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martedì 30 agosto 2011

RICOMINCIARE DAL PENSIERO DEBOLE
















Polemics of "New Realists" Enhance Interest for "Weak Thinking"
La polémique des "Nouveaux Réalistes" réveille l'intéret pur la "Pensée Faible"
Auseinandersetzungen  mit den  "Neuen Realisten"steigern Interesse fuer "Schwaches Denken"








Per quanto non facenti parte della “corporazione” dei filosofi, seguiamo con interesse, come cittadini, la polemica sollevata, nei confronti del “Pensiero Debole”, da Maurizio Ferraris, in quanto è proprio dall’idea di “Pensiero Debole” che noi abbiamo preso le mosse nella nostra campagna a favore del rilancio dell’Identità Europea.


1.   La sintesi di un “non addetto ai lavori”

Non abbiamo l’intenzione di infrangere la sacralità del dibattito accademico, ma ci pare che i fautori del “New Realism” l’abbiano già infranta, proponendo le loro tesi sui giornali con semplificazioni in  puro stile divulgativo e politico. Ci permettiamo, quindi, da cittadini, di riassumere il dibattito così come l’abbiamo capito e interpretato.
A nostro avviso, il venir meno, non solamente dell’“incanto del mondo”, ma anche di qualsiasi forma di “rispecchiamento”, costituisce oramai un elemento ineliminabile (per quanto da molti lamentato) della filosofia contemporanea: "Pensare la filosofia in questo modo significa accettare la rivendicazione di Nietzsche che 'non esistono fatti ma solo interpretazioni'.  Questa affermazione sintetizza il pensiero che nessuna delle parole inventate dagli esseri umani per descrivere se stessi e il loro ambiente gode di un rapporto privilegiato con la realtà. Così non esiste alcuna divisione tra aree della cultura in cui si cerca una corrispondenza con la realtà e quelle in cui ciò non avviene -discipline in cui vi è un 'fatto' da scoprire e altre discipline più 'leggere'. Rinunciare all' idea che sia gli esseri umani che la realtà non umana abbiano una natura alla quale fare corrispondere asserzioni vere significa ammettere che siamo in mano alle contingenze della storia."(Richard Rorty, A sinistra con Heidegger, in MicroMega,5 - 20/2011, 3/28, pag. 29).

Sembra incredibile che gli studi sul cervello e l’evoluzione possano essere invocati  semplicisticamente da qualcuno come capaci di risolvere questo problema, che si pone "prima" dell' approccio al mondo fisico e "prima"  del ricorso al metodo sperimentale.

Addirittura, nella situazione sopra descritta, il “Pensiero Debole” non costituisce, a nostro avviso, un’arbitraria e discutibile scelta di un certo numero di filosofi “continentali” (cioè, sostanzialmente, europei, con la lodevole eccezione di Rorty), per eludere le dure lezioni della realtà, bensì, al contrario, una delle poche strade percorribili per salvare, comunque, proprio una qualche legittimità dell'esercizio della filosofia nella nostra era tardo-contemporanea. Di fronte alla diffusione, addirittura a livello di massa, del "dubbio sistematico", l’alternativa al “Pensiero Debole” non potrebbe essere, oggi, in nessun caso, una nuova "Verspiegelungstheorie (sia essa quella di S. Tommaso o quella di Lukacs), bensì, invece, unicamente il solipsismo di De Finetti.
Il "Pensiero Debole" ci dice che, nonostante che, come dice Vattimo, tutto sia interpretazione ("Ermeneutica"), non è ammissibile ritenere che, in filosofia, “everything goes”. Al contrario, l’“attendibilità” delle affermazioni filosofiche va valutata, da un lato, sulla base della buona fede del loro autore ("alétheia", il contrario di "láthein"), e, dall’altro, dalla loro intima coerenza. Buona fede significa non essere “organici” ad interessi occulti, bensì dialogare con l'obiettivo di arrivare a una soluzione (anche se una qualche forma di "organicità" è comunque inevitabile) . Intima coerenza significa che il discorso dev’essere fornito di una sua logica, e non esclusivamente autoritario, autoreferenziale o fideistico.
Anche per questo, gli ermeneutici fondano i loro discorsi filosofici sul riallacciarsi ad una specifica tradizione, dotata già di per sé di una sua coerenza (quello che noi chiamiamo la “Memoria Culturale”), che, per Rorty, è quella dell’individualismo americano, e, per Vattimo, quella di un  cristianesimo impegnato socialmente. E che, per altri, può essere qualcos’altro ancora.


2.   Pensiero Debole e Identità Europea

Per noi, per esempio, la "memoria culturale" in cui ci riconosciamo è quella di una trasversale “Memoria Culturale Europea”, ciò che giustamente Gianni Vattimo aveva definito come il nostro “ecumenismo europeistico”, una "Memoria Culturale" che comprende a buon titolo la Civiltà Danubiana e Gilgamesh, la Bibbia e i classici, il Cristianesimo e la poesia medievale, l'Umanesimo e l'Illuminismo, il Mito del Progresso e l'Antimodernismo, la psicanalisi e le Avanguardie, la cultura alta  e il Sistema Sociale Europeo.

