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martedì 18 maggio 2010

LA FIERA DEL LIBRO DI TORINO: UNA RIBALTA PER L' IDENTITA' EUROPEA?


Turin's Book Fair, a Success Story Needing to Find Its Meaning.Le Salon du Livre de Turin, une vedette qui doit encore trovuer sa raison d' etre. Turiner Buchmesse, eine Erfolgsgeschichte die noch ihre Raison d'Etre benoetigt.





Si è appena concluso un Salone del Libro salutato unanimemente come un grande successo. Questo, però, nell' ottica dei grandi eventi, non già in quella del significato per così dire "geopolitico", come pretenderebbe, e, a nostro avviso, giustamente, lo stesso Presidente del Salone, On.le Picchioni.

Infatti, di anno in anno assistiamo all' ingigantirsi della manifestazione, con il moltiplicarsi dei visitatori, generici e professionali, e dei dibattiti/presentazioni, ma non aumenta, a nostro avviso, il significato del Salone nell' evoluzione dell' Industria culturale.

Sono stati citati, giustamente, i saloni di Francoforte e di Londra, ai quali il nostro viene sempre più spesso accostato. Tuttavia, quei due Saloni hanno un effettivo respiro internazionale, l' uno, di carattere veramente mondiale, l'altro, dedicato essenzialmente alle produzioni di lingua inglese.

Il Salone di Torino resta il più grande salone italiano, come quelli di Parigi e di Mosca sono, rispettivamente, il più grande salone francese ed il più grande salone russo.

A Torino, la presenza degli editori esteri, incrementatasi nella parte professionale (mercato del "copyright"), è scomparsa nella parte aperta al pubblico.

Il "Paese Ospite d' Onore" ha un significato modesto, perchè la sua presenza si traduce in una serie di incontri e conferenze, mentre la produzione libraria esposta è veramente poca cosa.Ciò vale in particolare per lo stand indiano di quest' anno.

In questo, come in tutti gli altri campi, la differenza potrebbe essere data dall' Europa - parola che, come al solito, tutti si guardano dal pronunziare-.


1)Memoria e identità


Quanto sopra va inserito nel mutamento epocale in corso nel clima culturale, di cui lo stesso Salone non può non essere un riflesso.

Quando lo visitavamo per le prime volte all' inizio degli Anni '90 del XX° secolo, le tematiche preferite erano ancora di carattere prettamente "sociale", oppure di scrittura disimpegnata. Con il passare degli anni, i temi ufficiali del Salone si sono sempre più avvicinati alla cura postmoderna per le identità.

E' noto quale stretto legame vi sia fra identità e memoria. Quanto, poi, alla specifica identità europea, è chiaro il peso che in essa ha la "memoria culturale" (cfr. Jan Assmann).

Nell' edizione di quest' anno, identità e memoria sono presenti un po' dovunque.

Ci limiteremo, per altro, ad evidenziare alcuni dei temi trattati:

-modernità e antimodernità;

-identità indiana;

-identità piemontese.


2)Moderno, antimoderno, di Cesare De Michelis


Al Salone è stato presentato il nuovo libro di Cesare De Michelis , cultore della letteratura italiana del '900 e A.D. della Casa cEditrice Marsilio.

Moderno, Antimoderno si inserisce negli studi sugli "Antimoderni", che si stanno sviluppando in tutto il mondo (citiamo gli studi di Bhabha e di Compagnon).

L'approccio di De Michelis si differenzia per altro da quello di Compagnon:

-lo studio di De Michelis si riferisce alla letteratura italiana del '900, mentre quello di Compagnon esssenzialmente a quella francese dell'800 e '900;

-per Compagnon, la maggior parte degli intellettuali europei a partire dal Medioevo sono antimoderni, anche se in politica sono spesso "progressisti". Invece, a rovescio, per De Michelis, la maggior parte degli scrittori Europei del '900 (che attraversano Avanguardie, "fascismo di sinistra" e "egemonia culturale marxista"), è fanaticamente modernista, anche se proprio i suoi eccessi la portano di tanto in tanto a cogliere gli errori del modernismo;

-per Compagnon, non vi è frattura fra moderno e postmoderno, in quanto i "moderni" erano, in realtà, "antimoderni"; per De Michelis, la frattura c'è, perchè la caduta del muro di Berlino (paragonata a un vero e proprio terremoto) ha scosso le certezze progressistiche dei "Modernisti", senza che emergano nuove tendenze.Si tratta di ricostruire, ma anche qui sono possibili due scelte alternative: ricostruire una "città ideale", come dopo il terremoto di Gibellina, o ricostruire tutto come era anticamente, come dopo quello del Friuli. De Michelis esprime la sua preferenza per la seconda modalità, anche se non capiamo che cosa questo significhi. Infatti, secondo l' "Autore", prima delle Avanguardie c'erano "la pace e la democrazia", mentre, invece, la storia ci dice che c'erano le guerre coloniali e balcaniche e aspre lotte sociali, e la stessa parola "democrazia" era praticamente sconosciuta, mentre si parlava piuttosto di "monarchia" o di "liberalismo".Infine, De Michelis, con Péguy, insiste sul fatto che il problema di fondo è il crollo della società contadina. Ma allora, come si fa a ricostruire tutto come prima?

Ci compiacciamo certamente di questi studi, che si allineano sul tipo di interessi che contraddistinguono. Tuttavia, ci piacerebbe vedere più precise proposte per il futuro.

3)Identità indiana

Chi invece sembra avere le idee più chiare sono gli Indiani, arrivati a Torino in forze in quanto "ospiti d' onore".

Avevamo già incontrato gli Indiani quali ospiti d' onore a Francoforte.

Ora sembra che abbiano affinato le idee sulla loro identità, che, come afferma Kudir Kumar, è "religiosa", "gerarchica", "familista", "comunitarista", ma anche pluralistica, al punto da affermare che non si può parlare di "Identità Indiana" perchè in India c' è di tutto.

Gli intellettuali indiani presenti alla Fiera hanno affermato la loro estraneità a certi luoghi comuni della cultura postmodernistica americana, secondo cui saremmo alla "Fine della Storia", alla "Fine dell' Ideologia".

Per l' India, questa non è la "Fine della Storia", bensì "un nuovo inizio"; per quanto riguarda, poi, l' "ideologia", per gli Indiani non esiste "un' Ideologia", ma, semmai "delle ideologie".

Venendo, infine, alle problematiche più specificatamente letterarie, la delegazione indiana ha presentato notevoli novità, sulle quali, nel loro piccolo, tanto Alpina quanto Diàlexis, si erano già concentrate negli anni passati, quando avevano organizzato a Torino i convegni sulla musica e la letteratura dell' India Meridionale. A quell' epoca, non esisteva ancora un' organizzazione precipuamente dedicata alla traduzione e promozione delle opere letterarie delle 250 "lingue nazionali" dell' India.Cosa che noi avevamo lamentato al convegno del Premio Grizane Cavour del 2007 sull' India.

Oggi, l' India ha creato una specifica organizzazione a questo fine. Tale nuova attività è la logica conseguenza di una linea di pensiero che prende atto, da un lato, della specificità dell' India come nazione pluralistica, e, dall' altra, della necessità di uscire dal monopolio della letteratura indiana di lingua inglese. Tale letteratura, che, secondo un' infelice espressione di Salman Rushdie, sarebbe l' unica letteratura indiana, esprime in modo esclusivo le problematiche e la mentalità delle ristrettissime élites urbane tecniche ed economiche, ma non è in grado di rendere conto della complessità del subcontinente indiano, ed, in particolare dell' ambiente rurale, ancora maggioritario.

Per la prima volta, abbiamo assistito alla traduzione dall' Italiano all' Hindi, e viceversa, con esclusione dell' Inglese, ed abbiamo sentito proporre, da una casa editrice italiana, lo studio, presso le università italiane, di lingue nazionali indiane diverse dall' Hindi.

