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giovedì 10 novembre 2011

STATI GENERALI DELLA CULTURA

  


Meeting in Turin about the Future of Culture
Assemblée à Turin sur l'avenir de la culture
Versammlung in Turin ueber die Zukunft der Kultur

Segnaliamo come particolarmente appropriata questa manifestazione che giunge, molto opportunamente, proprio quando la crisi mondiale, europea, italiana, piemontese e torinese porta tutto a convergere verso i "tagli alla cultura".

Poiché, invece, non vi è dubbio che, proprio di fronte alla crisi, sarebbe necessario più che mai  fare ricorso alle risorse della cultura per rovesciare il presente trend negativo, si impone più che mai un dibattito serrato fra la politica e il mondo della cultura, per  individuare nuove soluzioni non solamente per fare fronte al contingente, bensì anche per affrontare in modo strutturale la crisi della nostra società.

Perciò ben venga il fatto che il PD, che ha, nel nostro territorio, particolari responsabilità amministrative, si soffermi su questo problema, nell' ottica di farsi portatore di un punto di vista generale.

Cogliamo l'occasione per fare presente, però, che le più recenti tendenze, a livello internazionale e europeo, segnalano un desiderio sempre più forte da parte dei cittadini di partecipare alla creazione della cultura, di non porsi solo come spettatori, ma come protagonisti della cultura.

Speriamo che i politici, e, in generale, le istituzioni, prendano atto di questa volontà di partecipazione, e aprano a tutti  le porte delle istituzioni culturali, in modo da realizzare una totale solidarietà fra cittadini e istituzioni in questo momento di difficoltà che può anche divenire un momento di creatività.

Ciò premesso, riportiamo qui di seguito il testo dell' invito:

"SABATO 19 NOVEMBRE 2011, CASA DEL TEATRO RAGAZZI, DALLE ORE  9.30 ALLE 16.30: STATI GENERALI DELLA CULTURA.
 

AMMINISTRATORI, OPERATORI E ASSOCIAZIONI A CONFRONTO: IDEE E PROPOSTE PER LA CULTURA DI DOMANI A TORINO E IN ITALIA.

In vista dell'appuntamento con gli Stati Generali della Cultura, previsti a Roma il 3 e 4 dicembre, il Partito Democratico di Torino, in collaborazione con il Gruppo Pd  della Città e della Provincia, si mobilita promuovendo un'importante occasione di confronto e scambio con il vasto mondo della cultura torinese nelle sue molteplici forme.
L'assemblea si propone di raccogliere le esperienze e le istanze provenienti dal variegato panorama culturale della Città di Torino e dei  Comuni della Provincia, coinvolgendo quanti nei territori, in tempi di crisi e di tagli, consentono alla cultura di vivere: amministratori, rappresentanti di associazioni e fondazioni, operatori del settore
L'appuntamento torinese rappresenta inoltre un occasione per condividere con le forze vive della società una nuova alleanza, un patto capace di dare prospettiva  e slancio alle tante energie che sono state protagoniste di una grande stagione, che ha  accresciuto l'attrattività della nostra realtà territoriale e delineato una nuova identità.
Gli Stati Generali del 19 novembre a Torino possono diventare un vero e proprio incubatore di idee e stimoli alla costruzione di un modello di sviluppo alternativo, in cui la cultura rappresenti un volano di sviluppo e occupazione, cardine di una proposta di Governo che metta il Paese nelle condizioni di risollevarsi dal declino economico e morale in cui è precipitato.
All'iniziativa, prevista alla Casa del Teatro Ragazzi in corso Galileo Ferraris 266, sono stati invitati sindaci, assessori e consiglieri di Torino e Provincia, fondazioni e associazioni culturali, operatori e lavoratori del mondo della cultura. Conclude Matteo Orfini, Responsabile Nazionale Cultura e Informazione del Partito Democratico."


martedì 25 ottobre 2011

UN PROGETTO POLITICO PER LA GIOVENTU' ESASPERATA

 
Necessary New Grounds for an authentic Movement of the Youth
Des nouvelles bases nécessaires pour un mouvement authentique de la jeunesse
Neue Grundlagen fuer eine authentische  Bewegung der Jugend unabwendbar
Di fronte ai macroscopici fallimenti delle promesse  del "modello occidentale" ci siamo a lungo stupiti dell'indifferenza con cui l'opinione pubblica e, in particolare, i ceti, le nazioni, e le generazioni, più svantaggiate accettano qualunque cosa senza reagire.

Da un lato, la promessa di sempre più  abbondanti beni materiali, dall' altra la riduzione, di anno in anno, delle prospettive di lavoro, di guadagno, di risparmio, di investimento. Da un lato, la garanzia della "Pace Perpetua": dall' altra, un investimento militare complessivo quanti altri mai vi furono nella storia, per finanziare guerre supertecnologiche e, comunque, con centinaia di migliaia di soldati (e di morti): in Afganistan, in Irak, in Libia, ecc...

La spiegazione è che quel progressivo accrescersi del conformismo, che già avevano pronosticato Tocqueville, Stuart Mills, Baudelaire e Nietzsche, è giunto, oramai, a paralizzare ogni capacità di pensiero critico costruttivo ed ogni possibilità di azione politica non manipolata da persuasori occulti.

