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mercoledì 30 novembre 2011

CAPIRE LA GERMANIA

The only Solution to Crisis: Culture
Une  seule solution à la crise: la culture
Einzige Loesung zur Krise: Kultur

Quando Nietzsche affermava che "il mondo vero è diventato favola" intendeva riferirsi ad un fenomeno generale di storia della filosofia europea.

E, tuttavia, tale frase si applica altrettanto bene alla storia della cultura in senso più ristretto, vale a dire al modo in cui la cultura moderna si rapporta alle proprie stesse basi, cioè con un atteggiamento totalmente manipolativo, che si ripercuote sulla stessa possibilità di apprendere la realtà, quindi, di prevedere e decidere.

La stratificazione delle manipolazioni storiografiche è divenuta oggi così densa, da paralizzare totalmente la capacità decisionale delle classi dirigenti, e, quindi, dell' intera società.L'esempio tipico di questa paralisi è la dfficoltà con cui si sta portando avanti la costruzione eurtopea. Ed è per questo che siamo convinti che solo una radicale opera di destrutturazione di tutte le narrazioni contemporanee costituisca il necessario presupposto per qualunque progetto sensato per l'avvenire.

A cominciare dall' Euro.

1.Le manipolazioni della storia europea.

La prima grande manipolazione fu costituita dalla costruzione dello stereotipo germanico da parte di Tacito e di Jordanes,con cui si propose  il mito di un popolo originario e puro, contrapposto alla Romanità decadente; la seconda, la narrazione biblica, che fuse in un'unica vicenda le tradizioni medio-orientali e classiche, senza però rendere conto della loro rispettiva autonomia. La terza  fu costituita dalla "vulgata" della Rivoluzione Francese, con cui si stabilirono manicheamente due campi, Rivoluzione e Controrivoluzione, che, invece, non erano affatto così  contrapposti. La quarta fu quella dell'Europa delle Nazioni, dove si perdettero di vista le reali identità e differenze, per sostituirle con nuove, fittizie ipostasi; la quarta, quella del progresso occidentale contro l'arretratezza del resto del mondo (Condorcet); la quinta, quella dello Stato Mondiale, che, per Juenger, ma anche per l'Unione Europea, sarebbe la provvidenziale sintesi finale dell'epopea produttivistica dell'Operaio e di quella borghese della Pace; l'ultima, infine, quella kojeviana della Globalizzazione come Fine della Storia.

2.I tre Paesi vincitori della crisi

Quando apriamo le pagine di un giornale, o ascoltiamo un talk show, non possiamo non rimanere esterrefatti nell'ascoltare, da pretesi esperti, cose che non hanno alcun reale riscontro. Gli esempi più evidenti sono costituiti dall' immagine che, in questi giorni, si sta dando della Germania.

Intanto, nessuno riesce a spiegare come mai, dal bailamme generale della crisi, solo tre Paesi stiano uscendo indenni: gli Stati Uniti, la Cina e la Germania.

Gli Stati Uniti sono i primi responsabili di ciò che è accaduto, per avere perseguito e realizzato l'obiettivo storico di rimodellare il mondo a loro immagine, per avere portato al parossismo le logiche del leverage finanziario, sostenendo con esse un apparato burocratico-militare unico nella storia, per essere una vera e propria fabbrica di inflazione, per avere innescato la crisi dei subprime e anche la crisi più recente, col mancato accordo sul budget fra Obama e il congresso. Eppure, alla fine, non sono stati essi a pagare il conto più salato. 

Nonostante le proposte di un nuovo Sistema Monetario Mondiale, il dollaro continua ad essere la valuta di riserva e a rivalutarsi su tutte le altre. Nonostante i tagli di bilancio, gli Stati Uniti non diminuiscono, bensì incrementano, il loro impegno militare, per esempio, in Pakistan, in Europa Orientale, in Australia e in Africa.

Nonostante i proclami liberistici, le banche e le case automobilistiche sono state salvate con enormi interventi finanziari pubblici e con il "quantitative easing". Grazie alla loro forza culturale, politica, militare, propagandistica ed economica, gli Stati Uniti fanno sempre ancora pagare i propri debiti agli altri.

La Cina ha sempre avuto, fino alla caduta dell' Impero Qing, esattamente un secolo fa, il maggiore PIL del mondo. Una volta finite l'occupazione straniera, il regime delle concessioni, la guerra civile e la Rivoluzione Culturale, era  inevitabile che essa sarebbe ritornata, come in tutta la sua storia, al vertice, anche economico, del mondo. La stessa enorme drammaticità delle esperienze attraversate (le rivolte dei Taiping e dei Boxer, le Guerre dell' Oppio, le occupazioni occidentale e giapponese, il movimento modernista, la guerra civile, le stragi maoiste) non hanno rallentato, bensì accelerato una trasformazione, innanzitutto culturale, indispensabile: dal subire passivamente l' influenza occidentale, all' imitare il Giappone, l'Occidente e l'Unione Sovietica, per poi costruire un nuovo sistema nuovamente centralizzato, e, infine, allentare progressivamente le redini del controllo.
L'enorme attivo della bilancia dei pagamenti incomincia con le politiche draconiane di Mao, che, contrariamente a quasi tutti i leader comunisti, non volle mai indebitarsi con l'estero, preferendo comprimere all' inverosimile il tenore di vita dei cittadini. La grande competitività dei prodotti cinesi comincia, nel 1978, con la decisione di svalutare lo Yuen del 30%, imponendo così di fatto un risparmio forzoso anche nella fase di apertura al commercio internazionale. La Cina continua a prosperare anche ora grazie alla sua capacità unica di realizzare in tempi brevissimi "manovre" ritenute impossibili altrove, come per esempio l'attuale incremento a tappe forzate del mercato interno.

In ambedue i casi, quello americano e quello cinese, la spiegazione della forza economica sta non già nella presunta assenza di controlli statali, bensì nerll'inesorabile connessione fra la pretesa di una missione storica, la capacità di controllo centralizzato e l'abilità nello sfruttare questo controllo per influire a proprio favore sul resto del mondo. 

Quindi, c'è una spiegazione per l' America e per la Cina. Ma, per la Germania?

Le due spiegazioni più diffuse, quella data dai Tedeschi e quella data dagli altri, non ci convimncono per il loro carattere mitologico.
Secondi i Tedeschi, la Germania sarebbe in una situazione economica migliore per il suo maggior rigore di bilancio (che, infatti, si vorrebbe imporre anche agli altri). Secondo gli altri, la Germania sarebbe più forte per avere imposto all'Unione Europea il proprio modello economico, rendendo impossibile agli altri Paesi europei di competere con la Germania attraverso le svalutazioni competitive che essi usavano in precedenza.

3.Un pò di storia

A noi pare che la ragione vera della maggior forza della Germania risieda nella sua particolare struttura sociale, molto diversa da quella degli altri Paesi d'Europa.

Ricordiamo, intanto, che la Germania è l' erede storico-culturale del Paese esaltato da Tacito, e che quella memoria ne condiziona ancora l'autopercezione. Anche il Rivoluzionario dell' Alto Reno, Muenzer e Lutero avevano attribuito alla Germania una missione salvifica. La Germania a cavallo della Rivoluzione Francese è un Paese che unisce la conservazione di strutture sociali medievali con uno sviluppo senza precedenti della cultura moderna. A cavallo fra l'Ottocento e il Novecento, la Bildungsbuergertum tedesca elabora la mitica contrapposizione fra Kultur e Zivilisation, evocando l'idea di un diverso modello di società,o meglio,  una "comunità" (Gemeinschaft), non già una vera "società" (Gesellschaft).

Le due Guerre Mondiali furono combattute in gran parte cojn il mito della Gemeinschaft (Volksgemeinschaft).

Anche la "denazificazione" imposta alla Germania dalle potenze occupanti fu mediata da intellettuali che partecipavano al mito della Gemeinschaft, come il liberista austriaco Von Mises, che apirava a ricostruire, contro il costruttivismo dei comunisti e dei nazisti, la "società naturale" dell' "Austria Felix", o come i filosofi francofortesi Horkheimer e Adorno, che, sempre in nome della Kultur, volevano ricostituire la vecchia Germania della "Gemeinschaft".

Gli Alleati cercavano di impedire che il nazismo potesse rinascere: quindi, imposero il contrario di ciò che gli intellettuali tedeschi loro alleati descivevano come "tipicamente nazista": il federalismo contro lo Stato accentrato, la decartellizzazione contro i Konglomerat, la cogestione operaia contro lo strapotere dei grandi industriali, ecc...

Essi non si accorgevano, per altro, di stare ricostruendo, sotto nuove spoglie, una Germania ancor più "tradizionale" che non quella nazista. La stessa cosa avveniva, "mutatis mutandis", nella Repubblica democratica, un "Kommunistischer Beamtenstaat" molto simile allo "stato commerciale chiuso" di Fichte, con un culto della "Kultur" molto simile a quello delle monarchie ottocentesche (cfr. Thomas Mann, Bloch, Gehlen).