4)Identità Piemontese

L'emergere della tematica regionalistica aveva fatto sì, già a partire dagli ultimi anni, che le Istituzioni dedicassero uno spazio vieppiù crecente alle questioni, da un lato, delle identità regionali, e, dall' altra, delle minoranze etniche.

Quest' anno, la Regione Piemonte ha inaugurato la "Piazzetta Parole di Piemonte", ove si sono succeduti eventi di carattere regionalistico, ed, in particolare, attinenti alla questione delle minoranze etniche.

Questione che è, in Piemonte, particolarmente complessa, in quanto la nostra Regione, nota soprattutto per esssere stata il punto di partenza dell' Unità d' Italia, è stata per altro, altresì da sempre un crogiuolo dove si sono fuse culture iberiche, liguri, celtiche, latine, provenzali, germaniche, franco-provenzali, francesi, italiane, e, più recentemente, est-europee ed afro-asiatiche.

Tema di avvio del dibattito: la recentissima sentenza della Corte Costituzionale che nega, al Piemontese, il carattere di "lingua". Tema politico quant'altri mai, in quanto nessuna questione è più "politica" di quella dei "dialetti". Infatti, quello che noi studiamo come "Greco", è, in realtà, la "Koiné diàlektos" parlata negli imperi ellenistici; l' Italiano è il dialetto toscano, come il Francese è quello dell' Ile de France.

Il fatto che il Napoletano o il Normanno (in cui pure sono state scritte opere importanti) siano "dialetti" deriva semplicemente che il Regno di Napoli e il Ducato di Normandia non sono più Stati. Gli Stati attribuiscono la denominazione di "lingua" al dialetto che essi usano.

E' questo il motivo per cui il Friulano e il Sardo, idiomi di due "Regioni Autonome", si sono visti riconoscere lo statuto di "lingue".
Orbene, riconoscere al PIemontese il carattere di lingua significherebbe semplicemente orientarsi verso una trasformazione del Piemonte in Regione a statuto speciale.

A dire il vero, lòa situazione dell' India, con 2 "lingue veicolari", 24 lingue ufficiali, 250 lingue e 2500 dialetti dimostra che il rapporto fra Stato, lingua e nazione è più complesso di quanto non avesse pensato von Humboldt.

La complessità della "Questione Piemontese" è accresciuta dal fatto che, in Piemonte, esistono tre "minoranze linguistiche" transfrontaliere, esigue, ma molto influenti, poiché la maggior parte dei "confratelli" che parlano queste lingue vivono nelle vicine Francia e Svizzera, dove essi non hanno un' autonomia comparabile a quella della Valle d' Aosta, né un riconoscimento quale quello della Legge 482.

Per questo, gli Occitani delle Valli Cuneesi, i Franco-provenzali di quelle torinesi e i Walser della Valsesia e della Valdosssola sono influenti fra tutte le comunirà occitane, franco-provenzali e Walser.

5)Il Salone quale tribuna della politica locale.

Il tema dei "tagli alla cultura" è uno dei più "caldi" all' interno dell' "agenda" politica locale.

Ovvio che esso trovasse importanti eco anche all' interno del Salone, dove soprattutto il dibattito di Sabato 15, fra gli Assessori alla Cultura di Comune, PRovincia e Regione ha permesso di valutare le diverse posizioni.

Certo, buona parte del dibattito è strumentale, in quanto la maggior parte dei "tagli" su cui si sta discutendo si riferisce a qualcosa di già deciso dalla precedente giunta regionale (riduzione del 24% del bilanccio della Cultura), a cui si aggiungerebbe oggi la riduzione budgetaria dell' 8%, richiesta a tutti i Dicasteri dall' Onorevole Cota.

Quello che è certo e condiviso è che, ferma restando la trasformazione di Torino, da città prevalentemente industriale, a città di cultura e di servizi, si impone una correzioine di rotta, diretta a canalizzare le risorse pubbliche verso priorità inequivocabili.

Alpina ha la presunzione di avere molto da dire a questo riguardo.










mercoledì 5 maggio 2010

IL PAPA A TORINO

Presence of Benedict XVI in Turin Stresses Roles of Holy Shroud and of Turin. La présence du Pape à Turin souligne l’importance du Saint Suaire et de Turin. Papstes Besuch in Turin verstaerkt Rolle des Grabtuches
und von Turin


L’ostensione anticipata della Sindone, e la corrispondente presenza del Papa, dimostrano l’importanza che reliquie come la Sindone rivestono ancor oggi nella religiosità, ufficiale e popolare.
Questa ritrovata importanza costituisce, certo, un ridimensionamento delle pretese scientistiche, secondo le quali, con il diffondersi della scienza e della tecnica, se non la religione, avrebbero regredito, almeno, le sue forme “più arcaiche”, come il culto delle reliquie.
Questa pretesa non era certo nuova, in quanto il rifiuto dell’adorazione di oggetti od immagini aveva già fatto apparizione in epoche diverse, presso gli Ebrei, la Cristianità bizantina e l’Islām. Essa non si collegava, allora, ad una pretesa scientista, bensì ad una nozione estremamente trascendente della divinità, che non ammetteva compromissioni con la contingenza terrena.
Come si sa, questa concezione fu perdente nella storia della Cristianità.
E non ne mancano i motivi. L’uomo non è puro spirito. Anche la religione non può essere puramente spirituale, ma è chiamata a rappresentare l’inscindibile connessione fra il terreno ed il divino. L’essenza stessa del Cristianesimo è nell’incarnazione, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.
Come potrebbe non essere rilevante ciò che testimonia di questa vicenda?
Diversa la questione della verità obiettiva, e/o scientifica, della tradizione legata alle reliquie. Verità obiettiva che non è, per altro, decisiva, neppure per la Chiesa, che non se ne rende dogmaticamente garante.
Quello che conta è la memoria culturale che è legata alla reliquia. Memoria che è di per sé un elemento fondante molto forte, come dimostra il peso che la riconquista della Sindone ebbe, per esempio, per l’Impero bizantino.
Il fatto che tale reliquia, unica nella Cristianità, sia passata alla Savoia, e, poi, a Torino, non è, quindi, priva di collegamento perfino con la dottrina della “Translatio Imperi”.
Chi fosse titolare della reliquia poteva, addirittura, vantare pretese al trono imperiale; tant’è vero che il Re d’Italia era, per diritto dinastico, anche Re di Gerusalemme.
Qualche volta, occorrerebbe riflettere sul senso di particolare predestinazione che la Sindone conferisce alla nostra Città.

martedì 16 marzo 2010

LA FIAT DEVE RESTARE EUROPEA

Rumors about Spin-off of Fiat Auto Should Raise Debate about "Nationality" of FIAT. Les indiscrétions sur apport d'actif du secteur automobile solicitent un débat à propos de la "nationalité" de FIAT. "Geruechte" ueber Boersennotierung des PKW-Sektor entwickeln Neugier ueber "Nationalitaet" von FIAT


Sarà la decima volta che sentiamo di una possibilità di "scorporo" del Settore Auto della FIAT, e del suo conferimento ad un nuovo Gruppo, formato con nuovi partner internazionali, nel quale la Famiglia Agnelli non deterrebbe più il controllo assoluto (SIMCA, Peugeot, Ford,Mercedes/Chrysler, Ford, General Motors, TATA,di nuovo Chrysler,ecc...).

Eppure, fino ad ora, queste ipotesi non si erano mai materializzate.

Ciò significa che vi sono seri motivi per cui l' ipotesi è allettante, ma anche per cui essa non può avvenire.

Essa è allettante in quanto l' industria automobilistica è per sua natura mondiale, e i condizionamenti nazionali, locali e familiari, le stanno stretti.

