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martedì 25 ottobre 2011

UN PROGETTO POLITICO PER LA GIOVENTU' ESASPERATA

 
Necessary New Grounds for an authentic Movement of the Youth
Des nouvelles bases nécessaires pour un mouvement authentique de la jeunesse
Neue Grundlagen fuer eine authentische  Bewegung der Jugend unabwendbar
Di fronte ai macroscopici fallimenti delle promesse  del "modello occidentale" ci siamo a lungo stupiti dell'indifferenza con cui l'opinione pubblica e, in particolare, i ceti, le nazioni, e le generazioni, più svantaggiate accettano qualunque cosa senza reagire.

Da un lato, la promessa di sempre più  abbondanti beni materiali, dall' altra la riduzione, di anno in anno, delle prospettive di lavoro, di guadagno, di risparmio, di investimento. Da un lato, la garanzia della "Pace Perpetua": dall' altra, un investimento militare complessivo quanti altri mai vi furono nella storia, per finanziare guerre supertecnologiche e, comunque, con centinaia di migliaia di soldati (e di morti): in Afganistan, in Irak, in Libia, ecc...

La spiegazione è che quel progressivo accrescersi del conformismo, che già avevano pronosticato Tocqueville, Stuart Mills, Baudelaire e Nietzsche, è giunto, oramai, a paralizzare ogni capacità di pensiero critico costruttivo ed ogni possibilità di azione politica non manipolata da persuasori occulti.

I cittadini, solo apparentemente liberi, sono formati sulla base di luoghi comuni ripetuti senza persuasione da una scuola massificata e da mezzi di comunicazione di massa che sono semplici cinghie di trasmissione del potere.

Il convergere di intolleranza ideologica, sapere specialistico e mancanza di rigore nello studio portano all' incapacità di costruire un discorso coerente e completo e di immaginare un' azione collettiva solidale, efficace e a lungo termine.

Il "timore per il proprio status", che già Tocqueville aveva denunziato come la caratteristica prevalente delle società democratiche, impedisce di esprimere opinioni veramente alternative, le quali ultime non riuscirebbero comunque a farsi sentire per effetto della "congiura del silenzio" della maggioranza. 

Gli intellettuali, frustrati da quanto sopra, ed in preda ad un pur comprensibile "Selbsthass", divengono strutturalmente incapaci di uscire dalla sterile ripetizione di vecchie geremiadi. Altro che formulare idee nuove, progetti alternativi, strategie di trasformazione! Non sembrano  più possibili, né un Hegel, né un Marx, né un St.Simon, né un Nietzsche, ecc...

Così stando le cose, costituisce comunque un segno positivo che abbiano fatto la loro comparsa sulla scena mondiale nuovi movimenti giovanili di contestazione. Non che anch'essi non mostrino molti ed evidenti segni di senilità precoce , dalla stantia retorica assembleare alle mascherate "tipo stadio", al linguaggio vetero-sessantottesco, alle eterne, sempre eguali, diatribe fra i "pacifici manifestanti" e i "black block".

Che cosa manca dunque a questo movimento?

Primo: un'analisi storica: "che cosa sta succedendo?"

Secondo, uno sforzo di interpretazione: "perchè?"

Terzo, uno slancio profetico:" potrebbe essere diverso?"

Quarto, un'affermazione di volontà: "come vorremmo che andassero le cose?"

Quinto,una strategia: "che cosa intendiamo fare affinché le cose vadano come noi proponiamo?"


Qualcuno potrebbe accusarci di un eccessivo disfattismo.Proviamo a dimostrare che mettere insieme tutte quelle cose non sarebbe una pretesa velleitaria, ma  sarebbe, invece, del tutto credibile che queste cose fossero pensate  e realizzate da parte di giovani intellettuali, come gli "indignados", che si pretendono "alternativi".


