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giovedì 10 novembre 2011

MULTICULTURALISMO IN PIEMONTE






Turin has a record of excellence in multiculturalism
Turin a une tradition de multiculturalisme
Turin hat eine Tradition von Multikulturalismus
 
Le stesse questioni che si pongono nei rapporti fra l’Europa ed il resto del mondo valgono anche per i rapporti infra-europei.

Costituisce, per così dire, un luogo comune, abbastanza poco significativo, affermare che l’Europa costituisce un’identità nella differenza. Questo perché tutti gli antichi imperi, come pure gli Stati Uniti, hanno avuto come motto “l’identità nella differenza”.
A parte il fatto che questo motto è stato spesso tradito dai suoi sostenitori, come è avvenuto nel caso della russificazione dell’Impero zarista, della nazionalizzazione della Turchia e della politica americana di integrazione, l’Europa presenta, rispetto a quegli esempi, una caratteristica in più: essa non è l’erede storica di un impero, bensì di almeno tre imperi: quello romano, quello bizantino e quello islamico.

Il carattere pluricentrico dell’Europa dovrebbe essere, perciò, ancor più spiccato, come espresso dall’idea stessa delle “Tre Rome” (Roma, Istanbul e Mosca), oggi più che mai attuale con il riemergere del peso politico, economico e militare della Turchia e della Russia.

Per questo motivo, l’Europa deve non solo bandire i suoi vecchi demoni dell’antisemitismo, dell’arroganza romano-germanica e dell’islamofobia, ma anche, e soprattutto, valorizzare al massimo la propria pluralità, con forme sempre più avanzate di federalismo, di scambio fra le popolazioni, di educazione multilinguistica.

Anche nel caso dell’Europa, il multiculturalismo, lungi dal compromettere l’identità europea, è l’unico a renderla possibile.

Non è possibile definire l’Europa solamente nei termini di un’Eredità Giudaico-cristiana. Occorre vedere le radici eurasiatiche e medio-orientali, gli incontri-scontri con i popoli precolombiani e con la Cina, la dialettica fra le diverse culture neolitiche, fra Europa ed Asia, fra Cristianesimo ed Islam, fra Europa Occidentale ed Orientale.

1.    Le identità plurime come base del federalismo europeo

Anche l’Europa, come ed ancor più che le Nazioni Unite, è affetta dal vizio del “funzionalismo”, che non le permette di sfruttare appieno le proprie potenzialità.Autorità, cittadini e “media” percepiscono l’Europa come un sistema burocratico fatto di norme, di valute, di borse e di banche. Nessuno si rende conto che, invece, dietro a queste cose ci sono centinaia di milioni di persone, con le loro storie, con le loro culture, con i loro progetti. Sono questi milioni a fare prevalere sempre, con la loro pressione, ma, direi, con la loro stessa esistenza, l’Europa anche nei momenti più difficili, quando sembra che essa sia sul momento di disintegrarsi.

Anche all’interno dell’Europa, far funzionare in modo proficuo questo  meccanismo significa spezzare la barriera di silenzio, dare voce alla base ed alle sue identità. Fare parlare di nuovo la tradizione classica e le culture ancestrali, il patrimonio cristiano e le nazioni periferiche, i ceti sconfitti dalla storia e le culture minoritarie, le città ed i territori.

Anche in questo caso, il principio di sussidiarietà e la cura della diversità si scontrano, di fatto, contro una tradizione giacobina centralizzatrice e livellatrice, sì che l’Europa delle Regioni si manifesta spesso come un pretesto per la casta politica e burocratica per gestire miliardi all’insaputa dei cittadini.

I risultati pratici delle riforme federalistiche in Italia dimostrano che neppure movimenti apparentemente localistici, come la Lega, sfuggono alla logica culturale del funzionalismo e del livellamento burocratico.Anche rilanciare le identità locali significa ripartire dalla cultura, anzi, dalle culture mediterranea, mitteleuropea, cristiana, orientale, nordica, o delle steppe, che innervano le diverse regioni d’Europa. Significa ricercare, attraverso la storia culturale, le specificità che hanno fatto, dell’Andalusia, qualcosa di diverso dalla Castiglia, del Piemonte qualcosa di diverso dalla Lombardia, del Brandeburgo qualcosa di diverso dalla Sassonia.

Solo una volta ristabiliti i diversi filoni della nostra storia culturale, potremo identificare il corretto tipo di aggregazione che conviene per realizzare un effettivo federalismo, ed il particolare tipo di vocazione di ciascun territorio.


2.    Il Piemonte: una regione europea multiculturale

Quanto sopra è particolarmente vero per l’area piemontese, un’area da sempre di confine fra spazi diversi della cultura europea: Gallia Cisalpina, Liguria e Province Alpine; Regno di Arles e Regno d’Italia; Stati di Sardegna, Ducato di Milano, Saluzzo e Monferrato; Impero Francese e Regno d’Italia; minoranze etniche e religiose dei Walser, dei Franco-Provenzali, degli Occitani e dei Valdesi.
Nonostante che le Autorità locali abbiano fatto lodevoli sforzi per valorizzare alcuni aspetti dell’eredità locale, come le residenze sabaude ed il Risorgimento, e che la legislazione comunitaria e nazionale siano molto generose nei confronti dei popoli minoritari, molto resta da fare per valorizzare le risorse, a nostro avviso veramente infinite, del nostro territorio, risorse che comprendono i legami con Nizza e Savoia, la storia della poesia provenzale, i cammini di fede attraverso le Alpi, la storia dei piccoli Stati locali, la storia degli intellettuali europei a Torino, la storia del pensiero sociale e politico, il pieno sfruttamento delle risorse costituite dalle minoranze immigrate e residenti.

Nella nostra visione, il nostro territorio potrebbe, e dovrebbe, divenire la sede di un laboratorio speciale di multiculturalismo, nel quale potrebbero e, a nostro avviso, dovrebbero, essere rappresentate tutte le varie forme di multiculturalismo che abbiamo in precedenza citato.

giovedì 28 ottobre 2010

LA PROVINCIA DI TORINO PRESENTA LA CANDIDATURA

urin Province's Presentation of Torino2019 Candidature. La présentation, de la part de la Province de Turin, de la candidatire de Turin pour 2019. Vorstellung, seitens des Bezirks Turin, der Kandidatur von Turin fuer 209.

La candidatura di Torino Capitale europea della Cultura
Confronto fra le istituzioni locali per accogliere la sfida

PRESENTAZIONE

Torino aspira a candidarsi Capitale europea della cultura per il 2019? Una domanda da non prendere alla leggera, perché nel caso in cui la città e il territorio della Provincia debbano preparare il dossier per la candidatura i tempi sono stretti: la scadenza è il 2013.

Fra i primi obiettivi che la Provincia di Torino si è posta dopo aver lanciato l'idea di candidare tutti i 315 Comuni del suo territorio, e non solo Torino, a diventare "capitale della cultura" fra sette anni, c'è l'impegno a farsi parte attiva nel dar vita a un Comitato promotore. Una prima occasione di confronto è stata la presentazione del libro di Riccardo Lala Torino, Capitale Europea della Cultura? Riorientare le energie del Piemonte presentato il 6 ottobre alla Fondazione Giovanni Agnelli, con la partecipazione degli assessori alla cultura della Regione Michele Coppola, della Provincia Ugo Perone, della città Fiorenzo Alfieri.

