendere conto delle tendenze ed esigenze delle società del mondo contemporaneo. Non si può fingere che Cernobyl e Fukushima, Lehman Brothers e la crisi dell’Euro, siano solo trascurabili incidenti di percorso. La “distruzione creativa”, insita nei processi di globalizzazione, non è oggi adeguatamente bilanciata, né da un adeguato sforzo di ricostituzione del capitale sociale, né da un discorso pubblico aperto a tutti e vicino alle cose. Perciò, la cultura è oggi una risorsa indispensabile innanzitutto perché è la sola a permettere di rivalutare criticamente e di migliorare questa politica e questa economia, con un linguaggio condiviso con i cittadini.

Una nuova cultura adeguatamente rifocalizzata viene oggi ricercata spasmodicamente in tutto il mondo perfino come supporto alla competitività degli Stati e delle imprese. Non si entra qui nella diatriba, in corso anche a livello mondiale, fra i sostenitori della cultura tecnica e di  quella umanistica. Come persona che ha trascorso più di trent’anni in una decina di imprese europee, posso affermare che entrambe queste culture sono necessarie, tanto per il legame sociale, quanto per lo sviluppo economico, sia al livello della formazione dei quadri, sia, ed ancor più, nell’orientamento delle scelte strategiche verso obiettivi ambiziosi dal punto di vista tecnico, economico e anche politico. Le due culture dovranno sempre più integrarsi e sostenersi a vicenda.

La cultura tecnica dovrà fornire a cittadini e alle classi dirigenti i necessari strumenti per inserirsi con un ruolo determinante nelle attuali dialettiche mondiali,economiche, ma anche politiche. La cultura umanistica servirà per poter dialogare su un piede di parità con tutte le culture del mondo e per individuarne indirizzi umanamente accettabili per gli sviluppi tecnologici.

E dunque, quand’anche l’importo totale della “torta” dell’economia europea dovesse ridursi in modo permanente, vi saranno sempre più pressioni, e ragioni obiettive, per dedicare alla cultura, intesa nel senso globale di cui sopra, una fetta crescente della “torta” stessa, anche se con l’urgenza di fare di più con meno risorse. Ma, per poter risolvere quest’equazione, non bastano abili manovre ragionieristiche, né sofisticate lottizzazioni politiche, né tirare semplicemente la cinghia. Occorre soprattutto una rinnovata concezione della cultura, più focalizzata sull’impegno personale e sui contenuti che non sulla burocrazia, sul professionalismo e sulla mediatizzazione.


4.         La questione delle risorse

Una delle debolezze principali dei sostenitori della cultura di fronte alla politica dei “tagli” indiscriminati consiste nella difficoltà di chiarire che la cultura comprende in sé e serve a mobilitare, direttamente o indirettamente,  una gran parte di attività sociali che, nella presente società post-industriale rappresentano addirittura la maggior parte dell’ occupazione e del reddito: dalla politica all’artigianato, dall’ economia alle produzioni tipiche, dall’alta tecnologia al turismo, dalle industrie innovative alla scuola, dai media alle professioni, dall’ informatica alla tutela del territorio.

La maggior parte dei cittadini europei e italiani (manager o ristoratori, studiosi o artigiani, imprenditori creativi o insegnanti, artisti o consulenti aziendali, ricercatori o liberi professionisti, giornalisti o informatici) lavora in questi settori, e fa della cultura il proprio principale strumento di lavoro e, spesso, anche il principale output della propria attività.

Perciò, la sinergia con altre attività sociali non può essere ingenuamente ridotta, come giustamente osservato dall’ assessore Boeri,  al mecenatismo, ignorando invece la sinergia naturale e inestricabile fra l’investimento in cultura di tutte queste figure professionali, come gli imprenditori culturali, i professionisti del terziario avanzato, i ricercatori, e le chance di successo delle loro attività, che fanno sì che la cultura possa sempre contare su queste forze sociali.

Il problema prioritario non è, poi, la scarsezza delle risorse, bensì la mancanza di buon senso nell’uso che si fa delle risorse esistenti, con squilibri enormi e repentini, e la conseguente impossibilità, per i cittadini prima ancora che per le imprese e per gli Stati, di progettare in modo sensato le loro vite - non solamente economiche -, le quali non devono certo essere spese solamente nel difendersi dalle continue oscillazioni e diktat dell’economia. Quindi, la mancanza di una vera “Cultura della stabilità”, che dev’essere affermata prima negli animi e nelle menti che non nei conti pubblici.


5.    I compiti da affrontare

Un solo esempio di compiti urgenti e disattesi. Oggi tutti, a cominciare dall’America, dalla Cina e dalla Russia, esigono imperativamente dall’Europa il consolidamento del ruolo politico dell’Europa, che si è ignorato per decenni, come indispensabile per salvare il sistema economico mondiale. Tuttavia, come dimostrano le interminabili “querelles” nel cuore stesso, franco-tedesco, dell’ Europa, non è pensabile superare le attuali divergenze, fra nazioni e scuole di pensiero, sulla “governance”, senza un lavoro a tutto tondo sull’identità culturale del Continente. Tale identità è, a nostro avviso, persuasiva almeno altrettanto quanto quelle americana e cinese, sulle quali si fondano, tra l’altro, anche le rispettive politiche economiche di quelle aree, e i sacrifici che da sempre hanno richiesto e richiedono ai loro cittadini. Tuttavia, essa è stata trascurata in Europa, quasi ch’essa fosse un lusso intellettualistico, anche se già i Padri Fondatori avevano ammonito che, quando la costruzione europea avesse dovuto incagliarsi, si sarebbe dovuti ripartire dalla cultura.

Quindi: rinascita della cultura europea, per proporre ai cittadini un modello di società con più Europa e per sostenere un ceto politico creativo, che realizzi finalmente un Governo europeo veramente focalizzato sull’Europa, e quindi capace di por fine al caos economico e sociale oggi imperante.

A causa della scarsa autoriflessione delle nostre società, nonostante il risveglio degli ultimi decenni, solo una parte infinitesima delle risorse europee, ma anche italiane, sono state fino ad ora adeguatamente valorizzate. Basti pensare che l’Europa ha il maggiore PIL, le maggiori risorse finanziarie, la maggior produzione culturale, ma ha il 30% del suo debito in mano ad investitori stranieri, e arriva a pregare il mondo intero di salvare l’Euro, e perfino ad avere un saldo negativo dell’interscambio culturale cogli USA.

Si impone una valutazione globale e corale degli scenari, che includa l’economia internazionale, il ruolo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, le politiche dei soggetti pubblici, le culture e le disponibilità delle imprese. Solo alla fine tutto ciò potrà tradursi, a nostro avviso, in progetti complessivi per l’Europa. Questo passaggio è un compito prioritario della cultura, che deve essere di stimolo alla politica. Solo da una base culturale condivisa si potrebbe rilanciare rapidamente un dialogo senza pregiudizi sul governo dell’Europa, interrottosi ingloriosamente con la bocciatura della Costituzione Europea.

E’infatti impensabile che i Tedeschi e altri Paesi nordici accettino di annacquare radicalmente la loro - vincente - cultura della stabilità per venire incontro alle difficoltà dell’Europa Meridionale, o che gli Slovacchi rischino le loro poche e sudate riserve per i “ricchi” Italiani, o che i Greci accettino gravosissimi sacrifici per salvare l’Euro, se non vi è la coscienza profonda di un comune spazio culturale, e, quindi, di un comune destino. In questa consapevolezza, si rivelerebbe l’assurdità della puerile visione secondo cui il problema si ridurrebbe al fatto che i mediterranei spendaccioni vorrebbero fare pagare i loro debiti ai Tedeschi intraprendenti e risparmiatori.