L'Economia Sociale di Mercato di Erhard doveva molto alla "concezione istituzionale dell' impresa e del diritto", così come la DDR doveva molto al "Socialismo della cattedra" e al "consociativismo" che Elazar considera tipico dell'eredità del Sacro Romano Impero.

Le due Germanie coltivarono così il culto goethiano della stabilità , che impedisce l'egemonia dello spirito mercantile, e permette alle anime belle di deicarsi alla natura e alla cultura.

Nell'ambito di questa concezione classicistica e conservatrice va anche situata l'idea della stabilità monetaria, esaltata, nel 2° Reich e nella Repubblica di Weimar, da conservatori come Bruening, e osteggiata dai "progressisti" (socialdemocratici e liberali) perchè avrebbe sfavorito  la mobilità sociale.

La stabilità economica si sposa infatti bene con una forte integrazione fra città e campagne, sull' esaltazione del ceto operaio come professione altamente tecnicizzata e giuridicamente protetta, con il carattere strettamente familiare e perfin clanico della piccola e media impresa, con la quadripartizione del potere, nelle grandi imprese, fra lo Stato, gli azionisti, i lavoratori e lo Stato azionista.

A ciò si aggiunga un'ulteriore nota antinazista: giacché la "vulgata" afferma che il Nazismo fu propiziato dall' inflazione della Repubblica di Weimar, si decise che il caposaldo della politica monetaria sarebbe stato costituito dalla lotta all' inflazione, garantita dal divieto alla Banca Centrale di perseguire obiettivi di crescita mediante l'emissione di carta-moneta. 

4.L'economia sociale di mercato

Tutto si lega.Il mantenimento di una societò stabile viene garantito dal freno al Governo, alle banche e alle imprese, affinche non spingano il sistema oltre i limiti del possibile. I profitti e i salari crescono modestamente e costantemente. I sindacati, potentissimi, riescono a tenere a freno il movimento operaio con il prestigio della loro presenza negli organi decisionali.

Il risparmio è incentivato da uno stile di vita ecologico, con un'urbanistica decentrata e gusti vicini al mondo contadino.

Paradossalmente, quest'economia "conservatrice" si è rivelata più efficiente delle economie degli altri Paesi europei, che si sono lasciate grtadualmente trasformare sul modello americano, con l'apertura ai capitali internazionali, la mancanza di barriere alla speculazione, l'autonomia del movimento sindacale, un'urbanizzazione selvaggia e la perdita dei valori "romantici" della natura e della cultura. Infatti, è ben vero che le economie di tipo "occidentale" riescono, in certi periodi, a conseguire una crescita spettacolare, però compensano ciò con ancor maggiori periodi di crisi e di recessione, che azzerano tutto quanto conseguito in precedenza.

E il motivo per cui la Germania è così è, da un lato, il suo mito della Kultur, e, dall' altro, il fatto che le imprese, che non hanno una proprietà speculativa, bensì una "governance" mista e profondamente radicata nel territorio,  hanno continuato per un cinquantennio a reinvestire nell' innovazione e nella qualità, in modo da risultare sempre più imbattibili.

Per quanto riguarda i Paesi europei, essi non hanno neppure i paracadute del Governo americano, i salvataggi miliardari, le commesse militari, il Quantitative Easing, l'"advocacy" sui mercati esteri, ecc.., e, quindi, quando c'è la crisi, pagano per forza duramente.

Questa situazione non è cambiata sostanzialmente, né con la riunificazione della Germania, né con la creazione dell'Euro.

L'enorme facilità con cui la Germania Orientale è riuscita ad adattarsi al sistema della Germania Occidentale si spiega con due ragioni: la forza del sistema occidentale e la relativa forza anche di quello orientale. Infatti, non è solo la Germania Orientale a realizzare ottime performances economiche, bensì anche la confinante Polonia, e anche la Russia, che a sua volta confina con la Polonia.

L'Euro non ha modificato questa situazione per la Germania, in quanto il sistema Euro non ha fatto che estendere a tutta l'Europa il sistema del Marco. Non, per altro, l'"economia sociale di mercato" alla tedesca, ché, anzi, in questi anni, tutto il resto d'Europa si è lanciata in un processo di accelerata americanizzazione, con la cessione dei "campioni nazionali", lo smantellamento della concertazione con i sindacati, le delocalizzazioni selvagge, ecc..

Tutto ciò ha indebolito, non già rafforzato, le imprese europee occidentali rispetto a quelle tedesche, che hanno mantenuto sostanzialmente la loro precedente struttura nonostante le insistenze dei "privatizzatori". Basti dire che, quando i sindacati e la Confindustria tedesca hanno concordato nuove forme di flessibilità del lavoro, il Governo Merkel ha introdotto una legislazione che rende difficili certe forme di flessibilità, considerate dannose per la salute e per la famiglia.

5.L'Europa dinanzi alla crescita dei BRICS.

Ma c'è di più. La Germania, con la sua struttura economico-sociale, ha sfruttato al massimo l'era delle delocalizzazioni, delocalizzando al massimo le attività a basso valore aggiunto, ma mantenendo in Germania le sue produzioni di valore aggiunto più elevato, per le quali non vale  la concorrenza al ribasso, ma che possono essere realizzate solo in un Paese, come la Germania, in cui tutti, a cominciare dagli operai,  hanno un livello di preparazione incommensurabilmente superiore a quelli degli altri Paesi.


Se la Germania difende, dunque, a spada tratta queste sue carattteristiche, è perchè il suo modello è vincente.
Con il conseguimento, da parte dei BRICS, della piena autonomia dall' Occidente, culturale, politica, finanziaria, tecnologica, industriale, economica, anche gli altri Paesi d'Europa, se non vogliono decadere sempre più, devono imitare il modello tedesco, investendo nelle stesse cose della Germania (cultura, ricerca scientifica, capitalizzazione dei campioni nazionali, qualificazione e retribuzione della forza-lavoro qualificata, produzioni di qualità, ambiente), evitando gli assurdi sperperi, finanziari e economici, degli ultimi anni (come tante inutili privatizzazioni, i finanziamenti a pioggia a innovazioni solo sulla carta,i salvataggi di ciò che non si può salvare, una concorrenza assurda fra Europei perfino in campo militare, ecc...).

Solo così potranno offrire ai BRICS quelle poche cose che ad essi ancora mancano ( e si presume continueranno a mancare ancora per un pò), come quelle che hanno uno stretto legame con la qualità dei Paesi produttori (come la auto di lusso e la meccanica di precisione tedeschi, la moda e i vini francesi, l'artigianato italiano).
Nel frattempo, l'Europa potrebbe avere il tempo di convertirsi ad un nuovo tipo di economia, più ambientale, cibernetica e diffusa, che sarà il tema del domani e potrebbe costituire una nuova speranza di eccellenza europea (il "sogno europeo" di Rifkin).

Certo, per far fronte all'enorme squilibrio finanziario di oggi, occorre assumere provvedimenti finanziari urgenti, primo fra cui l'attribuzione, agli organi europei, dei normali compiti di coordinamento di uno Stato Federale (sicurezza nazionale, cultura, moneta, finanza, legislazione economica, settori industriali strategici, ecc..).

Nel fare ciò, occorre comprendere tanto le ragioni della Germania, che giustamente non vuole "annacquare" un modello vittorioso, quanto degli altri Paesi d'Europa, che non possono andare avanti senza un aiuto immediato della Germania. 

Quindi, si creerà per forza un sistema intermedio, che concilierà l'attenzione tedesca per la stabilità con l'esigenza degli altri Paesi di un maggior tasso di crescita. In questo contesto, i famosi "sacrifici" rivestono un ruolo tutto sommato marginale.

Tuttavia, il problema fondamentale è che la politica economica comune non spinga la Germania ad una maggiore finanziarizzazione e precarizzazione, bensì gli altri Paesi verso una maggiore cura per la cultura, la ricerca,la qualità,  la scuola, la capitalizzazione delle imprese, la partecipazione dei lavoratori.

Solo così, al posto di un "sistema socio-economico tedesco" e un "sistema socio economico europeo-occidentale", potrà crearsi un nuovo "sistema socio-economico europeo", che, a nostro avviso, costituirebbe anche la miglior garanzia della sopravvivenza dell' Identità Europea.

Per arrivare a ciò, occorre ancora una volta molta cultura, con cui "decostruire" le assurde narrazioni ideologiche che hanno portato le nostre economie fino a questo punto. Per esempio, la teoria assurda secondo cui il sistema tedesco sarebbe stato "rigido" e non avrebbe quindi permesso lo sviluppo dell' economia; che esso avrebbe garantito solo lo sviluppo delle grandi imprese e non di quelle familiari; che l'"ingabbiamento" della conflittualità operaia in sindacati forti e nell' autogestione avrebbe indebolito la forza contrattuale degli operai, ecc...

