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martedì 28 giugno 2011

UNA NUOVA CAMPAGNA PER I DIRITTI UMANI E CIVILI

E.I.'Campaign for Human and Civil Rights. La campagne d'IE pour les droits civils et humains.
E.I Kampagne fuer Menschen-und Zivilrechte.


Come nostro primo contributo al dibattito che crediamo di avere aperto con il MANIFESTO: IL MONDO DELLA CULTURA CONTRO LO SFASCIO DELL'IDEALE EUROPEO, pubblichiamo questo contributo sul tema specifico dei diritti umani e civili.

E'imprescindibile (anche solo per salvaguardare le condizioni stesse di vivibilità del nostro Continente) la nascita di un movimento culturale e politico capace di analizzare la situazione dell’ Europa nel presente contesto storico, di proporre una cultura a questo adeguata, di coordinare le forze sociali, sparse nel Continente, disponibili a lavorare per l’ Europa (il “PATRIOTTISMO EUROPEO”), e, infine, di guidare una trasformazione del quadro culturale, delle forze politiche e dell’ assetto istituzionale, secondo nuovi orientamenti, da un lato congruenti con l’identità di quest’ ultimo, e, dall’ altro, con l’attuale contesto storico. E’ ovvio che tutto ciò non si potrà fare in un solo giorno, in una sola tappa, con un unico strumento. Ma dovrà essere fatto.

E, come dicevano I Padri Fondatori, andrà fatto “ripartendo dalla cultura”, cioè non già dalla fotografia sociologica degli attuali abitanti dell’ Europa, né dalle attuali istituzioni, bensì da una libera riflessione su ciò che siamo, su ciò che vogliamo essere, con quali percorsi poterlo conseguire.

Detto così, quanto sopra potrebbe sembrare un compito immane, che può spaventare. Perciò, vorrei invece attirare almeno la Vostra attenzione su un tema che non è solo prioritario tanto dal punto di vista tattico, quanto da quello strategico, ma è addiritura improcrastinabile: IL RUOLO DELL’ EUROPA QUALE BALUARDO DI LIBERTA’ E DI CULTURA PER IL MONDO INTERO.

Le vicende della storia contemporanea, che ci vengono vendute come una storia di progressivi ampliamenti della libertà per tutti, rivelano, in realtà, giorno per giorno, una perdita sempre maggiore di quest’ultima, travolta dalla convergenza sempre più stretta fra tecnologia, ideologia, mass media, conformismo e complesso burocratico-militare, che rischiano di cancellare addiritura l’umanità, se non come specie, almeno come portatrice di identità..

Già le tecnologie attualmente in uso (“intelligence elettronica”, internet, sistemi d’ arma “intelligenti”,multimedialità), insieme alle ideologie della “modernizzazione” e dell’ “esportazione della democrazia” rendono possible, ad un unitario centro ideologico, politico, culturale e militare mondiale, di controllare, e, potenzialmente, reprimere, i comportamenti e i pensieri di miliardi di abitanti del globo, senza che questi praticamente neppure se ne accorgano, il che comporta anche una militarizzazione competitiva di tutti i Paesi del mondo. In America, il numero degli addetti ai servizi segreti (più di 1 milione) supera quello dei membri delle Forze Armate. La convergenza delle ideologie verso un imprecisato “centro” ha ridotto enormemente, rispetto agli Anni ’70, l’offerta di progetti politici. Gli sviluppi in corso, nell’ intelligenza artificiale, nella bioingegneria e nella cibernetica renderanno possible, fra brevissimo, addiritura condizionare dall’ esterno una gran parte dell’ Umanità, a mano a mano che questa farà ricorso a social networks più sofisticati e alle nuove scoperte della biomedica, come i trattamenti elettronici del cervello, che collegheranno direttamente quest’ultimo con il “sistema” dell’intelligenza artificiale centralizzata e con varie forme di automatismi, fino a che (si dice nel 2030), le machine prenderanno finalmente il sopravvento sull’uomo.

La mancata riduzione del bilancio militare americano sta provocando in tutto il mondo una nuova corsa agli armamenti, soprattutto per ciò che concerne la guerra cibernetica, il controllo digitale del territorio, i“robot in grigioverde”, i droni, la militarizzazione dello spazio. In questo contesto, le possibili nuove proposte culturali vengono sommerse dalle opposte propagande, che impongono rumorosamente i loro temi nello spazio pubblico.