L'idea di fondo è quella di non perdere lo "slancio" che il territorio ha ricevuto dapprima dalle Olimpiadi invernali del 2006 ed ora dalle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, e che non solo ha contribuito a costruire una visibilità internazionale e turistica per Torino, ma ha consentito agli enti locali di realizzare infrastrutture importanti per lo sviluppo.
"Abbiamo tutte le carte in regola per accogliere la sfida e competere con le altre candidature - ha spiegato l'assessore provinciale Ugo Peron - però bisogna far valere la specificità torinese e piemontese mostrando in concreto come sia possibile fare cultura in modo multilaterale: non cioè pensando a ciascun grande evento come singola occasione ma intendendoli tutti come un unico progetto a 360 gradi e mettendo in piena evidenza gli aspetti economici di rilievo che la cultura è in grado di mettere in moto".

"La candidatura deve essere vista come un obiettivo, un mito, verso cui attivare uno slancio ulteriore che determini nuove condizioni di sviluppo - ha aggiunto Perone - Per questo è importante. intervenire su tutto il territorio provinciale, che oggi è ancora la bella sconosciuta e, quindi, costituisce uno spazio di miglioramento anche per la città".

Obiettivo condiviso dall'assessore Fiorenzo Alfieri: "La candidatura serve per uscire dal buco nero in cui siamo caduti e attivare quel rovesciamento di stima, grazie alla capacità di rompere gli schemi preconcetti, relativi a una città o a un'area; bisogna saper sorprendere come hanno fatto nel tempo Glasgow e Bilbao. Occorre perciò lavorare con attenzione al tema su cui si incentrerà la candidatura" "E se le celebrazioni per il 150esimo si sono concentrate su ciò che significa "essere italiani" - ha concluso l'Assessore - la candidatura del 2019 potrebbe fare un passo oltre e mettere in luce cosa vuol dire "essere europei" nel nuovo millennio.

Per Michele Coppola, assessore alla cultura regionale, bisogna partire da un cambiamento radicale: "La candidatura acquista importanza nel momento in cui significa costruire una nuova modalità definita di essere pubblici amministratori oggi. Occorre pensare a un nuovo percorso per progettare il tragitto fino al 2019, solo così il sistema culturale potrà crescere e continuare a svilupparsi".

(08 ottobre 2010)


Fin dalle Olimpiadi invernali Torino 2006 abbiamo sperimentato che lavorare per obiettivi aiuta; la scadenza dell'inaugurazione dei Giochi invernali ha consentito agli Enti locali di realizzare grandi infrastrutture determinanti per lo sviluppo (la linea 1 della metropolitana Collegno - Porta Susa, l'autostrada di Pinerolo, i grandi impianti sportivi) ed oggi viviamo la stessa tensione positiva per le celebrazioni del 2011, quando arriveranno a Torino e sul territorio milioni di turisti per il programma collegato ai 150 anni dell'unità d'Italia, che offre grandi mostre e raduni militari di livello nazionale.

E poi...quali saranno gli altri grandi obiettivi per cui lavorare fin d'ora con una programmazione che abbini la realizzazione di infrastrutture alle ricadute economiche, culturali e turistiche?

Per questo la Provincia di Torino lancia una nuova sfida: "vogliamo candidare - dice il presidente Antonio Saitta - i nostri 315 Comuni, non solo Torino, a diventare tutti insieme la 'capitale europea della cultura' nel 2019 quando il riconoscimento assegnato dall'Unione europea spetterà all'Italia".

Il nostro Paese infatti è stato designato per esprimere fra nove anni la città che per quell'anno sarà la capitale europea della cultura. Concepito come un mezzo per avvicinare i vari cittadini europei, il progetto venne lanciato nel 1985 e da allora l'iniziativa ha avuto sempre più successo tra i cittadini europei e un crescente impatto culturale e socio-economico sui numerosi visitatori che ha attratto.

Pochissimi i precedenti italiani: Firenze nel 1986, Bologna nel 2000 e l'ultimo è stato Genova nel 2004. Oggi sono già numerose le città italiane che hanno avanzato per il 2019 la loro candidatura ( Siena, Terni, Ravenna, L'Aquila, Matera, Brindisi, Palermo e l'intero nordest) e ci stanno lavorando con eventi e programmazione di iniziative dal momento che già nel 2013 ci saranno da rispettare scadenze pressanti e la scelta definitiva per la città italiana avverrà entro il 2014.

"Potrebbe davvero essere - aggiunge Saitta - per Torino e l'intero territorio provinciale il nostro prossimo grande obiettivo: abbiamo tutte le carte in regola per portare a casa questo risultato. Appena si spegneranno i riflettori sul 150^ anniversario dell'Unità d'Italia, potremmo darci il tema della candidatura a 'capitale europea della cultura' per promuovere non solo Torino, ma l'intera provincia che può contare su un panorama davvero vasto di offerte turistiche".

La Provincia di Torino si farà parte attiva nel dar vita ad un Comitato promotore: "la visibilità internazionale costruita negli ultimi anni - commenta l'assessore provinciale alla cultura e turismo Ugo Perone - è un patrimonio che non dobbiamo disperdere. I commenti alla nostra proposta sono stati estremamente positivi. Coinvolgeremo Regione Piemonte e Comune di Torino, ma anche le associazioni ci categoria e il mondo culturale".

(30 agosto 2010)

venerdì 10 settembre 2010

TORINO,CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA?

In 2019, Italy Will Host one of the European Culture Capitals. En 2010, l'Italie hébergera l'une des deux Villes Capitales d' Europe. In 2010, wird Italien eine der zwei Kulturhauptstaedte beherbergen.


La decisione 1622/2006/CE (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/site/it/oj/2006/l_304/l_30420061103it00010006.pdf ) ha offerto all’Italia un’importante opportunità.

Nell’ultima tornata dell’“Azione Speciale Capitale Europea della Cultura”, quella del 2019, il Governo italiano e quello bulgaro dovranno proporre una città ciascuno le quali, insieme, costituiranno le “Capitali Europee della Cultura”.

Nel corso della lunga vicenda, prima delle “Città Europee della Cultura”, poi delle “Capitali Europee della Cultura”, l’Italia ha già ottenuto questo riconoscimento tre volte: nel 1986, con Firenze; nel 2000, con Bologna; nel 2004, con Genova.

La “Capitale Europea della Cultura” è una città dove, con il supporto dell’Unione Europea, si svolge, nel corso dell’anno di designazione, un’intera serie di manifestazioni culturali, tutte di orientamento europeo.

La città in questione viene scelta, all’interno della rosa dei candidati, da una commissione europea e dallo Stato membro proponente, e viene confermata dal Consiglio dell’Unione.

Per il 2019, si sono già candidate il Triveneto, Ravenna, Siena, Terni, L’Aquila, Bari e Matera.

La questione era già stata sollevata in Consiglio Comunale di Torino nell’ambito della 5ª Commissione Consiliare, ma nessuna decisione è ancora stata, fino ad ora, adottata.

La gestione di un programma annuale di Capitale Europea della Cultura è un’impresa complessa. Essa implica la realizzazione di molte e diverse attività, di carattere puntuale, ma, più spesso, pluriennale, delle quali talune sono specifiche alla qualifica di Capitale Europea della Cultura, ed altre, invece, fanno parte di un programma di sviluppo a lungo termine della città.

Per questi motivi, la scelta di candidarsi quale Capitale Europea della Cultura dev’essere adeguatamente ponderata da parte delle città dello Stato membro prescelto, anche sulla base di un complesso conto economico, che tenga conto, da un lato, degli investimenti richiesti da parte dei diversi soggetti coinvolti, e, dall’altro, dei ritorni, diretti, e/o indiretti, attesi. Tali importi sono in gran parte rientranti nel bilancio dello Stato membro proponente, in misura minore in quelli degli Enti Pubblici Territoriali, degli Sponsors e delle Associazioni.