I cittadini, solo apparentemente liberi, sono formati sulla base di luoghi comuni ripetuti senza persuasione da una scuola massificata e da mezzi di comunicazione di massa che sono semplici cinghie di trasmissione del potere.

Il convergere di intolleranza ideologica, sapere specialistico e mancanza di rigore nello studio portano all' incapacità di costruire un discorso coerente e completo e di immaginare un' azione collettiva solidale, efficace e a lungo termine.

Il "timore per il proprio status", che già Tocqueville aveva denunziato come la caratteristica prevalente delle società democratiche, impedisce di esprimere opinioni veramente alternative, le quali ultime non riuscirebbero comunque a farsi sentire per effetto della "congiura del silenzio" della maggioranza. 

Gli intellettuali, frustrati da quanto sopra, ed in preda ad un pur comprensibile "Selbsthass", divengono strutturalmente incapaci di uscire dalla sterile ripetizione di vecchie geremiadi. Altro che formulare idee nuove, progetti alternativi, strategie di trasformazione! Non sembrano  più possibili, né un Hegel, né un Marx, né un St.Simon, né un Nietzsche, ecc...

Così stando le cose, costituisce comunque un segno positivo che abbiano fatto la loro comparsa sulla scena mondiale nuovi movimenti giovanili di contestazione. Non che anch'essi non mostrino molti ed evidenti segni di senilità precoce , dalla stantia retorica assembleare alle mascherate "tipo stadio", al linguaggio vetero-sessantottesco, alle eterne, sempre eguali, diatribe fra i "pacifici manifestanti" e i "black block".

Che cosa manca dunque a questo movimento?

Primo: un'analisi storica: "che cosa sta succedendo?"

Secondo, uno sforzo di interpretazione: "perchè?"

Terzo, uno slancio profetico:" potrebbe essere diverso?"

Quarto, un'affermazione di volontà: "come vorremmo che andassero le cose?"

Quinto,una strategia: "che cosa intendiamo fare affinché le cose vadano come noi proponiamo?"


Qualcuno potrebbe accusarci di un eccessivo disfattismo.Proviamo a dimostrare che mettere insieme tutte quelle cose non sarebbe una pretesa velleitaria, ma  sarebbe, invece, del tutto credibile che queste cose fossero pensate  e realizzate da parte di giovani intellettuali, come gli "indignados", che si pretendono "alternativi".


1.Le contraddizioni della tarda modernità

Il mondo in cui viviamo è tutto una continua contraddizione, non solamente per i fatti concreti che abbiamo denunziato, ma anche già dal punto di vista concettuale.

Tutti sostengono che la democrazia presuppone più di ogni altra cosa un'etica condivisa, ma poi nessuno sa trovare un fondamento per tale etica , la quale, nei fatti, non esiste, essendo la popolazione equamente divisa fra il più totale cinismo, l'ammirazione per la criminalità comune o politica, e opposti moralismi di matrice puritana o clericale.

Tutti sostengono che tanto lo Stato quanto le Chiese e i partiti devono "fare un passo indietro a favore del mercato", ma quegli stessi invocano, un giorno sì e l'altro pure, incentivi pubblici alle imprese, iniezioni finanziarie pubbliche alle borse , salvataggi delle stesse, ammortizzatori sociali, autorevoli interventi dei vescovi a favore dei più deboli, partiti più autorevoli e decisionisti.


Tanto il neo-liberismo internazionale quanto il keynesismo hanno con ciò mostrato i loro limiti, visto che l'uno porta all'implosione delle imprese (che pur si vorrebbero favorire, e invece vengono rese irreali, sfiancate, spolpate, fatte a pezzi, svendute, delocalizzate e liquidate), e il secondo all'ingessatura e al fallimento degli Stati (che dovrebbero essere il suo veicolo favorito, e invece vengono soffocati, paralizzati, beffeggiati, caricati di costi e di debiti, messi sul banco degli imputati o commissariati).

Ciò che sta accadendo non si spiega né in termini neo-liberistici, né in termini keynesiani, bensì solo in termini geopolitici. Questo incredibile mix di messianesimo e di imperialismo, di concentrazione di potere e di soft power, di fondamentalismo e di anti-autoritarismo, di parossistico leverage  creditizio  e di multinazionali inafferrabili, di deficit americano programmatico , di parità di bilancio europea e di surplus commerciale dei BRICS, ha potuto  sopravvivere  solamente grazie a  un' abnorme concentrazione del potere in Occidente, che falsa i termini del problema, ma non può più reggere, perchè non corrisponde più ai dati reali economici, demografici, culturali e militari.

E' ora in corso, attraverso infiniti scossoni,  un aggiustamento graduale, unica alternativa possibile alla Terza Guerra Mondiale.

L'"overstretching" dell' Occidente fa sì che neppure il "Quantitative easing", cioè stampare dollari all' infinito, riesca a fare ripartire l'economia americana, e che neppure il sostegno della "comunità internazionale" (comprese la Russia e la Cina, se non perfino l'Iran) permetta più alle truppe occidentali di vincere contro le guerre di popolo medio-orientali.

Questa situazione non può essere compresa né attraverso la "grande narrazione" marxista (che attribuiva alla globalizzazione un compito addirittura salvifico, non ammettendo, certo, la possibilità che essa potesse essere bloccata da popoli "arretrati"), né dalla teoria tecnocratica della modernizzazione (secondo cui tutti i Paesi avrebbero dovuto attraversare le stesse fasi storiche).