Questo anche perché, in quanto cittadini  di quest’“Europa allo stato nascentepensiamo che essa abbia bisogno di un “ubi consistam” culturale che possa essere soddisfacente almeno alla maggior parte delle persone colte europee, le quali sono proprio quelle per cui è così attuale il "dubbio sistematico".
Coerentemente con quanto sopra detto sulla buona fede e sulla coerenza, nel ricostruire questa “Identità Europea” non riteniamo ci si debba fare guidare da pregiudizi nazionali, ideologici, confessionali o di classe, né, infine, da personali idiosincrasie. Al contrario, occorre rintracciare, fra i tratti comuni delle diverse tradizioni e delle diverse scuole di pensiero europee, quelli che abbiamo i caratteri più generali e condivisi. Solo così si potrà ipotizzare che popoli e persone così diversi possano realizzare insieme fondamentali progetti, il che presuppone, come minimo, che incomincino, innanzitutto, a dialogare e a confrontarsi, senza la pretesa pregiudiziale di avere ragione. Un dialogo su questioni astratte, come quello che ha in mente Habermas, di fatto non avviene, ed è proprio per questo che l' Europa è oggi così debole.
Cosa che invece il pensiero debole permette di fare, perché elimina il motivo  numero uno del mancato dialogo: l’altezzosa pretesa di alcuni di possedere la verità, di giudicare gli altri dall’alto in basso. E'un ppò questo il difetto fondamentale che vediamo nella posizione del "New Realism".

3.   Punti di disaccordo dal “New Realism”

Certo, anche il Pensiero Debole, come tutte le scuole filosofiche realmente esistite, ha i suoi limiti, ed è storicamente situato, né nega di esserlo. Perciò, è del tutto normale che nuovi filosofi lo critichino, ed auspichino l’avvento di nuove, diverse, scuole filosofiche, più idonee, a loro avviso,  ad affrontare le sfide del futuro. Anzi, il fatto che, in una materia come la filosofia, vi siano ancora dibattiti e proposte, va considerato come un fatto positivo, se messo a confronto con la piattezza e la mancanza di originalità del dibattito su altri temi, ma anche e soprattutto all'intolleranza dei fautori della "Fine della Storia" (siano essi post-hegeliani, post-marxisti, teo-con ,ecc..).

Ciò detto, non possiamo condividere il tipo di critiche che  vengono mosse dai sostenitori del cosiddetto “New Realism”.
Intanto, gli argomenti utilizzati per criticare il “Pensiero Debole” non sono né nuovi, né intimamente coerenti. La critica di carattere generale è quella, vecchia di oramai molti anni, secondo la quale il pensiero debole, per il suo carattere che si pretende irrazionalistico, sminuirebbe la forza persuasiva del tradizionale discorso “progressista”, e, in tal modo, anche il fronte politico del “progresso” rispetto a quello della “reazione”. Argomento inquisitorio ed "a priori", ripreso di peso dalla critica di Lukács a tutta la filosofia tedesca dell’Ottocento e del primo Novecento, la quale ultima , con la  fuoriuscita dalla ferrea dialettica hegeliana e marxiana, avrebbe, addirittura, posto  le basi del nazismo. Accusa che Ferraris ribalta pedissequamente su Vattimo:
 "Il problema è che però bisogna decidersi facendo i conti realisticamente con quello che c'è, e che, quando si è deciso, Heidegger si è deciso per Hitler. E' a dir poco stupefacente, insieme, rivendicare la superiorità della decisione sull' oggettività e cerrcare di corroborare questa tesi con l' esempio di uno che ha aderito al nazismo"(Massimo Ferraris, Epistemologia ad personam, in Micromega 5, 20/11, pag. 95).Si noti che, con queste premesse, Lukács, che era stato nominato, nel frattempo, ministro della cultura dell’Ungheria, aveva trasformato le tesi di cui sopra, esposte nel libro “La distruzione della Ragione”, in una circolare ministeriale, in base alla quale, con il sistema che era stato già della Santa Inquisizione, i libri non graditi al Ministro della Cultura erano stati fatti sparire da tutto il paese. Qualcosa di simile a ciò che si dice stia nuovamente accadendo in quel Paese ora.
Anche i seguaci del “New Realism” criticano il “Pensiero Debole” soprattutto come possibile fonte di teorie reazionarie,  di amicizie con il "nemico di classe", di possibili “riscritture della storia”,e, comunque, di un'accettabile eterodossia : "Oltre alla rimozione del nazismo di Heidegger è problematica in Vattimo la tardività della conversione al marxismo, che avviene proprio nel momento in cui il marxismo è scomparso dalla scena politica, e Marx è diventato uno spettro buono per farci conferenze o scrivere libri. L'adesione al comunismo da parte di Vattimo (che è successiva al 2003, ossia alla morte di Gianni Agnelli) è avvenuta senza un accenno di autocritica - essere stato negli anni della marcia dei quarantamila un intellettuale vicinissimo alla Fiat è una Dummheit, sia pure debole?"(Ferraris, ibidem).

Osserviamo,tra parentesi, che gli storici non hanno certo bisogno dei filosofi per riscrivere la storia, ché, anzi, tutta la storia, dai tempi più antichi, non è altro che “riscrittura”(in buona o in mala fede), dalla cancellazione del nome di Ekn-Aton alla trasformazione di Elohīm in Adonai, dalla' obliterazione  delle persecuzioni cristiane contro i pagani alla trasformazione, in un “democraticoe” e "antiautoritario", del monarchico assolutista e schiavista Voltaire, fino alla negazione della nascita delle radici del patriottismo ottocentesco dalla prassi e dalla teoria della Restaurazione. E, viceversa, ci sono ancor oggi ancora tantissimi autori che stanno giustamente riscrivendo la storia appoggiandosi alla scoperta di  fatti nuovi, come, per esempio, quegli archeologi che stanno scavando a Göbekli Tepe, e anticipando così la data della sedentarizzazione di popoli primitivi,  a Schlomō Sand, che, sulle orme di Köstler, sta riscrivendo la storia etnica del Popolo d’Israele.