Tutte cose che si stanno rivelando non solo false, ma, addirittura, l'esatto opposto della realtà.Speriamo che qualcuno abbia il coraggio di dirlo e di agire di conseguenza.

















martedì 29 novembre 2011

RICOMINCIARE DALLA CULTURA


A  Contribution of Italy to the Restarting of European Integration
Une contribution de l'Italie à la relance de l' intégration européenne
Ein Beitrag Europas zur Belebung der europaeischen Integration


I.     RUOLO DELLA CULTURA IN EUROPA

Il motivo per cui, in concomitanza con l’attuale crisi finanziaria, è facile il gioco della demagogia di fare della cultura un capro espiatorio,  è che, come mi insegnano la mie diverse  esperienze, di funzionario europeo, di manager di multinazionali, di editore, di promotore culturale, di scrittore, di imprenditore creativo e di consulente aziendale, tanto le produzioni culturali, quanto le politiche per l’innovazione, quanto, infine,  la comunicazione sull’ Europa, sono spesso percepite dai cittadini con fastidio, in quanto si dà per lo più per scontato ch’esse siano forzate, autoreferenziali, politicizzate, acritiche e non spontanee.

In realtà, la crisi dell’impegno nella cosa pubblica  e la perdita della capacità auratica della cultura viaggiano in parallelo, perché non vi sono più temi mobilitanti, e, a quelli che in realtà ci sarebbero (come l’Europa), la cultura e la politica non sono capaci di dare un contenuto soddisfacente, ché, anzi, si presenta, impropriamente, l’Europa non già come una miniera di stimoli ideali, bensì come un gendarme, che avrebbe come compito istituzionale quello di imporre ai cittadini i desiderata del mondo finanziario a scapito delle esigenze della natura, della cultura, dei lavoratori e delle famiglie.

La politica non interessa più perché i cittadini sentono che la loro possibilità di influenzare l’andamento della storia è limitatissima, mentre le cose che contano sono già state decise da poteri anonimi: eserciti, finanza internazionale, grandi concentrazioni mediatiche. Solo mettendo l’ Europa al centro della politica si potrebbe entrare veramente nel merito delle scelte di civiltà e di società, delle decisioni fondamentali sulla tecnica e sulla natura, sulla pace e sulla guerra, coinvolgendo, così,  anche emotivamente, i cittadini in un ruolo attivo nelle grandi scelte.

La cultura non appassiona più quando si presenta come tecnicistica, intellettualistica, non legata al vissuto dei cittadini, ed essa è così perché è standardizzata, non radicata in un concreto ambito culturale. Ambito che può essere senz’altro anche la città o la nazione, ma, in un’epoca di globalizzazione, manca di spessore se non ha una dimensione europea. Cioè se non parteggia in un modo concreto nel dibattito sull’avvenire del mondo.

Infine, il dibattito politico sulla cultura è tutto incentrato su una quota modestissima delle attività culturali, quelle visive e,  performative, ignorando più o meno i collegamenti con la scuola, l’editoria, la ricertca scientifica,i media,le professioni,l’informatica, il turismo, ecc..


Quanto sopra non è contraddetto dall’enorme sviluppo della cultura come fenomeno sociologico, che ha le sue ragion d’essere nell’accrescimento della scolarizzazione, nella mobilità sociale, nell’aumento del tempo libero. Si tratta  di una fondamentale contraddizione: mentre si produce molta più cultura, l’atteggiamento degli addetti ai lavori non è di responsabilità civile, né neppure carismatico, bensì essenzialmente funzionale e mercatistico. Ad esso, corrisponde,  da parte dei cittadini,un atteggiamento di “flaneurs” svogliati e passivi, e di domanda poco solvibile  dei prodotti culturali.

Occorre una vera e propria rivoluzione culturale, che allarghi l’idea di Europa, da quella di un progetto economico e giuridico contingente, a quella di uno spazio, naturale e storico, di ampio respiro, che possiede infinite e sconosciute risorse di cultura, di pensiero, di scienza, di tecnologia, di arte, di paesaggi, di stili di vita, di culture sociali, nel quale siamo tutti, volenti o nolenti, inseriti: uno spazio di civiltà. Al quale appartengono il Nord e il Mediterraneo, l’Atlantico e il Mar Nero, la classicità e il Cristianesimo, l’Illuminismo e il Romanticismo, Cartesio e Wittgenstein, la tecnologia e il lavoro.

Se non riesce a far percepire questo mondo europeo condiviso di cultura, non ci sarà mai una vera Europa. E, viceversa, non ci sarà mai interesse per la cultura finché non dimostreremo, attraverso un progetto concreto, che essa può ancora incidere sul mondo, attraverso uno strumento efficace: l’Europa.

E, infine, non ci sarà mai una condivisione politica dei cittadini, se non riusciremo a farli partecipare, attraverso una cultura europea e uno Stato europeo, alle grandi scelte sul futuro del mondo.

Questo è, a nostro avviso, il primo compito di una politica culturale europea, e, poiché siamo tutti in Europa, di una politica culturale tout court, oltre che della politica.

1.    Il “Governo per l’Europa”

Per questi motivi, affinché il “Governo per l’Europa” non resti uno “slogan” retorico, il Governo italiano dovrà, a nostro avviso, farsi carico, oltre che di problemi economici, anche della rivitalizzazione, all’interno e all’esterno, del mondo culturale, nella chiave europea che abbiamo sopra enunziato.

L’Italia è uno dei maggiori poli di cultura nel mondo. Un ineguagliabile patrimonio artistico e monumentale antico, medievale e moderno; una tradizione di creatori di rilevanza permanente e mondiale, da Pitagora a Virgilio, da Orazio a Dante, da Machiavelli a Gramsci, da Verdi a Puccini, ecc…; una creatività sociale e imprenditoriale inesauribile: dall’invenzione della “lex mercatoria” a quella dei grandi istituti sociali religiosi, dall’introduzione in Europa del fordismo allo Statuto dei Lavoratori; dal fama mondiale dell’artigianato all’eccellenza nel turismo culturale, emozionale  e religioso.

Non è neppure vero che l’Italia non sia più un paese colto. Certo, la cultura non è ora, e non è mai stata, da noi, un fenomeno di massa. E, tuttavia, ancor oggi vi è un diffuso interesse per tutte le manifestazioni culturali.Per questo, si può e si devono migliorare le cose che non vanno, in tutti i campi della vita culturale, con un approccio prima qualitativo che non quantitativo.

L’Unione Europea trae le sue origini storiche nella tradizione dell’Impero Romano, delle Chiese Cristiane e del Sacro Romano Impero, che, tutti, hanno avuto come centro Roma. I trattati istitutivi delle Comunità Europee sono stati firmati a Roma. Per questi motivi, non è neppure pensabile che l’Italia possa essere esclusa dal “nocciolo duro” dell’Unione Europea. Neppure si può accettare che, per contingenti questioni finanziarie, essa venga posta sul banco degli imputati. L’Italia deve dimostrare, non soltanto con adeguate manovre finanziarie, ma anche con la propria capacità di leadership in campo culturale e politico, che essa continua ad essere all’avanguardia dell’Europa.

L’Italia deve ridivenire, come nell’ Antichità, nel Medio Evo, nel Rinascimento e nel Risorgimento, il laboratorio culturale dove tutti gli Europei vorrebbero venire,  per vivere nella cultura e partecipare,attraverso  la cultura, al rinnovamento dell’ Europa.



2.    La situazione attuale

Il Governo italiano può e deve dimostrare di essere all’altezza di questo compito, facendosi promotore del rilancio del processo di integrazione europea. Ma ciò non potrà avvenire solamente , come nell’esperienza, fallimentare, della Costituzione Europea, attraverso la “messa in bella” degli stessi concetti giuridici ed economici di sempre, bensì attraverso il rilancio della creatività culturale degli Italiani e degli Europei, che ribalti l’attuale situazione di debolezza, valorizzando tutti gli aspetti “culturali” delle società italiana e europea.

L’aspetto creativo della cultura non richiede molte risorse finanziarie, bensì intellettive e morali, e, soprattutto, un clima di apertura delle porte dell’ufficialità alla cultura prodotta dai cittadini fuori dei circuiti e dei canoni ufficiali.

Siamo già un prodotto della “Società della conoscenza”, la quale ha creato, in vasti gruppi di cittadini, enormi aspettative, tuttora insoddisfatte, di partecipazione culturale attiva. Ma, contrariamente a quanto affermato nella Strategia “Europa 2020”, questo è solo il punto di partenza, non già l’obiettivo a cui tendere. A nostro avviso, in controtendenza rispetto alla “società delle aspettative decrescenti”, le società attuali vanno strutturandosi nel senso di incrementare le loro aspettative culturali. Non è neppure vero che i cittadini non vogliano un impegno culturale dello Stato, però spesso essi non capiscono il perché delle scelte che, sulla cultura, vengono fatte a livello politico. Essi vorrebbero, probabilmente, che venissero sostenute soprattutto le attività culturali veramente prioritarie, e quelle che essi “sentono” più come proprie.