Le difficoltà economiche dell' Occidente derivano, in realtà, proprio dalla sua vittoria, la quale  rende manifesta l' "eterogenesi dei fini" della sua ideologia nello stesso modo in cui la vittoria dell' egemonia  marxista aveva messo in evidenza l' impossibilità della società comunista.

Rendere coerenti e razionali dall' alto i comportamenti di 6 miliardi di produttori e consumatori non è possibile, né attraverso "l'economia di amministrazione e comando" di un' internazionale comunista, né attraverso un mercato mondiale manipolato dalle lobbies di Wall Street.

Le società parziali e locali debbono poter cercare i loro sempre instabili equilibri con il concorso dell'economia, ma anche della cultura, della politica e delle religioni. Altrimenti, come al tempo delle rivolte di Berlino, di Poznan, di Danzica, si procede per strappi inconsulti dell'economia e per reazioni altrettanto inconsulte dfei cittadini .

2.La mancanza di senso

Solzhenitsin aveva già dimostrato che vivere in una società dominata da un'ideologia estrema porta a "vivere nella menzogna", in un mondo irreale e insostenibile. Lo stesso sta accadendo ora a noi.

Le spiegazioni del modo in cui ci stiamo comportando diviene sempre più evanescente: dobbiamo fare certe cose perchè "lo chiedono i mercati", "lo chiede l' Europa". Ma sono i mercati e l'Europa a non sapere cosa che vogliono.

I meccanismi congiunti  della dematerializzazione dei titoli e della speculazione e fanno sì che l'andamento dei valori mobiliari (e perfino immobiliari) sia determinato da previsioni o comportamenti di politici o di esperti, che poco o nulla hanno a che fare con i beni negoziati. Una dichiarazione pessimistica della Merkel sulla Grecia può fare crollare la Borsa di Shanghai.

Anche "l' Europa" non esiste, perchè la cultura che viene spacciata per europea è in realtà americana, e la forza obiettiva dell'affinità dei popoli e della continuità del diritto non basta a formare delle decisioni politiche se  non vi sono leaders dell' Europa che si sentano veramente tali.

Occorre  vedere la realtà di quanto sta succedendo veramente : leprogressive onde di assestamento dell' economia, ma anche della cultura e della politica, da Est a Ovest. Il passaggio dei BRIC, da importatori e consumatori di beni, di capitali, tecnologia, ideologia, ad esportatori netti. La necessità di adeguarsi, non tanto ai livelli salariali e alle condizioni sindacali degli operai (che rappresentano, tanto qui che là, una minoranza della popolazione, e che comunque si stanno livellando), quanto con una nuova e diversa apertura mentale delle classi dirigenti e tecniche, che devono diventare capaci di apprendere le lezioni dei BRICS.

3.Un progetto civile veramente nuovo.

Un noto anchorman, con origini nell' estrema sinistra, intervistando uno studente "indignato"  ha interrotto quest'ultimo, terrorizzato, perchè, a suo avviso, dalle confuse e stereotipate parole dello stesso sarebbe emersa un' idea "di...rivoluzione!". Parola ormai impronunciabile, e forse giustamente, perchè priva ormai di significato. Le rivoluzioni sono già state fatte, ma hanno cambiato ben poco.
Quindi, un nuovo progetto civile può, e, a nostro avviso, deve, essere seriamente innovativo, ma non può rifarsi alla vecchia pretesa di costituire il definitivo e risolutivo progresso dell' Ummanità. Essa deve essere volta a risolvere i nostri problemi di oggi, non già quelli dell' umanità in assoluto. Problemi che sono il controllo e il disciplinamento non più dell' uomo da parte dell' apparato, bensì dell' apparato da parte dell'uomo. Attraverso un reale autogoverno legato alle tradizioni culturali e locali. Attraverso un reale federalismo fra popoli affini. Attraverso la coesistenza pacifica fra culture diverse.Attraverso la diffusione di una cultura tecnico-umanistica capace di fronteggiare adeguatamente le macchine, e una rigorosa meritocrazia, capace di portare al vertice delle strutture sociali soggetti capaci di comprendere e indirizzare processi complessi come quelli attuali.

4.Un progetto culturale e politico

L'enorme confusione di identità e ideologie: libertà e nazione, classe e umanità, occidente e oriente, conservazione e rivoluzione, ricchi e poveri, capitalismo e socialismo, modernità e antimodernità, laicismo e fondamentalismo, operai e borghesi, rende impossibile comprendersi e confrontarsi.

Occorre intanto ritrovare un senso autentico e condiviso delle parole.Come per Confucio, una nuova era parte dalla riforma dei nomi.

Poi, un nuovo concetto del politico, che parta dalla complessità dell' essere umano, nelle sue caratteristiche razionali ma anche irrazionali, comunitarie ma anche individuali.

La società non deve avere come unico obiettivo lo sviluppo senza regole della produzione scientifica e tecnica, bensì una vita equilibrata dei cittadini. Le innovazioni tecnologiche e sociali, per quanto inevitabili, vanno introdotte solo quando non solo se ne sia esclusa la dannosità, ma se ne siano anche individuate l'utilità e il controllo.

Non è ammissibile che né l'economia, né la politica, ci sorprendano in ogni momento con novità impreviste e ineluttabili. Gli intellettuali devono reimparare a ragionare in termini di infinità, ipoltici a livello strategico, gli economisti a lungo termine, e gli stessi imprenditori almeno a medio termine.