Coscienza comune che non ci sarà però mai finché il “mainstream” della cultura e dei media europei ignorerà aspetti fondamentali per gran parte d’Europa, che sono essenziali nell’ identità di molti popoli: per esempio, le antiche civiltà danubiane e dell ‘Europa Centrale e Orientale,  islamiche e ebraiche in Europa; gli antichi progetti di unificazione europea; gli stessi rudimenti della filologia germanica o slava. Al punto che l’Europeo medio conosce molto meglio Manhattan che non Berlino, Varsavia o Istanbul; la Guerra del Vietnam che non la storia di Solidarnosc. La stessa idea di libertà, che dovrebbe essere al centro dell’identità europea, viene rappresentata in modo così retorico da trasformarsi in omologazione, conformismo e arroganza. Perché mai il cittadino dovrebbe sacrificarsi per questa Europa?

Quindi, innanzitutto, incremento dei contenuti europei nell’insegnamento delle lingue, della storia, dell’arte, delle religioni, dell’economia e della geografia, e il sostegno a quelle produzioni mediatiche che contribuiscono alla conoscenza reciproca fra gli Europei. L’attuale spinta all’incremento del contenuto tecnico dell’educazione non è di ostacolo, bensì di stimolo, a quest’accresciuta offerta culturale. Un ottimo esempio di ciò è costituito dalla Media Literacy caldeggiata dall’ Unione Europea, che può divenire un eccezionale strumento di diffusione della cultura europea “tout court”.


II.  UN PROGRAMMA ITALIANO DI CULTURA EUROPEA PER IL RILANCIO DELL’UNIONE.

1.    Le priorità

Quali dovrebbero essere, allora, le priorità?

a)      occorre sostenere (per esempio con la creazione di un’Accademia Europea) lo studio e il dibattito a tutto tondo sulle sfide in gioco a livello mondiale, con una visione globale della cultura, che comprenda tutti i settori, dalla cultura “alta”, alla libera creatività dei cittadini;dalla cultura tecnica a quella umanistica; dalla cultura occidentale contemporanea a quelle dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica; da quella scientifica a quella filosofico-estetica; da quella religiosa a quelle del lavoro; da quella politica a quella del management;

b)      quindi, passare da una cultura da “flaneurs” disincantati , a una cultura di cittadini impegnati, i quali ,come già a suo tempo nelle culture classiche, nel loro fare filosofia o arte, economia o letteratura, musica, ricerca scientifica o management, tengano sempre presente la loro responsabilità di contribuire al chiarimento delle grandi questioni della società (che oggi sono questioni europee e anche mondiali), e lo facciano, quando necessario, anche con il sacrificio personale;

c)      nel fare ciò, non è, oggi, il momento per i dogmi: si incontrano e si scontrano popoli nuovi e diversi, nuove culture, nuove generazioni. Non vi è nessuna ragione per privilegiare il nuovo rispetto a ciò che è consolidato, ma neppure viceversa, dichiarando “non negoziabile” l’insieme dell’esistente;

d)      poi, la politica, lungi dall’arroccarsi nella pretesa di essere la sola depositaria delle culture politiche e sociali, dovrà ora aprirsi al dibattito con la cultura e con la tecnica, sui fini della politica e sul contesto auspicabile di un nuovo sistema mondiale, su una nuova Europa che dovrà occuparsi anche, e soprattutto, di scuola, di nuove tecnologie, di media, di lavoro, di politiche industriali, di politica estera e di difesa;

e)      infine, anche la cultura ufficiale dovrà uscire dal corporativismo, dal tecnicismo e dal mercatismo, e avere nuovamente il coraggio di impegnarsi nel dibattito sulla res publica, e di confrontarsi con i non addetti ai lavori, e, in generale, con i cittadini:”La democrazia partecipativa, i blog, i siti web, Facebook, Twitter, impongono che le scelte siano passate al vaglio di ampie discussioni, in Rete e non solo lì”;

f)       per concludere, alla luce delle risposte ai punti precedenti, la politica dovrà compiere un’opera sensata e trasparente di programmazione delle risorse per la cultura, la scuola, la ricerca scientifica, il terziario avanzato, il territorio, il turismo, a livello europeo, nazionale, locale, ripartendo i compiti fra pubblico, privato e terzo settore, in modo da adeguarsi alle risultanze di quel grande dibattito.

Tutto ciò, date le urgenze, non può avvenire in sequenza, bensì dev’essere fatto in parallelo.


2.    Spunti di programma

Riteniamo che si possa fin d’ora immaginare che un vero programma culturale dello Stato Italiano debba  comprendere:

-        una campagna per la piena attuazione  dei Titoli XII e XIII del Trattato di Lisbona, in materia di educazione, formazione e cultura e, in particolare, di media, scuola, ricerca scientifica, promozione internazionale del turismo europeo;

-     la razionalizzazione degli strumenti europei in materia culturale, con l’alleggerimento della burocrazia e il coordinamento con gli strumenti in materia di formazione, di ricerca scientifica, con le politiche regionali e strutturali, soprattutto nelle aree delle tecnologie per i media, della valorizzazione del territorio, della mobilità intelligente, dell’intelligenza artificiale, dello spazio e della cibernetica;

-        il lancio di nuovi progetti europei come Galileo, che è partito proprio adesso, verso i quali canalizzare gli sforzi tecnologici anche delle imprese minori, che solo in tal modo possono essere elevate a livello di avanguardia;

-        la sponsorizzazione della nascita (possibilmente in Italia), e sfruttando anche risorse esistenti:

          -   di un’Accademia d’ Europa che, al di là della formazione superiore, costituisca uno spazio di incontro ai massimi livelli fra studiosi, dirigenti e cittadini sui temi della cultura - umanistica, sociale, culturale e artistica - europea;

          -   di un Museo Virtuale dell’Europa, capace di far conoscere a tutti i cittadini europei, mettendo in rete il patrimonio culturale italiano come punto di partenza per comprendere l’infinita ricchezza e diversità della storia e della cultura europea;

-        il rafforzamento, nelle scuole di ogni ordine e grado, dei contenuti europei di tutte le materie di insegnamento, attraverso progetti concreti,eventualmente connessi a “Media Literacy” come “Introduzione al multiculturalismo”, “Storia della cultura europea”;”L’Europa e le sue Regioni” ;

-        il rafforzamento del coordinamento dei curricula, in modo da favorire al massimo la mobilità intraeuropea degli studenti e dei laureati;

-        l’aggiornamento dei contenuti degli insegnamenti tecnici e umanistici, per farvi rientrare anche tutte quelle nuove materie senza le quali non è oggi possibile, né una seria riflessione culturale, né una sana strategia d’impresa, né l’accrescimento della produttività, né la capacità di promozione internazionale: informatica, linguistica, in particolare delle lingue europee e orientali, neuroscienze e bioetica; diritto internazionale comparato; cibernetica; culture comparate; risparmio energetico, eccetera;

-      l’applicazione delle migliori pratiche di formazione dei Paesi europei “vincenti”, come per esempio il numero chiuso, i prestiti d’onore e l’uso massiccio dell’apprendistato, secondo il modello tedesco;

-      il coinvolgimento permanente dei mondi della cultura, della scuola, della ricerca scientifica, delle industrie creative e di alta tecnologia, del terziario avanzato, del turismo, in “Stati Generali Permanenti della Cultura per l’ Europa”,


Questi miglioramenti hanno carattere qualitativo, non quantitativo. Di conseguenza, essi non richiedono risorse aggiuntive, ma permettono grandi razionalizzazioni, soprattutto se attuati insieme agli altri Europei e battendosi per lo snellimento della burocrazia per fare fronte alla crisi.