L’Europa, obiettivamente “defilata” rispetto a questa dialettica, ha l’enorme opportunità di mobilitare il suo formidabile apparato culturale per svelare le vere ragioni di quella conflittualità generalizzata, tentando di elaborare un’ autentica sintesi, capace di fondare una politica comune di controllo delle sue pericolose tendenze. Tale sintesi non potrà essere fondata su un unico filone culturale, sviluppatosi in alcuni Paesi dell’ Occidente, bensì sulla retta comprensione di tutte le grandi tradizioni culturali.

Per poter esercitare, in questo processo, un ruolo attivo, l’ Europa dovrà, per prima, ripristinare, al suo interno, le necessarie condizioni di libertà culturale e politica, ed aprire uno spazio di dibattito di livello europeo. Per questo motivo, occorre aprire innanzitutto una battaglia sui diritti umani e civili, che sono sanciti, dal Diritto Europeo, con il massimo di precisione, ma che sono, in realtà, talmente disapplicati da provocare una vera e propria alterazione dell’equilibrio sociale e politico a favore di un ristretto “establishment” .Basti pensare alla pratica inesistenza dei diritto alla privacy e dell’antitrust (il che impedisce un’espressione veramente libera del pensiero e ci assoggetta alle grandi concentrazioni dell’ industria culturale), e al non riconoscimento dei diritti delle “nazioni senza stato”(il che trasforma addiritura in “minoranze” quelle che in realtà sono “maggioranze”- come per esempio, gli Scozzesi, i Russofoni, ecc..-), e comunque altera sostanzialmente gli equilibri politici (i 10 milioni di Rom e i molti milioni di islamici, cittadini europei, i quali non hanno certo una rappresentanza adeguata al loro numero), contribuendo cos’ sempre più ad uno sbilanciamento culturale e politico del Continente verso Occidente.

Un movimento che sapesse appropriarsi di questi temi potrebbe avere un seguito in Europa, e che un’ Europa che li facesse propri potrebbe farsi sentire nel mondo, unica dimensione in cui si può contrastare l’ inaudito attacco in corso contro i diritti effettivi, il quale viene oggi condotto nel nome di diritti inventati, che interessano, semmai, ristrette minoranze di privilegiati dalla globalizzazione.

martedì 21 settembre 2010

EVET!

Affirmative Vote at Turkish Referendum Confirms Trend Towards Europe.Le vote affirmatif dans le referendum turque confirme l’orientation en faveur de l’Europe.Bejahende Volksabstimmung in türkischem Referendum bestätigt Richtung nach Europa.



La Turchia non cessa di suscitare l’interesse degli osservatori politici grazie all’attivismo in tutti i campi del Governo Erdogan.

Attraverso il recente referendum, il Governo dell’AKP è riuscito, nello stesso tempo, a “centrare” due diversi obiettivi:

- indebolire le obiezioni dell’Unione Europea circa la non completa democraticità della Turchia, così eliminando uno dei principali pretesti contro la sua adesione all’Unione;

- infliggere un colpo all’opposizione militare e laicistica, attraverso l’eliminazione di molte norme che, fino a ieri, garantivano, da un lato, un diritto di veto contro le decisioni del Parlamento e del Governo, e, dall’altro, l’immunità degli alti ufficiali dalla persecuzione giudiziaria dei reati contro i diritti umani compiuti in occasione dei passati colpi di Stato.

Il referendum apre, così, la porta ad una completa riforma della Costituzione, con la possibilità di legalizzare completamente l’associazionismo islamico.

La Turchia rappresenta, sempre di più, un chiaro esempio di come, in un’epoca in cui vi è la tendenza ad imporre in modo autoritario l’omologazione culturale indotta dalla globalizzazione, la democrazia si riveli un potente strumento di difesa delle identità e delle differenze culturali.

Non casualmente, nel recente “forum”internazionale in Russia per commemorare il primo millennio della Città di Jaroslavl’, anche il Presidente Medvedev ha lanciato un’ampia offensiva nel senso della democratizzazione della Russia ,abbinata alla riproposizione del progetto di un nuovo patto per la sicurezza europea.

In tale modo, Russia e Turchia, pur non venendo considerate come possibili candidate in tempi brevi all’ingresso nell’Unione Europea, divengono, di fatto, due elementi motori della sua dialettica interna.È significativo che si moltiplichino studi di Think Tanks legati al Cremlino, che ipotizzano varie forme di integrazione della Russia nella NATO e nella UE.