I Paesi che hanno una cultura di questo tipo, come l'India, la Cina, e, in Europa, la Germania, sono quelli che risultano, oggi, vincenti.

Essendo, noi, in Europa, abbiamo molto da impararte dalla Germania: la sua "azione concertata", la sua "cogestione", la sua "concezione istituzionale dell' impresa", la sua valorizzazione della formazione in tutti i suoi aspetti.

 6. Esiste un percorso possibile per questa generazione?

Certo, anche il superamento delle difficoltà dell' oggi non è un fatto di breve periodo. Le nuove idee hanno bisogno di tempo per affermarsi. Lo strepito delle manifestazioni non è l'accompagnamento più opportuno per la nascita di nuove idee, che le nuove élites devono imparare a maturare nella solitudine, partendo dai massimi sistemi per arrivare poi alla politica propriamente detta. Ed  anche in questa, ci dev'essere un processo di apprendimento, che parte dalle cose più vicine, la città, l'identità, l' Euroregione, l' Europa.

Solo allora sarà possibile un confronto autentico e ad armi pari con gli idoli del presente.



venerdì 1 luglio 2011

BLAIR, RELIGIONE E GLOBALIZZAZIONE




Politicians Should Learn more  about Globalisation, not just Religion.
Les politiciens devraient apprendre d'avance sur la globalisation, pas seulement sur la réligion.
Politiker sollten mehr ueber Globalisierung, nicht nur ueber Religion.

L'intervista di Tony blair a "La Stampa" di Torino del 30 giugno u.s., la quale riecheggia per altro sue precedenti prese di posizione (vedi video), ha certamente il pregio di "gettare il sasso sullo stagno" circa i temi fondamentali del dibattito culturale e politic dei prossimi anni:

-necessità di "iniettare", nel mondo politico, una robusta  dose di cultura;

-ruolo centrale della religione  e della globalizzazione.

Soprattutto il riferimento al ruolo della religione, su un giornale che, normalmente, viene definito come "laico", e, soprattutto,  in connessione con la creazione di un sito piuttosto insolito come "Vatican Insider" ha suscitato scalpore.

Tuttavia, anche il riconoscimento che i politici abbiano molto da imparare è coraggioso e estremamente tempestivo.

1.Il perchè della questione

Dunque, plaudiamo a tutte queste iniziative.E, tuttavia, noi abbiamo l'impressione che anche queste siano ancora inadeguate alla gravità dei problemi che ci attendono.

Problemi che attengono proprio al lato "spirituale" del nostro avvenire.

Con tutta la difficoltà che vi può essere nel tentare di formulare una sintesi di fenomeni così complessi, la questione si riduce al tema della "Fine dell' Umano". Tema che era ben noto e presente a tutte le culture, ma che la nostra pretenderebbe, nel momento stesso in cui tenta il superamento terreno della finitezza creaturale, di ignorare. Perseguendo, attraverso il progresso economico e medico, la conservazione della memoria culturale, le biotecnologie, l' intelligenza artificiale, l'"enhancement" delle caratteristiche psico-dfisiche dell' Umanità, si sta creando, di fatto, una specie nuova, che assomiglierà all' uomo, ma non sarà più tale.

Questo fatto getta nello scompiglio, paradossalmente, proprio l' umanesimo laico e le ortodossie cristiane, che partono dall' idea della fissità dei dati intellettuali e psicosomatici dell' Umanità, ma non le religioni nel loro complesso, le quali, con gli "avatar", il "Nirvana", l' "Incarnazione", la "Resurrezione dei Corpi", sono, da sempre, familiari con le trasformazioni ontologiche dell' umanità e dell' Essere, e, addirittura, con l' idea della finitezza dell' uomo e del mondo.

Ed è proprio per questo che le religioni hanno molto da insegnare sulla natura umana, sulla vita e sulla morte, sul loro trascendimento, sul mistero che circonda tutto ciò, sui percorsi che l' Umanità può compiere per fronteggiare questo mistero.

2.Tutto è religione

Certo, intanto, il discorso sulla religione, sulle religioni, e su religione e cultura,  va aperto in un modo che, fino ad ora, non è mai avvenuto.

Occorre riconsiderare l'intera storia dell' Umanità, dai primi reperti paleolitici fino ai progetti scientifici di Post-Umanità, per vedere ovunque la presenza della religione. Rito che accompagna la nascita delle tecniche e dei linguaggi, mito che struttura le società e le culture, storia di salvezza che giustifica gli Imperi e la globalizzazione, secolarizzazione della salvezza che sostanzia il dominio  della scienza e della tecnica.

Quando si invoca la liberazione dalla religione, si tenta con ciò stesso di imporne un'altra. La religione del progresso (in tutte le sue articolazioni -quasi immortalità, unità del genere umano, passione dell' eguaglianza, nichilismo)è a tutti gli effetti un dogma, come esplicitamente affermava, per esempio, Mazzini, secondo il quale occorreva sostituire questo nuovo dogma a quelli cristiani della caduta, della Grazia e della Resurrezione.

3.Crisi della religione del Progresso

E, proprio come per tutte le religioni, si pone, per la Religione del Progresso, un problema di fede e di Grazia.