D'altronde, Ferraris dichiara apertamente la propria dipendenza dal testo di Lukacs, che fu la base per la persecuzione dei dissidenti e dei deviazionisti (chiamati, allora, guarda caso,  "Revisionisti") nel Blocco Sovietico:  "E' con esattezza la situazione rilevata dal Lukacs nella Distruzione della Ragione, quando osservava che gli intellettuali sentono l'ingiustizia sociale e avvertono la necessità di una trasformazione, ma al tempo stesso non se la sentono di fare nulla di reale, per cui riforme e rivoluzioni avvengono in un cielo mitico, quello, poniamo, della critica della ragione scientifica e calcolante come strumento di dominio. O sotto un cielo religioso."(Ferraris, ibidem).E, in realtà, l'attacco a Vattimo è tutto qui: è un filosofo cattolico, per quanto progressista, ma, per i "New Realists" un cattolico non può essere progressista: "Quella di Vattimo è davvero una post-filosofia, nel senso che è un'eresia cattolica in senso etimologico e paradossale: una scelta personalissima che vuol essere universale"(Ferraris, ibidem).
Peccato che tutta la storia europea (dall' Islam al protestantesimo, dal progresso al comunismo, ai fascismi) possa agevolmente essere ricondotta ad una pluralità di eresie cattoliche.

4.   Qualche nostro suggerimento

A nostro avviso, altre sono le critiche da farsi alla teoria del “Pensiero Debole”. Infatti, una volta lodevolmente enunziati i propri grandi principi, che fondano la possibilità di una ricerca e di un dibattito fuori dello spirito censorio degli autentici “detentori della verità”, il Pensiero Debole deve ancora dimostrare la propria capacità di costituire la chiave di volta di una costellazione di discipline (filosofiche e non filosofiche), di cui la società ha bisogno per il proprio funzionamento (come, per esempio, gnoseologia, etica, scienze politiche e filosofia della scienza, eccetera),  che, tradizionalmente, costituivano come delle "branche" della filosofia, e che,  oggi sono dominate da principi dogmatici di varia origine.
Senza questa dimostrazione, gli avversari del Pensiero Debole avranno sempre vita facile nel sostenere che quest’ultimo, non solamente non è in grado di incidere profondamente sulla realtà, ma, addirittura, costituisce una sorta di alibi per non agire, così come, a suo tempo, secondo Lukacs, la “filosofia della vita”, avrebbe costituito un alibi per non opporsi alla nascita del nazismo.
A nostro avviso, il Pensiero Debole ha ancora molto lavoro da compiere, soprattutto nell’ambito del “dialogo interculturale”, dove l’analogia fra il Pensiero Debole e la filosofia ebraica (Maimonide), il confucianesimo (“revisione dei nomi”) e, soprattutto, le filosofie indiche (dialettica fra realtà ed apparenza), potrebbe portare ad un nuovo “background” condiviso, capace di guidare il mondo di fronte alle sfide del nostro comune futuro globalizzato. Un esempio di questo sforzo è costituito dall'eredità teologica di Raimòn Panikkar, che ci ha recentemente lasciati.


5.   Le sfide del futuro

Confidiamo nell’Ermeneutica soprattutto  per gli indispensabili approfondimenti sull’Identità Europea.In questo campo, una maggiore attenzione per la memoria culturale ci permetterebbe forse di accorgerci di fenomeni fondamentali e trascurati, come le molteplici influenze medio-orientali sullo sviluppo della nostra cultura, il continuo interscambio culturale fra Europa Occidentale e Orientale, la lunghissima gestazione dei progetti di integrazione europea, il ruolo centrale, nella cultura del Continente, dell’ultimo secolo, del dibattito sui significati impliciti della scienza e della tecnica.
E, soprattutto, un’ermeneutica capace di affrontare, in chiave europea, ma in un’ottica multiculturale, le sfide del Post-Umano, oramai incombente e determinante, potrebbe dare, a nostro avviso, un contributo decisivo alla messa sotto controllo di un processo di automatizzazione dei processi sociali, che sta mettendo in pericolo non solamente il legame sociale e l’ambiente naturale, bensì la libertà, e la stessa sopravvivenza, del Genere Umano.

La fondamentale debolezza del dibattito fra Pensiero Debole e "New Realism" ci sembra essere la sua assoluta inattualità. A leggere l'ultimo numero di MicroMega, sembrerebbe di essere negli Anni Cuinquanta: che Lukacs abbia appena scritto la Distruzione della Ragione, e che l'unica scelta politica che gli intellettuali sono chiamati ad adottare sia quella fra il fronte del proletariato e del progresso e quello della reazione - capitalistica, vaticana o nazista-.Come se non ci fossero,oggi, l'intelligenza artificiale, i droni, Echelon, le guerre neo-colonialistiche, il dominio della finanza globale, la disoccupazione di massa, il furto informatico delle identità. Gli anni che ci attendono saranno caratterizzati dal controllo totale su ogni nostro movimento da parte di un sistema informatico generalizzato, dall'assolutizzazione dei dogmi del Pensiero Unico, da una conflittualità globalizzata fondata su rivoluzioni teleguidate, guerre umanitarie, cyberguerre, uso a fini bellici dello spazio, degli automi e delle neuroscienze, canalizzazione del consenso mediante la rete. Le previsioni di Tocqueville e di Baudelaire, di Nietzsche e di Zamiatin, di Capek e di Huxley, di Anders e di Asimov, di Lem e di Tarkovski, di Burgess e di Kubrik, si realizzaranno tutte insieme contemporaneamente.


Sono queste le grandi sfide a cui l'Umanità dovrà fare fronte. Di fronte a un "destino della tecnica" che sembra inverare le più catastrofiche visioni del  "Servo Arbitrio", di fronte ad una somma disumanizzazione che si presenta come supremo progresso, l'Umanità ha bisogno della filosofia per motivare le proprie scelte. Che cosa ci dicono di queste cose i filosofi?