Tutto ciò con una singolare coincidenza con studi di origine americana ed europea che segnalano un significativo spostamento nell’opinione pubblica europea, favorevole alle politiche del Presidente americano Obama, ma sfavorevole alla prosecuzione della “leadership”, all’interno dell’Occidente, da parte degli Stati Uniti. In definitiva, si prospetta un “Occidente allargato”, comprendente anche Russia e Turchia (oltre, eventualmente, ad alcuni Stati turcofoni e slavofoni ex-sovietici), ma in cui la leadership sarebbe destinata a spostarsi gradualmente “verso Oriente”.

martedì 16 marzo 2010

KALEVIPOEG, O DELL' IDENTITA' ESTONE


Publication, in Italian, of Synthesis of old Kalevipoeg and Today 's Writers, Presents Estonian Litterature.La synthèse, en Italien, de l' ancien Kalevipoeg et d' ouvrages contemporains, est une présentation de la culture estonienne.Zusammengelegte Herausgabe von altem Kalevipoeg und von heurtigen Autoren stellt eine Art Praesentation estnischer Kultur dar.




E' lodevole che anche in Italia ci si sforzi di fare conoscere i nuovi popoli dell' Europa, o, almeno, i popoli che hanno di recente conquistato un ruolo all' interno dell' Unione Europea.

In queso caso, gli Estoni.

Popolo che, come altri vicini (i Lettoni, i Lituani, ma perchè non anche anche gli Udmurti, e/o i Mordvini, ecc...) sono troppo poco conosciuti dagli altri Europei.

Nel caso di specie, si tratta della rivista "In forma di parole", il cui secondo volume, "La sparuta progenie di Kalev", è dedicata all'Estonia.In questo numero, sono raccolti insieme 5 canti del Kalevipoeg ed opere di autori estoni contemporanei.

Il Kalevipoeg è la saga nazionale estone, "ricostruita" secondo il modello dell' Ossian di Macpherson, delle saghe lettoni di Herder, del Kalevala di Loennroeth, delle poesie epiche illiriche del Tommaseo, delle canzoni tradizionali lituane della Gimbutas, attraverso l' audizione di artisti dilettanti rurali, e la rifusione dei materiali in opere complete e letterariamente coerenti.

La derivazione più diretta è, evidentemente, già anche per il nome, dal Kalevala finnico (o, meglio, careliano), di Loennroth, con cui, al passaggio della Finlandia dalla Svezia alla Russia, si era "costruita" un' identità nazionale per il Granducato di Finlandia (parte della Russia), ripescando tradizioni della Carelia (che, tuttavia, è sempre rimasta parte della Russia in senso stretto, e dove si trova San Pietroburgo).

Addirittura, i personaggi del Kalevipoeg sono, in gran parte, anche eroi del Kalevala.

Inoltre, solo una minima parte del Kalevipoeg riprende direttamente le antiche poesie popolari (Rune), mentre, per la maggior pate, si tratta di rielaborazioni del compilatore ottocentesco.

Kalevipoeg è un eroe fondatore: egli sbarca dalla Finlandia con l' obiettivo di generare la nuova progenie dell' Estonia.

Fra le varie cose, trasporta personalmente dalla Russia il legname necessario a costruire fortificazioni contro i Cavalieri Teutonici . Tuttavia, nella battaglia viene sconfitto, e gli vengono mozzate ambo le gambe. Nell' Aldilà, viene rigenerato, e diviene, pietrificato, il guardiano degli Inferi.

Nel Kalevipoeg si manifesta la complessità dell' eredità culturale estone.

Gli Estoni sono una delle infinite tribù ugrofinniche (uraliche) che vivono nel Nord dell' Europa, e, soprattutto, della Russia.La maggiore fra queste è il popolo finlandese, ma anche i Mordvini del Mordostan, i Mari del Mari El i Komi e i Ciuvasci delle omonime Repunbbliche russe hanno una certa consistenza.

Anticamente, tutta la parte settentrionale della Russia, lungo il Circolo Polare artico, era abitata da questi popoli, tanto da essere chiamata anche "Grande Finlandia"). Secondo molti studiosi della storia e della cultura russe(cfr. p.es., Orlando Figes, La danza di Natascia), la cultura popolare di questi popoli, rimasta a lungo sciamanica, come quella dei popoli altaici (turcici), artici (lapponi e Inuit) e siberiani, ha profondamente influenzato la cultura russa (p. es., la sagra della Primavera di Stravinskij, la pittura di Kandinskij).

In effetti, questi popoli cominciarono a subire influenze estranee (germaniche a Nord, e islamiche ad Est) nel primo periodo medievale, e cominciarono a convertirsi all' Islam e al Cattolicesimo sotto l' influenza del regno dei Bulgari del Volga e degli scandinavi. Solo nei secoli 13° e 14° vi furono vere e proprie "crociate", da parte dei danesi, dell' Impero Germanico e dell' Ordine Teutonico, per assoggettare gli Estoni, mentre la zona degli Urali veniva invasa da Tartari e Mongoli.