L'idea che sta in fondo a questa inaspettata alleanza fra politica e religione sarebbe che, poiché, con la postmodernità, la fede nel progresso si è vista anch'essa venire a mancare la vocazione, cioè a visto venir meno la fede e la Grazia, la religione tradizionale dovrebbe soccorrere con un "Supplemento di Anima", sostenendo così la traballante fede nel progresso . In pratica, alla domanda del progressista in crisi: "perchè dovrei credere nel Progresso?", sarebbe comodo  poter rispondere. "perchè lo vuole Dio". E' la strada intrapresa dagli Stati Uniti, e, poi, seguita, fra gli altri,  da Lessing, Gioberti e Mazzini, e che tenta oggi molti, per salvare l'ordine sociale.

Peccato che chi dubita della religione tradizionale e dubita del progresso, lo fa perchè ambedue si stanno rivelando inadeguati a rispondere alle domande del presente: l'Ummanità finirà presto? La storia è decisa da sempre?  La resurrezione dei corpi sarà un esperimento di bioingegneria? E'meglio vivere (quasi)eternamente o morire? Se fossimo eterni, ci annoieremmo? E'giusto rinunziare alla nostra identità a favore dell' unità ed eguaglianza del genere umano? E' vero che esiste un' unica verità?

Non si può certo dire che le religioni tradizionali siano sempre in grado di rispondere a queste domande. Eppure, esse possono essere utilizzate come "mattoni", i quali tutti permettono di fornire una parte della risposta. Questa non è "Religione Fai da Te", né "Sincretismo", né"Relativismo", bensì ciò che gli spiriti più alti di tutte le Chiese e di tutte le filosofie hanno sempre percepito. Per esempio, Dionigi l' Aeropagita, che reintrodusse nel Cristianesimo tutte le religioni orientali e le filosofuie neoplatoniche. Per esempio, Maometto, che, nella sua ansia di far rientrare più religioni possibili fra quelle "del Libro", vi fa rientrare gli zoroastriani e perfino la minuscola setta dei Sabei. Per esempio,   Dante, nella cui opera si trovano tanti contenuti pagani, islamici e cabbalistici che sfuggivano, forse, a quello stesso Grande. Per esempio, Hegel, che, pur affidando a ciascuna religione una fase subordinata e storicamente contingente, le fa rientrare tutte nel cammino provvidenziale dello Spirito.Per esempio, Toynbee, il quale, alla fine del suo ciclopico confronto fra tutte le civiltà, si sforza di creare una "Theologia Historici", nella quale hanno posto tutte le religioni, anche se, a quella cristiana, viene riconosciuto un ruolo privilegiato.

Da uno studio attento, si evince che la "differenza" fra le varie religioni consiste piuttosto sul fatto che ciascuna si concentra su un aspetto della realtà (il politeismo sulla molteplicità della natura,il taoismo sulla corrispondenza fra uomo e natura,  l' induismo sugli infiniti stati dell' Essere, le Religioni del Libro sull' infinità dell' Essere in quanto tale, il buddhismo sull'esigenza di prepararsi alla morte). Essi non affermano "verità differenti", bensì "verità parallele". Questo è il risultato della differenza delle tradizioni storiche e dei linguaggi.
Si ha un bel dire, ma concetti come "Tao Te Jing", "Sobornosc" o "Baidaliyya" non sono ancora stati tradotti adeguatamente.

4."Studiare religione"

Tutto questo è tanto bello, ma non offre ancora alcuna guida per l' azione, né a livello storico (p.es.:fine dell' umano), né a livello politico-sociale (p.es.:diritti umani, politiche del corpo), né a livello individuale (p.es.:fede nell' immortalità, morale sessuale). Se potessero essere risposte definitive a queste questioni, non ci sarebbe stato bisogno di migliaia di religioni e di ideologie, di milioni e milioni di saggi, di profeti e di filosofi. La cultura dell' Umanità è, e resta, un Work in Progress.

Lo "studiare religione" dignifica solamente creare i canali (di studio, di dialogo, di comunicazione) perchè queste ricerche siano possibili. Lo "studiare la globalizzazione" significa invece cercare di trovare un collegamento fra queste ricerche e le grandi domande tipiche del nostro momento storico.Studiare le varie civiltà, per vedere che cosa vi è di comune, e che cosa varia nelò termpo e nello spazio. Studiare la storia per vedere come si è arrivati al presente. Studiare la scienza e la tecnica, per vedere che cosa ci preparano.

Dibattere, cercare dei punti in comune, ma, soprattutto, osare essere se stessi, osare proporre propri modelli, portarli avanti, difenderli, in un mondo sempre più conformistico e svogliato.

Intanto, anche il mondo globalizzato  non  è estraneo alla religione. Quando, ne "i Persiani" di Eschilo, Serse esprime il programma (instillatogli dai Magi) di conquistare tutta l' Europa, in modo che il suo impero confini con quello degli Dei, Eschilo interpreta l' imperativo mazdeistico della lotta mondiale del Bene contro il Male come una "hybris" contro gli Dei, contro il loro carattere pluralistico.Quando il Corano  invita alla Piccola Jihad, lo fa perchè, se vi è un unico Dio, vi dev' essere una sola Dar al Islam. Quando Cristoforo Colombo parte per il suo viaggio, lo fa per dare una spinta decisiva alle Crociate. Quando Vieira va in Brasile,o i Puritani vanno in Nordamerica,o Buber va in Israele,  lo fanno pensando di creare il  Regno Messianico.Quando Reagan lancia la corsa allo Scudo Spaziale, parla, in termini zoroastriani, di Impero del Bene contro Impero del Male.