Per questo, inviterei il Professor Vattimo e tutti quei filosofi che restano fedeli alle posizioni del Pensiero Debole, da un lato, a non farsi intimorire dalle critiche (per ora poco convincenti) dei sostenitori del New Realism, e, dall’altro, a proseguire le loro ricerche, soprattutto  nelle direzioni sopra indicate (filosofie comparate, filosofia della scienza e della tecnica, postumano, memoria culturale europea).
Per parte nostra, siamo a disposizione per favorire questo dibattito, invitando innanzitutto il Prof. Vattimo a confrontarsi con il nostro pubblico su questi temi. Essendo noi, tra l'altro, impegnati sul fronte dell' identità territoriale (cfr. http://www.torino2019.blogspot.com), ci permettiamo di considerare questi temi un po' come legati all'identità torinese, grazie anche e soprattutto al fecondo dialogo fra il pensiero di Nietzsche (ospite d'eccezione della nostra Città) e la scuola filosofica torinese.
 
Ovviamente, siamo aperti anche al dialogo anche con i sostenitori del “New Realism”, che inviteremmo, per altro, visto che sono Italiani ed Europei, ad illustrare le loro tesi anche qui da noi, e non solamente agli Americani (come sembra vogliano fare lanciando il dibattito a New York).
Siamo pronti, perciò, ad organizzare al più presto un dibattito anche con loro.


martedì 21 settembre 2010

I "NUOVI BARBARI"


Italian Debate on Extinction of Modern Culture Misses Full Extent of Question. Le débat en Italie sur l'exhaustion de la culture de la modernité néglige le cadre de référence. Italienische Debatte ueber Erschoepfung der Kultur der Modernitaet laesst Gesamtbild ausser Sicht.


Il dibattito fra Scalfari e Baricco

Anche in Italia, la "Rentrée Littéraire" impone agli autori più affermati l'esigenza di qualche lacerante dibattito. E' il caso, ad esempio, di Scalfari e di Baricco, sulle pagine de "La Repubblica", circa "Barbari" e "Imbarbariti".

Scalfari deve lanciare il suo Nell' ampio mare aperto (Einaudi, Torino, 2010 ), in cui si tratta di temi parzialmente affini a quelli del saggio di Baricco comparso "a puntate" per diversi anni consecutivi su "La Repubblica".

Le tesi centrali di Scalfari:

-la modernità è finita con Nietzsche, anche se ha continuato una sua vita residuali per circa settant'anni dopo la sua morte;

-la caratteristica principale di Nietzsche è la "perdita del centro", giacché il Centro è in qualunque punto, non vi è più una "cosa ultima", e, di conseguenza, tutto si svolge in superficie;

-dopo i Moderni, non è venuta una nuova civiltà. I Postmoderni, se esistono, non sono un movimento vitale;

-i "Nuovi Barbari", destinati a riempire il vuoto di civiltà così lasciato, non sono ancora nati.

Anche per Baricco, ci troviamo di fronte ad una crisi di civiltà. Anche per lui, la società che va verso la sua fine è quella classicistica e borghese della Modernità. Tuttavia, per lui, i nuovi barbari ci sono già: sono, da un lato, gli imprenditori della New Technology, che, com il Web, impongono una nuova forma di cultura, e, dall' altro, le nuove generazioni educate alla Rete. Di fronte a questi "Nuovi Barbari", starebbero gli "Imbarbariti", i conservatori che difendono la civiltà ormai morta. Non si tratterebbe altro che una nuova vicenda dell'eterna dialettica fra Progresso e Reazione.


La Modernità è sempre stata in crisi

Tutto ciò può essere parzialmente vero, ma, intanto, non è,certo, nuovo.

Non è nuovo il passaggio dalla "profondità" classicistica alla "superficialità" postmoderna. Sembra poco più di una trascrizione in altre parole dell' idea nicciana di "spirito di leggerezza" ("alleggerimento") contro "spirito di gravità". Esso è già stato declinato in tutte le salse, dai futuristi, dai surrealisti,da Benjamin, da Schuon, da Calvino, da Vattimo, da Lipovetzki, ecc....

A nostro avviso, la Modernità tutta intera è un' "epoca di transizione" (cfr. p.es., St. Simon, Comte, Marx, Juenger, che, tutti, avevano in mente "una nuova età organica"). Questa transizione comincia, di fatto, intorno al 1750, quando gli Europei smettono di ammirare incondizionatamente l'Oriente e incominciano a prendere posizione nella civilissima India, saccheggiandone l' economia e le tecnologie. Spunta solo allora l' idea dell' "eccezionalità dell' Occidente", che si sviluppa, in epoca rivoluzionaria e napoleonica, con la messa in discussione (più teorica che pratica) dei ceti dell' "Ancien Régime"; essa giunge a maturazione solo intorno al 1850, quando, dopo le guerre dei Cipays e dei Taiping e quella messicano-americana, l' "Occidente" comincia a guardare agli altri popoli e alle altre civiltà come a realtà inferiori. E, tuttavia, contemporaneamente, nasce già l' idea di un superamento della modernità occidentale nella "fine della Storia", come la ritroviamo in Hegel, Comte e Marx. All' inizio del Novecento, la nascita di una vera e propria civiltà della scienza e della tecnica va di pari passo con con lo sviluppo del Decadentismo, così come la nascita delle società di massa con la fortuna del filone "nicciano").

Nel momento stesso in cui, nel 1945, con l' occupazione di tutto il mondo da parte di sistemi socio-politici "moderni", la vittoria della Modernità sembrerebbe compiersi, ecco che i due più grandi Imperi "premoderni" (che comprendono circa la metà dell' Umanità) si dichiarano indipendenti, sotto due leaders come Gandhi (che veste come un sannyasi del 1000 a.C. e fila con un arcolaio di tecnologia neolitica), e Mao che veste, come si dice in Cina, "alla Mandarina", antepone le campagne alle città e conferma il primato della lingua ideogrammatica).



Lo sviluppo delle macchine intelligenti e la "Singularity"

Infine, nel momento in cui internet anticipa già una società ed una cultura diverse da quelle della Modernità, si annunzia anche una "leadership" asiatica sulla cultura, sulla politica e sull' economia mondiali. Il mondo che ci attende si porrà alla confluenza di due grandi tendenze: la bioingegneria, sospinta, almeno fino ad oggi, dal capitalismo e dallo scientismo occidentale, e, dall' altra, la riscoperta delle culture tradizionali in corso in Asia (un mix che già vediamo nei cartoons giapponesi). Non è escluso che questo incontro abbia un andamento catastrofico.