Essa è impossibile perchè l' industria automobilistica (come la maggior parte delle industrie moderne) non può essere, né pensata, né creata, né sviluppata, né gestita, né mantenuta, né difesa, né, comunque, sopravvivere, senza una decisa opzione da parte "del Politico" (ideologia, Stato, Nazione, burocrazia, partiti, territorio, sindacati). "Politico" che "pensa" l' industria come strumento della Ragione vincitrice, che la impone penalizzando il feudo, il latifondo, l' agricoltura,il clero, che la fa nascere con la legislazione di privilegio per le società per azioni, che la sovvenziona direttamente, con le commesse militari, ed indirettamente, con le poloitiche sociali e con le infrastrutture, che la fa vivere con il welfare, che ne prolunga la vita con gli incentivi, ecc..

Oggi, siamo al "redde rationem".Oggi si può fare tutto ed il contrario di tutto, ma senza più i paraocchi delle Grandi Narrazioni, ed assumendosene una responsabilità politica dinanzi al mondo intero.

Se la fusione dovesse servire per "scippare" la FIAT alla Famiglia Agnelli, che, bene o male, l' ha sempre sostenuta; a Torino, a cui deve la propria esistenza, ed all' Europa, a cui sta ancora chiedendo aiuto, bene, allora, le reazioni potebbero, e, a nostro avviso, dovrebbero, essere molto violente, e concentriche, da parte di tutti: Europa, Torino, sindacati, famiglia.Questo potrebbe avvenire, per esempio, nel caso di un "regalo" del controllo all' America per certi pregiudizi ideologici dell' attuale "leadership" e per certi "favori" di Obama.

Lo "scorporo" potrebbe invece non essere lesivo per nessuno se esso avvenisse contestualmente ad una transazione di comune soddisfazione delle controversie in Casa Agnelli, il centro dirigenziale del nuovo Gruppo fosse a Torino, o, almeno, in Europa, e, nella proprietà, fossero adeguatamente rappresentati Famiglia Agnelli, Europa Centrale e Orientale, e, nella misura del necessario necessario, America, Turchia e India. E, comunque, la "decisione sullo stato di eccezione" deve spettare ad un' istanza europea, con un' adeguata rappresentanza del Piemonte.

Resta il problema, che almeno taluni hanno compreso, di dove debba essere il "cervello pensante" del nuovo Gruppo.A noi sembra che tale problema non sia facile, perchè è difficile sapere qual' è il "cuore pensante" di una multinazionale: quello dove si trovano i "tesoretti" dei maggiori azionisti?quello dove risiedono o hanno i loro addentellati politici tali azionisti?quello dove la società è quotata?quello dove risiedono l' Amministratore delegato e i suoi più stretti collaboratori? quello dove risiedono le staff centrali, amministrative, legali, commerciali e finanziarie? quello dove si trovano gli Enti di progettazione e di ricerca?

Già oggi, né i principali azionisti, né l' Amministratore Delegato della FIAT risiedono tutti a Torino; molti non hanno la cittadinanza italiana, e dimostrano un attaccamento per l' America non inferiore a quello per l' Europa; già oggi, buona parte dei centri direzionali si trovano in America, in Polonia, in Turchia, in Brasile.

Che cosa deve essere in Europa, e che cosa a Torino?

Anche se l' "establishment", politico ed economico, crede di avere diritto a compiere le proprie decisioni addirittura di nascosto, e, comunque, con la più totale esclusione dell' opinione pubblica, noi, invece, crediamo che queste scelte debbano essere condivise. Anche e soprattutto in un momento in cui sembrava avverarsi un' ipotesi preconizzata dallo stesso Montezemolo, e recepita dai Ministri Sacconi, Scajola e dal Commissario Tajani, quella, cioè, di sottoporre la strategia sulle ristrutturazioni dell' industria automobilistica alla suprema autorità dell' Unione Europea.

A noi preoccupa l' affermazione di certi sindacalisti, ai quali non interessa chi siai l proprietario della Fiat.Per noi dev' essere europeo, dev' essere in sintonia con le strategie dell' Unione Europea, deve partecipare alla difesa dell' Euro.

Questo perchè proprio la crisi ha dimostrato ora più che mai che le grandi imprese automobilistiche, ed, ad esempio, in concreto, General Motors, Opel, Chrysler, Autovaz e Sollers, non sopravviverebbero neanche un giorno senza un sostegno pazzesco, assolutamente antiliberista, da parte di tutte le Autorità.

Chiediamo ai nostri amici, alla Direzione FIAT, alle Autorità locali e nazionali, ai sindacati, all'opinione pubblica, all' Unione Europea, ed, in particolare, al Commissario Tajani, di aprire un pubblico dibattito europeo su questi temi.

Discendiamo da una famiglia che ha dedicato la vita a dirigere la FIAT; anche noi abbiamo dedicato a questo scopo almeno vent'anni della nostra vita, e sappiamo non poco dei temi che oggi ribollono. Siamo a disposizione di chiunque voglia affrontarli con animo sgombro da interessi eccessivamente particolaristici ed ascoltando la voce di chi ha maturato un' esperienza in queste cose.




venerdì 29 gennaio 2010

STRANE INDISCREZIONI SUL PROGRAMMA DEL CENTRO-DESTRA IN PIEMONTE

Project to "Unify Electoral Campaign" for Lombardy, Veneto and Piedmont. Un projet d'unification des campagnes électorales pour les Régions de Lombardie, Venétie et Piémont? Projekt fuer die Vereinigung der Wahlkampagnen in Lombardei, Venetien und Piemont?

Nell' ambito delle polemiche all' interno del Centro-Destra sulla candidatura Cota, è emersa la strana affermazione che la coalizione "per rafforzare la candidatura di Cota", intenderebbe "unire le campagne elettorali delle tre regioni".

Si tratterebbe di una novità nella vita politica italiana. Novità per altro possibile se i tre programmi fossero coordinati. Il che potrebbe anche voler dire che sono "milanocentrici", come ci sarebbe da aspettarsi da un candidato della Lega e del Piemonte Orientale.

Se questo fosse il caso, il Centro-Destra farebbe ciò a suo rischio e pericolo. Infatti, abbiamo rilevato, già dalle reazioni al nostro blog, che l'avversione ad una "annessione alla Lombardia" è uno dei pochi motivi che riescono a scuotere l' apatia degli elettori piemontesi.

Ne sono la prova i commenti ricevuti al post "Ugo Perone contro Mito".

Non che non vi siano argomenti anche a favore del Progetto MITO.Ma questi argomenti interessano sostanzialmente il Piemonte Orientale, non già tutto il Piemonte.Come avevamo cercato di mostrare in un altro precedente post, dalle stesse mappe etnografiche e glottologiche elaborate dai circoli autonomisti, risulta che, in Pemonte, vi sono tre distinte fasce etno-culturali: quella alpina, di tradizioni allogene e alloglotte; quella del Piemonte Centrale, e quella del Piemonte Orientale, affine alla Lombardia.

Un governo della Regione deve tenere conto di tutte le tre componenti dell' identità piemontese, non di una sola.In particolare, non può non tener conto del ruolo di Torino, che risulterebbe svuotata dal "Progetto Mito".
Senza contare che, proprio quest'inverno, il meccanismo del pendolarismo dal Piemonte a Milano (che sarebbe al centro del Progetto Mito), ha subito duri colpi, come i ritardi di un' ora della neo-inaugurata TAV, come pure il blocco e/o il totale rallentamento di tutti i treni dall' area milanese, che abbiamo segnalato in un altro recente "post".

Pertanto, crediamo che, se il Centro-Destra dovesse veramente scegliere quella linea politica, correrebbe seriamente il rischio di perdere le elezioni.
Per parte nostra, saremmo lieti di porre questo blog al servizio di un' azione "bipartisan" per dissuadere i politici dal percorrere la strada di "MITO", ed, invece, per ricordare loro che facciamo parte di un' Euroregione, di cui nessuno sembra neppure ricordarsi.