Non dobbiamo nascondere la testa come gli struzzi, questa tendenza assolutistica è implicita nell' idea di "universalismo": esiste una soluzione valida per tutti, e, poiché è impossibile che vari miliardi di persone vi convergano spontaneamente, essa va imposta, o con la forza, o con l' inganno, o con ambedue.

Si può ovviare a questo inconveniente, oppure, quand'anche non siamo condannati a trasformarci tutti in files informatici in un grande cervello, dobbiamo rassegnarci a divenire tutti dei "meticci" asessuati, conformisti e obbedienti  in  un' enorme "terra-alveare", dominata da un grade computer, dai social networks, dai robot e dai droni? Si realizzaranno le profezie di Zamyatin, Asimov,  Huxley, Burgess?Verranno esse benedette dai sacerdoti? Da che cosa si potrà riconosce la venuta di Cristo (del Mahdi, di Kalkin) da quella dell' Anticristo (di ad-Dajjal, di Azhi Dhahaka)?

4.Studiare la politica

Dopo il livello teologico, è quello politico, su cui questi grandi temi dovranno essere dibattuti. Non è detto che l'armamentario concettuale  debba essere così fortemente impregnato di terminologia religiosa, come noi abbiamo qui, provocatoriamente, ipotizzato. Dovranno venire in considerazione anche altre grandi tematiche tecnologiche, filosofiche, sociali, come, per esempio, il "Destino della Tecnica"di Heidegger,i "valori spessi" e i "valori sottili"di Huntington,  l' Homunculus di Goethe e il  Superuomo di Nietzsche,  la fallibilità del pensiero di Feyerabend,  ma anche il "principio di indeterminazione" di Heisenberg, il "principio di precauzione"di Jonas,  l' "ecologia della mente"di Bateson, l'idea di identità, individuuale e collettiva(Boas), l' universale esigenza di conciliare l'aspirazione alla partecipazione alle decisioni, al dibattito, al farsi della storia, con la difesa delle radici, dei luoghi, della "privacy", della famiglia, della proprietà, delle tradizioni.

Infine, occorrerà "ritornare alla cultura".Perchè tutto quanto sopra ci parla del cosmo e della storia, ma  non ci dice ancora nulla sulla cultura dell' uomo singolo, sulla sua sensibilità, sui suoi sentimenti, sulle sue idee, sui suoi progetti e comportamenti, sulla sua religiosità, sulle sue abitudini, sulla sua etica, sulle sue preferenze in campo artistico, storico, letterario, musicale, ecc.. Eppure sono queste le cose di cui è vissuta fino ad ora l' umanità, e sono queste che rischiano di essere travolte nel gran vortice di profezia e ideologia, scienza e tecnica, progresso e commercio,diritto e guerre, tecnica  e conformismo sociale, crisi e lavoro.

Come si vede, si tratta di un campo di ricerca vastissimo, a cui non rispondono, oggi, né una sclerotizzata cultura accademica e/o ecclesiale, e/o partitica, né il pensiero ufficiale delle Istituzioni.

E' per questo che ci sforziamo di creare occasioni di incontro e di dibattito, perchè sentiamo che questi sono le condizioni preliminari ed imprescindibili sui sempre nuovi problemi che incombono su di noi più che mai minacciosi.

venerdì 17 dicembre 2010

INTERMINABILE DIBATTITO SULL'UMANESIMO


Important Article in The American Interest reopens debate.Le débat est réouvert par un intéressant article de « The American Interest ».Ein wichtiger Artikel in „The American Interest“ öffnet Debatte wieder.

Come non abbiamo mancato di porre in evidenza in tutte le possibili occasioni, il fatto che nostro interesse culturale prevalente sia costituito dall’Identità Europea non può significare in alcun modo che ci disinteressiamo a ciò che sta avvenendo negli altri Continenti.

Ciò, in particolare, quando le evoluzioni in corso sono strettamente legate al dibattito sull’Identità Europea, come è il caso, “in primis”, del dibattito fra gli intellettuali americani circa l’avvenire dell’“idea di umanesimo” e del “mito dell’autenticità”.

Ciò che troviamo di particolare interesse, del documentatissimo articolo di Fred Baumann in “The American Interest” (Vol. VI, N. 1 September/October 2019), intitolato “Humanisms’s Four Stages - The struggle to define what we mean by human has not succeeded. But that’s no reason to give up now, Men & Machines," pag. 83),è la sua capacità di ripercorrere, con estrema precisione, profondità e criticità, a partire dalle “radici classiche” dell’Europa, fino alla “Tarda Contemporaneità” occidentale, la contraddittoria idea di “Umanesimo”.

Risparmiamo, ai nostri lettori, da un lato, la sintesi della complessa (anche se interessantissima) ricostruzione storica di Baumann, e veniamo alla conclusione dell’Autore, secondo la quale, nonostante che la storia del concetto dimostri che i suoi teorizzatori non avevano (e non hanno) alcuna idea chiara in proposito (e, ciò, in particolare, nella nostra era “Tardo-Contemporanea” in cui gli intellettuali “umanisti” sono confrontati con il “post-umano”), il tema è essenziale ancora oggi e merita di essere riproposto.