Il nostro nuovo libro, "Torino, capitale europea della cultura? Riorientare le energie del Piemonte" (Alpina, Torino, 2010), ha l'obiettivo di:

-informare la cittadinanza torinese dell' esistenza di questa opportunità;

-sollecitare le Autorità ad assumere una decisione circa l' eventuale candidatura della Città;

-suscitare un movimento di opinione sull' argomento;

-cogliere l' occasione per prospettare importanti trasformazioni, delle quali, secondo noi, la Città avrebbe bisogno indipendentemente dalla designazione quale "Capitale Europea della Cultura"

A nostro avviso, vale la pena di impegnarsi su questa strada solamente per quelle città che decidano comunque di focalizzare le proprie energie verso la cultura europea.

A suo avviso, per altro, Torino avrebbe tutto l’interesse a rientrare fra queste città, in quanto la sua attuale crisi è, in un certo senso, parallela a quella che scuote l’Unione Europea nel suo insieme.

L’una e l’altra, crisi culturali. La cultura “funzionalistica”, incentrata su una visione tecnicistica e meccanicistica della storia e della società, non è stata in grado, infatti, di prevedere fenomeni come il crollo del sistema comunista, l’emergere dei BRIC, le crisi finanziarie dell’Occidente.

L’Europa, e Torino, si trovano ora "spiazzate", e si chiedono quale possa essere il loro ruolo nel futuro.

Noi proponiamo che tale ruolo venga ricercato, senza pregiudizi, in una rilettura attenta della storia e della cultura europee. L’occasione del 2019, con l’annesso onere di dibattere su questi temi e di affrontare una complessa procedura di selezione, ci offre l’opportunità di compiere questo sforzo. Tuttavia, secondo l’Autore, tale sforzo andrebbe comunque affrontato, per la stessa sopravvivenza della Città.

martedì 18 maggio 2010

LA FIERA DEL LIBRO DI TORINO: UNA RIBALTA PER L' IDENTITA' EUROPEA?


Turin's Book Fair, a Success Story Needing to Find Its Meaning.Le Salon du Livre de Turin, une vedette qui doit encore trovuer sa raison d' etre. Turiner Buchmesse, eine Erfolgsgeschichte die noch ihre Raison d'Etre benoetigt.





Si è appena concluso un Salone del Libro salutato unanimemente come un grande successo. Questo, però, nell' ottica dei grandi eventi, non già in quella del significato per così dire "geopolitico", come pretenderebbe, e, a nostro avviso, giustamente, lo stesso Presidente del Salone, On.le Picchioni.

Infatti, di anno in anno assistiamo all' ingigantirsi della manifestazione, con il moltiplicarsi dei visitatori, generici e professionali, e dei dibattiti/presentazioni, ma non aumenta, a nostro avviso, il significato del Salone nell' evoluzione dell' Industria culturale.

Sono stati citati, giustamente, i saloni di Francoforte e di Londra, ai quali il nostro viene sempre più spesso accostato. Tuttavia, quei due Saloni hanno un effettivo respiro internazionale, l' uno, di carattere veramente mondiale, l'altro, dedicato essenzialmente alle produzioni di lingua inglese.

Il Salone di Torino resta il più grande salone italiano, come quelli di Parigi e di Mosca sono, rispettivamente, il più grande salone francese ed il più grande salone russo.

A Torino, la presenza degli editori esteri, incrementatasi nella parte professionale (mercato del "copyright"), è scomparsa nella parte aperta al pubblico.

Il "Paese Ospite d' Onore" ha un significato modesto, perchè la sua presenza si traduce in una serie di incontri e conferenze, mentre la produzione libraria esposta è veramente poca cosa.Ciò vale in particolare per lo stand indiano di quest' anno.

In questo, come in tutti gli altri campi, la differenza potrebbe essere data dall' Europa - parola che, come al solito, tutti si guardano dal pronunziare-.


1)Memoria e identità


Quanto sopra va inserito nel mutamento epocale in corso nel clima culturale, di cui lo stesso Salone non può non essere un riflesso.

Quando lo visitavamo per le prime volte all' inizio degli Anni '90 del XX° secolo, le tematiche preferite erano ancora di carattere prettamente "sociale", oppure di scrittura disimpegnata. Con il passare degli anni, i temi ufficiali del Salone si sono sempre più avvicinati alla cura postmoderna per le identità.

E' noto quale stretto legame vi sia fra identità e memoria. Quanto, poi, alla specifica identità europea, è chiaro il peso che in essa ha la "memoria culturale" (cfr. Jan Assmann).

Nell' edizione di quest' anno, identità e memoria sono presenti un po' dovunque.

Ci limiteremo, per altro, ad evidenziare alcuni dei temi trattati:

-modernità e antimodernità;

-identità indiana;

-identità piemontese.


2)Moderno, antimoderno, di Cesare De Michelis


Al Salone è stato presentato il nuovo libro di Cesare De Michelis , cultore della letteratura italiana del '900 e A.D. della Casa cEditrice Marsilio.

Moderno, Antimoderno si inserisce negli studi sugli "Antimoderni", che si stanno sviluppando in tutto il mondo (citiamo gli studi di Bhabha e di Compagnon).

L'approccio di De Michelis si differenzia per altro da quello di Compagnon:

-lo studio di De Michelis si riferisce alla letteratura italiana del '900, mentre quello di Compagnon esssenzialmente a quella francese dell'800 e '900;

-per Compagnon, la maggior parte degli intellettuali europei a partire dal Medioevo sono antimoderni, anche se in politica sono spesso "progressisti". Invece, a rovescio, per De Michelis, la maggior parte degli scrittori Europei del '900 (che attraversano Avanguardie, "fascismo di sinistra" e "egemonia culturale marxista"), è fanaticamente modernista, anche se proprio i suoi eccessi la portano di tanto in tanto a cogliere gli errori del modernismo;

-per Compagnon, non vi è frattura fra moderno e postmoderno, in quanto i "moderni" erano, in realtà, "antimoderni"; per De Michelis, la frattura c'è, perchè la caduta del muro di Berlino (paragonata a un vero e proprio terremoto) ha scosso le certezze progressistiche dei "Modernisti", senza che emergano nuove tendenze.Si tratta di ricostruire, ma anche qui sono possibili due scelte alternative: ricostruire una "città ideale", come dopo il terremoto di Gibellina, o ricostruire tutto come era anticamente, come dopo quello del Friuli. De Michelis esprime la sua preferenza per la seconda modalità, anche se non capiamo che cosa questo significhi. Infatti, secondo l' "Autore", prima delle Avanguardie c'erano "la pace e la democrazia", mentre, invece, la storia ci dice che c'erano le guerre coloniali e balcaniche e aspre lotte sociali, e la stessa parola "democrazia" era praticamente sconosciuta, mentre si parlava piuttosto di "monarchia" o di "liberalismo".Infine, De Michelis, con Péguy, insiste sul fatto che il problema di fondo è il crollo della società contadina. Ma allora, come si fa a ricostruire tutto come prima?

Ci compiacciamo certamente di questi studi, che si allineano sul tipo di interessi che contraddistinguono. Tuttavia, ci piacerebbe vedere più precise proposte per il futuro.

3)Identità indiana

Chi invece sembra avere le idee più chiare sono gli Indiani, arrivati a Torino in forze in quanto "ospiti d' onore".

