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martedì 21 settembre 2010

CIVILISACHON VALDOTENA

The Week of the Festival of Aosta Valley , a Strong Occasion for Reaffirming European Minorities Rights.La semaine de la Fête de la Vallée d’Aoste a constitué une occasion exceptionnelle pour la réaffirmation des droits des peuples minoritaires.Die Woche des Aostatalsfests eine ausserodeutliche Angelegenheit Rechte der europäischen Minderheitsvölker zu behaupten.

È singolare come perfino in una Regione confinante con la Valle d’Aosta, e con una profonda comunanza storica con la stessa, come il Piemonte, si ignori la vera e propria “rivoluzione culturale” che si sta compiendo nella Valle (anche se in mezzo a profondi conflitti e differenze di opinione).

È noto come, storicamente, la Valle d’Aosta abbia, da sempre, costituito un “quid unicum”, non solamente in Italia, bensì anche nell’ambito degli Stati di Sardegna("ducatum istum non esse citra neque ultra montes sed intra montes"). Stati a cui cominciò ad appartenere poco dopo il 1000, sotto Umberto Biancamano .

La Contea (Ducato) di Aosta godette sempre di una grande autonomia, che ebbe la sua maggiore espressione nei Conseil des États de la Vallée d’Aoste, un vero “Parlamento” di “Stati” (secondo il modello medievale), il quale non cessò mai dalle sue funzioni fino alla Rivoluzione Francese, anche se, nel Settecento, con le "Royales Constitutions", il Re di Sardegna tentò di ridurne l' autonomia.

Non soltanto, ma Aosta possedeva anche, come precisa una targa esposta nel “Palais des États”, un autonomo esecutivo, i “Conseil des Commis”.Il tutto completato dal Bailli (Podestà) del Duca di Savoia e dal Vescovo di Aosta, con ampie prerogative.

Dopo l’Unità d’Italia, i Valdostani furono particolarmente attivi nell’elaborazione della loro cultura, come, per esempio, da parte dell’Abate Cerlogne, poeta e ceodificatore della lingua valdostana, e da parte del comandante partigiano Emile Chanoux, che partecipò, tra l’altro, all’elaborazione, in piena 2ª Guerra Mondiale, della Carta di Chivasso, che anticipò il sistema delle Regioni Autonome. Chanoux fu caratterizzato per altro da un vero e proprio nazionalismo savoiardo-valdostano, che trova espressione nel manifesto "L' Esprit de Victoire", ch'egli lesse al Comité de Libération di Aosta, il primo Comitato di Liberazione d' Italia. Chanoux fu ucciso dai Tedeschi poco prima della fine della guerra.

Sempre a cavallo della 2ª Guerra Mondiale, Federico Chabod, professore all’Università di Torino e anch'egli comandante partigiano, pubblicò due opere fondamentali per la storia dell’identità europea: “L’Idea di Nazione” e “Storia dell’Idea di Europa”. Chabod, per altro assente a Chivasso, fu l' estensore del contributo dei Valdostani alla Carta di Chivasso, primo documento del federalismo interno italiano e sui diritti dei popoli minoritari.

Nel 2° Dopoguerra, la Valle d’Aosta ottenne un regime di autonomia che costituì un esempio per i movimenti autonomistici di tutta Europa. Tradizionalmente, la Valle d’Aosta riuniva, sotto l’egida di un suo Collège d' Etudes Fédéralistes fondato da Corrado Gex, movimenti autonomistici dei popoli minoritari di tutta Europa. Incidentalmente, ricordiamo che Gex (che, oltre che deputato, era aviatore,tanto che gli fu dedicato l' aeroporto di Aosta, morì giovane in un incidente aereo che colpì l'aereo da lui stesso pilotato). L' indagine giudiziaria sull'incidente è stata recentemente riaperta.