Occorre inoltre chiarire che, a questa “Domanda di cultura” da parte dei cittadini non è solo un’ obsoleta aspettativa sociale, ma corrisponde soprattutto alla sopra accennata  obiettiva urgenza di poter disporre di una cultura rinnovata e condivisa  come strumento per migliorare la società.

3.         Urgenza della nuova cultura

Che la cultura rappresenti qualcosa di ben più vasto che non uno sterile e passivo passatempo  è dimostrato proprio dal dibattito, attualmente in corso, a proposito della politica culturale del Comune di Milano, in cui si è giustamente affermato che non ha più senso parlare, ad esempio, di arte contemporanea come qualcosa di isolato dalla cultura contemporanea.

Innanzitutto, la crisi in corso, mondiale prima che europea e italiana, sta dimostrando l’insufficienza delle attuali culture economiche (e, prima ancora, politiche e filosofiche) a rendere conto delle tendenze ed esigenze delle società del mondo contemporaneo. Non si può fingere che Cernobyl e Fukushima, Lehman Brothers e la crisi dell’Euro, siano solo trascurabili incidenti di percorso. La “distruzione creativa”, insita nei processi di globalizzazione, non è oggi adeguatamente bilanciata, né da un adeguato sforzo di ricostituzione del capitale sociale, né da un discorso pubblico aperto a tutti e vicino alle cose. Perciò, la cultura è oggi una risorsa indispensabile innanzitutto perché è la sola a permettere di rivalutare criticamente e di migliorare questa politica e questa economia, con un linguaggio condiviso con i cittadini.

Una nuova cultura adeguatamente rifocalizzata viene oggi ricercata spasmodicamente in tutto il mondo perfino come supporto alla competitività degli Stati e delle imprese. Non si entra qui nella diatriba, in corso anche a livello mondiale, fra i sostenitori della cultura tecnica e di  quella umanistica. Come persona che ha trascorso più di trent’anni in una decina di imprese europee, posso affermare che entrambe queste culture sono necessarie, tanto per il legame sociale, quanto per lo sviluppo economico, sia al livello della formazione dei quadri, sia, ed ancor più, nell’orientamento delle scelte strategiche verso obiettivi ambiziosi dal punto di vista tecnico, economico e anche politico. Le due culture dovranno sempre più integrarsi e sostenersi a vicenda.

La cultura tecnica dovrà fornire a cittadini e alle classi dirigenti i necessari strumenti per inserirsi con un ruolo determinante nelle attuali dialettiche mondiali,economiche, ma anche politiche. La cultura umanistica servirà per poter dialogare su un piede di parità con tutte le culture del mondo e per individuarne indirizzi umanamente accettabili per gli sviluppi tecnologici.

E dunque, quand’anche l’importo totale della “torta” dell’economia europea dovesse ridursi in modo permanente, vi saranno sempre più pressioni, e ragioni obiettive, per dedicare alla cultura, intesa nel senso globale di cui sopra, una fetta crescente della “torta” stessa, anche se con l’urgenza di fare di più con meno risorse. Ma, per poter risolvere quest’equazione, non bastano abili manovre ragionieristiche, né sofisticate lottizzazioni politiche, né tirare semplicemente la cinghia. Occorre soprattutto una rinnovata concezione della cultura, più focalizzata sull’impegno personale e sui contenuti che non sulla burocrazia, sul professionalismo e sulla mediatizzazione.


4.         La questione delle risorse

Una delle debolezze principali dei sostenitori della cultura di fronte alla politica dei “tagli” indiscriminati consiste nella difficoltà di chiarire che la cultura comprende in sé e serve a mobilitare, direttamente o indirettamente,  una gran parte di attività sociali che, nella presente società post-industriale rappresentano addirittura la maggior parte dell’ occupazione e del reddito: dalla politica all’artigianato, dall’ economia alle produzioni tipiche, dall’alta tecnologia al turismo, dalle industrie innovative alla scuola, dai media alle professioni, dall’ informatica alla tutela del territorio.

La maggior parte dei cittadini europei e italiani (manager o ristoratori, studiosi o artigiani, imprenditori creativi o insegnanti, artisti o consulenti aziendali, ricercatori o liberi professionisti, giornalisti o informatici) lavora in questi settori, e fa della cultura il proprio principale strumento di lavoro e, spesso, anche il principale output della propria attività.

Perciò, la sinergia con altre attività sociali non può essere ingenuamente ridotta, come giustamente osservato dall’ assessore Boeri,  al mecenatismo, ignorando invece la sinergia naturale e inestricabile fra l’investimento in cultura di tutte queste figure professionali, come gli imprenditori culturali, i professionisti del terziario avanzato, i ricercatori, e le chance di successo delle loro attività, che fanno sì che la cultura possa sempre contare su queste forze sociali.

Il problema prioritario non è, poi, la scarsezza delle risorse, bensì la mancanza di buon senso nell’uso che si fa delle risorse esistenti, con squilibri enormi e repentini, e la conseguente impossibilità, per i cittadini prima ancora che per le imprese e per gli Stati, di progettare in modo sensato le loro vite - non solamente economiche -, le quali non devono certo essere spese solamente nel difendersi dalle continue oscillazioni e diktat dell’economia. Quindi, la mancanza di una vera “Cultura della stabilità”, che dev’essere affermata prima negli animi e nelle menti che non nei conti pubblici.


5.    I compiti da affrontare

Un solo esempio di compiti urgenti e disattesi. Oggi tutti, a cominciare dall’America, dalla Cina e dalla Russia, esigono imperativamente dall’Europa il consolidamento del ruolo politico dell’Europa, che si è ignorato per decenni, come indispensabile per salvare il sistema economico mondiale. Tuttavia, come dimostrano le interminabili “querelles” nel cuore stesso, franco-tedesco, dell’ Europa, non è pensabile superare le attuali divergenze, fra nazioni e scuole di pensiero, sulla “governance”, senza un lavoro a tutto tondo sull’identità culturale del Continente. Tale identità è, a nostro avviso, persuasiva almeno altrettanto quanto quelle americana e cinese, sulle quali si fondano, tra l’altro, anche le rispettive politiche economiche di quelle aree, e i sacrifici che da sempre hanno richiesto e richiedono ai loro cittadini. Tuttavia, essa è stata trascurata in Europa, quasi ch’essa fosse un lusso intellettualistico, anche se già i Padri Fondatori avevano ammonito che, quando la costruzione europea avesse dovuto incagliarsi, si sarebbe dovuti ripartire dalla cultura.

Quindi: rinascita della cultura europea, per proporre ai cittadini un modello di società con più Europa e per sostenere un ceto politico creativo, che realizzi finalmente un Governo europeo veramente focalizzato sull’Europa, e quindi capace di por fine al caos economico e sociale oggi imperante.

A causa della scarsa autoriflessione delle nostre società, nonostante il risveglio degli ultimi decenni, solo una parte infinitesima delle risorse europee, ma anche italiane, sono state fino ad ora adeguatamente valorizzate. Basti pensare che l’Europa ha il maggiore PIL, le maggiori risorse finanziarie, la maggior produzione culturale, ma ha il 30% del suo debito in mano ad investitori stranieri, e arriva a pregare il mondo intero di salvare l’Euro, e perfino ad avere un saldo negativo dell’interscambio culturale cogli USA.

Si impone una valutazione globale e corale degli scenari, che includa l’economia internazionale, il ruolo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, le politiche dei soggetti pubblici, le culture e le disponibilità delle imprese. Solo alla fine tutto ciò potrà tradursi, a nostro avviso, in progetti complessivi per l’Europa. Questo passaggio è un compito prioritario della cultura, che deve essere di stimolo alla politica. Solo da una base culturale condivisa si potrebbe rilanciare rapidamente un dialogo senza pregiudizi sul governo dell’Europa, interrottosi ingloriosamente con la bocciatura della Costituzione Europea.

E’infatti impensabile che i Tedeschi e altri Paesi nordici accettino di annacquare radicalmente la loro - vincente - cultura della stabilità per venire incontro alle difficoltà dell’Europa Meridionale, o che gli Slovacchi rischino le loro poche e sudate riserve per i “ricchi” Italiani, o che i Greci accettino gravosissimi sacrifici per salvare l’Euro, se non vi è la coscienza profonda di un comune spazio culturale, e, quindi, di un comune destino. In questa consapevolezza, si rivelerebbe l’assurdità della puerile visione secondo cui il problema si ridurrebbe al fatto che i mediterranei spendaccioni vorrebbero fare pagare i loro debiti ai Tedeschi intraprendenti e risparmiatori.