1.Le contraddizioni della tarda modernità

Il mondo in cui viviamo è tutto una continua contraddizione, non solamente per i fatti concreti che abbiamo denunziato, ma anche già dal punto di vista concettuale.

Tutti sostengono che la democrazia presuppone più di ogni altra cosa un'etica condivisa, ma poi nessuno sa trovare un fondamento per tale etica , la quale, nei fatti, non esiste, essendo la popolazione equamente divisa fra il più totale cinismo, l'ammirazione per la criminalità comune o politica, e opposti moralismi di matrice puritana o clericale.

Tutti sostengono che tanto lo Stato quanto le Chiese e i partiti devono "fare un passo indietro a favore del mercato", ma quegli stessi invocano, un giorno sì e l'altro pure, incentivi pubblici alle imprese, iniezioni finanziarie pubbliche alle borse , salvataggi delle stesse, ammortizzatori sociali, autorevoli interventi dei vescovi a favore dei più deboli, partiti più autorevoli e decisionisti.


Tanto il neo-liberismo internazionale quanto il keynesismo hanno con ciò mostrato i loro limiti, visto che l'uno porta all'implosione delle imprese (che pur si vorrebbero favorire, e invece vengono rese irreali, sfiancate, spolpate, fatte a pezzi, svendute, delocalizzate e liquidate), e il secondo all'ingessatura e al fallimento degli Stati (che dovrebbero essere il suo veicolo favorito, e invece vengono soffocati, paralizzati, beffeggiati, caricati di costi e di debiti, messi sul banco degli imputati o commissariati).

Ciò che sta accadendo non si spiega né in termini neo-liberistici, né in termini keynesiani, bensì solo in termini geopolitici. Questo incredibile mix di messianesimo e di imperialismo, di concentrazione di potere e di soft power, di fondamentalismo e di anti-autoritarismo, di parossistico leverage  creditizio  e di multinazionali inafferrabili, di deficit americano programmatico , di parità di bilancio europea e di surplus commerciale dei BRICS, ha potuto  sopravvivere  solamente grazie a  un' abnorme concentrazione del potere in Occidente, che falsa i termini del problema, ma non può più reggere, perchè non corrisponde più ai dati reali economici, demografici, culturali e militari.

E' ora in corso, attraverso infiniti scossoni,  un aggiustamento graduale, unica alternativa possibile alla Terza Guerra Mondiale.

L'"overstretching" dell' Occidente fa sì che neppure il "Quantitative easing", cioè stampare dollari all' infinito, riesca a fare ripartire l'economia americana, e che neppure il sostegno della "comunità internazionale" (comprese la Russia e la Cina, se non perfino l'Iran) permetta più alle truppe occidentali di vincere contro le guerre di popolo medio-orientali.

Questa situazione non può essere compresa né attraverso la "grande narrazione" marxista (che attribuiva alla globalizzazione un compito addirittura salvifico, non ammettendo, certo, la possibilità che essa potesse essere bloccata da popoli "arretrati"), né dalla teoria tecnocratica della modernizzazione (secondo cui tutti i Paesi avrebbero dovuto attraversare le stesse fasi storiche).

Le difficoltà economiche dell' Occidente derivano, in realtà, proprio dalla sua vittoria, la quale  rende manifesta l' "eterogenesi dei fini" della sua ideologia nello stesso modo in cui la vittoria dell' egemonia  marxista aveva messo in evidenza l' impossibilità della società comunista.

Rendere coerenti e razionali dall' alto i comportamenti di 6 miliardi di produttori e consumatori non è possibile, né attraverso "l'economia di amministrazione e comando" di un' internazionale comunista, né attraverso un mercato mondiale manipolato dalle lobbies di Wall Street.

Le società parziali e locali debbono poter cercare i loro sempre instabili equilibri con il concorso dell'economia, ma anche della cultura, della politica e delle religioni. Altrimenti, come al tempo delle rivolte di Berlino, di Poznan, di Danzica, si procede per strappi inconsulti dell'economia e per reazioni altrettanto inconsulte dfei cittadini .