Altro strumento per fare fronte alla crisi, il fare un maggiore ricorso alla creatività dei cittadini e delle imprese, che non avranno difficoltà ad aprire i cordoni della borsa se la cultura da loro autoprodotta sarà trattata su un piede di parità con quella prodotta da istituzioni ufficiali, e in modo tale da aprire anche ad essi le porte della visibilità e dei mercati culturali.





lunedì 14 giugno 2010

VECCHISSIMA EUROPA

Crisis of Political Systems Reinforces Crisis of Euro.La crise des systèmes politiques renforce la crise de l' Euro.Krise der politischen Systhemen verstaerkt Euro-Krise.








L'articolo di Andrea Bonanati sulla prima pagina della Repubblica del 14 giugno 2010, Piccole Patrie d' Europa, prende atto della crisi dei partiti politici in Europa, e rileva che tale crisi è legata a quella del progetto europeo: "Forse non ne eravamo veramente consapevoli ma, dalla Francia alla Finlandia, dall' Olanda ai Paesi dell' Est, il progetto di costruire un' Europa unita è stata l' unica vera proposta politica dell' ultimo mezzo secolo."

FINALMENTE!

Noi lo ripetevamo, appunto, da quasi 50 anni. I fatti di Grecia (crisi finanziaria), Inghilterra ("Hung Parliament") , Germania (dimissioni Koehler), Belgio (vittoria separatista), sono qui a confermarlo.

E, conseguentemente, dice Bonanno, andando in crisi l' Europa, vanno in crisi i Partiti Politici.

Bisogna intendersi su che cosa stia andando in crisi.

L' idea di un' Europa Unita non si identifica con il progetto portato avanti dal 1957 a oggi. Esso prende forma lentissimamente, dal '300 ad oggi, attraverso progetti e discussioni sempre più precisi e dettagliati. Teoricamente, esso si potrà ritenere completato solamente quando un sistema socio-politico che comprenda l' intero continente parteciperà su un piede di parità con gli altri continenti a determinare i destini del mondo. Oggi, l' Europa manca ancora di parti importanti, soprattutto nelle sue parti orientali e non ha, sui destini del mondo (e sui suoi stessi destini), quello stesso peso che hanno America e Cina.

Il progetto europeo che è oggi in crisi è quello avviato nel 1957 dai Governi, il quale aveva alcuni presupposti: organizzare la parte occidentale dell' Europa, favorire la ricostruzione dopo la guerra, diffondere il benessere. Quel progetto non era concepito "dall' Atlantico agli Urali", né come di livello pari a quello degli Stati Uniti.E, infatti, è in tono polemico che De Gaulle vi contrapponeva il suo disegno. Esso non si proponeva di costruire un nuovo tipo di società, diverso dalla semplice ricostruzione. Esso non si poneva il problema che il benessere avrebbe anche potuto diminuire.

Oggi, il progetto originario non è in crisi: è stato realizzato. Abbiamo un' Europa Occidentale e centrale unita nella NATO. Abbiamo ricostruito l' Europa dalla 2a Guerra Mondiale e ristrutturato i Paesi ex comunisti dell' Europa Centrale e Orientale. Godiamo di livello di benessere superiore a quello di qualunque altro territorio del mondo.

L' "establishement" politico e culturale che si poneva quegli obiettivi non ha, i realtà, più nulla da proporre. Anzi, ogni cosa nuova che accade lo spaventa. L' America si ritira da alcune sue posizioni. E come facciamo? I paesi in via di sviluppo ci portano nuove idee? Aiuto, è in pericolo la nostra identità! Si riduce la corsa al benessere? E' la fine del consenso sociale!

Peccato che uno Stato non si governa senza progetto, e solo con la paura del nuovo. e, se esso non si autogoverna, ci vuole qualcun altro che lo governi, secondo il progetto che esseo ha ideato. E, infatti, l' America ci ha provato, con la parola d' ordine "siamo tutti americani!".Ci riesce?Un po'sì, un pò no. Fra un pò, ci proveranno altri: i Russi, i Turchi?Tuttavia, per quanto più vivi e più progettuali degli Europei, anche questi due Paesi non ci sembrano avere le idee molto chiare su "che cosa vogliono fare da grandi".

Qui, le idee bisogna farsele venire!

L'unità non è completata ad Est. L' Europa non può darsi una politica estera.

Dopo la ricostruzione, bisogna pensare a un modo di vivere che ci piaccia e che corrisponda alla nostra cultura (tradizione, ambiente, creatività, pluralismo).

Dopo il benessere, bisogna pensare ad un' economia umana e sostenibile, condivisa con gli altri continenti.

Un' Europa così sarebbe qualcosa di irriconoscibile, un progetto politico diverso, per i prossimi 50 anni.

Chi oserà prendere in mano questo nuovo progetto?

martedì 11 maggio 2010

DIBATTITO ONLINE:DOVE STA ANDANDO LA CULTURA EUROPEA-2

QUESTIONE N. 2:
Esistono momenti di eccellenza nella cultura europea di oggi?

Do Moments of Excellence Exist in European Culture Today?
Dans la culture européenne d' aujourd'hui, existent-ils des moments d' excellence?
Gibt es, in der heutigen europaeischen Kultur, Elemente von Exzellenz?




Nel testo che segue, ci sforziamo di segnalare quelli che, a nostro avviso, sono riconosciuti Autori europei viventi di valore universale.

Ribadiamo, per altro, che, da un lato, la "non trasparenza" dell' attuale sistema mediatico non sempre ci permette di discernere i reali valori, e che, dall' altro, come messo opportunamente in evidenza recentemente da Robert Compagnon, c' è stata, recentemente, una "moria" di grandi Maestri (Stockhausen , Althusser, Juenger, Solzhenitsin, Gadamer, ecc...).

1)Teologia

Può sembrare paradossale, in un' era in cui si ritiene, quasi unanimemente (ivi compreso il Sommo Pontefice), che, oramai, la "secolarizzazione" sia giunta al suo culmine, che l' Europa possegga delle eccellenze in campo teologico.

Intanto, ricordiamo che la Religione maggioritaria dell' Europa, il Cristianesimo (in tutte le sue varie denominazioni), così pure come le due religioni "minoritarie" (islam ed ebraismo), sono più rappresentate in altri Continenti che non in Europa.

Inoltre, alcuni teologi cristiani contemporanei, dopo la "trasformazione" ,in Papi, di due grandissimi teologi, come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con tutte le limitazioni che ciò comporta, sono divenuti più "teologi mondiali", che non "teologi cattolici, cristiani ed ecumenici".

Intendiamo riferirci, qui, a due grandi "opzioni" della teologia cattolica contemporanea, ambedue inesorabilmente orientate verso l' ecumenismo :

-la prima, impersonata da Hans Kueng, è inclinata verso gli sviluppi della teologia protestante di lingua germanica, avente il suo "cuore" alla Facoltà di Teologia dell' Università di Tuebingen.Secondo questa tendenza, ciò che accomuna le diverse religioni del mondo è la loro condivisione di un certo numero di valori: l' "etica mondiale" ("Weltethos");

-la seconda, impersonata da Raimon Panikkar,punta sulla comunananza sostanziale delle religioni, incentrata sullla ricerca della salvezza nella rinunzia al mondo.