Riccardo.lala@alpinasrl.com

0116688758

giovedì 28 gennaio 2010

UNA POLITICA ECONOMICA PER L'EUROPA (CONVEGNO A TORINO)


Important presentation, by the Center for the Study of Federalism in Turin, of Dario Velo's Book "The Government of the Economic Development and of Innovation in Europe" . La présentatin, de la part du Centre pour l' étude du Fédéralisme à Turin, du livre de Dario Velo "Le gouvernement du développement économique et de l' innovation en Europe". Eine wichtige Vorstellung, von der Seite des Instituts fuer das Studium des Foederalismus, in Turin, von Dario Velo's Buch "Die Lenkung der Wirtschaftlichen Entwicklung und der Innovation in Europa.


Il convegno del 28

E' doveroso un encomio al Centro Studi del Federalismo di Torino, che organizza ininterrottamente, a Torino, manifestazioni del massimo livello accademico sul tema del federalismo, europeo e mondiale, con ciò supplendo anche alle carenze della società civile e delle Istituzioni.

E', infatti, a nostro avviso, inaccettabile che una regione, come quella torinese, profondamente marcata da una tradizione europea, dedichi così poco spazio alle iniziative europee. Lode dunque a quelle "minoranze attive" che, nonostante il disinteresse generale, operano ,nella quotidianità, per mantenere viva questa fiammella . Già l'altro ieri avevamo avuto modo di segnalare, seppure con una nostra interpretazione molto soggettiva, l'altro importante convegno del Centro per gli Studi sul Federalismo, sull' integrazione latino-americana. Il convegno di ieri era ancora più importante e centrale, perchè trattava di un tema incredibilmente focale per noi Europei: la politica economica dell' Europa.

Il convegno era dedicato al libro del Professor Dario Velo, "Il governo dello Sviluppo economico e dell'innovazione in Europa".Relatori: Antonio Padoa Schioppa, Presidente del Centro Studi sul Federalismo; Oreste Calliano, Università degli Studi di Torino; Alfonso Iozzo, membro del Consiglio del Centro Studi sul Federalismo, Giorgio Pellicelli, Università di Torino.

Il Prof. Velo, autore del libro, ha sottolineato la complementarietà economica fra Europa Comunitaria e Stati Uniti' , mentre Alfonso Jozzo e Oreste Calliano hanno posto maggiormente in evidenza la specificità europea, che, come ha detto Calliano, è apprezzata anche da una parte degli Americani, per esempio Jeremy Rifkin. Tutti si sono trovati d' accordo nel rilevare le aperture che il Trattato di Lisbona fa ad una politica economica europea, là dove ridimensiona il ruolo eccessivo della politica della concorrenza, ma anche là dove inserisce nelle competenze europee due settori importanti come spazio e turismo.A questo ultimo proposito, è stato da tutti ribadito che la cultura europea, in particolare quella giuridica, dovrebbe svolgere un ruolo più proattivo nella formazione delle politiche europee.

Attualità del tema

L'attualità di questo tema è dimostrata dalla prossima riunione sull'economia promossa dal nuovo Presidente van Rompuy, oltre che dagli scottanti "dossier" oggi in discussione, fra i quali i due che riguardano l' Italia (Fiat e Telecom).

Qui ci limitiamo a constatare che la sopravvalutazione delle politiche europee di concorrenza abbia portato a vere e proprie distorsioni. Per esempio, una delle ragioni per cui in Europa vi è una crisi di sovrapproduzione è che gli Stati est-europei, prima di aderire alla UE o durante il periodo transitorio, concedono generosi incentivi di durata lunghissima alle case automobilistiche che intendano istallarvisi. Quindi, si costruiscono più nuovi impianti di quanti sarebbero necessari. Un altro caso è quello della presa di posizione della commissaria alla concorrenza contro l' accordo Germania-Magna, presa di posizione fomentata dai Governi dei Paesi Europei dove la Magna voleva chiudere le fabbriche. Questa presa di posizione incoraggiò coloro che, alla GM e nel Governo americano, volevano la violazione degli accordi con la Magna.

Praticamente ogni volta che c'e un merger o un'acquisizione, tutti i Governi europei si schierano da varie parti della barricata, a seconda della nazionalità del compratore e degli stabilimenti. Non esistono regole concordate. Mentre (come è stato giustamente rilevato durante il convegno), occorrerebbe favorire le imprese comuni a livello comunitario, in realtà di imprese di questo tipo ce ne sono pochissime, e anche quelle che esistiono (come EADS) non sono percepite veramente come "imprese europee", sono lacerate da faide interne ed osteggiate dai Paesi non partecipanti.

In pratica, tutti gli Stati Membri vorrrebbero avere la proprietà e il comando di tutte le aziende, ed avere almeno un' azienda di ogni tipo, come ai tempi dell' autarchia. Impensabile parlare di specializzazioni e di vocazioni nazionali concordate e/o contrattate a livello europeo.

Inoltre, tutti gli Stati membri sono troppo deboli per fronteggiare una situazione mondiale di lotta economica globale, di tutti contro tutti, in cui i grandi Stati usano mezzi leciti e no, e, soprattutto, fanno un uso imprevedibile delle nuove tecnologie dell' informazione.Significativa la scena dei BASIC riuniti in segreto a Copenhagen, ma scoperti e raggiunti da un Obama non invitato.Significativa la polemica fra USA e Cina, in cui l' unica cosa certa sarerebbe che ambedue i Governi disporrebbero di qualche decina di migliaia di Hackers intenti a destabilizzare gli altri Paesi del mondo con sabotaggi di internet ed altre azioni di disturbo. Qualcosa di simile a quanto accaduto fra la Russia e Paesi Baltici, e che ha dato luogo alla creazione di un'apposita agenzia NATO.Tipico anche il "complotto" di disinformazione contro le economie di Grecia e Spagna, denunziato ieri a Davos da Papandreu e Zapatero.

Alcune considerazioni personali sul lungo termine

Di fronte a queste situazioni, come reagire?

E' chiaro che non si possono mescolare il discorso a breve, profondamente legato ai condizionamenti giuridici, storici e politici, esistenti, e un discorso "a regime".Inoltre, il programma a breve della Commissione in questo campo è già segnato dalle dichiarazioni al Parlamento di Barroso e dei nuovi Commissari.

"A termine", cioè quando l' Unione Europea fosse veramente compiuta, è chiaro che l' Europa dovrebbe essere in grado innanzitutto di razionalizzare in profondità il proprio sistema economico, evitando inutili duplicazioni e dedicando le risorse così rese disponibili ad altre attività.Questo dovrebbe avvenire per le strutture produttive, ma anche per le politiche di incentivazione. che, adesso, almeno, non vengono più demonizzate, bensì considerate come normali, e, infine, per le stesse strutture dell' Unione, che sono diventate troppo dispersive.Basti pensare al fatto che le politiche economiche sono attualmente disperse fra almeno 15 dicasteri.

Per ciò che concerne le strutture produttive,sui grandi mercati internazionali (per esempio, aerospaziale, automobile, elettronica, farmaceutica), per garantire la concorrenza basterebbero due gruppi a livello mondiale. Tuttavia, per salvaguardare l' autonomia di ogni area geografica, e tenendo conto che sicuramente Cina e India vogliono e possono fin da ora essere autonome), basterebbero 7/8 gruppi (come l' Avvocato Agnelli diceva da decenni). Se, poi, si volesse garantire una concorrenza anche fra due "campioni "di ogni Continente, si potrebbe pensare ad un massimo di una quindicina di gruppi a livello mondiale.

Se, quindi, ci fosssero in Europa 2 gruppi autonomi, al posto degli attuali 5, 6 (per Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Svezia), parecchi grandi Paesi resterebbero senza un loro "campione nazionale". Perchè dovrebbero accettare questa situazione senza contropartite? La contropartita sarebbe quella di potersi specializzare, con il consenso e il supporto degli altri Paesi, in altre aree.Facendo un esempio estremo, ma già quasi realizzato: perchè l' Italia avrebbe bisogno di una sua industria nucleare, quando può benissimo comprare l' elettricità dalla Francia o dall' Est Europa, e invece di spendere nel nucleare spendere nell' ambiente, ma, soprattutto, nella cultura e nel turismo, dove avrebbe risorse pressoché infinite da sfruttare e una leadership incontestabile?Perchè, come è stato riferito da Roberto Palea, in campo energetico, si duplica la ricerca in tutta Europa?