2.La mancanza di senso

Solzhenitsin aveva già dimostrato che vivere in una società dominata da un'ideologia estrema porta a "vivere nella menzogna", in un mondo irreale e insostenibile. Lo stesso sta accadendo ora a noi.

Le spiegazioni del modo in cui ci stiamo comportando diviene sempre più evanescente: dobbiamo fare certe cose perchè "lo chiedono i mercati", "lo chiede l' Europa". Ma sono i mercati e l'Europa a non sapere cosa che vogliono.

I meccanismi congiunti  della dematerializzazione dei titoli e della speculazione e fanno sì che l'andamento dei valori mobiliari (e perfino immobiliari) sia determinato da previsioni o comportamenti di politici o di esperti, che poco o nulla hanno a che fare con i beni negoziati. Una dichiarazione pessimistica della Merkel sulla Grecia può fare crollare la Borsa di Shanghai.

Anche "l' Europa" non esiste, perchè la cultura che viene spacciata per europea è in realtà americana, e la forza obiettiva dell'affinità dei popoli e della continuità del diritto non basta a formare delle decisioni politiche se  non vi sono leaders dell' Europa che si sentano veramente tali.

Occorre  vedere la realtà di quanto sta succedendo veramente : leprogressive onde di assestamento dell' economia, ma anche della cultura e della politica, da Est a Ovest. Il passaggio dei BRIC, da importatori e consumatori di beni, di capitali, tecnologia, ideologia, ad esportatori netti. La necessità di adeguarsi, non tanto ai livelli salariali e alle condizioni sindacali degli operai (che rappresentano, tanto qui che là, una minoranza della popolazione, e che comunque si stanno livellando), quanto con una nuova e diversa apertura mentale delle classi dirigenti e tecniche, che devono diventare capaci di apprendere le lezioni dei BRICS.

3.Un progetto civile veramente nuovo.

Un noto anchorman, con origini nell' estrema sinistra, intervistando uno studente "indignato"  ha interrotto quest'ultimo, terrorizzato, perchè, a suo avviso, dalle confuse e stereotipate parole dello stesso sarebbe emersa un' idea "di...rivoluzione!". Parola ormai impronunciabile, e forse giustamente, perchè priva ormai di significato. Le rivoluzioni sono già state fatte, ma hanno cambiato ben poco.
Quindi, un nuovo progetto civile può, e, a nostro avviso, deve, essere seriamente innovativo, ma non può rifarsi alla vecchia pretesa di costituire il definitivo e risolutivo progresso dell' Ummanità. Essa deve essere volta a risolvere i nostri problemi di oggi, non già quelli dell' umanità in assoluto. Problemi che sono il controllo e il disciplinamento non più dell' uomo da parte dell' apparato, bensì dell' apparato da parte dell'uomo. Attraverso un reale autogoverno legato alle tradizioni culturali e locali. Attraverso un reale federalismo fra popoli affini. Attraverso la coesistenza pacifica fra culture diverse.Attraverso la diffusione di una cultura tecnico-umanistica capace di fronteggiare adeguatamente le macchine, e una rigorosa meritocrazia, capace di portare al vertice delle strutture sociali soggetti capaci di comprendere e indirizzare processi complessi come quelli attuali.

4.Un progetto culturale e politico

L'enorme confusione di identità e ideologie: libertà e nazione, classe e umanità, occidente e oriente, conservazione e rivoluzione, ricchi e poveri, capitalismo e socialismo, modernità e antimodernità, laicismo e fondamentalismo, operai e borghesi, rende impossibile comprendersi e confrontarsi.

Occorre intanto ritrovare un senso autentico e condiviso delle parole.Come per Confucio, una nuova era parte dalla riforma dei nomi.

Poi, un nuovo concetto del politico, che parta dalla complessità dell' essere umano, nelle sue caratteristiche razionali ma anche irrazionali, comunitarie ma anche individuali.