A noi pare che quest’ analisi puntuale, documentata ed obiettiva, valga tanto per l’America, quanto per l’Europa.

Diremo di più. Proviamo una grande invidia dinanzi alla capacità di intellettuali, come Baumann, ed a riviste come “The National Interest”, di formulare in modo così chiaro temi così scomodi per i propri lettori e per le proprie “constituencies”.

In effetti, si tratta, in gran parte, di una “genealogia” particolarmente critica nei confronti degli intellettuali europei ed americani degli ultimi anni e della loro inconcludenza.

E condividiamo anche (e come potrebbe essere diversamente?) l’idea di Baumann che, nonostante tutti questi fallimenti, qualcosa vada tentato, tutti insieme, per salvare (e/o fare rivivere), se non l’“Umanesimo”, quelle esigenze e quei valori ai quali gli intellettuali “umanisti”, seppure vagamente, aspiravano.

Per quanto in forma problematica e tentativa, crediamo esista un modo di concepirci come “difensori dell’umano” nell’“Era delle Macchine Spirituali”: proprio e soltanto rievocando culture, come quelle mitiche, nelle quali la compresenza di Umano e Non Umano (Divino, Semi-divino, Sub-umano, Diabolico, eccetera) era ben radicata.

Un “ritorno” che, per l’America, un Paese “assolutamente nuovo”, che avrebbe voluto fare “tabula rasa” del passato, non è, probabilmente, possibile quanto può esserlo qui da noi.

venerdì 29 ottobre 2010

I GRANDI EVENTI SONO COSTOSI

Piedmont's Culture Councillor Warning against Costs of European Culture Capital. Responsable à la Culture de la Région Piémont évoque les couts de la Capitale Européenne de la Culture. Piemonts Kulussenator warnt vor Kosten von europaeischen Kulturhauptstadt

La polemica fra gli assessori del Territorio circa la candidatura a "capitale europea della cultura" si estende.

Riportiamo l' articolo di Elisabetta Graziani sul dibattito presso il Gruppo Dirigenti Fiat in occasione del libro "Torino, capitale europea della ultura?"Riorientare le energie del Piemonte":

Coppola: "Torino capitale della cultura? I grandi eventi costano"

L'assessore provoca: c'è da chiedersi se ne vale la pena

elisabetta graziani
torino
«Torino capitale europea della cultura... Ma è davvero utile?». L’assessore regionale alla Cultura Michele Coppola spariglia così anni di politica di centrosinistra a favore dei grandi eventi e sfida i suoi pari grado di Provincia e Comune, gli assessori Ugo Perone e Fiorenzo Alfieri. L’occasione per il confronto è stata creata - ad hoc? - dalla presentazione, organizzata dal Gruppo dirigenti Fiat nella sala conferenze di via Giacosa, dell’ultimo libro di Riccardo Lala «Torino, capitale europea della cultura? Riorientare le energie del Piemonte». Nel dibattito, sollevato alla presenza dei tre assessori, sono stati scandagliati i pro e i contro di una possibile candidatura di Torino a «Città europea della cultura» per il 2019. Competizione che da qui ai prossimi nove anni vedrà sfidarsi diverse città italiane.

Mezze frasi e dubbi instillati qua e là - «chi prenderebbe un aereo per venire a Torino a vedere cosa vuol dire essere europei?» - hanno lasciato intendere le perplessità del nuovo assessore regionale. «Se almeno ci fossero in palio un milione e mezzo di euro per la capitale europea...», dice Coppola. La frase non è conclusa, ma il concetto è chiaro.

Di contro, Alfieri e Perone fanno a gara per riservare alla città un posticino nel prossimo agone nazionale, preoccupati di perdere l’occasione di una provvidenziale rinascita economica che passi attraverso la cultura. «È necessario», dice da buon filosofo l’assessore della Provincia. «È la scelta più naturale e giusta», rincara Alfieri. E si annuncia anche un tema: costruire una mentalità europea. Come? Magari con quel famoso Museo d’Europa promesso da anni. Oppure riproponendo anche per il 2019 la formula pensata per il Centocinquantenario: da «Esperienza Italia» a «Esperienza Europa».

Ma allora? Candidatura sì o candidatura no? «Non ho ragionato su questa eventualità - chiarisce Coppola -. Con il calo delle risorse bisogna innanzitutto progettare il tragitto fino al 2019 in modo diverso da come si è fatto sino a oggi. Concorrere ha senso più che altro per trovare un nuovo modo di amministrare».
Coppola ce l’ha con i costi dei grandi eventi, non ultimi quelli legati alle infrastrutture per i giochi invernali di quattro anni fa. «Dobbiamo imparare ad attrarre i finanziamenti senza spendere preventivamente - aggiunge -. Non dovrà essere una seconda Olimpiade 2006». Dunque uno spiraglio c’è e Alfieri, agile, ci s’infila. «Ma per il 2019 al massimo concluderemo il restauro della Cappella della Sindone e del Museo Egizio», dice senza ironia per tranquillizzare assessore e pubblico. E, ottimista, scarta anche l’ipotesi L’Aquila, finora la più temuta concorrente: purtroppo per l’Abruzzo, difficilmente sarà di nuovo pronta entro nove anni."

mercoledì 12 maggio 2010

DIBATTITO ONLINE:DOVE STA ANDANDO LA CULTURA EUROPEA-3:

QUESTIONE N.3:Quali le priorità di una politica europea della cultura?
Which Are the Priorities of a European Cultural Policy?
Quelle sont les priorités d' une politique européenne de la culture?
Welche sind die Prioritaeten einer europaeischen Kulturpolitik.