Avevamo già incontrato gli Indiani quali ospiti d' onore a Francoforte.

Ora sembra che abbiano affinato le idee sulla loro identità, che, come afferma Kudir Kumar, è "religiosa", "gerarchica", "familista", "comunitarista", ma anche pluralistica, al punto da affermare che non si può parlare di "Identità Indiana" perchè in India c' è di tutto.

Gli intellettuali indiani presenti alla Fiera hanno affermato la loro estraneità a certi luoghi comuni della cultura postmodernistica americana, secondo cui saremmo alla "Fine della Storia", alla "Fine dell' Ideologia".

Per l' India, questa non è la "Fine della Storia", bensì "un nuovo inizio"; per quanto riguarda, poi, l' "ideologia", per gli Indiani non esiste "un' Ideologia", ma, semmai "delle ideologie".

Venendo, infine, alle problematiche più specificatamente letterarie, la delegazione indiana ha presentato notevoli novità, sulle quali, nel loro piccolo, tanto Alpina quanto Diàlexis, si erano già concentrate negli anni passati, quando avevano organizzato a Torino i convegni sulla musica e la letteratura dell' India Meridionale. A quell' epoca, non esisteva ancora un' organizzazione precipuamente dedicata alla traduzione e promozione delle opere letterarie delle 250 "lingue nazionali" dell' India.Cosa che noi avevamo lamentato al convegno del Premio Grizane Cavour del 2007 sull' India.

Oggi, l' India ha creato una specifica organizzazione a questo fine. Tale nuova attività è la logica conseguenza di una linea di pensiero che prende atto, da un lato, della specificità dell' India come nazione pluralistica, e, dall' altra, della necessità di uscire dal monopolio della letteratura indiana di lingua inglese. Tale letteratura, che, secondo un' infelice espressione di Salman Rushdie, sarebbe l' unica letteratura indiana, esprime in modo esclusivo le problematiche e la mentalità delle ristrettissime élites urbane tecniche ed economiche, ma non è in grado di rendere conto della complessità del subcontinente indiano, ed, in particolare dell' ambiente rurale, ancora maggioritario.

Per la prima volta, abbiamo assistito alla traduzione dall' Italiano all' Hindi, e viceversa, con esclusione dell' Inglese, ed abbiamo sentito proporre, da una casa editrice italiana, lo studio, presso le università italiane, di lingue nazionali indiane diverse dall' Hindi.

4)Identità Piemontese

L'emergere della tematica regionalistica aveva fatto sì, già a partire dagli ultimi anni, che le Istituzioni dedicassero uno spazio vieppiù crecente alle questioni, da un lato, delle identità regionali, e, dall' altra, delle minoranze etniche.

Quest' anno, la Regione Piemonte ha inaugurato la "Piazzetta Parole di Piemonte", ove si sono succeduti eventi di carattere regionalistico, ed, in particolare, attinenti alla questione delle minoranze etniche.

Questione che è, in Piemonte, particolarmente complessa, in quanto la nostra Regione, nota soprattutto per esssere stata il punto di partenza dell' Unità d' Italia, è stata per altro, altresì da sempre un crogiuolo dove si sono fuse culture iberiche, liguri, celtiche, latine, provenzali, germaniche, franco-provenzali, francesi, italiane, e, più recentemente, est-europee ed afro-asiatiche.

Tema di avvio del dibattito: la recentissima sentenza della Corte Costituzionale che nega, al Piemontese, il carattere di "lingua". Tema politico quant'altri mai, in quanto nessuna questione è più "politica" di quella dei "dialetti". Infatti, quello che noi studiamo come "Greco", è, in realtà, la "Koiné diàlektos" parlata negli imperi ellenistici; l' Italiano è il dialetto toscano, come il Francese è quello dell' Ile de France.

Il fatto che il Napoletano o il Normanno (in cui pure sono state scritte opere importanti) siano "dialetti" deriva semplicemente che il Regno di Napoli e il Ducato di Normandia non sono più Stati. Gli Stati attribuiscono la denominazione di "lingua" al dialetto che essi usano.

E' questo il motivo per cui il Friulano e il Sardo, idiomi di due "Regioni Autonome", si sono visti riconoscere lo statuto di "lingue".
Orbene, riconoscere al PIemontese il carattere di lingua significherebbe semplicemente orientarsi verso una trasformazione del Piemonte in Regione a statuto speciale.

A dire il vero, lòa situazione dell' India, con 2 "lingue veicolari", 24 lingue ufficiali, 250 lingue e 2500 dialetti dimostra che il rapporto fra Stato, lingua e nazione è più complesso di quanto non avesse pensato von Humboldt.

La complessità della "Questione Piemontese" è accresciuta dal fatto che, in Piemonte, esistono tre "minoranze linguistiche" transfrontaliere, esigue, ma molto influenti, poiché la maggior parte dei "confratelli" che parlano queste lingue vivono nelle vicine Francia e Svizzera, dove essi non hanno un' autonomia comparabile a quella della Valle d' Aosta, né un riconoscimento quale quello della Legge 482.

Per questo, gli Occitani delle Valli Cuneesi, i Franco-provenzali di quelle torinesi e i Walser della Valsesia e della Valdosssola sono influenti fra tutte le comunirà occitane, franco-provenzali e Walser.

5)Il Salone quale tribuna della politica locale.

Il tema dei "tagli alla cultura" è uno dei più "caldi" all' interno dell' "agenda" politica locale.

Ovvio che esso trovasse importanti eco anche all' interno del Salone, dove soprattutto il dibattito di Sabato 15, fra gli Assessori alla Cultura di Comune, PRovincia e Regione ha permesso di valutare le diverse posizioni.

Certo, buona parte del dibattito è strumentale, in quanto la maggior parte dei "tagli" su cui si sta discutendo si riferisce a qualcosa di già deciso dalla precedente giunta regionale (riduzione del 24% del bilanccio della Cultura), a cui si aggiungerebbe oggi la riduzione budgetaria dell' 8%, richiesta a tutti i Dicasteri dall' Onorevole Cota.

Quello che è certo e condiviso è che, ferma restando la trasformazione di Torino, da città prevalentemente industriale, a città di cultura e di servizi, si impone una correzioine di rotta, diretta a canalizzare le risorse pubbliche verso priorità inequivocabili.

Alpina ha la presunzione di avere molto da dire a questo riguardo.










mercoledì 5 maggio 2010

IL PAPA A TORINO

Presence of Benedict XVI in Turin Stresses Roles of Holy Shroud and of Turin. La présence du Pape à Turin souligne l’importance du Saint Suaire et de Turin. Papstes Besuch in Turin verstaerkt Rolle des Grabtuches
und von Turin