Questo tipo di accordi è relativamente fattibile a livello bilaterale, ma diventa difficilissimo quando ci sono 30 governi ed altrettante imprese da accontentare. L' Unione Europea potrebbe divenire il "tavolo" dove si fanno questi accordi. Però, per fare questo ci vuole soprattutto più cultura, più expertise. Sulla scia del libro di Velo, tutti hanno stigmatizzato il fatto che l' Università non costituisca, almeno in Italia, quel serbatoio di competenze che servirebbe a supportare l' azione pubblica.

Un'altra forma di semplificazione, anche se soltanto giuridica, potrebbe essere la trasformazione dei "consorzi europei" (come l' Ariane e l' Eurojet), in "Società comuni.

E' quasi un' ovvietà affermare che non c'è nulla di più contraddittorio che proclamare la strategia della Società della Conoscenza e poi, come prima cosa, attuare severi "tagli alla cultura".Cultura che, invece, a nostro avviso, potrebbe essere finanziata proprio con i tagli alle duplicazioni produttive e burocratiche , che permetterebbero di economizzare non soltanto il costo di investimenti e posti di lavoro, ma anche quello delle burocrazie incaricate di interfacciarsi con i campioni nazionali che non ci fossero più.

Con ciò, si ritorna all' esigenza della cultura, dell' informazione, in primo luogo a favore dei decisori pubblici, poi dell'opinione pubblica europea.

Per ciò che concerne gli strumenti di incentivazione (europei, nazionali, regionali e locali), essi sono divenuti oramai così numerosi e complessi, che, da un lato, riuscire ad accedervi è un'impresa temeraria, e, all' altro, i vantaggi di ciascuno "sportello" sono veramente minimi. Occorrerebbe semplificare e rendere trasparenti normative e procedure, con un' azione legislativa programmata e sistematica.

Per ciò che concerne la dispersione operativa, occorrerebbe concentrare i temi economici su un tavolo unico.Nel corso del dibattito, Alfonso Jozzo ha citato l'esigenza che la politica economica venga gestita da un'Ente ad hoc, sulla falsariga della Tennessee Valley Authority.

Considerazioni sul breve termine.

A noi non è sembrata fuori luogo l' idea che, anche a breve, una priorità potesse essere la costituzione di una specie di "intelligence europea", di orientamento prevalentemente economico.Costituzione che, a nostro avviso, non richiederebbe particolari strumenti di diritto internazionali, né modifiche rilevanti al bilancio comunitario. Infatti, si tratterebbe solamente di una riorganizzazione di attività esistenti.Torniamo a ricordare la storia degli hacker cinesi e americani e quella del complotto contro Grecia e Spagna, che è anche un complotto contro l' Euro. Ricordiamo che quando, molto tempo fa, si era incominciato a parlare di Politica Estera e Difesa Comune, si era pensato di cominciare proprio con una "Cellula di riflessione"sulle crisi politiche internazionali. Diciamo poi che il Trattato di Lisbona ha aperto una gravissima questione di competenze, tanto in campo economico, che in quello della Politica Estera, fra Presidente, Presidente del Consiglio, Presidente della Commissione e Alto Commissario. Leggendo, infine, delle polemiche in corso circa un certo "disinteresse" dell' Alto Commissario per i propri compiti, ho scoperto che tutti questi personaggi dispongono soltanto di un modestissimo "gabinetto" di poco più di dieci persone, che, nel caso dei problemi economici e industriali, non può, certo, essere sufficiente a fronteggiare costantemente problemi settoriali della più varia natura tecnica e riferiti al mondo intero (e di competenza di quattro o cinque diversi Commissari).Ci vorrebbe fin da subito un tavolo di concertazione che fosse anche costantemente operativo, per poter fronteggiare le continue crisi.

Quindi: specialisti, tratti dagli uffici dell' Unione o dai Ministeri nazionali, che seguano in permanenza e sistematicità i vari settori, non già nell' ottica dei singoli Stati Membri, bensì nell' interesse dell' Unione, quale espresso dagli organi caso per caso competenti.Specialisti che abbiano il quadro esatto e di dettaglio della situazione, e che trovino il modo di informarsi anche sulle discussioni e iprogetti in corso, o anche solo in discussione, in ogni parte del mondo, e che possano suggerire fusioni, concntrazioni, società comuni, senza aspettare le iniziative degli Stati Membri o delle imprese, né senza reclutare caso per caso consulenti ad hoc.

Audizione dei Commissari competenti in materia economica.

La procedura di audizione della nuova Commissione dinanzi al Parlamento offre una buona dose di informazioni circa il programma della Commissione stessa, che dev' essere formalizzato Commissario per Commissario.

L'analisi critica dei programmi prenderà un po' di tempo, perchè si tratta di 15 Commissari su 27.

Poiché, a oggi, non esiste l' "Authority" suggerita da Jozzo, il Commissario che ha maggiori competenze è quello responsabile per l' Industria, che per nostra fortuna, è, attualmente, l' Italiano, Antonio Tajani. Questo dovrebbe costituire uno stimolo per tutti noi per studiare con parrticolare cura questa materia, discuterla fra di noi e formulare proposte.

Mettiamo a disposizione questo Blog, oltre che i locali di Alpina, per ognuna di queste attività.

Scriveteci

Riccardo.lala@alpinasrl.com

Tel.0116688758.















mercoledì 27 gennaio 2010

DISFUNZIONE SISTEMA FERROVIARIO NORD-OVEST


Notwithstanding Long Years of Propaganda, Rail Connections in Italy's North-West remain critical.Nonobstant Beaucoup d'années de propagande, la situation des transports dans l' Italie du Nord-Ouest reste critique

Molti lettori scrivono per segnalare il loro scontento per la situazione del trasporto ferroviario nel Nord Ovest. Come già detto, non siamo esperti di questioni ferroviarie, sicché ci interessano soprattutto valutazioni di insieme sulla nostra regione in Europa.

Come già affermato in altra sede, ciò che probabilmente più urta i cittadini è l'enorme divario fra la retorica e la realtà.

Mentre sono decenni che le Autorità parlano del trasporto su binari come mobilità sostenibile, dell' Alta Velocità come l' uscita dal provincialismo e dall' isolamento, delle privatizzazioni come strumento per accrescere l' efficienza del servizio, l' esperienza insegna invece che il servizio ferroviario italiano, che era, a suo tempo, all' avanguardia, sia per le tradizioni ingegneristiche che per la capillarità della rete, è stato lasciato andare da più decenni, con pochissime innovazioni e pochissimi investimenti.

Questo accadeva mentre, invece, nella vicina Francia veniva crata, con il TGV, una rete esemplare per tutto il mondo.

La privatizzazione, come è successo per altro anche in altri Paesi, non ha migliorato la situazione.

Il dibattito pro-Tav e anti-tav non è stato focalizzato sulle giuste questioni, per esempio, quanto sia inquinante il sistema attuale di trasporti su strada e quali alternative esistano all' inserimento nel sistema dei treni ad alta velocità europei, i quali, oltre, tra l' altro, a ridurre l' inquinamento, sono un potente strumento di rafforzamento dell' identità europea.

Con il nuovo traforo e l' alta velocità, Chambéry, Annecy, ma perfino Ginevra, potranno tornare a gravitare su Torino, Lyon sarebbe alla stessa distanza di Milano, e Parigi a quella di Roma.

Che dire, invece, ai viaggiatori sconcertatio dal caos dei treni di questo inverno?

Credo che potremmo raccogliere proposte concrete (per esempio, per il collegamento con la Malpensa e con Nizza, oltre che per un migliore legame fra Alta Velocità, treni ordinari e sistemi di trasporto metropolitano).