Coscienza comune che non ci sarà però mai finché il “mainstream” della cultura e dei media europei ignorerà aspetti fondamentali per gran parte d’Europa, che sono essenziali nell’ identità di molti popoli: per esempio, le antiche civiltà danubiane e dell ‘Europa Centrale e Orientale,  islamiche e ebraiche in Europa; gli antichi progetti di unificazione europea; gli stessi rudimenti della filologia germanica o slava. Al punto che l’Europeo medio conosce molto meglio Manhattan che non Berlino, Varsavia o Istanbul; la Guerra del Vietnam che non la storia di Solidarnosc. La stessa idea di libertà, che dovrebbe essere al centro dell’identità europea, viene rappresentata in modo così retorico da trasformarsi in omologazione, conformismo e arroganza. Perché mai il cittadino dovrebbe sacrificarsi per questa Europa?

Quindi, innanzitutto, incremento dei contenuti europei nell’insegnamento delle lingue, della storia, dell’arte, delle religioni, dell’economia e della geografia, e il sostegno a quelle produzioni mediatiche che contribuiscono alla conoscenza reciproca fra gli Europei. L’attuale spinta all’incremento del contenuto tecnico dell’educazione non è di ostacolo, bensì di stimolo, a quest’accresciuta offerta culturale. Un ottimo esempio di ciò è costituito dalla Media Literacy caldeggiata dall’ Unione Europea, che può divenire un eccezionale strumento di diffusione della cultura europea “tout court”.


II.  UN PROGRAMMA ITALIANO DI CULTURA EUROPEA PER IL RILANCIO DELL’UNIONE.

1.    Le priorità

Quali dovrebbero essere, allora, le priorità?

a)      occorre sostenere (per esempio con la creazione di un’Accademia Europea) lo studio e il dibattito a tutto tondo sulle sfide in gioco a livello mondiale, con una visione globale della cultura, che comprenda tutti i settori, dalla cultura “alta”, alla libera creatività dei cittadini;dalla cultura tecnica a quella umanistica; dalla cultura occidentale contemporanea a quelle dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica; da quella scientifica a quella filosofico-estetica; da quella religiosa a quelle del lavoro; da quella politica a quella del management;

b)      quindi, passare da una cultura da “flaneurs” disincantati , a una cultura di cittadini impegnati, i quali ,come già a suo tempo nelle culture classiche, nel loro fare filosofia o arte, economia o letteratura, musica, ricerca scientifica o management, tengano sempre presente la loro responsabilità di contribuire al chiarimento delle grandi questioni della società (che oggi sono questioni europee e anche mondiali), e lo facciano, quando necessario, anche con il sacrificio personale;

c)      nel fare ciò, non è, oggi, il momento per i dogmi: si incontrano e si scontrano popoli nuovi e diversi, nuove culture, nuove generazioni. Non vi è nessuna ragione per privilegiare il nuovo rispetto a ciò che è consolidato, ma neppure viceversa, dichiarando “non negoziabile” l’insieme dell’esistente;

d)      poi, la politica, lungi dall’arroccarsi nella pretesa di essere la sola depositaria delle culture politiche e sociali, dovrà ora aprirsi al dibattito con la cultura e con la tecnica, sui fini della politica e sul contesto auspicabile di un nuovo sistema mondiale, su una nuova Europa che dovrà occuparsi anche, e soprattutto, di scuola, di nuove tecnologie, di media, di lavoro, di politiche industriali, di politica estera e di difesa;

e)      infine, anche la cultura ufficiale dovrà uscire dal corporativismo, dal tecnicismo e dal mercatismo, e avere nuovamente il coraggio di impegnarsi nel dibattito sulla res publica, e di confrontarsi con i non addetti ai lavori, e, in generale, con i cittadini:”La democrazia partecipativa, i blog, i siti web, Facebook, Twitter, impongono che le scelte siano passate al vaglio di ampie discussioni, in Rete e non solo lì”;

f)       per concludere, alla luce delle risposte ai punti precedenti, la politica dovrà compiere un’opera sensata e trasparente di programmazione delle risorse per la cultura, la scuola, la ricerca scientifica, il terziario avanzato, il territorio, il turismo, a livello europeo, nazionale, locale, ripartendo i compiti fra pubblico, privato e terzo settore, in modo da adeguarsi alle risultanze di quel grande dibattito.

Tutto ciò, date le urgenze, non può avvenire in sequenza, bensì dev’essere fatto in parallelo.


2.    Spunti di programma

Riteniamo che si possa fin d’ora immaginare che un vero programma culturale dello Stato Italiano debba  comprendere:

-        una campagna per la piena attuazione  dei Titoli XII e XIII del Trattato di Lisbona, in materia di educazione, formazione e cultura e, in particolare, di media, scuola, ricerca scientifica, promozione internazionale del turismo europeo;

-     la razionalizzazione degli strumenti europei in materia culturale, con l’alleggerimento della burocrazia e il coordinamento con gli strumenti in materia di formazione, di ricerca scientifica, con le politiche regionali e strutturali, soprattutto nelle aree delle tecnologie per i media, della valorizzazione del territorio, della mobilità intelligente, dell’intelligenza artificiale, dello spazio e della cibernetica;

-        il lancio di nuovi progetti europei come Galileo, che è partito proprio adesso, verso i quali canalizzare gli sforzi tecnologici anche delle imprese minori, che solo in tal modo possono essere elevate a livello di avanguardia;

-        la sponsorizzazione della nascita (possibilmente in Italia), e sfruttando anche risorse esistenti:

          -   di un’Accademia d’ Europa che, al di là della formazione superiore, costituisca uno spazio di incontro ai massimi livelli fra studiosi, dirigenti e cittadini sui temi della cultura - umanistica, sociale, culturale e artistica - europea;

          -   di un Museo Virtuale dell’Europa, capace di far conoscere a tutti i cittadini europei, mettendo in rete il patrimonio culturale italiano come punto di partenza per comprendere l’infinita ricchezza e diversità della storia e della cultura europea;

-        il rafforzamento, nelle scuole di ogni ordine e grado, dei contenuti europei di tutte le materie di insegnamento, attraverso progetti concreti,eventualmente connessi a “Media Literacy” come “Introduzione al multiculturalismo”, “Storia della cultura europea”;”L’Europa e le sue Regioni” ;

-        il rafforzamento del coordinamento dei curricula, in modo da favorire al massimo la mobilità intraeuropea degli studenti e dei laureati;

-        l’aggiornamento dei contenuti degli insegnamenti tecnici e umanistici, per farvi rientrare anche tutte quelle nuove materie senza le quali non è oggi possibile, né una seria riflessione culturale, né una sana strategia d’impresa, né l’accrescimento della produttività, né la capacità di promozione internazionale: informatica, linguistica, in particolare delle lingue europee e orientali, neuroscienze e bioetica; diritto internazionale comparato; cibernetica; culture comparate; risparmio energetico, eccetera;

-      l’applicazione delle migliori pratiche di formazione dei Paesi europei “vincenti”, come per esempio il numero chiuso, i prestiti d’onore e l’uso massiccio dell’apprendistato, secondo il modello tedesco;

-      il coinvolgimento permanente dei mondi della cultura, della scuola, della ricerca scientifica, delle industrie creative e di alta tecnologia, del terziario avanzato, del turismo, in “Stati Generali Permanenti della Cultura per l’ Europa”,


Questi miglioramenti hanno carattere qualitativo, non quantitativo. Di conseguenza, essi non richiedono risorse aggiuntive, ma permettono grandi razionalizzazioni, soprattutto se attuati insieme agli altri Europei e battendosi per lo snellimento della burocrazia per fare fronte alla crisi.

Altro strumento per fare fronte alla crisi, il fare un maggiore ricorso alla creatività dei cittadini e delle imprese, che non avranno difficoltà ad aprire i cordoni della borsa se la cultura da loro autoprodotta sarà trattata su un piede di parità con quella prodotta da istituzioni ufficiali, e in modo tale da aprire anche ad essi le porte della visibilità e dei mercati culturali.





martedì 25 ottobre 2011

UN PROGETTO POLITICO PER LA GIOVENTU' ESASPERATA

 
Necessary New Grounds for an authentic Movement of the Youth
Des nouvelles bases nécessaires pour un mouvement authentique de la jeunesse
Neue Grundlagen fuer eine authentische  Bewegung der Jugend unabwendbar
Di fronte ai macroscopici fallimenti delle promesse  del "modello occidentale" ci siamo a lungo stupiti dell'indifferenza con cui l'opinione pubblica e, in particolare, i ceti, le nazioni, e le generazioni, più svantaggiate accettano qualunque cosa senza reagire.