Negli ultimi anni, l’iniziativa in merito alla tutela dei popoli minoritari era stata piuttosto raccolta da regioni della Mitteleuropa (Germania, Austria), e, poi, del Nord Europa (Frisia, Galles),le quali ultime gestiscono il centro Mercator di Leewaarden in Frisia Occidentale.Negli ultimi 2 anni, la Valle d’Aosta ha ricominciato a coltivare le sue vecchie ambizioni di costituire una sorta di catalizzatore , convocando ogni anno, nell’ambito del “Festival della Valle d’Aosta”, un festival dei popoli minoritari.

Quest’anno, nell’ambito del Festival, è stato organizzato un dibattito sulla globalizzazione, a cui hanno partecipato, oltre ai Valdostani, Catalani, Bretoni e Ladini.È singolare che le lingue dei popoli partecipanti (salvo il Bretone), fossero mutualmente comprensibili, tanto che il rappresentante catalano, Prof. Amigó, ha potuto tranquillamente tenere tutta la sua relazione nella propria lingua.A significare, a nostro avviso, che, dalla costa dell’Atlantico fino a Trieste, si estende un’area linguistico-dialettale sostanzialmente omogenea, che solo per motivi politici si è voluta distinguere in Galiziano, Aragonese, Catalano, Valenciano, Mallorquin, Aranese, Occitano, Franco-Provenzale, Gallo-Italico, Ladino e Friulano. Quest’area linguistica era caratterizzata, anticamente, dall’uso della Lenga d’Oc, nelle sue diverse varianti, come brillantemente esemplificato da Raimbaut de Vaqueiras, che scrisse liriche in cui intercalava Gallego, Guascone, Provenzale, Langue d' Oil, Ligure e Italiano del Nord.

I popoli minoritari godono, nelle Regioni coinvolte nel dibattito, di diritti, soprattutto culturali e linguistici, crescenti. Tuttavia, esse sono il teatro, più ancora di altri territori, del conflitto, attualmente in corso, fra, da un lato, l’omologazione indotta dalla globalizzazione, e, dall’altro, la resistenza delle culture locali.

La presenza di una forte immigrazione dall’Europa Orientale ed extra-comunitaria, aggiunge un’ulteriore variabile, che le regioni autonome minoritarie tentano di affrontare attraverso un’integrazione speciale, che, attraverso l’allargamento della comunità linguistica, includa anche i nuovi cittadini.

Come questa vicenda sia complessa è stato illustrato, soprattutto, nella seconda parte della Festa della Valle d’Aosta, la Fête du Patois, all’interno della quale si è esplorata la problematica specifica del Franco-Provenzale in Valle d’Aosta e nelle regioni confinanti (soprattutto, Vallese, Piemonte e Savoia).

Il problema del “Patois” (“Franco-Provenzale”) è di una grande complessità, in quanto ha a che fare: con: i concetti di “Lingua” e di “Dialetto”: con la categorizzazione delle “Lingue”; con i rapporti fra “lingua alta” e “lingua popolare”; con i rapporti, all’interno stesso delle Regioni Autonome, della Lingua “alta” nazionale (l’Italiano), della “Lingua Alta” alloglotta (il Francese), della "Langue du Cœur" (il Valdostano), il dialetto effettivo (quello dei singoli Comuni), le aree linguistiche affini (francoprovenzali), le parlate minoritarie nella Regione (Walser, Tedesco e Piemontese); con il rapporto fra “Civiltà alpine” e “Civiltà valligiane”, fra tradizione e globalizzazione, e così via.

La complessità di questo dibattito fa comprendere quanto siano riduttivi i discorsi politico-culturali in corso nella “grande stampa”, che ignorano questo fenomeno imponente delle “lingue e popoli minoritari” dell’Europa, ai quali appartengono all’incirca il 20% degli abitanti dell’Europa.Fa dimenticare anche come questi dibattiti eccitino ancor oggi le passioni dei Valdostani, divisi fra un autonomismo più o meno spinti e una visione più "italocentrica" della Valle d' Aosta.