Scriveteci!

riccardo.lala@alpinasrl.com

lunedì 25 gennaio 2010

TAV:EUROREGIONE POSTMODERNA


The Only European Solution to Problems of Piedmont is Euro-Region. La seule solution européenne aux problèmes du Piémont, c'est l' Eurorégion. Die einzige europaeische Loesung zu den Fragen Piemonts ist Euroregion

Avevamo promesso ai nostri lettori di predisporre un post dedicato alla situazione complessiva del dibattito su MITO, comprensivo, quindi, di una valutazione circa il problema dei trasporti.

Il recente dibattito sulla TAV, che ha visto contrapporsi, nel giro di una sola giornata, da un lato, al Lingotto, a Torino, tutto l' "establishment" torinese attorno al governo regionale in carica, e, dall' altro, i politici dell' opposizione, riuniti sullo stesso tema nel pomeriggio, ha confermato, per l' ennesima volta, la nostra convinzione sul sostanziale antieuropeismo dominante in tutta l'attuale classe dirigente, di sinistra come di destra, pubblica o privata, di governo o di sottogoverno.

Fra tutti gli interventi a favore della TAV (ma, d' altra parte, neppure fra quelli a sfavore) abbiamo sentito una sola volta la parola "Europa". Eppure, la considerazione più elementare è che, se c' è la TAV, Torino è l' estrema frontiera verso le Alpi, e l' ultima periferia di Milano; se c'è la TAV, torna ad essere la Capitale delle Alpi, e il ponte fra Europa e Italia.

Questo l'aveva capito, già nel Medioevo, essendo un Aleramico, quindi un Sassone con connessioni imperiali, il Marchese di Saluzzo, che aveva fatto scavare il "Buco del Viso", che collegava il Marchesato con la Francia (ed esiste ancora adesso). Invece, non lo capiscono i provinciali politici di oggi.

La scelta fra Mito ed Europregione dipende (anche) dalla nostra valutazione del futuro della mobilità in epoca postmoderna.

In epoca postmoderna, l' enorme maggioranza delle attività, economiche, amministrative, culturali, politiche, ludiche, possono essere effettuate informaticamente. Non c'è più bisogno che milioni di pendolari si spostino ogni mattina ed ogni sera fra le metropoli e le periferie, intasando ferrovie ed autostrade e perdendo milioni di preziose ore (di vita o di lavoro).

Lo spostamento (comunque rapidissimo, attraverso metropolitane ed alta velocità), oppure svincoli autostradali "intelligenti", è riservato, da un lato, alle attività fisiche (trasporto di merci, lavori manuali), e, dall' altro, alle occasioni formali (cerimonie, assemblee, festività).

A questo punto, perde di senso non solamente la necessità di concentrarsi tutti in megalopoli come Mito, ma, addirittura, in città come Torino.

Il migrante sul web può benissimo risiedere nel Canavese o nel Roero, in Morienne o in Tarantaise, e "lavorare su Torino". Centri di cultura, di politica e di socialità possono tornare ad essere le "piccole capitali", come Ivrea, come Alba, come Saluzzo, come Casale, ma anche come Chambéry o Annecy.Lì si svolgeranno la socializzazione, le proposte innovative di base, il commercio al minuto, la manutenzione dell' infrastruttura tecnologica.

A quel punto, non ci sarà certo più bisogno che i Piemontesi si affollino a Milano, ma neanche a Torino, né che i Francesi si affollino a Lyon o a Marsiglia.Le regioni torneranno a gravitare intorno ai loro punti di forza culturali e storici: nel nostro caso, il mondo multiculturale alpino.


lunedì 30 novembre 2009

IL RISCHIO, PER IL PIEMONTE, DI DIMENTICARE L'INDUSTRIA


It was a Mistake to Identify Turin and Industry; it's a Mistake to Forget Industry .C 'était un erreur identifier Turin avec l'industrie, mais il est aussi un erreur oublier l'industrie.Es war ein Fehler Turin mit Industrie zu identifizieren, aber ist auch in Fehler, Industrie zu vergessen.


Mentre, nel corso del XX Secolo, l’errore era stato quello di identificare il Piemonte con l’industria, e, soprattutto, con la Grande Fabbrica, il rischio attualeè che, di converso, si dia per scontata l’avvenuta deindustrializzazione della Regione, e, pertanto, non ci si debba più preoccupare dell’industria.


La deformazione precedentemente dominante, sotto l’influenza dell’Ideologia Piemontese, aveva portato (soprattutto negli Anni ’70) a vari aspetti negativi che ben conosciamo:

- l’elefantiasi dell’industria e della popolazione operaia;

- la scarsa cura del patrimonio urbanistico;

- l’ipertrofia del traffico privato, a scapito del trasporto pubblico;

- la monotonia del quadro culturale della regione;

- la mancanza di vita sociale al di fuori dell’associazionismo orientato politicamente;

- il deteriorarsi dell’immagine del territorio nei confronti delle opinioni pubbliche straniere;

- l’impossibilità dell’affermazione del turismo.

Un’eventuale dimenticanza della permanenza della realtà industriale della città potrebbe comportare altri e paralleli problemi, come, per esempio:

- la diminuzione della rappresentatività della Regione verso Roma e Bruxelles;

- lo sfuggire definitivo del centro di gravitazione della Fiat dall’orbita torinese, e l’ulteriore declassamento del ruolo dell’industria aerospaziale;

- l’ulteriore penalizzazione della piccola e media impresa, che pure continua a sopravvivere;

- la perdita delle grandi opportunità legate alle nuove tecnologie, che permettono di conferire nuovo slancio ad industrie tradizionali piemontesi, come quelle editoriale, cinematografica e della formazione.


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domenica 29 novembre 2009

INVECE DI MITO: ALPI OCCIDENTALI

Idea of Merging Torino and Milano would Mean just to Erase Torino's vocation. Fusionner Turin et Milan signifierait faire disparaitre la vocation turinoise.Turin und Mailand zu "verschmelzen" wuerde bedeuten, dass die ganze "Berufung" Turins wuerde verloren sein.

L’idea della “città a rete” non è nuova, e corrisponde, soprattutto, ad esperienze vissute nell’Europa Centrale (per esempio, “Ruhrgebiet" o “Randstad Holland”).

Essa ha un senso nella misura in cui nessun centro monopolizzi la vita della grande megalopoli. Altrimenti, si dovrebbe parlare, piuttosto, di una sorta di “annessione”, da parte di una città, dell’altra, come è il caso, per esempio, di Villeurbanne nei confronti di Lyon, oppure di Bad Godesberg nei confronti di Bonn.

Quando si leggono le consuete presentazioni del progetto MITO, si è impressionati dalla scarsa attenzione per l’identità piemontese, là dove si insiste che, grazie all’Alta Velocità, si potrà vivere a Torino e lavorare a Milano, arrivando in centro di quest’ultima con le stesse tempistiche con cui si arriverebbe da Lecco o da Pavia.Nel fare questi ragionamenti, si perde di vista che le vocazioni di Torino e Milano sono differenti: quella di Milano come grande baricentro dei traffici della Val Padana; quella di Torino come punto di convergenza di culture locali fortemente radicate nel territorio, ed a tendere, di un’area alpina più vasta, dove, al limite, conteranno più che i rapporti con Milano, quelli con Roma e con Parigi.

Il fenomeno del pendolarismo fra le due città non ci sembra un fatto da incoraggiarsi particolarmente, perché introdurrebbe elementi di forte alienazione personale in una città che ha, invece, ancora conservato ritmi di vita umani.

Quanto all’accordo, per altro già esistente, ma non adeguatamente pubblicizzato, con la Liguria (2006), anch’esso va visto nell’ottica di culture diverse e di una più ampia realtà euroregionale.