Da un lato, la promessa di sempre più  abbondanti beni materiali, dall' altra la riduzione, di anno in anno, delle prospettive di lavoro, di guadagno, di risparmio, di investimento. Da un lato, la garanzia della "Pace Perpetua": dall' altra, un investimento militare complessivo quanti altri mai vi furono nella storia, per finanziare guerre supertecnologiche e, comunque, con centinaia di migliaia di soldati (e di morti): in Afganistan, in Irak, in Libia, ecc...

La spiegazione è che quel progressivo accrescersi del conformismo, che già avevano pronosticato Tocqueville, Stuart Mills, Baudelaire e Nietzsche, è giunto, oramai, a paralizzare ogni capacità di pensiero critico costruttivo ed ogni possibilità di azione politica non manipolata da persuasori occulti.

I cittadini, solo apparentemente liberi, sono formati sulla base di luoghi comuni ripetuti senza persuasione da una scuola massificata e da mezzi di comunicazione di massa che sono semplici cinghie di trasmissione del potere.

Il convergere di intolleranza ideologica, sapere specialistico e mancanza di rigore nello studio portano all' incapacità di costruire un discorso coerente e completo e di immaginare un' azione collettiva solidale, efficace e a lungo termine.

Il "timore per il proprio status", che già Tocqueville aveva denunziato come la caratteristica prevalente delle società democratiche, impedisce di esprimere opinioni veramente alternative, le quali ultime non riuscirebbero comunque a farsi sentire per effetto della "congiura del silenzio" della maggioranza. 

Gli intellettuali, frustrati da quanto sopra, ed in preda ad un pur comprensibile "Selbsthass", divengono strutturalmente incapaci di uscire dalla sterile ripetizione di vecchie geremiadi. Altro che formulare idee nuove, progetti alternativi, strategie di trasformazione! Non sembrano  più possibili, né un Hegel, né un Marx, né un St.Simon, né un Nietzsche, ecc...

Così stando le cose, costituisce comunque un segno positivo che abbiano fatto la loro comparsa sulla scena mondiale nuovi movimenti giovanili di contestazione. Non che anch'essi non mostrino molti ed evidenti segni di senilità precoce , dalla stantia retorica assembleare alle mascherate "tipo stadio", al linguaggio vetero-sessantottesco, alle eterne, sempre eguali, diatribe fra i "pacifici manifestanti" e i "black block".

Che cosa manca dunque a questo movimento?

Primo: un'analisi storica: "che cosa sta succedendo?"

Secondo, uno sforzo di interpretazione: "perchè?"

Terzo, uno slancio profetico:" potrebbe essere diverso?"

Quarto, un'affermazione di volontà: "come vorremmo che andassero le cose?"

Quinto,una strategia: "che cosa intendiamo fare affinché le cose vadano come noi proponiamo?"


Qualcuno potrebbe accusarci di un eccessivo disfattismo.Proviamo a dimostrare che mettere insieme tutte quelle cose non sarebbe una pretesa velleitaria, ma  sarebbe, invece, del tutto credibile che queste cose fossero pensate  e realizzate da parte di giovani intellettuali, come gli "indignados", che si pretendono "alternativi".


1.Le contraddizioni della tarda modernità

Il mondo in cui viviamo è tutto una continua contraddizione, non solamente per i fatti concreti che abbiamo denunziato, ma anche già dal punto di vista concettuale.

Tutti sostengono che la democrazia presuppone più di ogni altra cosa un'etica condivisa, ma poi nessuno sa trovare un fondamento per tale etica , la quale, nei fatti, non esiste, essendo la popolazione equamente divisa fra il più totale cinismo, l'ammirazione per la criminalità comune o politica, e opposti moralismi di matrice puritana o clericale.

Tutti sostengono che tanto lo Stato quanto le Chiese e i partiti devono "fare un passo indietro a favore del mercato", ma quegli stessi invocano, un giorno sì e l'altro pure, incentivi pubblici alle imprese, iniezioni finanziarie pubbliche alle borse , salvataggi delle stesse, ammortizzatori sociali, autorevoli interventi dei vescovi a favore dei più deboli, partiti più autorevoli e decisionisti.


Tanto il neo-liberismo internazionale quanto il keynesismo hanno con ciò mostrato i loro limiti, visto che l'uno porta all'implosione delle imprese (che pur si vorrebbero favorire, e invece vengono rese irreali, sfiancate, spolpate, fatte a pezzi, svendute, delocalizzate e liquidate), e il secondo all'ingessatura e al fallimento degli Stati (che dovrebbero essere il suo veicolo favorito, e invece vengono soffocati, paralizzati, beffeggiati, caricati di costi e di debiti, messi sul banco degli imputati o commissariati).

Ciò che sta accadendo non si spiega né in termini neo-liberistici, né in termini keynesiani, bensì solo in termini geopolitici. Questo incredibile mix di messianesimo e di imperialismo, di concentrazione di potere e di soft power, di fondamentalismo e di anti-autoritarismo, di parossistico leverage  creditizio  e di multinazionali inafferrabili, di deficit americano programmatico , di parità di bilancio europea e di surplus commerciale dei BRICS, ha potuto  sopravvivere  solamente grazie a  un' abnorme concentrazione del potere in Occidente, che falsa i termini del problema, ma non può più reggere, perchè non corrisponde più ai dati reali economici, demografici, culturali e militari.

E' ora in corso, attraverso infiniti scossoni,  un aggiustamento graduale, unica alternativa possibile alla Terza Guerra Mondiale.

L'"overstretching" dell' Occidente fa sì che neppure il "Quantitative easing", cioè stampare dollari all' infinito, riesca a fare ripartire l'economia americana, e che neppure il sostegno della "comunità internazionale" (comprese la Russia e la Cina, se non perfino l'Iran) permetta più alle truppe occidentali di vincere contro le guerre di popolo medio-orientali.

Questa situazione non può essere compresa né attraverso la "grande narrazione" marxista (che attribuiva alla globalizzazione un compito addirittura salvifico, non ammettendo, certo, la possibilità che essa potesse essere bloccata da popoli "arretrati"), né dalla teoria tecnocratica della modernizzazione (secondo cui tutti i Paesi avrebbero dovuto attraversare le stesse fasi storiche).

Le difficoltà economiche dell' Occidente derivano, in realtà, proprio dalla sua vittoria, la quale  rende manifesta l' "eterogenesi dei fini" della sua ideologia nello stesso modo in cui la vittoria dell' egemonia  marxista aveva messo in evidenza l' impossibilità della società comunista.

Rendere coerenti e razionali dall' alto i comportamenti di 6 miliardi di produttori e consumatori non è possibile, né attraverso "l'economia di amministrazione e comando" di un' internazionale comunista, né attraverso un mercato mondiale manipolato dalle lobbies di Wall Street.

Le società parziali e locali debbono poter cercare i loro sempre instabili equilibri con il concorso dell'economia, ma anche della cultura, della politica e delle religioni. Altrimenti, come al tempo delle rivolte di Berlino, di Poznan, di Danzica, si procede per strappi inconsulti dell'economia e per reazioni altrettanto inconsulte dfei cittadini .

2.La mancanza di senso

Solzhenitsin aveva già dimostrato che vivere in una società dominata da un'ideologia estrema porta a "vivere nella menzogna", in un mondo irreale e insostenibile. Lo stesso sta accadendo ora a noi.

Le spiegazioni del modo in cui ci stiamo comportando diviene sempre più evanescente: dobbiamo fare certe cose perchè "lo chiedono i mercati", "lo chiede l' Europa". Ma sono i mercati e l'Europa a non sapere cosa che vogliono.

I meccanismi congiunti  della dematerializzazione dei titoli e della speculazione e fanno sì che l'andamento dei valori mobiliari (e perfino immobiliari) sia determinato da previsioni o comportamenti di politici o di esperti, che poco o nulla hanno a che fare con i beni negoziati. Una dichiarazione pessimistica della Merkel sulla Grecia può fare crollare la Borsa di Shanghai.

Anche "l' Europa" non esiste, perchè la cultura che viene spacciata per europea è in realtà americana, e la forza obiettiva dell'affinità dei popoli e della continuità del diritto non basta a formare delle decisioni politiche se  non vi sono leaders dell' Europa che si sentano veramente tali.

Occorre  vedere la realtà di quanto sta succedendo veramente : leprogressive onde di assestamento dell' economia, ma anche della cultura e della politica, da Est a Ovest. Il passaggio dei BRIC, da importatori e consumatori di beni, di capitali, tecnologia, ideologia, ad esportatori netti. La necessità di adeguarsi, non tanto ai livelli salariali e alle condizioni sindacali degli operai (che rappresentano, tanto qui che là, una minoranza della popolazione, e che comunque si stanno livellando), quanto con una nuova e diversa apertura mentale delle classi dirigenti e tecniche, che devono diventare capaci di apprendere le lezioni dei BRICS.

3.Un progetto civile veramente nuovo.