Ambedue gli Autori sono accomunati dallo studio attento delle culture degli Altri, e, nel caso di Panikkar, da una vera e propria immedesimazione.

2)Filosofia

La filosofia contemporanea risente soprattutto della visione che Heidegger ci ha fornito di Nietzsche.

I due autori che maggiormente sono influenzati da tale interpretazione sono, in America, Rorty, e, in Europa, Vattimo.

Secondo Rorty, la civiltà contemporanea sarebbe contraddistinta dalla lotta fra le soggetttività per imporre loro punti di vista soggettivi di carattere estetico.

Secondo Vattimo, che si riallaccia, in ciò, a Gadamer, questo conflitto fra le soggettività non sarebbe immediato, bensì mediato dalla tradizione storica, che, in Europa, è cristiana.

3)Storia culturale

La storia della cultura è segnata particolarmente dall' esperienza della Scuola di Francoforte, e, in particolare, da Benjamin, Horkheimer/Adorno e Marcuse.

Secondo questi Autori, la Modernità, il Mito del Progresso, hanno raggiunto l' apice del loro ciclo, e stanno, oramai, percorrendo una parabola discendente.

Sarebbe stata riconosciuta l' impossibilità della realizzazione del progetto illuminista del superamento del mito.

L' uomo moderno anela alla ricostituzione del mito.

Anzi, tutti i grandi intellettuali moderni perseguono deliberatamente la ricostituzione del mito, da Hoelderlin, Hegel e Schelling, nel Systemprogramm des deutschen Idealismus, a Saint-Simon, che si ripropone la costituzione di "una nuova età organica", allo stesso Marx, che, nella società comunista, fa intravedere un mito antimoderno, a Nietzsche, con il mito dell' eterno ritorno, a Jung, con i suoi "archetipi", ecc...


Una recente tendenza storiografica (Touraine, Bhabha,Taguieff, Compagnon, De Michelis) identifica la storia della cultura europea con la storia dell' antimodernismo (Dante, Machiavelli, De las Casas,Montaigne, Pascal, Hoelderlin, Novalis, Goethe, De Maistre, Kierkegaard, Schopenhauer, Burkhardt, Dostojevskij,Baudelaire, Nietzsche, Jung, Weber, Heidegger,Lem, Pasolini, Tomasi di Lampedusa, Solzhenitsin, Tarkovskij, Kieslowskij, Kadaré).


3)Storia

Anche nel campo della storia propriamente detta (storia politico-sociale), ove dovrebbe regnare l' obiettività, è prevalente l' idea che la storia contenga un grado notevole di soggettività.

Franco Cardini, storico del Medioevo, è, nello stesso tempo, anche un grande critico della società contemporanea, ed unn teorico dell' Identità Europea.

In un modo, in un certo senso, parallelo, Jan Assman, Norman Davis e David Miles decostruiscono le "grandi narrazioni" della tradizione "giudaico cristiana" e dell' "Anglo-Saxon Idea".

4)Economia

Dopo le continue malefatte del sistema economico occidentale, si sente sempre più urgentemente l' esigenza di ricostituire il sistema socio-economico su nuove basi. Tuttavia, sono ben pochi gli Autori, i quali stiano ricercando nuove formule, le quali ci permettano di sfuggire ai comprovati difetti del sistema economico "occidentale" o "capitalistico", definito, da Giovanni Paolo II, "una Struttura di Peccato".

Fra i pochi Autori che operano in questo contesto, ne vorremmo segnalare due, apparentemente diversi, se non opposti.

Serge Latouche vorrebbe creare un' economia alternativa, opposta a quella attuale, fondata, non già sulla "Crescita", bensì sulla "Decrescita", non già sullo "scambio", bensì sul "dono".

Peter Koslowski incarna la versione contemporanea dell' Uomo Universale -antico, medievale, rinascimentale-. I suoi studi spaziano dalla teologia, alla filosofia, alla storia letteraria, all' economia.Il suo sforzo principale è, sulla falsariga del pensiero conservatore tedesco, da Baader, a Juenger, a Adenauer, a Papa Ratzinger, quello di dare una base etica all' economia occidentale, costruendo un' Etica degli Affari"con pretese di validità universale, in quanto fondata su una religione universale, quella cristiana.

6)Letteratura

La letteratura è uno dei campi in cui l' evoluzione della società comtemporanea sembra più che mai uccidere la creatività e la soggettività, sommergendole sotto il flusso mediatico e sotto l' omologazione dell'industria culturale.

Gli unici autori che sembrano salvarsi, almeno per un istante, sono quelli caratterizzati da una radicale alterità, spesso da un a perifericità geografica, che il "mainstream" e i "media" giudicano come "barbarie" (Albania, Kossovo, Transnistria, Cecenia).

E' il caso di Ismail Kadaré e di Nikolaj Linin.

Il primo è un riconosciuto maestro , tanto della cultura europea antimoderna, quanto della "dissidenza" dell' Europa Centrale e Orientale.Tuttavia (come non abbiamo mancato di fargli osservare in occasione della sua recente visita a Torino), da quando è caduto l' odiato regime di Enver Hodja, non ha più pubblicato alcun romanzo. Situazione simile potrebbe essere quella della tedesco-orientale Christa Wolf .

Nel caso del giovanissimo, vitalissimo e genialissimo Nikolaj Linin, transnistriano di cultura siberiana e residente a Torino, la parabola potrebbe essere ancora più rapida.

Il suo primo libro, "Educazione siberiana", pubblicato, inaspettatamente, come "opera prima" , ha avuto un successo folgorante, svelando un volto già sospettato, della Transnistria quale "Repubblica delle Mafie", la quale, per altro, di fronte alla crisi della "Società Costituita" si rivela quasi fonte di inaudita moralità.

Il secondo, e recente, libro, dedicato alla guerra in Cecenia, rivela un Linin più conformista, pacifista, antiautoritario, politico, ben lontano dal "buon selvaggio" dell' "Educazione Siberiana"


7)Cinema

Il cinema risente, più di tante altre forme di cultura, dei pesanti condizionamenti della società.

E', probabilmente per questo che la sola cinematografia interessante dal punto di vista dell' Identità Europea ci sembri essere quella russa.

L' Autore che ci sembra maggiormente interessato all' Identità Europea è Sakurov, il quale, in "Moloch", ha investigato sulla psicologia di Hitler molto più di quanto non abbia fatto la cinematografia "occidentale", ma che, soprattutto, con l' "Arca Russa", ci ha dato un' interpretazione soggettiva, anticonformista e futuribile dei rapporti Europa-Russia.L' "Arca Russa" è l' 'Ermitage, dove la Grande Caterina ha raccolto un enorme numero di opere della grande cultura occidentale per tramandarle ai futuri Europei al di là delle tempeste della storia.La visita dell' Ermitage di Sakurov è un "divertissement" storico-letterario, che ha, come cicerone, il piemontese-savoiardo Conte Josef De Maistre, pietroburghese d' onore, avendo eternato la Capitale del Nord con le suo "Soirées de St. Petersbourg". Una gran parte dell' opera è dedicata ad un ballo di gala nel palazzo, alla corte dello Zar, che si conclude con un' interminabile uscita degli aristocratici in un fittissimo nebbione, che rappresenta la Modernità.