La società non deve avere come unico obiettivo lo sviluppo senza regole della produzione scientifica e tecnica, bensì una vita equilibrata dei cittadini. Le innovazioni tecnologiche e sociali, per quanto inevitabili, vanno introdotte solo quando non solo se ne sia esclusa la dannosità, ma se ne siano anche individuate l'utilità e il controllo.

Non è ammissibile che né l'economia, né la politica, ci sorprendano in ogni momento con novità impreviste e ineluttabili. Gli intellettuali devono reimparare a ragionare in termini di infinità, ipoltici a livello strategico, gli economisti a lungo termine, e gli stessi imprenditori almeno a medio termine.

I Paesi che hanno una cultura di questo tipo, come l'India, la Cina, e, in Europa, la Germania, sono quelli che risultano, oggi, vincenti.

Essendo, noi, in Europa, abbiamo molto da impararte dalla Germania: la sua "azione concertata", la sua "cogestione", la sua "concezione istituzionale dell' impresa", la sua valorizzazione della formazione in tutti i suoi aspetti.

 6. Esiste un percorso possibile per questa generazione?

Certo, anche il superamento delle difficoltà dell' oggi non è un fatto di breve periodo. Le nuove idee hanno bisogno di tempo per affermarsi. Lo strepito delle manifestazioni non è l'accompagnamento più opportuno per la nascita di nuove idee, che le nuove élites devono imparare a maturare nella solitudine, partendo dai massimi sistemi per arrivare poi alla politica propriamente detta. Ed  anche in questa, ci dev'essere un processo di apprendimento, che parte dalle cose più vicine, la città, l'identità, l' Euroregione, l' Europa.

Solo allora sarà possibile un confronto autentico e ad armi pari con gli idoli del presente.



martedì 11 maggio 2010

DIBATTITO ONLINE: DOVE STA ANDANDO LA CULTURA EUROPEA?-1

Idea e metodologia
Idea and Methodology
Idée et méthodologie
Idee und Methodologie






Nel mondo globalizzato, la capacità di produrre cultura, (che, da sempre, ha costituito un elemento di forza per qualunque società), è divenuta un elemento “centrale” anche del vantaggio competitivo internazionale.

Ciò, certo, non solamente per il turismo, bensì anche per ciò che concerne la capacità aggregativa di carattere politico, la riproduzione del legame sociale, il sostegno all’industria culturale, l’attrazione di personale qualificato e degli intellettuali, il prestigio per i prodotti di esportazione, ecc…

Mentre, fino a poco tempo fa, l’ Europa poteva vantare una grande attrattività come “Paese di Cultura”, negli ultimi decenni, essa si è vista scalzata, non solamente dall’ America, ma anche dal Giappone, dall’ India e dalla Cina.

Inoltre,molti dei grandi intellettuali che avevano fatto la fama dell’ Europa nel Dopoguerra sono oramai scomparsi, e non si è ancora formata una generazione capace di sostituirli.

Come “rintracciare” le nuove eccellenze nel “mare magnum” dell’ industria culturale e dei media?Cosa fare per promuoverle?

Alpina si ripropone di stimolare uno sforzo corale di Associazioni e Autorità Torinesi per dibattere su questo tema, con l’ obiettivo di fare di Torino un centro propositivo capace di aggregare competenze di tutta Europa, e di verificare lo stato di avanzamento di questo progetto con un’ulteriore iniziativa, di respiro internazionale, da realizzarsi nei prossimi mesi.

Attraverso questo post, e quelli immediatamente successivi, introduciamo la possibilità per tutti di compiere una presa di posizione, che ci aiuterà nel dibattito in corso circa le modalità migliori per proseguire l' iniziativa avviata con la serata del 9 maggio (Festa dell' Europa):


QUESTIONE N: 1:


E'possibile oggi ricomoscere e individuare una "cultura Europea"?