Ricordiamo che vi sono in Europa più Rom, Turchi e Russofoni, che non Olandesi o Svedesi.

martedì 18 maggio 2010

LA FIERA DEL LIBRO DI TORINO: UNA RIBALTA PER L' IDENTITA' EUROPEA?


Turin's Book Fair, a Success Story Needing to Find Its Meaning.Le Salon du Livre de Turin, une vedette qui doit encore trovuer sa raison d' etre. Turiner Buchmesse, eine Erfolgsgeschichte die noch ihre Raison d'Etre benoetigt.





Si è appena concluso un Salone del Libro salutato unanimemente come un grande successo. Questo, però, nell' ottica dei grandi eventi, non già in quella del significato per così dire "geopolitico", come pretenderebbe, e, a nostro avviso, giustamente, lo stesso Presidente del Salone, On.le Picchioni.

Infatti, di anno in anno assistiamo all' ingigantirsi della manifestazione, con il moltiplicarsi dei visitatori, generici e professionali, e dei dibattiti/presentazioni, ma non aumenta, a nostro avviso, il significato del Salone nell' evoluzione dell' Industria culturale.

Sono stati citati, giustamente, i saloni di Francoforte e di Londra, ai quali il nostro viene sempre più spesso accostato. Tuttavia, quei due Saloni hanno un effettivo respiro internazionale, l' uno, di carattere veramente mondiale, l'altro, dedicato essenzialmente alle produzioni di lingua inglese.

Il Salone di Torino resta il più grande salone italiano, come quelli di Parigi e di Mosca sono, rispettivamente, il più grande salone francese ed il più grande salone russo.

A Torino, la presenza degli editori esteri, incrementatasi nella parte professionale (mercato del "copyright"), è scomparsa nella parte aperta al pubblico.

Il "Paese Ospite d' Onore" ha un significato modesto, perchè la sua presenza si traduce in una serie di incontri e conferenze, mentre la produzione libraria esposta è veramente poca cosa.Ciò vale in particolare per lo stand indiano di quest' anno.

In questo, come in tutti gli altri campi, la differenza potrebbe essere data dall' Europa - parola che, come al solito, tutti si guardano dal pronunziare-.


1)Memoria e identità


Quanto sopra va inserito nel mutamento epocale in corso nel clima culturale, di cui lo stesso Salone non può non essere un riflesso.

Quando lo visitavamo per le prime volte all' inizio degli Anni '90 del XX° secolo, le tematiche preferite erano ancora di carattere prettamente "sociale", oppure di scrittura disimpegnata. Con il passare degli anni, i temi ufficiali del Salone si sono sempre più avvicinati alla cura postmoderna per le identità.

E' noto quale stretto legame vi sia fra identità e memoria. Quanto, poi, alla specifica identità europea, è chiaro il peso che in essa ha la "memoria culturale" (cfr. Jan Assmann).

Nell' edizione di quest' anno, identità e memoria sono presenti un po' dovunque.

Ci limiteremo, per altro, ad evidenziare alcuni dei temi trattati:

-modernità e antimodernità;

-identità indiana;

-identità piemontese.


2)Moderno, antimoderno, di Cesare De Michelis


Al Salone è stato presentato il nuovo libro di Cesare De Michelis , cultore della letteratura italiana del '900 e A.D. della Casa cEditrice Marsilio.

Moderno, Antimoderno si inserisce negli studi sugli "Antimoderni", che si stanno sviluppando in tutto il mondo (citiamo gli studi di Bhabha e di Compagnon).