Secondo i teorici della "Singularity", in "Occidente" si perverrebbe entro il 2030 al predominio delle macchine intelligenti. Secondo altri, intanto, il "blocco asiatico" tenderà ad autonomizzarsi dal resto del mondo, intorno al suo originale esperimento culturale (cfr. l'ultimo articolo di Rampini su "la Repubblica"). Nel medio-lungo termine, tutto cio potrebbe acuire ulteriormente gli aspetti di "controllo" già insiti tanto nell'impostazione tecnocratica dell' Occidente quanto in quella "neo-imperiale" orientale.

Tuttavia, tutto ciò sembrerebbe riguardare solo una prima fase del "Mondo Nuovo" che ci attende:"Steve Rayhawk, matematico e bioinformatico che coordina il lavoro degli studenti del Singularity Institute, sostiene che un sistema d' intelligenza artificiale programmato male potrebbe considerAre gli esseri umani una semplice materia prima"(Yves Eude, Alla conquista dell' immortalità", Le Monde, trad. Internazionale, 24/30 settembre 2010, pag. 60).L'unità del mondo verrebbe realizzata dalle macchine, sottoposte solo più al controllo di un unico enorme ordinatore (che realizzerebbe così la "Singularity", la riunificazione gnostica, o neo-platonica, o cabbalistica), nell'Uno originario. Queste tesi "californiane" riecheggiano per altro, singolarmente, quelle del "comunismo magico" dei "Bogostroiteli" bolscevichi di Lunacarskij.



I "nuovi barbari" sono le "Macchine Intelligenti".

In ogni caso, i "Nuovi Barbari" non saranno degli umani, ma le "Macchine Intelligenti", a meno che non vengano contrastate da una cultura ed una politica adeguate. Se lasciati a se stessi, i profeti californiani dell' "Ideologia di Internet" e della "Singularity"ci porteranno al dominio delle "Macchine Intelligenti," finché verranno anch'essi da queste spazzati via.

Si pone allora un problema enorme, che va ben al di là di dispute circa i più recenti "trend" letterari, anche se, in un certo senso, li ricomprende e li spiega.E' il problema della continuazione (o meno) dell' Umanità. Problema, in ultima analisi, teologico (perchè qualcosa è piuttosto che non essere?), ontologico (che cosa è l' Uomo?), antropologico (che cos'ha l'uomo in più rispetto alla "Macchina Intelligente"?), politico (le "Leggi della Robotica" di Asimov), e, infine (ma, direi, soprattutto, con urgenza), culturale: come affrontare questi dibattiti?; come coltivare l' Umanità nell' epoca delle Macchine Intelligenti?.

Anche i teorici della Singularity pensano a qualcosa di simile alle asimoviane "Leggi della Robotica". Tuttavia, ciò dimostra il loro dilettantismo: già Asimov aveva già dimostrato plasticamente nelle sue opere degli Anni '20 e '30 che queste "leggi" non funzionano. Non è un semplice fatto di " cattiva programmazione", bensì, invece, che l' "errore umano è talmente inevitabile", che l'errore, lo "scostamento", il "clinamen" è -proprio, per le teorie materialistiche e darwiniste- quell' elemento di libertà che porta all'evoluzione della specie.



Tornando al dibattito culturale.

Dal punto di vista strategico, è proprio lì che si pone la questione di come (ammesso che lo si voglia) fermare quella china che, fra tecnica, volontà di potenza, centralizzazione e Macchine Intelligenti, ci sta portando verso lo scontro finale fra Est e Ovest, fra robot e umani, o alla guerra fra robot (satelliti-spia, droni, macchine belliche semoventi, sistemi di controllo integrati di teatro, nano-macchine, ecc....):"Ma gli adepti della Singolarità hanno davanti anche un' altra sfida, probabilmente la più difficile: l' umanità deve capire cosa vuole davvero e provare a ottenerlo con l' aiuto delle macchine"(Eude, cit).

Dal punto di vista culturale, si tratterebbe forse di individuare un "uovo umanesimo", capace di giustificare filosoficamente ed esistenzialmente la scelta per la continuazione dell' Umanità (anziché quella del "passaggio di consegne" alle macchine).Dal punto di vista politico, si tratterebbe di studiare le "linee di faglia" all' interno dei diversi Moloch, che permettesse la sopravvivenza di soggetti collettivi improntati ad una logica diversa dalla pura Volontà di Potenza.L'Europa è una di quelle "linee di faglia".Come osservato da molti (cfr. p.es, Goethe, Gramsci, Nisbett, Rifkin, Gress), pur essendo posta all' interno dell' Occidente, essa non ne condivide le motivazioni di fondo. In particolare, essa è più impermeabile al "destino della Tecnica", e, per questa ragione, le è più facile dialogare con l' Oriente, ma anche porre un freno agli entusiasmi del tecnicistico. Le opere di Zamiatin, Capek, Lem, Burgess, sembrerebbero dimostrarlo. Ciò imporrebbe, però, una completa rivisitazione della nostra tradizione culturale (l'"Identità Europea"), per scoprirvi quegli elementi che si distaccano dal "mainstream" e che possono farvi contrasto.Tale ricerca è solo parzialmente in corso.

Il dibattito sulle nuove tendenze letterarie si rivela, così, come uno degli infiniti "tasselli" necessari per mettere in moto questo nuovo dibattito culturale. Occorre innanzitutto capire verso dove si sta andando. E, tuttavia, se, come abbiamo ragione di temere, la tendenza è verso la Fine dell' Uomo, allora anche il dibattito letterario dovrebbe venire sottratto ai frivoli umori delle "rentrées littéraires"e dei "tak shows", e canalizzato in questo dibattito più vasto.