Is It Possible Today to Recognize and to Identify a European Culture?

Est-il possible aujourd'hui reconnaitre et identifier une culture europpéenne?

Ist es heute moeglich eine europaeische Kultur zu anerkennen und zu definieren?



La nascita di tutte le grandi realtà politiche (imperi antichi e medievali, nazioni moderne)è stata preceduta dallla formazione di una cultura condivisa (mesopotamica, egizia, greca, cinese, romana, sanscrita, araba, cristiana, di "Langue d' oil",inglese, puritana, tedesca, russa, italiana, islamico-induista).


L' esempio più semplice è quello dei grandi autori italiani (Alfieri, Leopardi, Foscolo, Manzoni), che precedono il movimento per l' Unità d' Italia.


Anche territori plurilinguistici, come la Mesopotamia, l' India e il Medio-Oriente hanno avuto culture comuni (Sumerico-assira e babilonese; persiana, hindi, urdu, dravidica ed inglese; araba, persiana e turca).


Per "cultura europea" si potrebbe intendere: 1) una cultura genericamente prodotta in Europa;2)quella rivolta ad un pubblico europeo; 3) quella che fa parte di un "discorso culturale" specificatamente europeo.


La cultura europea sub 1) è sempre esistita, da quando le civiltà protostoriche (civiltà danubiana, megalitica e "dei kurgan") hanno prodotto villaggi, simboli, ceramica, templi, utensili, gioielli, memoria culturale. Essa continua ancor oggi ad esistere, anche se si tratta di "mapparla".


La cultura europea sub 2) è esistita in determinati periodi storici, come all' inizio del Medioevo, quando i predicatori cristiani giravano per l' Europa per portare la nuova fede, diffondendo le Sacre Scritture in latino, in greco, in gotico e in slavo ecclesiastico, oppure al tempo dell' Illuminismo, quando intellettuali e sovrani di tutta Europa discutrvano in Francese gli stessi temi in tutta Europa; oppure,infine, nel tardo Ottocento, quando il dibattito culturale spaziava dall' Inghilterra alla Francia, all' Italia,alla Germania, alla Polonia, alla Russia.


Con il diffondersi dei Nazionalismi e, poi, con la divisione dell' Europa da parte della Cortina di Ferro, il dialogo culturale intereuropeo si rarefà sempre di più.


Attualmente, l'Europa si trova ad essere spazzata dai venti della globalizzazione, che travolgono anche la cultura, trasormandola in una massa disorganica di informazione, in cui diventa difficile, da un lato, distinguere i diversi radicamenti culturali, e, dall' altro la "Cultura Alta" dalla Cultura Popolare.


Tuttavia, di per sé, la globalizzazione non cancella le identità, anzi, spesso, le esalta, come avviene, per esempio, per le identità nord e sud-mericana, per quelle cinese,islamica, indica ed africana. Le culture sane e forti "cavalcano" la globalizzazione culturale come quella economica.E' ciò che vorremmo anche per l' Europa.


Esistono, oggi, fenomeni culturali specificatamente europei, nel senso che siano prodotti in Europa, da Europei e per Europei, e abbiano, come obiettivo, quello di fare parte di un "discorso europeo"?


Probabilmente, sono pochi. Spesso, gli autori sperano di avere un' "audience" mondiale, e, soprattutto, americana, e producono per quell' "audience".


Forse solo nelle scienze storiche, politiche, filosofiche e giuridiche, esistono ancora autori importanti che parlano essenzialmente ad un pubblico europeo (pensiamo a Davies, a Miles, a Cardini, a De Benoit, a Todorov). Gli storici della cultura e i sociologi che studiano gli "antimoderni" (Touraine, Bhabha, Compagnon, De Michelis), anche se parlano in termini generali, in realtà si riferiscono quasi eslusivamente all' Europa. Nel campo cinematografico, gli unici a fare un discorso "europeo" sono spesso i Russi, e, soprattutto, Sokurov, che, con "Moloch" e l' "Arca Russa", ha affrontato deliberatamente temi di memoria culturale europea, e che, con il "Faust" in lavorazione, si ripropone di produrre veramente un'opera "paneuropea".