Un noto anchorman, con origini nell' estrema sinistra, intervistando uno studente "indignato"  ha interrotto quest'ultimo, terrorizzato, perchè, a suo avviso, dalle confuse e stereotipate parole dello stesso sarebbe emersa un' idea "di...rivoluzione!". Parola ormai impronunciabile, e forse giustamente, perchè priva ormai di significato. Le rivoluzioni sono già state fatte, ma hanno cambiato ben poco.
Quindi, un nuovo progetto civile può, e, a nostro avviso, deve, essere seriamente innovativo, ma non può rifarsi alla vecchia pretesa di costituire il definitivo e risolutivo progresso dell' Ummanità. Essa deve essere volta a risolvere i nostri problemi di oggi, non già quelli dell' umanità in assoluto. Problemi che sono il controllo e il disciplinamento non più dell' uomo da parte dell' apparato, bensì dell' apparato da parte dell'uomo. Attraverso un reale autogoverno legato alle tradizioni culturali e locali. Attraverso un reale federalismo fra popoli affini. Attraverso la coesistenza pacifica fra culture diverse.Attraverso la diffusione di una cultura tecnico-umanistica capace di fronteggiare adeguatamente le macchine, e una rigorosa meritocrazia, capace di portare al vertice delle strutture sociali soggetti capaci di comprendere e indirizzare processi complessi come quelli attuali.

4.Un progetto culturale e politico

L'enorme confusione di identità e ideologie: libertà e nazione, classe e umanità, occidente e oriente, conservazione e rivoluzione, ricchi e poveri, capitalismo e socialismo, modernità e antimodernità, laicismo e fondamentalismo, operai e borghesi, rende impossibile comprendersi e confrontarsi.

Occorre intanto ritrovare un senso autentico e condiviso delle parole.Come per Confucio, una nuova era parte dalla riforma dei nomi.

Poi, un nuovo concetto del politico, che parta dalla complessità dell' essere umano, nelle sue caratteristiche razionali ma anche irrazionali, comunitarie ma anche individuali.

La società non deve avere come unico obiettivo lo sviluppo senza regole della produzione scientifica e tecnica, bensì una vita equilibrata dei cittadini. Le innovazioni tecnologiche e sociali, per quanto inevitabili, vanno introdotte solo quando non solo se ne sia esclusa la dannosità, ma se ne siano anche individuate l'utilità e il controllo.

Non è ammissibile che né l'economia, né la politica, ci sorprendano in ogni momento con novità impreviste e ineluttabili. Gli intellettuali devono reimparare a ragionare in termini di infinità, ipoltici a livello strategico, gli economisti a lungo termine, e gli stessi imprenditori almeno a medio termine.

I Paesi che hanno una cultura di questo tipo, come l'India, la Cina, e, in Europa, la Germania, sono quelli che risultano, oggi, vincenti.

Essendo, noi, in Europa, abbiamo molto da impararte dalla Germania: la sua "azione concertata", la sua "cogestione", la sua "concezione istituzionale dell' impresa", la sua valorizzazione della formazione in tutti i suoi aspetti.

 6. Esiste un percorso possibile per questa generazione?

Certo, anche il superamento delle difficoltà dell' oggi non è un fatto di breve periodo. Le nuove idee hanno bisogno di tempo per affermarsi. Lo strepito delle manifestazioni non è l'accompagnamento più opportuno per la nascita di nuove idee, che le nuove élites devono imparare a maturare nella solitudine, partendo dai massimi sistemi per arrivare poi alla politica propriamente detta. Ed  anche in questa, ci dev'essere un processo di apprendimento, che parte dalle cose più vicine, la città, l'identità, l' Euroregione, l' Europa.

Solo allora sarà possibile un confronto autentico e ad armi pari con gli idoli del presente.



venerdì 19 agosto 2011

UN GOVERNO ECONOMICO PER L'EUROPA?

Not just Economy, but Politics
Non seulement de l' économie, de la politique
Nicht nur Wirtschaft, sondern Politik.


L'esito dell' incontro di Mercoledì 16 fra Angela Merkel e Sarkozy è stato catastrofico per i mercati: in luogo di "un governo europeo per l' economia", degli "Eurobond" e della "Tobin Tax", sono uscite dall' incontro solo vaghe promesse di incontri periodici al vertice.

1.La bozza di Eurobonds 
Invece, è bastata, il 18,  una risposta del commissario europeo Olli Rehn al Parlamento Europeo circa una bozza, in preparazione, di direttiva sugli Eurobond, perchè le Borse aperte in quel momento invertissero la loro tendenza, riducendo drasticamente le perdite di una giornata partita in rosso.

Ciò dimostra, intanto, che le buone idee e l'attivismo politico sono la merce più rara e più richiesta, e che la Commissione e il Parlamento Europeo possono fare, per l'economia, europea e mondiale, di più dei "leaders" dei più importanti Stati nazionali. A condizione, ovviamente, che, alle parole, seguano i fatti.

E, tuttavia, mentre cogliamo l'occasione per spezzare una lancia a favore  degli Eurobonds, e ci complimentiamo con il Commissario Rehn per l'ottima iniziativa, non possiamo astenerci dal considerare che l'insieme delle vicende, spesso inspiegabile, di questa crisi, si spiega, a nostro avviso, con considerazioni extraeconomiche.

2.When China Rules the World

In termini generali, la crisi costituisce l'aspetto esteriore, enfatizzato dai riti dell' economia globalizzata, di un aggiustamento strutturale che vede il passaggio della leadership economica dagli Stati Uniti ai Brics. Questo passaggio ha le sue criticità, le sue metodologie e le sue tempistiche. Nelle sue linee generali, sta già avvenendo.

All' interno dell' economia occidentale, la perdita di prospettive deriva da una riduzione delle aspettative. aspettative che, fino ad oggi, erano quelle di una crescita infinita trainata dal progetto millenaristico americano di un'Umanità resa "quasi immortale" e "quasi perfetta" dalla Scienza e dalla Tecnica.Questa prospettiva tiene coeso l' Occidente, ispira l'azione politica e militare, rende accettabile un sistema economico che si regge sul permannte squilibrio, nobilita ancche i lati meno accettabili di un modello di vita economicistico e precario.

3.Indifferenza degli Europei

La minor tensione dell' Europa si giustifica con il fatto che quel progetto è americano, non europeo. L'ideologia della "Pace Perpetua" maschera la perdita di autonomia dell' Europa, che ha come contropartita l'impossibilità di guerre e rivoluzioni all' interno della NATO. Nello scambio politico con l' America, l' Europa rinunzia a una propria progettualità, e, in cambio, ottiene la possibilità di economizzare su difesa e  sistema finanziario, senza essere condannata a seguire le dure regole del sistema americano.

4.Dialettica della crisi

Tuttavia, questo intero armamentario rischia di divenire obsoleto. La cieca fiducia nella marcia vittoriosa della missione americana è stata scossa dalle guerre inutili e dalle crisi a ripetizione. Restano tuttavia un'ideologia consolidata, un esercito che non ha eguali nella storia, un mercato finanziario che coordina le economie del mondo intero. Tuttavia, non è più certo che "il XXI° Secolo sarà americano",come sosteneva Valladao, e l' America ha, come minimo,  bisogno del consenso dei BRICS per mantenere le proprie posizioni.

Nella situazione di ridimensionamento in cui si trova, e in cui costringe il mondo intero, l' America non può fare sconti a nessuno, tanto meno all' Europa, che non dispone di alcuna credibile arma negoziale. Le necessità di aggiustamento ("sacrifici"), per quanto modeste, non possono essere sopportate dagli Europei, perchè, al di là del mediocre compromesso con l' America, essi non dispongono di una solida idea fondatrice.

5.Sacrifici perchè?
Gli Europei non sanno perchè dovrebbero fare sacrifici. Per permettere la prosecuzione del progetto americano? Per sopravvivere? Ma quali sono le cose che servono per sopravvivere? Nessuno lo dice chiaramente.
E' invece proprio di qui che si dovrebbe partire. Un'idea-guida  (sia essa una credenza religiosa o un'ideologia), è indispensabile per tenere in piedi una società. Gli Europei non hanno questa idea comune. L'ideologia della "Pace Perpetua", già poco credibile in astratto, si è infranta dinanzi alla ex-Jugoslavia, all' Afganistan, all' Irak, alla Libia. E, comunque, non detterebbe in nessun caso regole comportamentali in tantissimi campi, in primis in quello economico.

6.Alla ricerca di una ragion d'essere.

Una volta crollato il mito dell' America "paese leader del mondo libero", e, di conseguenza, anche la speranza di poter continuare a sopravvivere sotto le ali di un fantomatico "Occidente", l'Europa sarà costretta a cercarsi una ragion d'essere. Ragion d'essere che non potrà sorgere se non come reazione a questa fase in cui, in nome di un benessere un po' stantio, si sono sacrificate l'armonia, l'autenticità, la creatività, l'umanità, la cultura.