Anche "Il Ritorno" di Zviagintsev, e "Mongol" di Bodrov, trattano problematiche tipicamente europee. "Il Ritorno" è il "Nostos" degli antichi greci. Il moderno patriarca (Agamennone, Ulisse), ritorna da lontani e misteriosi fatti bellici, nella sua bella e selvaggia patria nordica, per riprendersi moglie e figli. Egli, però, è cambiato, barbaro fra i barbari.

Per lui, i figli sono soldati, da iniziare ad un'arcaica etica bellica. Non è inumano, anzi, muore per salvare il figlio, ed i figli lo onorano come un guerriero variago, sepolto nel lago cadendo dalla sua stessa barca. Grazie all' iniziazione, i figli sono diventati altri, il primogenito è il nuovo capo della famiglia.

Lo stesso spirito è nell' iconoclastico "Mongol", dove Gengis Khan, il "nemico ereditario" dei Russi e di tutti gli Europei Orientali, è diventato l' emblema della volontà creatrice di un Piccolo Principe", che, ribellandosi alle barbariche violenze della sua gente, sa raggiungere, coll' ispirazione, con la sofferenza, con la forza di carattere, con l' abilità politica e guerriera,con la sua "pietas" verso il Dio Unico dei Mongoli, il Lupo Grigio Tengri, il ruolo più ambito, quello dell' Imperatore Universale.

8)Musica

Questo è un settore in cui, a nostro avviso, si rivelano, più ancora che nel cinema,le potenzialità dei "popoli di confine", che esprimono la capacità degli Europei di rispecchiarsi negli "Altri".

Crediamo che fenomeni pan-europei, come la musica celtica ed il folklore balcanico siano buoni esempi di come si possano recuperare antiche tradizioni in un' ottica non ristrettamente nazionalistica, bensì paneuropea.

Fenomeni come il Festival di Lorient,i film di Kusturica, le musiche di Bregovic e di Theodorakis, fanno, per l' unità dell' Europa, molto più di tanti discorsi politici.

Certo che, da quando sono finiti i problemi (vedi, guerre civili) nella ex-Jugoslavia, anche i film di Kusturica e le musiche di Bregovic, come i romanzi di Kadaré, sono finiti un pò nel dimenticatoio.

Certo, è possibile che le guerre e le persecuzioni, con il carico di passioni che esse comportano, siano una fonte insostituibile di ispirazione.E, tuttavia, abbiamo anche l' impressione che la situazione "normalizzata" che segue guerre, dittature e stragi, presentata come "pace" e "democrazia", sia, in realtà un regime più tirannico dei precedenti (la "Strana Dittatura"di Forrester, "Dittatura liberale" di Luttwak, l' "Alba Bugiarda" di Gray) , dove, sotto la patina dell' omologazione, dell' economicità, del "buonismo", del tornaconto immediato, del "politicamente correct", i creatori siano impossibilitati a fare il loro mestiere.

FATECI PERVENIRE LE VOSTRE OSSERVAZIONI, PROPOSTE E CRITICHE

per ogni ulteriore approfondimento, contattare

riccardo.lala@alpinasrl.com


martedì 16 marzo 2010

KALEVIPOEG, O DELL' IDENTITA' ESTONE


Publication, in Italian, of Synthesis of old Kalevipoeg and Today 's Writers, Presents Estonian Litterature.La synthèse, en Italien, de l' ancien Kalevipoeg et d' ouvrages contemporains, est une présentation de la culture estonienne.Zusammengelegte Herausgabe von altem Kalevipoeg und von heurtigen Autoren stellt eine Art Praesentation estnischer Kultur dar.




E' lodevole che anche in Italia ci si sforzi di fare conoscere i nuovi popoli dell' Europa, o, almeno, i popoli che hanno di recente conquistato un ruolo all' interno dell' Unione Europea.

In queso caso, gli Estoni.

Popolo che, come altri vicini (i Lettoni, i Lituani, ma perchè non anche anche gli Udmurti, e/o i Mordvini, ecc...) sono troppo poco conosciuti dagli altri Europei.

Nel caso di specie, si tratta della rivista "In forma di parole", il cui secondo volume, "La sparuta progenie di Kalev", è dedicata all'Estonia.In questo numero, sono raccolti insieme 5 canti del Kalevipoeg ed opere di autori estoni contemporanei.

Il Kalevipoeg è la saga nazionale estone, "ricostruita" secondo il modello dell' Ossian di Macpherson, delle saghe lettoni di Herder, del Kalevala di Loennroeth, delle poesie epiche illiriche del Tommaseo, delle canzoni tradizionali lituane della Gimbutas, attraverso l' audizione di artisti dilettanti rurali, e la rifusione dei materiali in opere complete e letterariamente coerenti.

La derivazione più diretta è, evidentemente, già anche per il nome, dal Kalevala finnico (o, meglio, careliano), di Loennroth, con cui, al passaggio della Finlandia dalla Svezia alla Russia, si era "costruita" un' identità nazionale per il Granducato di Finlandia (parte della Russia), ripescando tradizioni della Carelia (che, tuttavia, è sempre rimasta parte della Russia in senso stretto, e dove si trova San Pietroburgo).

Addirittura, i personaggi del Kalevipoeg sono, in gran parte, anche eroi del Kalevala.

Inoltre, solo una minima parte del Kalevipoeg riprende direttamente le antiche poesie popolari (Rune), mentre, per la maggior pate, si tratta di rielaborazioni del compilatore ottocentesco.

Kalevipoeg è un eroe fondatore: egli sbarca dalla Finlandia con l' obiettivo di generare la nuova progenie dell' Estonia.

Fra le varie cose, trasporta personalmente dalla Russia il legname necessario a costruire fortificazioni contro i Cavalieri Teutonici . Tuttavia, nella battaglia viene sconfitto, e gli vengono mozzate ambo le gambe. Nell' Aldilà, viene rigenerato, e diviene, pietrificato, il guardiano degli Inferi.

Nel Kalevipoeg si manifesta la complessità dell' eredità culturale estone.

Gli Estoni sono una delle infinite tribù ugrofinniche (uraliche) che vivono nel Nord dell' Europa, e, soprattutto, della Russia.La maggiore fra queste è il popolo finlandese, ma anche i Mordvini del Mordostan, i Mari del Mari El i Komi e i Ciuvasci delle omonime Repunbbliche russe hanno una certa consistenza.

Anticamente, tutta la parte settentrionale della Russia, lungo il Circolo Polare artico, era abitata da questi popoli, tanto da essere chiamata anche "Grande Finlandia"). Secondo molti studiosi della storia e della cultura russe(cfr. p.es., Orlando Figes, La danza di Natascia), la cultura popolare di questi popoli, rimasta a lungo sciamanica, come quella dei popoli altaici (turcici), artici (lapponi e Inuit) e siberiani, ha profondamente influenzato la cultura russa (p. es., la sagra della Primavera di Stravinskij, la pittura di Kandinskij).

In effetti, questi popoli cominciarono a subire influenze estranee (germaniche a Nord, e islamiche ad Est) nel primo periodo medievale, e cominciarono a convertirsi all' Islam e al Cattolicesimo sotto l' influenza del regno dei Bulgari del Volga e degli scandinavi. Solo nei secoli 13° e 14° vi furono vere e proprie "crociate", da parte dei danesi, dell' Impero Germanico e dell' Ordine Teutonico, per assoggettare gli Estoni, mentre la zona degli Urali veniva invasa da Tartari e Mongoli.