Ripetiamo soltanto, per chi non se ne ricordasse, che il Piemonte fu integrato, nel corso della sua storia, per periodi più o meno lunghi, oltre che con la Savoia e la Valle d’Aosta, da un lato, con la Sardegna e la Liguria, e, dall’altro, con le regioni francesi del Nizzardo, del Bourg e della Bresse, e con i cantoni svizzeri di Ginevra, Losanna e Vallese. È questa l’area che si sta cercando di fare rivivere con gli accordi euroregionali, e che sta divenendo una realtà grazie alla TAV. Basti pensare come già ora Chambéry, antica capitale degli Stati di Savoia, distante da Torino poco più di un’ora, graviti tutta sulla nuova stazione del TGV a Chasses-Les-Eaux, ed abbia stipulato un accordo con Torino per la doppia linea italo-francese.

Le regioni che si trovano nell’Euroregione alpina hanno caratteristiche più omogenee che non quelle della Val Padana in generale.Sono regioni collinari e montane, fortemente turistiche, e con forti presenze dell’agricoltura, del terziario avanzato e della piccola e media impresa. Soprattutto nell’area francese, vi sono anche molti parchi tecnologici. Anche le caratteristiche storiche, architettoniche e linguistiche sono molto affini.

Perciò, il nostro parere è, in definitiva, che Torino abbia tutto da guadagnare ad incrementare le proprie sinergie, prima che con Milano, con Lyon, Genova, Ginevra, Losanna, Nizza, Marsiglia e Chambéry.

Informazioni:

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LA CULTURA COME SETTORE DELL'ECONOMIA PIEMONTESE


Culture to be considered as a segment of piemontese industry. La culture doit etre considérée comme un secteur de la culture piemontaise. Kultur muss als ein Bestandteil der Piemontesischen Kultur betrachtet werden.






Senza addentrarci nella disamina dei diversi settori di attività che stanno gradualmente accrescendosi in Piemonte, e ricoprendo, per così dire, gli spazi lasciati vuoti dalla struttura della “Città dell’Automobile”, ci concentreremo, qui di seguito, sulle sole problematiche proprie all’industria culturale.


Ci si accorgerà anche che, oggi, la cultura non è solamente il necessario “background” per il governo del Paese e per la promozione del territorio, bensì anche un settore produttivo importante (fondazioni, associazioni, case editrici, istituzioni teatrali, musei, cinematografia, festival) ed un segmento rilevante dell’impegno, tanto nel settore privato, che nel settore pubblico allargato (istituti finanziari, premi letterari, mostre, finanziamenti, cooperazioni internazionali, ecc.).


Nonostante l’enorme incremento dell’offerta culturale in Piemonte negli ultimi anni, vi è stata sempre più, in questi stessi anni, la sensazione diffusa che la situazione attuale sia di stallo, e, ciò, per una serie di motivi, che hanno fornito anche alimento ad importanti polemiche nel corso degli ultimi mesi:

- i “tagli” ai finanziamenti alla cultura;

- lo scandalo del Premio Grinzane Cavour;

- la crisi dell’industria editoriale piemontese;

- le “manovre” di Roma e di Milano per sottrarre a Torino la Fiera del Libro e Settembre Musica;

- la scarsa incisività delle iniziative regionali in materia di cinema;

- la necessità di una maggiore trasparenza dei finanziamenti alla cultura;

- la domanda di un maggiore livello di privatizzazione.


Qui come altrove, la ragione fondamentale delle difficoltà è costituita dalla mancanza di una visione complessiva coerente, intorno alla quale mobilitare le energie e le risorse pubbliche e private. Il venir meno delle capacità innovative dell’“Ideologia Piemontese”, che costituiva, in passato, tale filo conduttore, ha lasciato un vuoto che viene riempito dall’occasionalismo.

Certo, la situazione attuale presenta anche alcuni vantaggi, in quanto consente una maggiore apertura e libertà di espressione. Riteniamo, infatti, che ci si debba tenere lontani da ambedue gli eccessi: da un lato, dall’eccessiva invadenza di un “pensiero unico”, ma, dall’altro, anche dall’assenza del pensiero e dalla mancanza di progettualità.


Che cosa si potrebbe, dunque, proporre, per riempire il vuoto che si è, così, venuto a creare? Non crediamo di dire niente di nuovo, bensì, anzi, di ripetere un tema ricorrente nei dibattiti dedicati a questo argomento, affermando che i nuovi contenuti dovrebbero essere forniti dall’Identità Regionale, a cui abbiamo dedicato molte pagine in altri interventi.L’Identità Piemontese costituisce, infatti, un tema condiviso, che può costituire l’elemento catalizzatore di un dibattito aperto, nel quale possano confluire tutti i contributi culturali di vario orientamento. Dovrebbe così essere possibile un coordinamento delle azioni a livello regionale, in modo da concentrare gli sforzi di tutti verso filoni prioritari, come, per esempio:

- la salvaguardia del patrimonio;

- l’orientamento locale della scuola;

- le sinergie fra economia e cultura;

- una maggiore trasparenza e professionalizzazione delle attività culturali, continuando ed approfondendo tendenze già in atto come “contraccolpo” allo scandalo del Premio Grinzane Cavour;

- un ricambio, almeno parziale, di una classe dirigente delle istituzioni culturali, o, almeno, della sua cultura dominante.


Per ciò che riguarda la salvaguardia del patrimonio, insisteremmo sulla necessità di valorizzare quegli elementi (come, per esempio, la preistoria, i castelli, i santuari, le sinagoghe, i luoghi Valdesi, i luoghi storici del Risorgimento e della Resistenza) che forniscono un legame con le grandi vicende storiche del territorio, ed, inoltre, di rievocare alla memoria i fenomeni culturali minoritari e/o elitari, che comunque contribuiscono a formare la ricchezza dell’identità regionale (minoranze etniche, intellettuali anticonformisti, europeismo).


Quanto all’orientamento locale della scuola, ricordiamo l’urgenza di sviluppare la conoscenza della storia e della linguistica locali, ponendole in collegamento con le grandi vicende storiche connesse (per esempio, la storia del Monferrato con quella del Sacro Romano Impero, quella del Principato di Acaia con le Crociate, quella del Paese Walser con l’economia transfrontaliera medievale, quella delle Valli Valdesi con la formazione del Regno di Sardegna, quella di Torino con il Risorgimento, l’industrializzazione e la critica della modernità).


Per ciò che concerne le sinergie fra economia e cultura, alla complementarietà fra le industrie terziarie (editoria, formazione e consulenza) nei confronti delle attività produttive, alla necessità di utilizzare il Web (2.0 e 3.0) e la “banda larga” quali veicoli per la diffusione della cultura prodotta sul territorio, e, di converso, alla cultura del territorio come stimolo per gli investimenti volti all’incremento dell’interconnettività delle reti, oltre che a quelli nel settore dell’editoria elettronica.


Per ciò che concerne la trasparenza del sistema di finanziamento, pensiamo al superamento del sistema dei contributi parziali a fondo perduto, ed alla generalizzazione di un sistema competitivo per l’assegnazione, su basi di progettualità, competenza ed economicità, la gestione dei servizi culturali. Per ciò che riguarda la professionalizzazione, ad un esame di carattere competitivo delle varie competenze, allo stimolo alla creazione di consorzi ed alla formalizzazione di collaborazioni con i giovani aventi carattere permanente.


Per quanto concerne l’orientamento strategico, esso dovrebbe, a nostro avviso, essere finalizzato ad un orientamento dell’offerta culturale che fosse capace di fuoriuscire dalla vieta alternativa: preservazione del patrimonio/innovazione, ma mirasse, invece, ad offrire iniziative capaci di suscitare interesse grazie alla loro attinenza alle problematiche culturali della Regione (per esempio, rapporti con le altre regioni transfrontaliere, reperti fondamentali e classici del patrimonio culturale europeo, approfondimenti sulle grandi aree del mondo, in ispecie quelle con le quali si stanno intensificando i rapporti economici, come, per esempio, la Cina, l’India ed il Medio Oriente).