L'Europa aspirerà a permettere a tutti di esprimere la loro personalità, senza l'obbligo di adeguarsi a un "Pensiero Unico" conformistico, senzal'ansia di stare dietro alle stressanti e mutevoli esigenze dell' economia, senza la continua imposizione di mode dal sistema mediatico.

Questa possibilità di esprimere la propria autenticità non è venuta dall' individualismo di massa, che ha portato solo incertezza, ansia, povertà, disoccupazione, criminalità. Essa andrà ricercata in una società che parta dalla ricerca dell' equilibrio, fra cura dell' anima e impegno nelle cose, fra cultura e tecniche, fra politica e economia, fra élites e ceti sociali, fra religioni e libertà di coscienza, fra Stato e privati, fra pubblica amministrazione e impresa, fra pubblico e privato, fra piccolo e grande, fra universale, europeo, regionale e locale.

7.Riordinare la scala delle priorità

In una siffatta società, il ruolo di leadership dovrebbe essere riconosciuto non già all' economia (sia essa costituita dal capitale o dal lavoro), bensì alla cultura, alla religione e alla politica.

Anziché i "tagli alla cultura", l' Europa di domani dovrà garantire alla cultura creativa modi di sussistenza che ne garantiscano l' autonomia. Solo una cultura autonoma saprà proporre agli Europei obiettivi appetibili, che, posti in concorrenza fra di loro, possono ispirare l'azione propositiva della politica. Una classe politica alleggerita, distribuita in modo organico fra Europa, Euroregioni e livello locale, con una larga partecipazione dei cittadini, potrà interopretare le istanze della maggioranza senza comprimere le minoranze, con progetti autorevoli, che i legislatori e l'Amministrazione possano tradurre tempestivamente in istituzioni e norme.

Le imprese, pubbliche e private, dovranno essere indirizzate, dal legislatore europeo, verso grandi progetti europei , come il rilancio della "cultura alta", lo scambio culturale, le industrie culturali, le alte tecnologie, l'economia sostenibile, la difesa del patrimonio culturale e ambientale, la salute, la famiglia, l'aiuto ai poveri e ai Paesi in difficoltà.

Le grandi imprese europee dovranno coalizzarsi o fondersi, in modo da essere competitive con i grandi concorrenti degli altri Continenti e da essere partner credibili per l' Europa nella realizzazione di progetti come le Accademie Europee, i curricula scolastici e professionali europei, un'industria europea dei media, la Politica Estera e di Difesa Comune, l'aerospaziale, l'ICT,  le bioscienze, l'Alta Velocità, le Energie Rinnovabili,l'urbanistica sostenibile, il turismo culturale, la finanza etica, ecc..

Tutto ciò potrà permettere una ragionevole distribuzione delle risorse, concordata fra i livelli centrale, regionale e locale, fra Stato, Amministrazione, grande impresa, piccola impresa, terzo settore, privati, volontariato, in modo da garantire la piena occupazione nel rispetto delle imprescindibili esigenze della meritocrazia e della necessità di sfruttare al meglio le vocazioni di ciscuno.

L'economia non potrà essere lasciata a briglia sciolta in balia dei mercati internazionali. L'Europa è così grande da poter costituire un autonomo "polo" dell' economia mondiale, con proprie finalità storiche, proprie regole di mercato, proprie risorse finanziarie, propri gruppi produttivi, una propria scuola di management, propri standard organizzativi e produttivi. Essa si interfaccerà tanto con gli altri grandi Stati continentali, quanto con i gruppi multinazionali, ma nella salvaguardia della propria sovranità e riservandosi il diritto di essere determinante in tutte le grandi scelte mondiali.

8.Un nuovo sistema politico
Per realizzare una società di questo tipo, sarebbe necessario strutturare i sistemi di governo in modo sostenibile e vicino ai cittadini, cercando di  concentrare le competenze nei luoghi dove esse sono più naturali. A livello locale, occorrerà sfruttare le energie della democrazia diretta, dei giovani, del volontariato. A livello regionale, occorrerà puntare sulla professionalità, la rappresentatività, l'organizzazione politica; a livello europeo,la delega, le élite della cultura e del lavoro, la multiculturalità e la decisionalità.

9.Un difficile percorso

L'Europa non potrà raggiungere una siffatta strutturazione senza una ben precisa fase di maturazione, che parta dallo studio delle basi culturali, che passi poi ad una fase di dialogo culturale e politico, per poi attraversare una fase di associazionismo diffuso, intorno a precisi nuclei programmatici. Solo allora, si potrà affrontare su basi nuove la lotta politica, con una strategia di progressive aggregazioni intorno all' ideale europeo, che garantisca un' unità di impulso nella massima pluralità di ispirazioni.

Un movimento politico siffatto dovrebbe percorrere tutte le necessarie strade istituzionali (regioni, euroregioni, stati nazionali, istituzioni europee) per impostare un programma di riforme istituzionali ed economiche in linea con quanto sopra, una serie di iniziative concrete (culturali, legislative, imprenditoriali, tecnologiche, amministrative), per avvicinarsi al modello di cui sopra.

10.Un'Europa libera, autentica e autorevole
Soprattutto, tale movimento dovrebbe guadagnare all' Europa la propria autonomia (culturale, politica, economica, militare) dal mondo globalizzato, e, in particolare, dall' Occidente. "A regime", l' Europa dovrebbe divenire, con alcune altre aree del mondo, l'attore privilegiato, nell' ambito di un rinnovato sistema di Organizzazioni Internazionali, del sistema decisionale sulle grandi questioni che riguardano il futuro del mondo (cultura, natura e tecnica; le alte tecnologie; la tutela della pace e delle minoranze; lo sviluppo della cultura e il dialogo interculturale; il commercio e la finanza internazionali; la tutela dell'ambiente; la fame nel mondo, ecc...).

11.Non dimenticare i problemi del presente

Tutto ciò richiederebbe, anche nella migliore delle ipotesi, parecchi anni. Che non sarebbero, certo, un periodo di riposo per chi volesse intraprendere quest'avventura. Ma durante i quali, certamente, non si risolverebbero i gravi problemi dell' Europa di oggi.

E' tuttavia possibile, a nostro avviso, immaginare un cammino parallelo:mentre il movimento per il rinnovamento dell' Europa procede nella creazione di questo nuovo patrimonio di idee, di esperienze e di proposte, esso potrebbe (e dovrebbe) riversare nell' arena pubblica le proposte che si andassero via via formulando.

Cosa che noi stiamo tentando di fare con questo blog e con il blog http:www.europestwolungs.blogspot.com

Tornando agli Eurobonds e alla Tobin Tax, sen'altro sarebbero delle buone idee, non tanto per delle considerazioni teniche, che non siamo in grado di valutare, quanto perchè darebbero all' Unione un leverage effettivo che oggi non hanno. Orbene, è impossibile pensare che l' Europa possa avere un impatto reale sulla realtà (e, in particolare, sull' economia) se non ha alcuno strumento per operare. Già l'idea del vincolo di bilancio fa riflettere, in quanto priva l' Europa di quei margini di libertà che hanno i suoi grandi competitors, l' America e la Cina.

12.Il "piano inclinato" non basta

Ci sono, poi, i sostenitori della teoria del "piano inclinato", secondo cui, seppure in  modo casuale, è inevitabile che l'Europa divenga sempre più unita. Costoro ci ricordano i sostenitori delle "Quattro Modernizzazioni" di Talcott Parsons, secondo cui sarebbe  inevitabile che tutti i popoli si modernizzino con le stesse modalità. Crediamo anche noi che, indipendentemente da un'azione politica determinata, si realizzerà comunque, nel tempo, una maggiore omologazione fra le varie parti d'Europa. Ma questo è un effetto della globalizzazione, non già dell' Unione Europea. Al contrario, se l' Europa ha un senso, questo dovrebbe essere quello di rendere possibile, qui, un certo modo di convivenza che è diverso da quello di altri Continenti, e, pertanto, anche da quello del mondo globalizzato. In questo senso, il tipo di omologazione che viene indotto dalla globalizzazione va in una direzione opposta a quello in cui dovrebbe andare l'integrazione europea.

Per questo, si rende più che mai necessaria una specifica azione culturale e politica, che indirizzi il futuro dell' Europa secondo i desiderata degli Europei, non già secondo le inclinazioni pseudo-obiettive della globalizzazione. 

Se, poi, invece, preferiamo, come oggi,  la dittatura dei media, le guerre fuori dell'Europa che si trascinano senza alcun obiettivo, la decadenza della nostra antica cultura, lo smantellamento della scuola, dei servizi pubblici e delle grandi imprese, i crolli finanziari, la disoccupazione di massa, allora, non facciamo pure nulla e aspettiamo di vedere come le cose andranno per conto proprio.