In generale, si impone, a nostro avviso, un drastico ridimensionamento proprio del "carattere superficiale" della cultura contemporanea, tanto esaltato da Calvino e da Baricco, e oramai divenuto un malcostume collettivo del "mondo della cultura".Gli "Imbarbariti" sono proprio gli intellettuali contemporanei, che perdono il loro tempo dietro a questioni irrilevanti, mentre incombono scelte fondamentali per l'Umanità.

La cultura deve essere riportata alla sua drammatica serietà, imposta dal permanere, e dall' ampliarsi, non già l'estinguersi, della tragicità dell' esistenza e della storia.

E' questo, per altro, ciò che noi stiamo facendo con l'insieme delle nostre attività, e, più in particolare, con le iniziative che abbiamo lanciato con le altre Associazioni culturali torinesi in concomitanza del Progetto per la Candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura. Ci riferiamo soprattutto aprogetti come "Ricominciare dalla Cultura" e "Network della Cultura Europea".



mercoledì 24 marzo 2010

IPPOCRATE, PADRE DELL' IDENTITA' EUROPEA

Debate Among Italian Physicians Raises Doubts About Hippocrates' Swearing. Un débat parmi les médicins italiens met en discussion le Serment d'Hippocrate. Debatte unter italienische Aertzte
verbreitet Zweifel ueber Hippokrates' Schwur.






Ippocrate è, nello stesso tempo, e il fondatore mitico della medicina, e il presunto redattore del "Giuramento", che costituisce la base della deontologia medica occidentale, e il primo autore ad aver parlato, in termini chiarissimi, di "identità collettive", e dell' identità degli "Europaioi".

Per questo, ci ha profondamente incuriosito il dibattito in corso a Torino, in connessione con il fatto che il "Giuramento" viene fatto leggere ai laureandi durante la cerimonia di laurea. Orbene, nel "Giuramento", fatto sotto gli auspici di Apollo, Igea e PAnacea, il neo-medico si impegna, tra l' altro, ad astenersi dal provocare l' aborto.

Ebbene, giacché l' aborto è previsto dall' ordinamento italiano, leggere il "Giuramento" implicherebbe l'impegno di non esercitare un' attività permessa dall' ordinamento.

Dal punto di vista pratico, il problema non è grave, in quanto non risulta che il "Giuramento" abbia alcun effetto giuridico.

Il problema è piuttosto di carattere culturale.

Il fatto che il rifiuto dell' aborto sia contenuto nel più antico autore medico "pagano" rafforza certamente la tesi che esso faccia parte del "Diritto Naturale", ovvero di quelle "leggi non scritte" che sono comuni a tutti gli uomini.

La messa in discussione del "Diritto Naturale" equivale a mettere in discussione il concetto di "Uomo" quale conosciuto nel corso della storia(l' Umanesimo), per aprire le porte ad una nuova realtà, tutta da definire e da scoprire.

Questa nuova realtà è stata definita "Superuomo", o "Oltreuomo".Esso è l' effetto della "trasmutazione di tutti i valori" e del prevalere della scienza e della tecnica.

L' uomo dell' Umanesimo era il prodotto della natura, così come descrive in modo insuperato Ippocrate nella sua fondamentale opera "Arie, Terre e Luoghi", dove si spiegano le "identità" locali sulla base delle diverse influenze del clima sugli uomini.

L' Oltreuomo sarà l' effetto dell' ingegneria genetica.

Come sarà l' Oltreuomo?

Sarà la rinascita della "Bestia Bionda", a cui pensava Nietzsche?

Sarà un "flaneur" come sembra vederlo Vattimo?

Sarà l' Homunculus condizionato in provetta, descritto da Huxley?

Sarà una "Macchina Intelligente", come pensa De Landa?

Non lo sappiamo, ma la tradizione ippocratea dice di fare molta attenzione. Oggi, infatti, la responsabilità del medico non è solo quella di comportarsi correttamente verso il singolo malato, bensì anche e soprattutto quella di responsabilizzarsi per la storia futura dell' umanità.

Al di là dei valori attinenti alla salute e alla medicina, le idee di Ippocrate sono atte a fare riflettere anche in campo politico.

Come abbiamo detto, Ippocrate aveva derivato innanzitutto, dalla sua teoria circa le identità collettive, fondata sulle influenze del clima, una definizione di "Identità Europea" e "Identità Asiatica", che, in ultima analisi, sopravvive fino a noi.

Si noti che Ippocrate viveva a Cos, isola della Ionia dalla quale si vede Alicarnasso, che, geograficamente, è già Asia.

Secondo Ippocrate, il clima temperato e variabile dell'Europa stimola nei suoi abitanti laboriosità, combattività, particolarismo e amore per la differenza. Invece, il clima caldo dell' Asia stimolerebbe la pigrizia, la raffinatezza e lo spirito di disciplina.

Da queste differenze caratteriali deriverebbero le differenze politiche fra l' Europa e l' Asia.

Gli Europaioi costituirebbero piccoli stati, i cui abitanti, eguali fra di loro, sarebbero per natura guerrieri, e dediti principalmente alla guerra per l' affermazione del loro Stato e per l' acquisizione delle ricchezze di quelli vicini.

Invece, gli Asiatici, più pacifici e disciplinati, vivrebbero in grandi Stati, il cui vero padrone è il sovrano. Perciò, gli Asiatici non hanno interesse alla guerra, in quanto questa rafforza il re, non i sudditi.