Ulteriori informazioni

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DIFFICOLTA' DELLA RICERCA IN PIEMONTE


Different Reasons Render it Difficult to Deepen Research in Piedmont. Différentes raisons rendent difficile de développer la recherche au Piémont. Unterschiedliche Ursachen machen es schwierig, Forschung in Piemont zu entwickeln

Costituisce un elemento tradizionale di recriminazione generalizzata il fatto che “in Italia si fa troppa poca ricerca”. Quest’affermazione, di per sé fin troppo vera, addirittura ovvia, suona, per altro, incredibilmente banale, improduttiva e, perfino, offensiva, quando si pensa che i moltissimi che la formulano, da un lato, si guardano bene dal definire che cosa essi intendano per “ricerca”, e, dall’altro, si guardino anche bene dall’indicare, e le ragioni di questa carenza della ricerca in Italia, e le possibili vie per uscire da questo “impasse”.
Una, oramai vecchia, impostazione, in base a cui tutte le tipologie di attività culturale vengono omologate, sulla falsariga delle scienze naturali, ha portato all’assimilazione della ricerca in ambito letterario e filosofico a quella in campo tecnico-scientifico, nonostante che questi due diversi tipi di ricerca abbiano caratteri assolutamente diversi. In questa sede, tratteremo, per altro, solamente della ricerca tecnico-scientifica, mentre le problematiche della ricerca nell’ambito delle scienze umane saranno trattate, soprattutto, nel settore “Cultura”, salvo qualche accenno alla fine di questo intervento.
La ricerca tecnico-scientifica comporta costi aggiuntivi che vanno al di là del mantenimento dei ricercatori; essa, perciò, costituisce un investimento, e quest’ultimo deve essere, in qualche modo, redditizio. Inoltre, le logiche del processo della ricerca tecnico-scientifica fanno sì che essa si evolva lungo una sequenza estremamente lunga: ricerca pura, ricerca applicata, ricerca pre-competitiva, ingegnerizzazione, post-certification engineering.
L’industria produttiva è interessata solamente al risultato finale del processo, e, normalmente, non può, e/o non vuole, permettersi di sostenere i costi delle fasi precedenti. Per evitare questi costi, essa è spesso disposta (ciò soprattutto in Italia) a produrre prodotti tecnologicamente più arretrati, o anche a correre il rischio di essere perseguita per contraffazione, per avere imitato illecitamente prodotti altrui. Questo atteggiamento ha caratterizzato la quasi totalità delle imprese italiane. Occorre subito dire che esso ha provocato, nel tempo, praticamente la scomparsa di tutte le grandi imprese produttive con, forse, appena una decina di eccezioni. Esso costituisce, dunque, un problema essenziale per la nostra economia.
A seconda della specifica posizione di mercato, “leader, e/o meno”, e/o della forza finanziaria, dei diversi tipi di impresa, si hanno, in questo campo, comportamenti di tipo diverso, come, per esempio: acquisto di licenze passive, partnerships, ecc..
Non esiste, tuttavia, in ultima analisi, praticamente nessuna impresa, nel mondo, che paghi tutti i costi della ricerca pura che le sarebbe necessaria per pervenire alle proprie produzioni commerciali. Normalmente, infatti, i costi della ricerca pura sono sostenuti dal settore pubblico, e, ciò, tanto più in quanto tale tipo di ricerca costituisce, in generale, un vantaggio competitivo importante per il Paese. Inoltre, le conoscenze scientifiche di base hanno, oramai, sempre più un inestimabile valore militare, in quanto sostengono la supremazia bellica del Paese che li possiede. L’esempio tipico di questo genere di politica è costituito dagli Stati Uniti, dove lo studio di nuovi principi scientifici, suscettibili anche parzialmente di utilizzazioni militari (“dual use”), viene avviato in basi segrete del sistema militare, completato da Enti pubblici, come l’ARPA o la NASA, licenziato sotto vincolo di segreto alle multinazionali americane, le quali, a loro volta, sono tenute ad imporre, ai loro partners esteri, i più pesanti vincoli di riservatezza a favore del Governo.
In queste condizioni, è ovvio che il primo motivo della mancanza di ricerca in Italia è costituito dal fatto che, non essendo l’Italia una grande potenza, essa non ha neppure l’ambizione di finanziare con fondi pubblici scoperte particolarmente innovative (che, per altro, non potrebbe utilizzare privatamente, in quanto la prima utilizzazione è praticamente sempre militare). Questo è uno dei motivi per cui le imprese italiane, a loro volta, non sostenute dallo Stato italiano, e di livello molto meno avanzato, preferiscono utilizzare le scoperte in base a licenze dall’America o da qualche altro paese, o entrare in “partnership” con imprese di quei Paesi in posizione subordinata. Certamente, esistono eccezioni. Tuttavia, ciò che viene chiamato “ricerca” in Italia è molto spesso pura ingegnerizzazione, se non, ancor peggio, “post-certification engineering” (che, teoricamente, non avrebbe neanche diritto, secondo le normative internazionali europee e nazionali, ad alcun supporto pubblico).
Le vicende delle politiche adottate per una “società della conoscenza”, secondo la retorica politica propria delle amministrazioni locali degli anni passati, dimostra “ad abundantiam”, questa debolezza del sistema paese.
Le Amministrazioni Locali hanno speso cifre estremamente ingenti per incentivare società multinazionali (come General Motors e Motorola), se scegliere Torino come sede dei loro centri di ricerca. Tuttavia, non appena la crisi ha sconvolto gli equilibri finanziari mondiali, le società multinazionali hanno chiuso i loro centri di ricerca, senza, né restituire alla Regione ed alla Città i fondi ricevuti, né lasciare alle stesse la proprietà intellettuale delle ricerche svolte. Si conferma, pertanto, il fatto che la tecnologia strategica non viene concessa dalle multinazionali a terzi, neppure quando sono questi a pagare. Ultimo esempio, il recente caso di mancato accordo Magna-GM.
Riteniamo che le Amministrazioni Locali, così come gli Stati, debbano fare tesoro delle esperienze così acquisite, ed imporre, per il futuro, alle imprese investitrici, precise condizioni, tanto per ciò che concerne la proprietà dei risultati della ricerca, quanto per ciò che concerne la restituzione dei fondi nel caso di non completamento dei programmi. Non sarebbe neanche illogico privilegiare le imprese radicate nel territorio, relativamente alle quali è ovvio che possano accettare più facilmente (anche se neanche questo non è, oramai, più garantito) di mantenere sullo stesso territorio la titolarità e l’utilizzo della proprietà intellettuale.
Su di un piano più generale, è chiaro che la ricerca tecnico-scientifica va calibrata in relazione alle specificità di un Paese, e/o di una regione, e/o delle imprese coinvolte.
Una Regione, come il Piemonte, situata in una parte avanzata dell’Europa, potrebbe rivendicare un ruolo di maggior peso, tanto per ciò che riguarda la ricerca e la ricerca applicata finanziata dal settore pubblico, quanto per ciò che riguarda le condizioni ambientali in cui deve avere luogo tale ricerca da parte dei privati. Per quanto riguarda il primo ambito, sarebbe opportuno che gli Enti pubblici locali elaborassero più precisi criteri circa il ritorno economico ed occupazionale della ricerca finanziata. Quanto al secondo ambito (pensiamo alla ricerca svolta, a livello internazionale, da grandi aziende come Fiat, Finmeccanica o Avio), le Autorità Locali dovrebbero proporsi in funzione sinergica per favorire la partecipazione delle imprese locali ai grandi progetti di ricerca internazionali (per esempio, Chrysler, ESA, ecc. - cfr. Progetto: Pubblicazione su Industria Aerospaziale in Piemonte) (ovviamente sempre imponendo precise condizioni di mantenimento dei centri finanziari, direzionali e tecnologici).
Infine, si dovrebbero sfruttare più razionalmente le opportunità di finanziamento delle collaborazioni fra i Parchi Tecnologici dell’ Europregione.


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