Nel 16° e 17° secolo, la Finlandia e l'Estonia furono sottoposte a Danesi e Svedesi, che le convertirono al luteranesimo, mentre l' impero russo conquistava i territori degli Urali, portandovi la fede ortodossa.

Con la Guerra del Baltico, Pietro il Grande tolse l'Estonia, e la parte orientale della Carelia, agli Svedesi, e vi costruì San Pietroburgo. La Finlandia e l' Estonia, in gran parte, oramai, di cultura tedesca e scandinava, subirono una crescente influenza russa, con la convivenza di tre popoli: finnici, germanici e russi.I Finnici, come, a Sud, i Baltici, furono relegati in aree rurali e furiono posti in condizioni sostanzialmente servile, mentre le loro lingue venivano studiate solo dai sacerdoti, per esigenze di predicazione.

Nel corso dell' Ottocento, anche grazie a periodi di riforma all' interno dell' Impero Russo, rinacque un certo interesse per le lingue finniche, e gruppetti di intellettuali nazionalisti cercarono di farne rinascere un uso letterario.

Durante la 1° Guerra Mondiale, l' Estonia fu occupata, come tutte le future Repubbliche Sovietiche, dall' esercito tedesco, che concesse l' indipendenza, attraverso un governo dipendente dalla Germania.

Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, l' Estonia, contrariamente ad altre Repubbliche, mantenne l' indipendenza, salvo che, con il Patto Molotov-Ribbentrop e con l' Operazione Barbarossa, fu annessa prima all' URSS, poi alla Germania, e, infine, di nuovo all' URSS, divenendo una Repubblica sovietica.

Durante il periodo sovietico, continuò il processo di russificazione, iniziato con Pietro il Grande, anche per effetto della massiccia industrializzazione.

Verso la fine del periodo sovietico, Tallinn costituiva, come Berlino Est, una sorta di vetrina del sistema socialista, facilmente accessibile con il traghetto da Helsinki e con le trasmissioni radiotelevisive in lingua finnica.

Come in tutti i Paesi baltici, il periodo successivo all' indipendenza è stato caratterizzato da forti scontri con la minoranza linguistica russofona (che costituisce circa un terzo della popolazione, ed è la maggioranza i alcune regioni).Alla minoranza russofona vengono spesso negati come in Lettonia), i diritti delle minoranze secondo gli standard europei.

Ancora oggi, uno dei principali temi di dibattito in Estonia è costituito dalle colpe degli uni e degli altri nella prima guerra civile, sotto l' occupazione tedesca, durante il periodo sovietico e al momento dell' indipendenza.

Il che non serve certamente a programmare un futuro migliore per il Paese.

Certamente, non si può negare che lo svilupppo tardo del sistema "nazionale" abbia reso difficile, qui, come anche nel Caucaso, evitare eccessivi conflitti "nazionali" fra popolazioni diverse che vivono completamente intrecciate nella vita di tutti i giorni. Ciò è vero per i Russi che vivono nei Paesi Baltici, come per gli Uralici che vivono nel Nord della Russia (anche se hanno le loro Repubbliche).

Ma è così necessario, nell' Europa del Terzo Millennio, tracciare confini così netti fra le varie etnie d' Europa?

Ma è così

sabato 13 marzo 2010

PRIMA CHE A CHAMBERY, ARRIVEREMO IN TAV A SINGAPORE

Announcement by Chairman of Chinese Engineering Academy about new Eurasian Trains. L'annonce, de la part du président de l' Académie Chinoise d'Engégnérie, des nouveaux chemins de fer eurasiatiques.Vorschlag, von der Seite des Vorsitzenden der Chinesischen Technischen Akademie, neuer eurasiatischen Linien.



Il recente libro di Martin Jaques, "When China Rules the World" ha fatto molto discutere negli Stati Uniti, in quanto, nella situazione attuale, caratterizzata da un predominio americano in campo culturale, ideologico e militare, è difficile capire come questa preannunziata egemonia della Cina potrebbe realizzarsi in concreto.

Soprattutto, è stato giustamente messo in rilievo come il carattere non messianico del Confucianesimo, ed il tradizionale ritegno dei Cinesi ad uscire dal loro "Tian Xia" costituiscano un ostacolo al porsi, da parte cinese, come un modello esportabile, e, come tale, atto a proporsi come leader a livello mondiale.

E, certamente, il Confucianesimo, diversamente dal marxismo, non è ispirato ad una "rivalità mimetica" con il modello americano, che lo sospinga a contrapporvisi per contendergli il primato del "progresso".

Il Confucianesimo è la quintessenza del conservatorismo. Esso è profondamente convinto, come De Maistre e come Tocqueville, che non ci si può opporre frontalmente al "progresso", che la "controrivoluzione" non è una rivoluzione di senso contrario.

Il saggio confuciano non agisce. Il suo obiettivo è il "Wu Wei" : l' "azione non azione" dell' Imperatore che, compiendo impeccabilmente i riti, orienta il corso del mondo.

La Cina di oggi non aspira ad imporsi con la forza. Essa resta fedele all' imperativo maoista di "non aspirare mai all' egemonia".Ciò significa che essa aspira semplicemente ad essere se stessa. Ma, essendo se stessa, essa esercita automaticamente un fenomeno di "irraggiamento".E questo può essere un problema, perchè, nell' era della dismisura tecnico-economica, anche un impero confuciano tende a crescere indefinitamente, e ad avere bisogno di spazio vitale, di terre, di materie prime.

Tuttavia, quest' espansione si manifesta, almeno per ora, come un puro e semplice irraggiamento , senza ricerca dell' egemonia. Con lo spostamento dell' accento su Confucio, si è scatenata una reazione a catena, per cui anche nei Paesi vicini, dove la parola era tabù, è tornato in auge il "conservatorismo" (è il caso della Russia).

In campo economico e demografico, siamo vedendo un altro possibile percorso di questo irraggiamento nel grandioso progetto di tre linee di Alta Velocità eurasiatiche che la Cina sta negoziando con 17 Paesi.

Una linea collegherà il Sud-Est asiatico, unendo Kunming, nella regione cinese dello Yunnan, a Singapore. La seconda linea attraverserà l´Asia centrale. Da Urumqi, nello Xinjiang, si spingerà in Kirghizistan per raggiungere Ashgabat in Turkmenistan e Astana in Kazakhstan. Da qui, arriverà fino a Budapest e a Bratislava. La terza linea, dalle zone minerarie della Manciuria, penetrerà nella Russia siberiana ed europea, in Bielorussia e Polonia, per terminare in Germania.

Pechino ha dichiarato che gli accordi economici sono già chiusi con la maggioranza delle nazioni coinvolte.«Anche India, Pakistan e Iran - ha detto il ministro dei trasporti - sono in trattative per entrare nel network ferroviario del secolo». L´alta velocità euroasiatica punta in realtà al traffico merci e alla nascita di nuovi poli industriali, ma soprattutto allo scambio di risorse naturali e delle cosiddette "terre rare".

La Cina prevede che i supertreni renderanno conveniente lo sfruttamento di immense zone minerarie sotto il Baltico, nell´Europa orientale e in Asia centrale. La semicancellata Via cammelliera della seta cederà il passo alla nuova Via ferroviaria del gas, del petrolio e dei metalli essenziali per le nuove tecnologie.