Crediamo sia impossibile negare che, in qualsivoglia sistema politico, il potere effettuale influenza pesantemente le condizioni, le modalità e i contenuti della cultura.

Certamente, questa influenza può essere più forte e diretta, come nelle dittature ideologiche e personali, dove il "Leader Supremo" si interfaccia direttamente con gli intellettuali, imponendo determinati contenuti, e più debole ed occulta nelle democrazia rappresentative e capitalistiche, nelle quali le lobbies religiose, ideologiche ed economiche influenzano la produzione artistica attraverso leve finanziarie e occulte, ma soprattutto attraverso l' accesso ai media.

E, tuttavia, tale influenza è ineliminabile, anche perché una parte ingentissima della produzione culturale è dedicata direttamente ad esigenze di tipo pratico, delle Chiese, degli Stati, delle imprese (comunicazione, insegnamento, formazione, ecc...).

Vi è, certo, una dialettica fra la cultura "indipendente", creata autonomamente dai produttori e dai fruitori, e quella "commissionata".

Nel sistema europeo, volendo trovare un equilibrio (fondato sul "principio di sussidiarietà") fra cultura "libera" e cultura prodotta strumentalmente da grandi organizzazioni, si è creata una grande dispersione del potere economico in campo culturale, con un equilibrio particolarmente favorevole alle grandi concentrazioni internazionali dei "media" , e nessuna capacità, da parte dell' Unione Europea, di coordinare le politiche culturali degli Stati Membri, delle Chiese, delle concentrazioni finanziarie, dell' editoria e degli Enti locali.

La maggior parte della cultura prodotta nell' Unione Europea è dunque cultura scolastica degli Stati Membri, finalizzata alle loro esigenze formative e anche ideologiche(spesso confliggenti con quelle europee), cultura professionale al servizio delle imprese (ricalcata su quella americana) ed "entertainment" di basissimo profilo culturale.

Gli interventi finanziari dell' Europa non servono neppure a finanziare la ricerca delle basi teoriche per affrontare i problemi dell' Europa (Costituzione, formazione multiculturale, identità europea). Infatti, non esistono inputs univoci su questi temi (letteratura o diritto comparati, linguistica).

Per potere fornire siffatti inputs, occorrerebbe disporre di una "mappatura" complessiva della produzione culturale in Europa, suddivisa nei vari segmenti: ricerca estetica, umanistica o scientifica; insegnamento e formazione professionale; ricerca tecnologica; entertainment.

Inoltre, occorrrerebbe avere un' idea chiara delle esigenze di carattere immateriale (informazioni, simboli), di carattere formativo (lingue e culture), di carattere pratico (diritto, economia, scienza e tecnica), e di carattere sociale ("entertainment") che si debbono soddisfare, e delle rispettive priorità.

Un' analisi dettagliata di tali fabbisogni è già di per sé un' opera di grande respiro, che meriterebbe di essere adeguatamente organizzata e finanziata.

Noi ci limitiamo qui a segnalare alcuni aspetti che ci sembrano particolarmente carenti:

1)Ricerche di carattere sociologico, miranti ad una "mappatura" della produzione attuale di cultura in Europa,
dei suoi flussi di finanziamento, pubblici e privati, e degli effettivi fabbisogni.

2)Attività culturali "di base", volte alla ricerca, individuazione, promozione e sviluppo dell' Identità Europea:

-accademie di altissimo livello destinate ad approfondire la cultura e la politica dell' Europa;

-diffusione e rielaborazione di opere classiche;

-opere dedicate all' identità europea;

-interscambio culturale fra Europei e con gli altri Continenti;

3)Rinnovamento dei "curricula" per renderli più aperti, più europei e più internazionali:

-maggior spazio alle culture degli altri Continenti e degli altri popoli d' Europa;

-maggiore spazio alle lingue (classiche e moderne);

-maggiore orientamento alla realtà effettiva europea (per esempio, nel campo dell' impresa), anziché ricalcare schemi formativi americani.

5)Incremento degli insegnamenti "lato sensu" umanistici (arte, teologia e storia delle religioni, musica, filosofia comparata , linguistica, storia culturale comparata, storia europea, sociologia, scienza delle comunicazioni, storia delle dottrine politiche ed economiche, economia politica, diritto europeo e comparato, ecc...)

5)Carattere più meritocratico della scuola europea, per poter conciliare selettività, incremento della qualità e contenimento dei costi.

6)Regole più realistiche per il finanziamento delle attività culturali, che non partano dall' assurda ipotesi che i progetti debbano essere co-finanziati dai privati senza possibilità di ottenere un adeguato profitto.

7)Ruolo di coordinamento da parte della Unione Europea,
per quanto concerne adeguati strumenti normativi, monitoraggio, dialogo fra i soggetti interessati, stimolo alle iniziative di prevalente significato europeo.

FATECI PERVENIRE LE VOSTRE OSSERVAZIONI; CRITICHE O PROPOSTE!

per ogni ulteriore approfondimento, rivolgersi a:

riccardo.lala@alpinasrl.com











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