Nel campo della cultura popolare, vi sono fenomeni transfrontalieri importanti, anche se non europei, come il celtismo o il folclore balcanico, che costituiscono un certo collante.


Tuttavia, a causa della scarsa trasparenza del mercato culturale, è difficile comprendere se stia veramente succedendo qualcosa di grande e di pertinente alla cultura europea.


SIETE INVITATI AD INTERVENIRE, ESPIMENDO I VOSTRI COMMENTI, LE VOSTRE PROPOSTE E LE VOSTRE CRITICHE. CONTINUEREMO COSI ' ATTRAVERSO IL WEB IL DIBATTITO INIZIATO IL 9 MAGGIO, E DESTINATO A COMPLETARSI CON IL CONVEGNO INTERNAZIONALE IN PREPARAZIONE.



domenica 29 novembre 2009

IDENTITA' REGIONALI, NAZIONALI E EUROPEA

Regional, National and European Identities.Identitées Régionales, nationales et Européenne.Regionale, nationale und europaeische Identitaet.

Abbiamo detto in un precedente post che, a nostro avviso, una visione matura della storia nazionale italiana non può prescindere, oltre che dall’Europa, dal peso delle realtà locali.La cultura europea dovrebbe costruire, a questi fini, una più definita teoria delle identità regionali e nazionali all’interno dell’Europa.

Al vertice, si dovrebbe porre l’Identità Europea (cfr. Riccardo Lala, 10.000 anni di identità europea, 1° vol., Patrios Politeia, Alpina, 2006; http://www.alpinasrl.com/catalogo/cat_baustellen/cat_10000_anni_identit%E0.htm), che, come tutte le grandi identità continentali, può essere definita solamente come un ampio campo di intersezione di determinate tendenze metastoriche, da cui deriva la dialettica concreta del nostro Continente - così come, per esempio, quella dell’Asia Orientale si misura con la dialettica fra Taoismo, Confucianesimo e Buddismo -. Noi crediamo anche che, per l’Europa, per usare una terminologia tratta dal Nuovo Testamento, le due grandi tendenze metastoriche siano, da un lato, il “chiliasmo” (l’attesa spasmodica della Fine dei Tempi, che si incarna nel Manicheismo, nel Gioachimismo, nella Rivoluzione Francese, nel Mito del Progresso), e, dall’altro, il “Katéchon” (cioè quella forza che “trattiene” il mondo dall’avvento dell’Anticristo, forza che è stata identificata, di volta in volta, negli Imperi Romano, Tedesco e Russo, e nell’Europa stessa). Dalla dialettica fra queste forze sarebbero scaturite, per molti, conflitti ed accordi, come, per esempio, le guerre di religione, gli Stati nazionali e la stessa modernità europea( http://identitaeuropea.blogspot.com/2008/12/che-cos-per-noi-lidentit-europea.html).

All’interno dell’Identità Europea, si situano le identità delle nazioni, o di grandi aggregati, come, per esempio, la Penisola Iberica, l’Arcipelago Britannico, la Scandinavia o i Balcani.

Nel caso dell’Italia, vi è una sostanziale coincidenza fra un’“Italianità Diffusa” (che si manifesta anche in aree limitrofe, come, per esempio, il Canton Ticino, i Grigioni, la Corsica, l’isola di Malta, le coste dell’Adriatico e le isole dello Ionio e dell’Egeo), ed un’identità più “strettamente italiana” (una differenza che, per esempio, in Inglese, è quella fra “British” ed “English”, ed in Russo, fra “Russki” e “Rossijski”). E, tuttavia, nel caso dell’Italia, la caratteristica più tipica della sua identità è proprio la sua estroversione, che ha fatto sì, da un lato, che, nel corso della storia, ogni sua regione si congiungesse idealmente, ma anche politicamente, con aree diverse (Grecia, Nordafrica, Spagna, Francia, Germania, Austria, Levante), e, dall’altro, che la “missione” dell’Italia fosse vista sempre come quella di essere la portatrice di una realtà più vasta (ed, almeno, europea), per esempio: Roma, la Chiesa Cristiana, il Sacro Romano Impero, la Federazione Europea.