L'approccio di De Michelis si differenzia per altro da quello di Compagnon:

-lo studio di De Michelis si riferisce alla letteratura italiana del '900, mentre quello di Compagnon esssenzialmente a quella francese dell'800 e '900;

-per Compagnon, la maggior parte degli intellettuali europei a partire dal Medioevo sono antimoderni, anche se in politica sono spesso "progressisti". Invece, a rovescio, per De Michelis, la maggior parte degli scrittori Europei del '900 (che attraversano Avanguardie, "fascismo di sinistra" e "egemonia culturale marxista"), è fanaticamente modernista, anche se proprio i suoi eccessi la portano di tanto in tanto a cogliere gli errori del modernismo;

-per Compagnon, non vi è frattura fra moderno e postmoderno, in quanto i "moderni" erano, in realtà, "antimoderni"; per De Michelis, la frattura c'è, perchè la caduta del muro di Berlino (paragonata a un vero e proprio terremoto) ha scosso le certezze progressistiche dei "Modernisti", senza che emergano nuove tendenze.Si tratta di ricostruire, ma anche qui sono possibili due scelte alternative: ricostruire una "città ideale", come dopo il terremoto di Gibellina, o ricostruire tutto come era anticamente, come dopo quello del Friuli. De Michelis esprime la sua preferenza per la seconda modalità, anche se non capiamo che cosa questo significhi. Infatti, secondo l' "Autore", prima delle Avanguardie c'erano "la pace e la democrazia", mentre, invece, la storia ci dice che c'erano le guerre coloniali e balcaniche e aspre lotte sociali, e la stessa parola "democrazia" era praticamente sconosciuta, mentre si parlava piuttosto di "monarchia" o di "liberalismo".Infine, De Michelis, con Péguy, insiste sul fatto che il problema di fondo è il crollo della società contadina. Ma allora, come si fa a ricostruire tutto come prima?

Ci compiacciamo certamente di questi studi, che si allineano sul tipo di interessi che contraddistinguono. Tuttavia, ci piacerebbe vedere più precise proposte per il futuro.

3)Identità indiana

Chi invece sembra avere le idee più chiare sono gli Indiani, arrivati a Torino in forze in quanto "ospiti d' onore".

Avevamo già incontrato gli Indiani quali ospiti d' onore a Francoforte.

Ora sembra che abbiano affinato le idee sulla loro identità, che, come afferma Kudir Kumar, è "religiosa", "gerarchica", "familista", "comunitarista", ma anche pluralistica, al punto da affermare che non si può parlare di "Identità Indiana" perchè in India c' è di tutto.

Gli intellettuali indiani presenti alla Fiera hanno affermato la loro estraneità a certi luoghi comuni della cultura postmodernistica americana, secondo cui saremmo alla "Fine della Storia", alla "Fine dell' Ideologia".

Per l' India, questa non è la "Fine della Storia", bensì "un nuovo inizio"; per quanto riguarda, poi, l' "ideologia", per gli Indiani non esiste "un' Ideologia", ma, semmai "delle ideologie".

Venendo, infine, alle problematiche più specificatamente letterarie, la delegazione indiana ha presentato notevoli novità, sulle quali, nel loro piccolo, tanto Alpina quanto Diàlexis, si erano già concentrate negli anni passati, quando avevano organizzato a Torino i convegni sulla musica e la letteratura dell' India Meridionale. A quell' epoca, non esisteva ancora un' organizzazione precipuamente dedicata alla traduzione e promozione delle opere letterarie delle 250 "lingue nazionali" dell' India.Cosa che noi avevamo lamentato al convegno del Premio Grizane Cavour del 2007 sull' India.

Oggi, l' India ha creato una specifica organizzazione a questo fine. Tale nuova attività è la logica conseguenza di una linea di pensiero che prende atto, da un lato, della specificità dell' India come nazione pluralistica, e, dall' altra, della necessità di uscire dal monopolio della letteratura indiana di lingua inglese. Tale letteratura, che, secondo un' infelice espressione di Salman Rushdie, sarebbe l' unica letteratura indiana, esprime in modo esclusivo le problematiche e la mentalità delle ristrettissime élites urbane tecniche ed economiche, ma non è in grado di rendere conto della complessità del subcontinente indiano, ed, in particolare dell' ambiente rurale, ancora maggioritario.