Questa costruzione descrive, a nostro avviso, molto fedelmente la situazione della Grecia antica, come ce la illustrano nel dettaglio i poeti antichi, Erodoto e Tucidide, con guerre di prestigio come la Guerra di Troia, l' oppressione militare sulle città vicine, come quella sugli Iloti, quella sui Meli, quella dei Trenta Tiranni. Essa è stata ripresa in modo ideologico in epoche più tarde, in particolare dal colonialismo europeo e americano e, dal connesso "Orientalismo", per giustificare l'oppressione coloniale da parte degli "Occidentali", più laborioosi, più liberi e più combattivi, sui "pigri" e "tirannici" popoli extraeuropei.

Certo, Ippocrate non era un fautore del "colonialismo" europeo.Dalle sue teorie si potrebbe, certo, trarre qualche argomento a favore del costume greco di fondare colonie all' estero -costume che non fu contestato da nessuno-. Ma, soprattutto, se ne traggono molti circa il carattere militaristico degli antichi Greci, più che sulla valenza "pacifica" della democrazia, sulla quale tanto hanno insistito gli autori moderni.

Come si vedrà meglio in Erodoto , chi pone in primo piano il valore della pace sono gli orientali, e in particolare quell' Impero Persiano che è il prototipo dei grandi Stati orientali, mentre i Greci che gli resistono sono appassionati a tal punto della guerra, come fonte di gloria, quindi, di eternità, sono i Greci. Significativa, a questo proposito, la figura di Leonida, che caccia gli alleati dal passo delle Termopili perchè vuole che la gloria di morire in battaglia per la difesa della Grecia spetti ai soli Spartani.

Tuttavia, nonostante le strumentalizzazioni ideologiche fatte da film come 300, che avvicinano Leonida ai presidenti americani che combattono guerre in Iran e in Afganistan, l' etica greca ci pare più affine a quella della "Belva Bionda" nietzscheana, che non a quella delle moderne democrazie.

Abbiamo detto della straordinaria sopravvivenza nel tempo, anche se con molte deformazioni, delle idee di Ippocrate. In particolare, esse furono riprese integralmente da Aristotele, quasi integralmente da Machiavelli.

Montesquieu ne fece la base della sua dottrina comparata dello Stato, e Caterina Seconda e Hamilton la sfruttarono come giustificazione, l' uno, del federalismo americano, l' altra, dell' autocrazia russa.

La parte oggi più in pericolo anche de lato "politico" delle idee di Ippocrate è proprio il collegamento con la natura. Il preteso "ritorno alla natura" attraverso l'ambientalismo suona molto falso.

Gli uomini dipendono sempre meno dalla natura, perchè vivono in un mondo artificiale. Le identità locali sono sempre più spesso identità ideologiche, che derivano da scelte storiche del passato.

E, tuttavia, il legame con la terra, fino ad oggi, si è spostato, ma sopravvive.

Caratteri "europei" permangono anche in America, nonostante il cambiamento di continente, di clima, e anche di "sangue". Nonostante la ipertecnologizzazione, la Cina continua a essere influenzata dalla cultura delle "Civiltà idrauliche".

Anche in Europa, il pluralismo, la diversità e la combattività restano più spiccate che in Cina, ma anche che in America.L' attaccamento alla terra resta forte, almeno nel senso che si continuano ad esaltare i radicamenti alle"Aque, Arie e Luoghi".

Quanto resisterà tutto questo all'intelligenza artificiale, alla bio-ingegneria, alle "Macchine Intelligenti"?




giovedì 28 gennaio 2010

LA MISSIONE DEL DOTTO


On the Need for Culture in Postmodernity.Besoin de culture dans la postmodernité.Not fuer Kultur im Postmodernen

I lettori hanno lamentato che, nel precedente blog "Intellettuali" o "saggi", non avesssimo chiarito a sufficienza la nostra concezione di "intellettuali". Abbiamo già parzialmente risposto.

E, tuttavia, sempre a causa della limitatezza del "format", propria del "blog", non abbiamo potuto sviluppare meglio il concetto, che coinvolge una nozione di "funzione sociale" ed una nozione di storia di tale "funzione".

La "funzione sociale" dell' intellettualità è intrinseca al concetto di umanità .

Certo, non crediamo più, come Cartesio, che "Cogito, ergo sum".E, tuttavia, il pensare, il creare, il comunicare, sono parte integrante dell' umanità, dalle prime forme di espressione, di linguaggio, di produzione. Una funzione intellettuale "separata" emerge lentamente, dalle categorie dei "vecchi" dei "saggi", dei "capi", degli "sciamani".

Più tardi, la cultura si specializza ancora, "profeti", "sacerdoti", "cantori", "artigiani", "artefici", "astronomi".E così via, fino al livello massimo di specialismo che vediamo nei curricula delle odierne università.

A causa dell' infinità delle forme che questa funzione ha assunto durante tutta la storia dell' umanità, risulta difficile immaginare una situazione in cui non vi siano più intellettuali. Al contrario, nella misura in cui, attraverso la storia culturale, l' uomo si allontana dalle sue origini animali, la quota parte "culturale" aumenta rispetto a quella "materiale".In futuro, con la diffusione della cibernetica, il ruolo dell' attività umana dovrebbe concentrarsi sempre più nell' attività culturale. Addirittura, l' attività culturale deborda oramai nelle "macchine intelligenti," che supoportano la comunicazione, la immagazzinano, la diffondono, la replicano, la ricercano, addirittura la creano.

La vera sfida all'attività culturale viene dalle macchine intelligenti, che, a poco a poco, soppiantano le attività culturali dell' uomo.

La vera battaglia del domani sarà quella per dominare, addomesticare, e, forse, chissà, "umanizzare" le macchine intelligenti.

In attesa di questa fase lontana, viviamo in un mondo complesso e ibrido, in cui coesistono l' animalità e l' intelligenza artificiale, la cultura e il macchinismo, la spiritualità e i robot.

Quale la "missione del dotto" (per dirla con Nietzsche) in questa fase intermedia?

Certo, ci sarebbe molto da dire.

Tuttavia, un tema emerge prepotente sugli altri: i rischi per la libertà.