Ciò, in particolare, in una situazione, come quella italiana, dove le attuali Regioni sono portatrici di un patrimonio di continuità con antichi popoli già esistenti ben 1.500 anni fa, e con le Regioni fondate da Augusto circa mille anni fa. Ad esempio, in Piemonte avevamo, in prevalenza, tribù celto-liguri, come i Taurini. L’identità piemontese è, dunque, innanzitutto un’identità europea; poi, essa è molto legata al territorio, montano e collinare; presenta forti caratteristiche elitarie, legata com’è alle tradizioni dell’aristocrazia, dell’esercito, della grande industria, del sindacalismo e della tradizione azionistica e marxista. Non per nulla Torino è stata, ed, in parte, è ancora, la città dell’editoria. È una tradizione di cultura alta, riservata ed un po’ esoterica. È, in definitiva, una cultura che potrebbe essere particolarmente appropriata per una civiltà postmoderna che privilegerà la qualità sulla quantità.

La riscoperta e la promozione dell’identità piemontese saranno essenziali per poter rilanciare il territorio. Questo rilancio potrà avere luogo solo con una politica culturale più aperta (Progetto Integrato Euroregione).

Informazioni:
http://www.alpinasrl.com/
riccardo.lala@alpinasrl.com

giovedì 1 ottobre 2009

LA CRISI DELLA SINISTRA


Electoral losses of the Left in Europe: a part of the crisis of "modern" ideologies. Les débacles électorales de la Gauche en Europe, part de la crise des idéologies "modernes". Die Misserfolge der Linken in Europa als Teil der Krise der Ideologien der Moderne.
Il concentrarsi degli osservatori sulle sconfitte della sinistra fa perdere di vista che tutte le ideologie della Modernità hanno subito un' eclissi nel corso degli ultimi 30 anni, che si è accelerata nel corso di questo secolo.
Ad esempio, le ideologie nazionaliste, particolarmente forti fra le due Guerre Mondiali, e che pure avevano avuto qualche revival anche dopo (p. es., Gaullismo, Europa Orientale), sono in netta flessione, tanto che i politici "di destra" sono oggi assai poco nazionalisti.Il conservatorismo (per esempio, quello dei Tories inglesi), è stato risucchiato dal neo-liberismo internazionale, che tuttavia ha ben poco in comune con le posizioni che furono di Benedetto Croce e di Einaudi.Il Cristianesimo sociale è stato svuotato dei suoi contenuti, tanto è vero che la maggior parte dei partiti del Partito Popolare Europeo non sono cristiano-sociali.Perfino il neo-liberismo internazionale è totalmente screditato dalla crisi mondiale.
Ma, allora, chi vince le elezioni?Una "destra" che si caratterizza solamente per non essere "di sinistra", ma che, in realtà, raccoglie reduci di tutti i movimenti e correnti, e pratica una politica non poco dirigistica (aiuti di Stato), sociale (sostegno all' occupazione), ed anti-capitalistica (braccio di ferro con le banche).
La realtà è che, fintantoché gli Europei non si porranno i problemi politici come risposta ad atteggiamenti verso l' Europa (quale civiltà per l' Europa, quali rapporti con il resto del mondo), non avrà senso alcuna ideologia, in quanto non si affronterà nessuno dei veri problemi (perdita di senso; imbarbarimento della cultura; anarchia economica, insignificanza nel contesto mondiale).