Per la prima volta, abbiamo assistito alla traduzione dall' Italiano all' Hindi, e viceversa, con esclusione dell' Inglese, ed abbiamo sentito proporre, da una casa editrice italiana, lo studio, presso le università italiane, di lingue nazionali indiane diverse dall' Hindi.

4)Identità Piemontese

L'emergere della tematica regionalistica aveva fatto sì, già a partire dagli ultimi anni, che le Istituzioni dedicassero uno spazio vieppiù crecente alle questioni, da un lato, delle identità regionali, e, dall' altra, delle minoranze etniche.

Quest' anno, la Regione Piemonte ha inaugurato la "Piazzetta Parole di Piemonte", ove si sono succeduti eventi di carattere regionalistico, ed, in particolare, attinenti alla questione delle minoranze etniche.

Questione che è, in Piemonte, particolarmente complessa, in quanto la nostra Regione, nota soprattutto per esssere stata il punto di partenza dell' Unità d' Italia, è stata per altro, altresì da sempre un crogiuolo dove si sono fuse culture iberiche, liguri, celtiche, latine, provenzali, germaniche, franco-provenzali, francesi, italiane, e, più recentemente, est-europee ed afro-asiatiche.

Tema di avvio del dibattito: la recentissima sentenza della Corte Costituzionale che nega, al Piemontese, il carattere di "lingua". Tema politico quant'altri mai, in quanto nessuna questione è più "politica" di quella dei "dialetti". Infatti, quello che noi studiamo come "Greco", è, in realtà, la "Koiné diàlektos" parlata negli imperi ellenistici; l' Italiano è il dialetto toscano, come il Francese è quello dell' Ile de France.

Il fatto che il Napoletano o il Normanno (in cui pure sono state scritte opere importanti) siano "dialetti" deriva semplicemente che il Regno di Napoli e il Ducato di Normandia non sono più Stati. Gli Stati attribuiscono la denominazione di "lingua" al dialetto che essi usano.

E' questo il motivo per cui il Friulano e il Sardo, idiomi di due "Regioni Autonome", si sono visti riconoscere lo statuto di "lingue".
Orbene, riconoscere al PIemontese il carattere di lingua significherebbe semplicemente orientarsi verso una trasformazione del Piemonte in Regione a statuto speciale.

A dire il vero, lòa situazione dell' India, con 2 "lingue veicolari", 24 lingue ufficiali, 250 lingue e 2500 dialetti dimostra che il rapporto fra Stato, lingua e nazione è più complesso di quanto non avesse pensato von Humboldt.

La complessità della "Questione Piemontese" è accresciuta dal fatto che, in Piemonte, esistono tre "minoranze linguistiche" transfrontaliere, esigue, ma molto influenti, poiché la maggior parte dei "confratelli" che parlano queste lingue vivono nelle vicine Francia e Svizzera, dove essi non hanno un' autonomia comparabile a quella della Valle d' Aosta, né un riconoscimento quale quello della Legge 482.

Per questo, gli Occitani delle Valli Cuneesi, i Franco-provenzali di quelle torinesi e i Walser della Valsesia e della Valdosssola sono influenti fra tutte le comunirà occitane, franco-provenzali e Walser.

5)Il Salone quale tribuna della politica locale.

Il tema dei "tagli alla cultura" è uno dei più "caldi" all' interno dell' "agenda" politica locale.

Ovvio che esso trovasse importanti eco anche all' interno del Salone, dove soprattutto il dibattito di Sabato 15, fra gli Assessori alla Cultura di Comune, PRovincia e Regione ha permesso di valutare le diverse posizioni.

Certo, buona parte del dibattito è strumentale, in quanto la maggior parte dei "tagli" su cui si sta discutendo si riferisce a qualcosa di già deciso dalla precedente giunta regionale (riduzione del 24% del bilanccio della Cultura), a cui si aggiungerebbe oggi la riduzione budgetaria dell' 8%, richiesta a tutti i Dicasteri dall' Onorevole Cota.