Nonostante la retorica libertaria, la società moderna è sempre meno libera. La concentrazione del potere ideologico, militare e finanziario in pochi centri mondiali; i grandi Stati, le multinazionali; l' omologazione dei consumi e della comunicazione; la fede nell' avanzare omogeneo e lineare di una Ragione Universale; la semplificazione del discorso pubblico; il conformismo culturale;i condizionamenti da parte degli apparati tecnologici e burocratici, portano ad una riduzione del margine di autonomia, critica e creatività.

L'avanzare dell' integrazione internazionale, delle tecnologie, delle ideologie e religioni globali, l'uniformazione delle classi, l' incertezza economica, il carattere sempre più artificiale della vita biologica, restringeranno ulteriormente i margini di autonomia.

Al conformismo degli "intellettuali organici" si sovrappone quello, più trasparente, e, quindi, più indistruttibile, dei "funzionari culturali" (magistrati supremi, grandi accademici, managers di multinazionali del settore comunicazione, funzionari internazionali e governativi, direttori di giornale, responsabili delle pubbliche relazioni, ecc..), tutti "intellettuali" che hanno come "deontologia professionale" quella di esprimere la posizione ufficiale della propria Istituzione.

Che resta dell' intellettuale che esprime una propria fantasia, che provoca i concittadini, che insegna una nuova dottrina, che sperimenta un nuovo modo di vivere o creare, che polemizza con i costumi prestabiliti, che si batte e muore per le proprie idee?

Certo, la lotta diventa sempre più diseguale. Certo, l' intellettuale indipendente dovrà sobbarcarsi una dose di "rivalità mimetica" superiore a quella dei propri avversari.

Per esempio, se Dante fu costretto a iscriversi alla Corporazione degli Speziali e Nietzsche riuscì a farsi dare una pensione svizzera, bisognerà escogitare un qualche modo per entrare nelle segrete cose del complesso tecnologico, informatico e comunicazionale.

Tuttavia, in ultima analisi, gli intellettuali indipendenti hanno ancora delle "chances" (almeno finché il fattore umano resterà rilevante), perchè la società postmoderna è alla ricerca spasmodica di nuove idee da "spendere" sul mercato o nel "circo mediatico", e gli "intellettuali indipendenti" sono la maggiore fonte di nuove idee. I plagi aumenteranno esponenzialmente, come nel campo della tecnologia, dove è ben noto che buona parte delle scoperte furono "rubate" ad altri scienziati.

E, tuttavia, queste idee cammineranno.

Certo, ci sarebbe un ruolo anche per la politica.Una politica di difesa delle procedure liberali e democratiche, dei diritti civili, non fine a se stessa, ma come difesa della cultura, e dell' umano, contro gli eccessi della modernità e contro l' avanzare di un' era completamente meccanizzata.

martedì 19 gennaio 2010

SERATA DEL 28/1 (ORE 21) 2010 PRESSO ALPINA , VIA GIURIA 6, 10125 TORINO



Decisive Turnabout Coincides with Alpina's January 28th Meeeting. La soirée du 28: Janvier un débat sur des décisions fondamentales pour Alpina. 28. Januar : entscheidende Debatte ueber Alpinas Zukunft.

Il mondo non cessa di porsi domande fondamentali per il proprio futuro:

-l' uomo continuerà ad esistere come tale, o verrà sostituito da un mutante ("Cyborg")?

-come deve interpretarsi la "Promessa dell' avvenire"?

-crediamo ancora che la salvezza sia materiale e collettiva?

-quanto possiamo rischiare nel tentare nuove vie inesplorate?

-come controbilanciare ("check and balances") il potere dello Stato mondiale tecnocratico?

Personalmente, crediamo che la risposta sia in un Federalismo Mondiale, in cui tutti i grandi progetti civilizzatori, tutte le grandi tradizioni di spiritualità e di civiltà, tutti i grandi raggruppamenti etnici, possano fare sentire costantemente ed efficacemente la propria voce.

Fra questi progetti ed entità vi sono, sicuramente, l' Identità Europea e quella regionale.

Crediamo che un progetto, come il nostro, volto ad approfondire questi temi, sia più che mai attuale, a causa:

- dei dibattiti sulla bioetica e sull' etica degli affari;

-del crollo delle illusioni del Progresso;

- del ritorno delle Religioni;

-dell'arroganza della tecnocrazia;

-del tentativo di imporre un "Impero Democratico".

Identità Europea, Alpina Srl e Diàlexis costituiscono una piccola realtà , ma con una grande ambizione: quella di proporre agli Europei, ed, in particolare, ai Piemontesi, un' infrastruttura di base grazie alla quale poter svolgere le loro riflessioni, ricerche, dibattiti, e proporre i loro progetti.

LE NOSTRE ATTIVITA' FUTURE NON POTRANNO BASARSI SE NON SU:

-LA DIMOSTRAZIONE DI UN INTERESSE DEL TERRITORIO PER QUESTI TEMI;

-LA DISPONIBILTA' DEI NOSTRI AMICI DI FARSI CARICO DI ALMENO PARTE DELLO SFORZO CONCETTUALE CONNESSO.

CIO' PERMETTEREBBE DI COSTITUIRE UN PICCOLO, MA QUALIFICATO, MOVIMENTO CULTURALE, CHE:

-PROMUOVA LA DISCUSSIONE;

-FACILITI LA CONOSCENZA DEI PRODOTTI CULTURALI E LA LORO DIFFUSIONE;

-ELABORI PROGETTI CULTURALI E POLITICI.

VOLETE ESSERE DEI NOSTRI?

INTERVENITE IL 28/1/2010, ALLE ORE 21,

ALLA

PROIEZIONE-DIBATTITO

SU NOSTRI PROGETTI PER IL 2010


PRESSO ALPINA srl
10125 TORINO

Tel.00390116688758
335.7761535

info@alpinasrl.com