L’ostensione anticipata della Sindone, e la corrispondente presenza del Papa, dimostrano l’importanza che reliquie come la Sindone rivestono ancor oggi nella religiosità, ufficiale e popolare.
Questa ritrovata importanza costituisce, certo, un ridimensionamento delle pretese scientistiche, secondo le quali, con il diffondersi della scienza e della tecnica, se non la religione, avrebbero regredito, almeno, le sue forme “più arcaiche”, come il culto delle reliquie.
Questa pretesa non era certo nuova, in quanto il rifiuto dell’adorazione di oggetti od immagini aveva già fatto apparizione in epoche diverse, presso gli Ebrei, la Cristianità bizantina e l’Islām. Essa non si collegava, allora, ad una pretesa scientista, bensì ad una nozione estremamente trascendente della divinità, che non ammetteva compromissioni con la contingenza terrena.
Come si sa, questa concezione fu perdente nella storia della Cristianità.
E non ne mancano i motivi. L’uomo non è puro spirito. Anche la religione non può essere puramente spirituale, ma è chiamata a rappresentare l’inscindibile connessione fra il terreno ed il divino. L’essenza stessa del Cristianesimo è nell’incarnazione, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.
Come potrebbe non essere rilevante ciò che testimonia di questa vicenda?
Diversa la questione della verità obiettiva, e/o scientifica, della tradizione legata alle reliquie. Verità obiettiva che non è, per altro, decisiva, neppure per la Chiesa, che non se ne rende dogmaticamente garante.
Quello che conta è la memoria culturale che è legata alla reliquia. Memoria che è di per sé un elemento fondante molto forte, come dimostra il peso che la riconquista della Sindone ebbe, per esempio, per l’Impero bizantino.
Il fatto che tale reliquia, unica nella Cristianità, sia passata alla Savoia, e, poi, a Torino, non è, quindi, priva di collegamento perfino con la dottrina della “Translatio Imperi”.
Chi fosse titolare della reliquia poteva, addirittura, vantare pretese al trono imperiale; tant’è vero che il Re d’Italia era, per diritto dinastico, anche Re di Gerusalemme.
Qualche volta, occorrerebbe riflettere sul senso di particolare predestinazione che la Sindone conferisce alla nostra Città.

martedì 16 marzo 2010

PER UN MUSEO DELL'AEREONAUTICA A TORINO

It was an Emotion to Revive Aviation History of Torino. Il a été une expérience émotionnante de revivre l'histoire de l' aviation à Turin. Es war eine grossartige Emotion italienische Luftwaffegeschichte in Turin wieder zu erleben





Di tanto in tanto, a Torino, sempre pronta a parlare di automobili, ci si ricorda che la nostra città è anche la città pioniera in Italia dell' industria aerospaziale.

Per questo, non può non averci fatto piacere il fatto che, a cura dell' Aereonautica Militare, sia stata organizzata, a 100 metri dalla sede di Alpina, e a un chilometro dalla nostra abitazione, in quella Torino Esposizioni che, un tempo, veniva identificata con il Salone dell' Automobile, una mostra dedicata interamente ai cent' anni dell' Aereonautica Militare Italiana.

Purtroppo, siamo in tempi di tagli alle spese. Quindi, la mostra ha dovuto essere naturalmente contenuta.

Siamo in tempi di politicamente corretto.Quindi c'è stata, giustamente, molta obiettività, ma, a nostro avviso, anche troppo poco rilevo per i fatti più salienti.

Siamo anche in tempi di eccessiva burocrazia e di poco sforzo inventivo: quindi, pochi riferimenti alla cultura del tempo, ai dibattiti politici; pochissime indicazioni sui grandi orientamenti tecnologici passati, e, soprattutto, futuri.

Ho rivisto, certo, con piacere, la grande sala dei disegnatori della FIAT Sezione Velivoli, cos' come la vidi nel '53, diretta da mio padre, dove presero vita, fra gli altri, il G 91, l' F 104 e il Tornado.E, tuttavia, mi sarebbe piaciuto che fossero spiegati con più dettaglio ai cittadini i diversi percorsi della Fiat Sezione Velivoli e della Fiat Motori Avio, presso cui io stesso ho lavorato tanti anni.

Ho preso atto con piacere che si è dato atto al Futurismo di avere aperto un dibattito sulla modernità. E, tuttavia, sono mancate le grandi opere pittoriche dei futuristi sull' aereonautica. Soprattutto, è mancato D' Annunzio.

Infine, capiamo che si tratta di una manifestazione dell' Arma: e, tuttavia, qualche accenno alle sfide tecnologiche in cui sono impegnate le imprese aerospaziali torinesi e l' Europa, sarebbe anche stata utile.

La realtà è che, a Torino, per l' Aereonautica, ci vorrebbe, non soltanto una mostra, ma, addirittura, un museo.

LA FIAT DEVE RESTARE EUROPEA

Rumors about Spin-off of Fiat Auto Should Raise Debate about "Nationality" of FIAT. Les indiscrétions sur apport d'actif du secteur automobile solicitent un débat à propos de la "nationalité" de FIAT. "Geruechte" ueber Boersennotierung des PKW-Sektor entwickeln Neugier ueber "Nationalitaet" von FIAT


Sarà la decima volta che sentiamo di una possibilità di "scorporo" del Settore Auto della FIAT, e del suo conferimento ad un nuovo Gruppo, formato con nuovi partner internazionali, nel quale la Famiglia Agnelli non deterrebbe più il controllo assoluto (SIMCA, Peugeot, Ford,Mercedes/Chrysler, Ford, General Motors, TATA,di nuovo Chrysler,ecc...).

Eppure, fino ad ora, queste ipotesi non si erano mai materializzate.

Ciò significa che vi sono seri motivi per cui l' ipotesi è allettante, ma anche per cui essa non può avvenire.

Essa è allettante in quanto l' industria automobilistica è per sua natura mondiale, e i condizionamenti nazionali, locali e familiari, le stanno stretti.

Essa è impossibile perchè l' industria automobilistica (come la maggior parte delle industrie moderne) non può essere, né pensata, né creata, né sviluppata, né gestita, né mantenuta, né difesa, né, comunque, sopravvivere, senza una decisa opzione da parte "del Politico" (ideologia, Stato, Nazione, burocrazia, partiti, territorio, sindacati). "Politico" che "pensa" l' industria come strumento della Ragione vincitrice, che la impone penalizzando il feudo, il latifondo, l' agricoltura,il clero, che la fa nascere con la legislazione di privilegio per le società per azioni, che la sovvenziona direttamente, con le commesse militari, ed indirettamente, con le poloitiche sociali e con le infrastrutture, che la fa vivere con il welfare, che ne prolunga la vita con gli incentivi, ecc..

Oggi, siamo al "redde rationem".Oggi si può fare tutto ed il contrario di tutto, ma senza più i paraocchi delle Grandi Narrazioni, ed assumendosene una responsabilità politica dinanzi al mondo intero.

Se la fusione dovesse servire per "scippare" la FIAT alla Famiglia Agnelli, che, bene o male, l' ha sempre sostenuta; a Torino, a cui deve la propria esistenza, ed all' Europa, a cui sta ancora chiedendo aiuto, bene, allora, le reazioni potebbero, e, a nostro avviso, dovrebbero, essere molto violente, e concentriche, da parte di tutti: Europa, Torino, sindacati, famiglia.Questo potrebbe avvenire, per esempio, nel caso di un "regalo" del controllo all' America per certi pregiudizi ideologici dell' attuale "leadership" e per certi "favori" di Obama.

Lo "scorporo" potrebbe invece non essere lesivo per nessuno se esso avvenisse contestualmente ad una transazione di comune soddisfazione delle controversie in Casa Agnelli, il centro dirigenziale del nuovo Gruppo fosse a Torino, o, almeno, in Europa, e, nella proprietà, fossero adeguatamente rappresentati Famiglia Agnelli, Europa Centrale e Orientale, e, nella misura del necessario necessario, America, Turchia e India. E, comunque, la "decisione sullo stato di eccezione" deve spettare ad un' istanza europea, con un' adeguata rappresentanza del Piemonte.