Quello che è certo e condiviso è che, ferma restando la trasformazione di Torino, da città prevalentemente industriale, a città di cultura e di servizi, si impone una correzioine di rotta, diretta a canalizzare le risorse pubbliche verso priorità inequivocabili.

Alpina ha la presunzione di avere molto da dire a questo riguardo.










sabato 27 febbraio 2010

LA PROVINCIA DI TORINO RILANCIA L' EUROREGIONE ALPI-MEDITERRANEO

Torino's Province Devotes Top Level Debate to Euroregion Alpes-Méditerranée. La Province de Turin Dédie Débat au Sommet à Relance d' Eurorégion Alpes-Méditerranée.Provinz Turin widmet Erhobene Debatte zum Wiederbeleben der Euroregion Alpes-Méditerranée.




Venerdì 26 Febbraio, si è svolto, presso la nuova, splendida, sede della Provincia di Torino, un ristretto, ma approfondito, dibattito, circa la scelta, che il Piemonte sembrerebbe chiamato ad adottare, fra, da un lato, la proposta sempre più insistente, da parte di Milano, di unire le forze per la costituzione di una sorta di "città a rete", e, dall' altro, lo sforzo portato avanti da ormai molti anni per sviluppare il progetto dell' Euroregione.

Hanno partecipato il Presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, l' Assessore alla Cultura, Ugo Perone, e il Vice-Sindaco di Torino, Tom Dealessandri. Ospite d' onore, Juergen Fischer, coordinatore dell' Iniziativa Ruhr 2010.

Notevole anche il numero e la qualità degli intervenuti, fra i quali anche l' ex Sindaco di Torino, Valentino Castellani.

Nella sostanza, la maggior parte degli oratori e degli intervenuti hanno manifestato la loro preferenza per la soluzione "Euroregionale", che risponde ad interessi permanenti di Torino.

Nella sostanza, la manifestazione ha confermato quelle che erano state le ipotesi iniziali da cui era partita, negli ormai lontani Anni '90 dello scorso secolo, l' intera nostra azione politico-culturale:

-la crisi delle ideologie otto-novecentesche, e la conseguente necessità di nuove forme di pensiero e di azione politica, ben radicate nella dialettica identità-differenza, a livello continentale, nazionale e locale;

-il ruolo trainante dei miti di Europa e Euroregione.

In quegli anni, le ipotesi da noi portate avanti (fra l' altro, attraverso l' Associazione Indipendente per l' Integrazione dell' Europa Occidentale), avevano incontrato serie difficoltà a svilupparsi, i quanto, nonostante la fine della 1a Repubblica e la caduta del Muro di Berlino, erano ancora forti opposte tradizioni politiche, in particolare quella incentrata su una concezione assiale e lineare della storia, e quella mercatistico-occidentale.

Oggi, quando anche i miti del Progresso Lineare e quello dell' onnipotenza del mercato hanno, oramai, perduto tutto il loro smalto, si fa finalmente sentire un po' dovunque l' esigenza di nuove idee-forza e nuove aggregazioni.

Noi restiamo sulla breccia, con le nostre idee di pluralismo culturale a livello mondiale, di riforma paritetica delle istituzioni internazionali, di aggregazioni continentali, di identità europea e delle Euroregioni. Siamo lieti che anche Istituzioni e gruppi influenti della nostra Città si interessino a questi temi, e sollecitino i cittadini a partecipare al loro svuluppo.

Non mancheremo di fornire i nostri contributi.




domenica 29 novembre 2009

ALPI -MEDITERRANEO COME META TURISTICA UNITARIA

Regions of Alpes-Méditerranée have Interest to Market jointlly worldwide their Touristic objects.Les Régions d' Alpes-Méditerranée ont intéret à commercialiser conjointement leurs ressources touristiques dans le monde. Die Regionen von Alpes-Méditerranée haben Interesse, ihre turistische Obiekte gemeinsam zu vermarkten.