Obiettivo: inclinare verso l´Estremo Oriente il pendio politico che fino a oggi ha fatto scorrere l´energia verso l´Occidente europeo. I supertreni, secondo il ministro delle Ferrovie, Liu Zhijun, spingeranno anche «centinaia di milioni di persone a trasferirsi a Ovest, in aree del continente oggi spopolate e ricchissime di risorse».

Ecco, il problema numero uno sarà spostare milioni di Cinesi dal loro Paese sovraffollato verso le zone semidesertiche dell' Asia Centrale e della Siberia. Cosa che è un' obiettiva esigenza economica a livello mondiale, ma che costituisce anche un problema politico per la Russia, che si vede sull' orlo di restituire ai Cinesi i territori acquisiti nell' Ottocento, ma anche per la Turchia, che sperava di affermarsi fra i popoli amici dell' Asia Centrale.

Russia e Turchia, se non vorranno perdere sempre di più il loro ruolo strategico, dovranno appoggiarsi sempre di più all' Europa (come già oggi fanno, puntando molto su iniziative comuni proprio nei territori possibili oggetto dell' espansione cinese, come quelle coll'Iri, con l' Eni, con la Finmeccanica e con la Fiat nell' Estremo Oriente Siberiano, e quelli dell' Eni in Kazakhstan ).

L' Europa non può disinteressarsi di ciò che sta accadendo su quello scacchiere.

Soprattutto, non può procedere con il passo di oggi, quando i Cinesi costruiscono in 10 anni tre ferrovie eurasiatiche, mentre noi impieghiamo alcuni dcenni a decidere il percorso della TAV da Torino a Chambéry.




venerdì 5 marzo 2010

NUOVI PERCORSI DELLA RUSSIA IN EUROPA

Mistral's Sale to Russia Shows New trend in European-Russian Relationships. La vente des Mistrals à la Russie indique le nouveau trend dans les rélations Euro-Russes.Mistral-Verkauf zu Russland oeffnet den Weg zu neuem Euro-russischen Trend.

La vendita delle quattro porta-elicotteri francesi Mistral alla Marina russa costituisce semplicemente la conclusione di una serie, oramai lunghissima ,di segni di sinergia fra Europa e Russia, forieri di una trasformazione sostanziale degli equilibri politici, ma anche culturali e militari, dell' Occidente.Occidente del quale, concordano almeno i Russi e gli Europei, la Russia fa parte, e, all' interno del quale, essa ha diritto di esercitare tutto il peso che le deriva dalla sua storia, dalla sua cultura, dalla sua forza, dalle sue dimensioni, dai suoi legami con gli altri popoli europei

Fra gli eventi più recenti, ricordiamo:

-collaborazione fra Russia e Germania per North Stream;

-Solidarietà dell' Italia alla Russia in occasione della guerra nell' Ossezia, e mediazione francese sulla stessa guerra;

-investimenti italiani e tedeschi in Russia;

-sostegno di una dozzina di paesi europei a South Stream;

-lancio, da parte del presidente Medvedev, della parola d' ordine dell' "Evroremont", e, da parte di Edinaja Rossija, del programma del "Rossijskij Konservatizm";

-nuove forme di collaborazione fra Serbia e Russia;

-presa del potere in Ucraina del Partito delle Regioni, sotto gli auspici della Chiesa Ortodossa, con visita-lampo del neo-presidente Janukovich a Van Rompuy e Catherine Ashton;

-presa di posizione alla NATO, da parte del Presidente Napolitano, a favore dell' ingresso della Russia nella NATO stessa;

-acquisizione, da parte di Severstal, del 100% della Lucchini Spa.

Questo avvicinamento a tappe forzate fra Europa e Russia contrasta in modo evidente con l' allontanamento in corso fra Russia e Stati Uniti, in particolare per ciò che concerne gli aspetti militari, relativamente ai quali si riscontrano alcune nuove, preoccupanti, tendenze:

-insistenza, da parte degli Stati Uniti, nel voler sistemare vari generi di nuovi missili in Polonia ed in Romania;

-risposta, da parte della Transnistria, che ha proposto di collocare sul suo territorio le difese antimissile russe;

-organizzazione, da parte del Governo georgiano, di un complesso sistema amministrativo-militare avente come obiettivo la "riconquista" delle "Repubbliche secessioniste" dell' Ossetia Meridionale e dell' Abkhasia;

-proclamazione, da parte della Federazione Russa, di una Nuova Dottrina Militare, in base alla quale:

la principale minaccia alla sicurezza della Russia è costituita dal progetto dell' estensione ad Est della NATO;

viene conferito, al Presidente Medvedev, il mandato di reagire con le armi nucleari a qualunque attacco al territorio della Russia (rovesciando, con ciò, la dottrina del "secondo colpo", che era stata la dottrina militare ufficiale dell' Unione Sovietica e della Repubblica Russa sotto le Presidenze di Jeltzin e di Putin).

Speriamo che l' insieme di questi eventi faccia riflettere i politici, innanzitutto europei, poi russi ed, infine, americani, sul fatto che non vi è necessariamente né deve per forza esserci, una "corrispondenza biunivoca" fra Occidente, NATO e Europa.

sabato 27 febbraio 2010

EDUCAZIONE SIBERIANA ED EREDITA' COSACCA

Lilin’s Book Raises Questions about Russia’s Identity. Le livre de Lilin ouvre des questions sur l' identité de la Russie. Lilins Buch entfaltet Neugier über Russlands Identität

Abbiamo parlato, in questo nostro blog, dell’“Europeità” di vari Paesi, dall’Olanda alla Polonia, ai Paesi Baltici, all’Ucraina. Indirettamente, anche di Turchia ed Israele.Abbiamo parlato molto anche della Russia, ma non abbiamo mai ancora affrontato il tema della sua appartenenza all’Europa: tema complesso, controverso ed attualissimo, al quale contiamo di dedicare al più presto un intero volume.

Tuttavia, un fenomeno letterario degli ultimi giorni ci ha stimolato ad intervenire al più presto, attraverso questo blog, su un aspetto molto specifico.Innanzitutto, siamo stupiti ed ammirati per il libro di Nikolai Lilin,Educazione Siberiana (Einaudi, Torino, 2010), e per la lungimiranza della casa editrice Einaudi, che è riuscita (come capita di rado in Italia), a mettere sul mercato un prodotto letterario innovativo, tempestivo, e capace di fare riflettere. A nostro avviso, non sono estranee (come non lo sono state mai nella storia di Einaudi), considerazioni molto ampie di politica culturale, che ci ricordano un poco lo spirito della “Collana Viola” di Cesare Pavese.

Lilin è un giovanissimo cittadino della Transnistria, piccola repubblica secessionista della Moldova, sita sulla fascia costiera orientale del Dniestr, che separa la Moldova dall’Ucraina.Ciò per cui siamo soliti sentire parlare della Transnistria è il fatto di essere dominata dalla mafia russa. Il che è, in fondo, l’oggetto del libro.

La Transnistria, nonostante la sua pessima fama, ha anch’essa, come tutte le terre d’Europa, una lunga e nobile tradizione culturale. La sua capitale, Tiraspol, è una delle più antiche città greche, Tyras, da cui si dice siano partiti i Greci per la conquista del loro paese.Nel Medioevo, Tyras appartenne, fra gli altri, al Granducato di Lituania ed all’Impero Ottomano, che la ribattezzò Akkerman.Dopo la 1ª Guerra Mondiale, avendo la Renania occupato l’attuale Moldova (allora, Bessarabia), i bolscevichi costituirono, all’interno della Repubblica Socialista Ucraina, una Repubblica Autonoma di Moldavia (l’attuale Transnistria), come possibile “testa di ponte” per la riconquista della Bessarabia.