Resta il problema, che almeno taluni hanno compreso, di dove debba essere il "cervello pensante" del nuovo Gruppo.A noi sembra che tale problema non sia facile, perchè è difficile sapere qual' è il "cuore pensante" di una multinazionale: quello dove si trovano i "tesoretti" dei maggiori azionisti?quello dove risiedono o hanno i loro addentellati politici tali azionisti?quello dove la società è quotata?quello dove risiedono l' Amministratore delegato e i suoi più stretti collaboratori? quello dove risiedono le staff centrali, amministrative, legali, commerciali e finanziarie? quello dove si trovano gli Enti di progettazione e di ricerca?

Già oggi, né i principali azionisti, né l' Amministratore Delegato della FIAT risiedono tutti a Torino; molti non hanno la cittadinanza italiana, e dimostrano un attaccamento per l' America non inferiore a quello per l' Europa; già oggi, buona parte dei centri direzionali si trovano in America, in Polonia, in Turchia, in Brasile.

Che cosa deve essere in Europa, e che cosa a Torino?

Anche se l' "establishment", politico ed economico, crede di avere diritto a compiere le proprie decisioni addirittura di nascosto, e, comunque, con la più totale esclusione dell' opinione pubblica, noi, invece, crediamo che queste scelte debbano essere condivise. Anche e soprattutto in un momento in cui sembrava avverarsi un' ipotesi preconizzata dallo stesso Montezemolo, e recepita dai Ministri Sacconi, Scajola e dal Commissario Tajani, quella, cioè, di sottoporre la strategia sulle ristrutturazioni dell' industria automobilistica alla suprema autorità dell' Unione Europea.

A noi preoccupa l' affermazione di certi sindacalisti, ai quali non interessa chi siai l proprietario della Fiat.Per noi dev' essere europeo, dev' essere in sintonia con le strategie dell' Unione Europea, deve partecipare alla difesa dell' Euro.

Questo perchè proprio la crisi ha dimostrato ora più che mai che le grandi imprese automobilistiche, ed, ad esempio, in concreto, General Motors, Opel, Chrysler, Autovaz e Sollers, non sopravviverebbero neanche un giorno senza un sostegno pazzesco, assolutamente antiliberista, da parte di tutte le Autorità.

Chiediamo ai nostri amici, alla Direzione FIAT, alle Autorità locali e nazionali, ai sindacati, all'opinione pubblica, all' Unione Europea, ed, in particolare, al Commissario Tajani, di aprire un pubblico dibattito europeo su questi temi.

Discendiamo da una famiglia che ha dedicato la vita a dirigere la FIAT; anche noi abbiamo dedicato a questo scopo almeno vent'anni della nostra vita, e sappiamo non poco dei temi che oggi ribollono. Siamo a disposizione di chiunque voglia affrontarli con animo sgombro da interessi eccessivamente particolaristici ed ascoltando la voce di chi ha maturato un' esperienza in queste cose.




sabato 27 febbraio 2010

LA PROVINCIA DI TORINO RILANCIA L' EUROREGIONE ALPI-MEDITERRANEO

Torino's Province Devotes Top Level Debate to Euroregion Alpes-Méditerranée. La Province de Turin Dédie Débat au Sommet à Relance d' Eurorégion Alpes-Méditerranée.Provinz Turin widmet Erhobene Debatte zum Wiederbeleben der Euroregion Alpes-Méditerranée.




Venerdì 26 Febbraio, si è svolto, presso la nuova, splendida, sede della Provincia di Torino, un ristretto, ma approfondito, dibattito, circa la scelta, che il Piemonte sembrerebbe chiamato ad adottare, fra, da un lato, la proposta sempre più insistente, da parte di Milano, di unire le forze per la costituzione di una sorta di "città a rete", e, dall' altro, lo sforzo portato avanti da ormai molti anni per sviluppare il progetto dell' Euroregione.

Hanno partecipato il Presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, l' Assessore alla Cultura, Ugo Perone, e il Vice-Sindaco di Torino, Tom Dealessandri. Ospite d' onore, Juergen Fischer, coordinatore dell' Iniziativa Ruhr 2010.

Notevole anche il numero e la qualità degli intervenuti, fra i quali anche l' ex Sindaco di Torino, Valentino Castellani.

Nella sostanza, la maggior parte degli oratori e degli intervenuti hanno manifestato la loro preferenza per la soluzione "Euroregionale", che risponde ad interessi permanenti di Torino.

Nella sostanza, la manifestazione ha confermato quelle che erano state le ipotesi iniziali da cui era partita, negli ormai lontani Anni '90 dello scorso secolo, l' intera nostra azione politico-culturale:

-la crisi delle ideologie otto-novecentesche, e la conseguente necessità di nuove forme di pensiero e di azione politica, ben radicate nella dialettica identità-differenza, a livello continentale, nazionale e locale;

-il ruolo trainante dei miti di Europa e Euroregione.

In quegli anni, le ipotesi da noi portate avanti (fra l' altro, attraverso l' Associazione Indipendente per l' Integrazione dell' Europa Occidentale), avevano incontrato serie difficoltà a svilupparsi, i quanto, nonostante la fine della 1a Repubblica e la caduta del Muro di Berlino, erano ancora forti opposte tradizioni politiche, in particolare quella incentrata su una concezione assiale e lineare della storia, e quella mercatistico-occidentale.

Oggi, quando anche i miti del Progresso Lineare e quello dell' onnipotenza del mercato hanno, oramai, perduto tutto il loro smalto, si fa finalmente sentire un po' dovunque l' esigenza di nuove idee-forza e nuove aggregazioni.

Noi restiamo sulla breccia, con le nostre idee di pluralismo culturale a livello mondiale, di riforma paritetica delle istituzioni internazionali, di aggregazioni continentali, di identità europea e delle Euroregioni. Siamo lieti che anche Istituzioni e gruppi influenti della nostra Città si interessino a questi temi, e sollecitino i cittadini a partecipare al loro svuluppo.

Non mancheremo di fornire i nostri contributi.




venerdì 29 gennaio 2010

STRANE INDISCREZIONI SUL PROGRAMMA DEL CENTRO-DESTRA IN PIEMONTE

Project to "Unify Electoral Campaign" for Lombardy, Veneto and Piedmont. Un projet d'unification des campagnes électorales pour les Régions de Lombardie, Venétie et Piémont? Projekt fuer die Vereinigung der Wahlkampagnen in Lombardei, Venetien und Piemont?

Nell' ambito delle polemiche all' interno del Centro-Destra sulla candidatura Cota, è emersa la strana affermazione che la coalizione "per rafforzare la candidatura di Cota", intenderebbe "unire le campagne elettorali delle tre regioni".

Si tratterebbe di una novità nella vita politica italiana. Novità per altro possibile se i tre programmi fossero coordinati. Il che potrebbe anche voler dire che sono "milanocentrici", come ci sarebbe da aspettarsi da un candidato della Lega e del Piemonte Orientale.

Se questo fosse il caso, il Centro-Destra farebbe ciò a suo rischio e pericolo. Infatti, abbiamo rilevato, già dalle reazioni al nostro blog, che l'avversione ad una "annessione alla Lombardia" è uno dei pochi motivi che riescono a scuotere l' apatia degli elettori piemontesi.

Ne sono la prova i commenti ricevuti al post "Ugo Perone contro Mito".

Non che non vi siano argomenti anche a favore del Progetto MITO.Ma questi argomenti interessano sostanzialmente il Piemonte Orientale, non già tutto il Piemonte.Come avevamo cercato di mostrare in un altro precedente post, dalle stesse mappe etnografiche e glottologiche elaborate dai circoli autonomisti, risulta che, in Pemonte, vi sono tre distinte fasce etno-culturali: quella alpina, di tradizioni allogene e alloglotte; quella del Piemonte Centrale, e quella del Piemonte Orientale, affine alla Lombardia.