L' Italia in generale, e il Piemonte in particolare, presentano una concentrazione eccezionale di risorse paesaggistiche, storiche, culturali, turistiche ed enogastronomiche.

Tuttavia, occorre anche dire che l’Europa in generale è la maggiore meta turistica del mondo, e che, all’interno dell’Europa, l’area delle Alpi Occidentali contiene, a nostro avviso, una delle maggiori concentrazioni di luoghi di interesse, per i visitatori, per i turisti e per coloro che vogliono trasferirvisi per la piacevolezza del nostro modo di vivere.

Intanto, l’area delle Alpi Occidentali è baricentrica all’interno dell’Europa Occidentale, e, di fatto, agevolmente raggiungibile (come dimostrano gli sciatori settimanali) dalla Penisola Iberica, dalle Isole Britanniche, dalla Scandinavia e dall’Europa Centro-Orientale.Essa contiene alcuni dei luoghi dotati di maggiore risonanza storica e letteraria d’Europa: il Monte Bianco, il Cervino, il Monte Rosa, la Provenza, la Costa Azzurra, il Lago Lemano; altre grandi attrazioni turistiche, dal Museo Gallo-Romano di Lyon a quello egizio di Torino, il Lago Maggiore e Portofino.Contiene, altresì, monumenti storici di importanza non soltanto regionale, bensì anche nazionale ed europea, come, per esempio, il Mont Bégo, i luoghi del Risorgimento Italiano, i Palazzi della Società delle Nazioni e delle Nazioni Unite a Ginevra.Questo territorio conserva la memoria di grandi fatti storici, come la cultura provenzale, le riforme di Valdo e di Calvino, la proclamazione del Regno d’Italia.

Questo “blocco” compatto di Regioni, che presentano una grande affinità fra di loro, si presta egregiamente a campagne cooperative di promozione del territorio, innanzitutto per ciò che concerne il turismo, soprattutto intercontinentale, nel quale possono non essere illogici dei “tours” onnicomprensivi che comprendano, ad esempio, Lemano / Monte Bianco / Castelli del Piemonte / Liguria e Costa Azzurra, oppure “giri tematici” come, per esempio, “I castelli” o “I paesi vinicoli”.

Ma anche nel campo culturale, esistono enormi possibilità di sviluppo, nel caso in cui le regioni frontaliere non si limitassero ad utilizzarle solamente per obiettivi di carattere provinciale, bensì organizzassero mostre itineranti, convegni plurimi, produzioni cinematografiche, volte a mostrare alcuni aspetti della storia e della cultura dell’Euroregione, aventi un interesse per la storia europea e mondiale, come, per esempio, sulla cultura provenzale, sui grandi condottieri sabaudi nella storia d’Europa, sul Valdismo in Europa, su Nostradamus e Rousseau in viaggio attraverso le Alpi Occidentali, sulle avventurose vicende dei Fratelli De Maistre, sulle connessioni internazionali nel Risorgimento Italiano, sulla personalità di Duccio Galimberti.

Infine, nel campo della promozione immobiliare, il Piemonte avrebbe tutto da guadagnare da un’attività di riflessione congiunta sull’indirizzamento dei flussi turistici e sulle possibilità di cooperazione di carattere immobiliare. Films come “Il vento fa il suo giro” (che ha avuto un inaspettato successo di cassetta, nonostante il budget veramente amatoriale), dimostrano come sia sentito il problema di un migliore utilizzo (anche di tipo transfrontaliero) del territorio piemontese, come luogo che non ha perso la sua autenticità, ed in cui anche altri Europei possono ricominciare una vita attiva, ma a contatto con la natura e senza i condizionamenti della grande metropoli.

Soprattutto aree come l’Alta Langa e l’Alto Monferrato, confinanti con la Liguria ed oramai a distanze minime (in autostrada) dalle grandi metropoli del Nord, ma anche dalla Svizzera e dalla Germania, potrebbero trarre grande giovamento da questa impostazione.


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