Con il Patto Molotov-Ribbentrop, la Moldova fu assegnata all’URSS, ma, subito dopo, nell’ ambito dell’Operazione Barbarossa, essa fu occupata dai Romeni.Dopo la 2ª Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica occupò nuovamente la Moldova, fondendola con la Transnistria in una “Repubblica Sovietica Moldava”.

Alla caduta dell’Unione Sovietica, la Transnistria, nel frattempo abitata da popolazioni di tutta l’ex URSS in gran parte deportate e parlanti in Russo, si dichiarò indipendente, e si difese, nel corso di una guerra civile, dal tentativo di occupazione da parte della Moldova (divenuta indipendente), e della Romania. Alla fine, la Transnistria fu occupata dall’esercito russo, ed ai suoi cittadini fu concessa la cittadinanza russa.Tuttavia, la Russia, fedele al principio della continuità dei confini interni dell’URSS (che però ha ignorato in Ossetia e Abkhasia), rifiuta (nonostante le continue richieste del governo locale), di riconoscere l’indipendenza della Transnistria che, tra l’ altro, è completamente isolata dalla Russia, essendo “incuneata” fra la Moldova e l’ Ucraina.

Che cos’ha tutto ciò a che fare con il libro di Lilin?Molto, perché è il substrato storico e geografico in cui il libro si colloca.

Si parla di una Transnistria creata dai Bolscevichi con popolazioni deportate. Ed, infatti, è questa la condizione di Lilin, ragazzo che nasce nell’ex Unione Sovietica da una famiglia siberiana deportata ai tempi di Stalin per le sue attività criminose.

Perché è proprio questo il punto. Convalidando, con ciò, fino al paradosso, lo stereotipo che un po’ tutti ne abbiamo, dal libro si direbbe che, in Transnistria, praticamente tutti (se non, forze, i poliziotti e le truppe russe), siano criminali, e, tuttavia, ciò non darebbe luogo a seri problemi di convivenza civile, in quanto i delinquenti della Transnistria sarebbero soggetti a codici d’onore così rigidi, da sostituire egregiamente le leggi.Tali codici sarebbero interiorizzati come una vera e propria religione laica (in cui si incastrano miti e riti ancestrali siberiani e la religione ortodossa). Ma perfino i pochissimi “devianti” sarebbero riportati subito all’ordine dall’immediata reazione del gruppo.

Almeno la comunità dei criminali Urca, di origine siberiana, con il loro proprio linguaggio, con la loro arte dei tatuaggi, con le loro gerarchie familiari, con i riti delle armi, con il codice di condotta cavalleresca, sono un’immagine perfetta di una società tradizionale e guerriera, vivente a diretto contatto con la natura e con il divino. La loro specifica subcultura ha un nome “Educazione Siberiana”, che si estende all’ intero quartiere abitato dagli Urca.Essa ci ricorda altri mondi dell’ex Unione Sovietica, come, per esempio, quello del Caucaso.All’interno della Transnistria, accanto ad altre comunità di criminali - georgiani, armeni, ucraini - gli Urca si considerano come un’“élite morale”, in quanto i loro codici d’onore sono i più puri.

Lilin è orgoglioso di appartenere a questa comunità. Partecipa ai riti di passaggio, venera gli anziani, partecipa agli scontri armati con lo stesso spirito con cui lo facevano i guerrieri omerici.Aborre la politica, il nazionalismo, la polizia, l’esercito. Quando viene convocato dall’Esercito Russo, vorrebbe esercitare una sorta di “obiezione di coscienza”, in quanto delinquente pluricondannato, ma per questo suo scatto d’orgoglio (e per il suo prezioso curriculum di misfatti) viene inviato nelle truppe speciali in Cecenia.

Perché Lilin? Che messaggi si possono trarre da questo libro?

Intanto, perché qui in Europa, ed, in particolare, qui a Torino, c’è sempre stato un rifiuto, se vogliamo snobistico, degli eccessi di razionalità che ci hanno caratterizzati. È per questo che già 50 anni fa Pavese aveva fatto pubblicare dalla sua razionalissima e marxistissima Casa Editrice, libri come quelli di De Martino e di Ginzburg, che parlavano di popoli pre-moderni, di miti, di riti, di irrazionale.

In secondo luogo, perché quest’idea del “criminale onesto” (vecchia come il mondo, e tipica, in particolare, della vecchia letteratura popolare), costituisce un contraltare provocatorio agli stereotipi mafiosi e corruttivi tipici della cultura italiana. Non per nulla, Roberto Saviano è stato lo “sponsor” n. 1 del libro di Lilin.

Poi anche perché, in questo momento di espansione ad Est dell’Europa, di conflitti nell’Europa Centro-Orientale e di riaffermazione della cultura russa, tutto ciò che viene da quelle parti, se adeguatamente “impacchettato”, può vendersi molto bene. D’altra parte, il mito dei “delinquenti onesti”, che vivono in quest’autonoma repubblichetta fra la steppa ed il grande fiume, si ricollega in modo troppo puntuale a quel mito del cosacco, di cui tutti, in Europa Centrale ed Orientale, e, soprattutto, Ucraina e Russia, cercano di riappropriarsi. Kozak (o Kasakh) significherebbe, nelle varie lingue turciche della steppa, “fuggiasco”, “cavaliere errante”. Tale nome viene usato, nel Medioevo, a nord del Mar Nero, per indicare quegli ultimi nomadi che non si sono ancora integrati negli imperi bizantino, ungherese, bulgaro, lituano, russo, tartaro, turco.I Cosacchi appaiono così come mercenari, prima dei Bizantini, poi dei Polacchi. Verso i Cosacchi fuggono, secondo la leggenda, i contadini russi costretti alla schiavitù della gleba.

A Zaporozhie (oggi, Zaporizzhja), sulle rapide del Dniepr, si crea la “Repubblica cosacca di Zaporozhie”, fortemente fortificata, titolare di una potente flotta, capace di saccheggiare Istanbul,e vassalla del Re di Polonia, che affida ai Cosacchi il governo dell’Ucraina, ma rifiuta loro lo “status” di “piccola nobiltà”(“szlachta”).

I Cosacchi sono diventati famosi per il quadro (che alleghiamo) che li ritrae nell’atto di scrivere al Sultano una lettera di insulti. Poco dopo, si ribelleranno ai Polacchi, saccheggiando la Polonia, e passeranno dalla parte della Russia, anche se con continue ribellioni (Mazeppa, Razin, Pugačëv).Infinite le loro vicende successive, con lo Zar, con la Russia, perfino con Hitler.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, e, soprattutto, in questi ultimi giorni, si è assistito ad un vero e proprio “tiro alla fune” culturale fra Ucraina e Russia per appropriarsi dell’eredità cosacca, dove l’Ucraina ha fatto dei Cosacchi dei “borghesi” che si ribellano all’autocrazia zarista, e la Russia li ha ritrasformati in un corpo militare privilegiato. È di questi giorni il decreto del Presidente Medvedev che crea 10 “armate cosacche” a cavallo e con uniformi zariste.

Che parte potrà avere il “mito cosacco” nell’“Identità Europea”?

Di questo, ad un altro post.