Un governo della Regione deve tenere conto di tutte le tre componenti dell' identità piemontese, non di una sola.In particolare, non può non tener conto del ruolo di Torino, che risulterebbe svuotata dal "Progetto Mito".
Senza contare che, proprio quest'inverno, il meccanismo del pendolarismo dal Piemonte a Milano (che sarebbe al centro del Progetto Mito), ha subito duri colpi, come i ritardi di un' ora della neo-inaugurata TAV, come pure il blocco e/o il totale rallentamento di tutti i treni dall' area milanese, che abbiamo segnalato in un altro recente "post".

Pertanto, crediamo che, se il Centro-Destra dovesse veramente scegliere quella linea politica, correrebbe seriamente il rischio di perdere le elezioni.
Per parte nostra, saremmo lieti di porre questo blog al servizio di un' azione "bipartisan" per dissuadere i politici dal percorrere la strada di "MITO", ed, invece, per ricordare loro che facciamo parte di un' Euroregione, di cui nessuno sembra neppure ricordarsi.

Riccardo.lala@alpinasrl.com

0116688758

mercoledì 27 gennaio 2010

DISFUNZIONE SISTEMA FERROVIARIO NORD-OVEST


Notwithstanding Long Years of Propaganda, Rail Connections in Italy's North-West remain critical.Nonobstant Beaucoup d'années de propagande, la situation des transports dans l' Italie du Nord-Ouest reste critique

Molti lettori scrivono per segnalare il loro scontento per la situazione del trasporto ferroviario nel Nord Ovest. Come già detto, non siamo esperti di questioni ferroviarie, sicché ci interessano soprattutto valutazioni di insieme sulla nostra regione in Europa.

Come già affermato in altra sede, ciò che probabilmente più urta i cittadini è l'enorme divario fra la retorica e la realtà.

Mentre sono decenni che le Autorità parlano del trasporto su binari come mobilità sostenibile, dell' Alta Velocità come l' uscita dal provincialismo e dall' isolamento, delle privatizzazioni come strumento per accrescere l' efficienza del servizio, l' esperienza insegna invece che il servizio ferroviario italiano, che era, a suo tempo, all' avanguardia, sia per le tradizioni ingegneristiche che per la capillarità della rete, è stato lasciato andare da più decenni, con pochissime innovazioni e pochissimi investimenti.

Questo accadeva mentre, invece, nella vicina Francia veniva crata, con il TGV, una rete esemplare per tutto il mondo.

La privatizzazione, come è successo per altro anche in altri Paesi, non ha migliorato la situazione.

Il dibattito pro-Tav e anti-tav non è stato focalizzato sulle giuste questioni, per esempio, quanto sia inquinante il sistema attuale di trasporti su strada e quali alternative esistano all' inserimento nel sistema dei treni ad alta velocità europei, i quali, oltre, tra l' altro, a ridurre l' inquinamento, sono un potente strumento di rafforzamento dell' identità europea.

Con il nuovo traforo e l' alta velocità, Chambéry, Annecy, ma perfino Ginevra, potranno tornare a gravitare su Torino, Lyon sarebbe alla stessa distanza di Milano, e Parigi a quella di Roma.

Che dire, invece, ai viaggiatori sconcertatio dal caos dei treni di questo inverno?

Credo che potremmo raccogliere proposte concrete (per esempio, per il collegamento con la Malpensa e con Nizza, oltre che per un migliore legame fra Alta Velocità, treni ordinari e sistemi di trasporto metropolitano).

Scriveteci!

riccardo.lala@alpinasrl.com

sabato 28 novembre 2009

IDENTITA’PIEMONTESE

Series of Contributions on European Identity in Preparation for 2010 Elections.Série de contributions sur l'identité piémontaise en préparation des elections de 2010.Serie von Beitraegen ueber Identitaet Piemonts, in Vorbereitung fuer 2010 Wahlen.







L’inizio del 21° Secolo ha segnato un momento di eccezionale rivalutazione del concetto di “Identità”, quanto mai controverso, ma, oramai, accettato da tutti almeno come base per la discussione. Si parla di ogni genere di identità: da un lato, le “identità esclusive” (famiglia, luogo di residenza, “genos”, etnia, religione, regione, nazione, continente), e, dall’altro, delle cosiddette “identità plurali”. È abbastanza ovvio che ciascun individuo (e/o, meglio, persona), sceglie (e da sempre ha scelto) fra una pluralità di identità (famiglia, luogo di residenza, comunità di opinione, e/o di culto, comunità di lavoro, ecc.), sicché la sua “concreta” identità è, in definitiva, una sorta di “sommatoria” di queste identità, ereditate e scelte, senza che nessuna di esse risulti “prevalente”. E, tuttavia, perché si arrivi al poter scegliere tra siffatte identità, occorre che esse preesistano: come, per esempio, un villaggio, una città, uno Stato, un’impresa, un’istituzione, un’associazione o una Chiesa, ecc..(cfr.Riccardo Lala, 10000 anni di identità europea, 1° Volume, Patrios Politeia, Alpina, Torino, 2006; cfr. http://www.alpinasrl.com/catalogo/cat_baustellen/cat_10000_anni_identit%E0.htm)


1.Postmodernità e Identità
In questo momento, si verifica, a nostro avviso, un’ acutizzazione della Transizione dalla Modernità alla Postmodernità. Questa può essere identificata: sul piano filosofico, con il riconoscimento generalizzato di una qualche rilevanza pubblica delle religioni; su quello delle dottrine politiche, come l’avanzare del multiculturalismo; su quello economico, con la critica del mercatismo; sul piano delle politiche locali, con la rivalutazione delle identità.Concetti legati alle logiche dell’Europa “moderna”, come, per esempio, “Destra” e “Sinistra”, sono, invece, stati oramai abbandonati dai politici più avveduti. Tuttavia, salvo qualche lodevole eccezione (cfr., per esempio, John Gray), la cultura non ha ancora elaborato in modo soddisfacente le ragioni di questo abbandono.

La crisi della Modernità dovrebbe dimostrare la grande preveggenza delle esperienze eretiche dei grandi outsider che hanno operato, più o meno a lungo, in Piemonte, come, per esempio, Alfieri, Nietzsche, Pavese, Del Noce e Jesi, ponendo in discussione l’egemonia storica della tradizione positivistica e razionalistica.

Un aspetto positivo dell’attuale dialettica culturale della nostra Regione è costituito proprio dal recente abbandono del clima di intolleranza, o, peggio ancora, di indifferenza e di silenzio, con cui il “mainstream” culturale (l’“Ideologia Piemontese”) aveva circondato gli “outsiders”, di qualunque tendenza essi fossero. Oggi, al contrario, capita, addirittura, che, di tanto in tanto, perfino l’ufficialità si attivi (anche se ancora senza eccessivo entusiasmo) per studiare e commemorare autori come Alfieri, Nietzsche, e/o il Pavese “alternativo”. Ciò permette, finalmente, di affrontare la storia del nostro territorio sotto tutti i suoi diversi profili, senza sottacerne nessuno.

2.Pluralità dell' identità piemontese.
È fondamentale, infatti, riscoprire il carattere composito della nostra Regione, dove, alle tradizioni sud-europee (Liguri, Province Alpine dell’Impero Romano, Provenzali, Francesi e Franco-Provenzali), e centro-europee (Celti, Sacro Romano Impero, Walser) proprie delle aree montagnose e delle colline del Sud, si contrappongono le influenze più strettamente “italiane” della pianura (Gallia Subalpina, Lega Lombarda, Stato di Milano, esuli risorgimentali).

Delle prime tradizioni fanno parte: la società aristocratica e militare sabauda (e aleramica); la presenza delle minoranze alloglotte per una fascia di 30-70 chilometri dallo spartiacque delle Alpi; la presenza della minoranza protestante nelle Valli Valdesi. Delle seconde, l’impronta romanica e barocca nell’eredità urbanistica, fortemente unitaria, della Regione, e la significativa presenza della Chiesa Cattolica.

Tutti i grandi filoni culturali che hanno operato in Piemonte partecipano del carattere dell’europeità, che accomuna tutti gli aspetti della cultura piemontese. L’“Ideologia Piemontese” (quell'orientamento dominante che, partendo da Gramsci e Gobetti, arriva a Bobbio e ai suoi allievi) affonda le sue radici nelle frequentazioni americane di Garibaldi ed in quelle inglesi di Mazzini e di Cavour; la tradizione tecnocratica della Fiat è strettamente collegata al mito americano, così come l’industrialismo di Gramsci e Gobetti partecipa nello stesso tempo del mito americano e di quello della rivoluzione russa; l’azionismo è strettamente legato al federalismo europeo (basti pensare alla bozza abbinata di Costituzione Italiana e di Costituzione Europea elaborata, poco prima di essere ucciso, dal leader antifascista Duccio Galimberti).L’“aristocraticismo ribelle” vede Alfieri inserirsi nel clima dello Sturm und Drang e della reazione nazionalistica all’imperialismo francese, mentre si manifesta, in Nietzsche, la misteriosa epifania di un genio europeo che a Torino conosce, nel contempo, e la celebrità e la follia.Il cattolicesimo del savoiardo e francofono De Maistre si nutre di riflessioni sulla Rivoluzione Francese, fiorisce nell’effervescente cultura pietroburghese dei tempi di Alessandro 1°, e, paradossalmente, attraverso St. Simon e Comtes, influenza la più sostanziosa fonte segreta del modernismo ; il progetto neo-guelfo di Gioberti si riallaccia, oltre che ai progetti di federazione europee elaborate alle corti di Parigi e di Praga e dagli stessi Illuministi, alla stessa visione russa della Santa Alleanza; l’attivismo sociale di Don Bosco ha una stretta parentela con il cristianesimo sociale francese ed olandese del suo tempo; Del Noce prende le mosse, per le sue analisi filosofiche, da Cartesio e Pascal.Infine, i critici piemontesi della modernità sono pieni di spunti internazionali: il Pavese scrittore, di quelli del romanzo americano, mentre il Pavese editore della “Collana Viola” è debitore a De Martino per gli interessi etnografici e religiosi; Jesi è un appassionato cultore della cultura irrazionalistica tedesca; Elémire Zolla, di origine francese, è strettamente legato allo studio del fenomeno religioso di autori cosmopoliti, come, per esempio, Mircea Eliade.Impossibile, poi, riassumere qui quali siano stati i riferimenti internazionali di precursori piemontesi del Federalismo europeo, come il Senatore Agnelli e Luigi Einaudi, Federico Chabod e, soprattutto, Duccio Galimberti.


per informazioni
http://www.alpinasrl.com/
riccardo.lala@alpinasrl.com


mercoledì 4 febbraio 2009

Un paese ci vuole...

Cesare Pavese and Piedmont Identity. Cesare Pavese et la identité Européenne. Cesare Pavese und Europäische Identität.

Quando parliamo di “Identità Europea” intendiamo riferirci ad un fenomeno che, all’interno della cultura contemporanea, ha una valenza di carattere generale, le “Identità Collettive”.
L’attenzione, da parte della cultura, per le identità collettive si intreccia con quella per le identità individuali.
In epoca preromantica e romantica, al “Culto dell’Eroe”, cioè dell’individuo dotato di una grande personalità, si accompagnava la “ricerca dell’anima dei popoli”, da scoprire, attraverso la lingua e le tradizioni, sotto le incrostazioni della cultura ufficiale.
Nel XX secolo, alla ricerca dell’identità individuale attraverso la psicanalisi, fa seguito la ricerca delle identità collettive, intese non più, come in epoca romantica e dai nazionalismi, come un qualcosa di dato ed immutabile, tendenzialmente totalitario, bensì come qualcosa di fragile e sfuggente, da “rivalutare” e “sostenere” come l’identità individuale.
Ci si rende conto anche del fatto che le identità sono un fenomeno multiplo, che va dall’individuo all’Umanità, passando per il quartiere, il luogo, gli orientamenti culturali e di genere, le regioni, le denominazioni religiose, le ideologie, le tradizioni etnoculturali…
L’identità di ciascuno di noi, come pure quella delle collettività, è, pertanto, molteplice e mutevole.
Ciascuno di noi appartiene ad una famiglia, ad un quartiere, ad una città, ad una professione, ad una o più comunità linguistiche, ad una o più tendenze culturali e/o religiose, ad una regione, ad un Continente.
Anche le regioni e le città ricercano la loro identità.
Il Centenario della nascita di Pavese ha costituito un’ottima occasione per riavviare il dibattito sull’“identità piemontese”, che non può più essere compresso entro le tematiche risorgimentale, modernistica e tecnica.
La vicenda di Cesare Pavese è semplicemente emblematica di quella di molti intellettuali, piemontesi di nascita o d’adozione, ai quali il paradigma dell’impegno politico e della razionalità tecnico-scientifica risultava stretto, da Alfieri a Salgari, da Ginzburg a Jesi, oppure era, addirittura, inaccettabile, come per De Maistre e Del Noce.
La realtà è che la storia culturale del Piemonte è di un’enorme complessità, in quanto il Piemonte fu sempre un’area di confine, in cui confluivano le tradizioni feudali del Sacro Romano Impero, una Chiesa spesso inquieta e talvolta eretica, l’influenza della vicina Francia, una campagna ed una montagna profondamente radicate in tradizioni ancestrali tipiche di paesi di confine e la grande metropoli scientifica e produttiva con ramificazioni culturali, industriali e finanziarie in tutto il mondo.
In questa fase di profonda trasformazione degli assetti mondiali, che ha un impatto diretto sul tessuto socio-economico del Piemonte, è giunto il momento di fare comprendere, ad Autorità ed opinione pubblica, che questa complessità delle tradizioni della nostra Regione costituisce una grande ricchezza, tanto dal punto di vista della capacità, da parte della stessa, di costruirsi un nuovo futuro, quanto da quello di attrarre l’interesse di persone e soggetti collettivi provenienti da altre parti del mondo.
Avremo, quindi, un Piemonte centro-europeo, che si rispecchia nelle sue minoranze etnolinguistiche e religiose; un Piemonte storico, che non è solamente risorgimentale, ma anche feudale e localistico; un Piemonte contadino e provinciale, che è stato cantato, in forme diverse, da Pavese e Gozzano e che oggi attrae piemontesi e stranieri; un Piemonte modernista e d’avanguardia, ancora proteso verso gli scambi a livello mondiale; e, infine, un Piemonte cosmopolita, che ha ospitato, e continua ad ospitare, intellettuali, imprenditori, tecnici e lavoratori di ogni parte del mondo.
Non crediamo che questa identità piemontese sia in contrasto né con l’identità europea, di cui tutti facciamo parte, né delle diverse identità locali della nostra Regione, impregnate, quale più dell’una, quale più dell’altra, di queste tante eredità.