Nel 16° e 17° secolo, la Finlandia e l'Estonia furono sottoposte a Danesi e Svedesi, che le convertirono al luteranesimo, mentre l' impero russo conquistava i territori degli Urali, portandovi la fede ortodossa.

Con la Guerra del Baltico, Pietro il Grande tolse l'Estonia, e la parte orientale della Carelia, agli Svedesi, e vi costruì San Pietroburgo. La Finlandia e l' Estonia, in gran parte, oramai, di cultura tedesca e scandinava, subirono una crescente influenza russa, con la convivenza di tre popoli: finnici, germanici e russi.I Finnici, come, a Sud, i Baltici, furono relegati in aree rurali e furiono posti in condizioni sostanzialmente servile, mentre le loro lingue venivano studiate solo dai sacerdoti, per esigenze di predicazione.

Nel corso dell' Ottocento, anche grazie a periodi di riforma all' interno dell' Impero Russo, rinacque un certo interesse per le lingue finniche, e gruppetti di intellettuali nazionalisti cercarono di farne rinascere un uso letterario.

Durante la 1° Guerra Mondiale, l' Estonia fu occupata, come tutte le future Repubbliche Sovietiche, dall' esercito tedesco, che concesse l' indipendenza, attraverso un governo dipendente dalla Germania.

Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, l' Estonia, contrariamente ad altre Repubbliche, mantenne l' indipendenza, salvo che, con il Patto Molotov-Ribbentrop e con l' Operazione Barbarossa, fu annessa prima all' URSS, poi alla Germania, e, infine, di nuovo all' URSS, divenendo una Repubblica sovietica.

Durante il periodo sovietico, continuò il processo di russificazione, iniziato con Pietro il Grande, anche per effetto della massiccia industrializzazione.

Verso la fine del periodo sovietico, Tallinn costituiva, come Berlino Est, una sorta di vetrina del sistema socialista, facilmente accessibile con il traghetto da Helsinki e con le trasmissioni radiotelevisive in lingua finnica.

Come in tutti i Paesi baltici, il periodo successivo all' indipendenza è stato caratterizzato da forti scontri con la minoranza linguistica russofona (che costituisce circa un terzo della popolazione, ed è la maggioranza i alcune regioni).Alla minoranza russofona vengono spesso negati come in Lettonia), i diritti delle minoranze secondo gli standard europei.

Ancora oggi, uno dei principali temi di dibattito in Estonia è costituito dalle colpe degli uni e degli altri nella prima guerra civile, sotto l' occupazione tedesca, durante il periodo sovietico e al momento dell' indipendenza.

Il che non serve certamente a programmare un futuro migliore per il Paese.

Certamente, non si può negare che lo svilupppo tardo del sistema "nazionale" abbia reso difficile, qui, come anche nel Caucaso, evitare eccessivi conflitti "nazionali" fra popolazioni diverse che vivono completamente intrecciate nella vita di tutti i giorni. Ciò è vero per i Russi che vivono nei Paesi Baltici, come per gli Uralici che vivono nel Nord della Russia (anche se hanno le loro Repubbliche).

Ma è così necessario, nell' Europa del Terzo Millennio, tracciare confini così netti fra le varie etnie d' Europa?

Ma è così

venerdì 12 febbraio 2010

EUROPARLAMENTO DIFENDE PRIVACY EUROPEI

EU-Parliament Blocks Agreement with CIA Limiting Banking Privacy. Parlement Européen bloque accord avec CIA limitant la confidentialité bancaire.EU-Parlament blockiert CIA-uebereinkunft gegen Bankgeheimnis.



Il Parlamento Europeo ha bloccato un accordo, raggiunto dai Governi negli scorsi giorni con le Autorità americane, in forza del quale l' Europa stessa avrebbe obbligato il consorzio interbancario internazionale Swift a comunicare agli Stati Uniti i dati delle transazioni bancarie degli Europei.

Questo accordo era stato reso necessario dalla decisione di Swift di trasferire in Europa i servers precedentemente in America. In tal modo, la cooperazione di Swift con le Autorità americane, durata dall' 11 Settembre, non può più essere basata sulla legge americana, bensì richiede, per poter esere attuata, una base giuridica in Europa. Pertanto, i dati, accessibili alla CIA da 10 anni, non lo saranno più senza una procedura approvata dal Parlamento Europeo.

Il voto ha dimostrato che il Parlamento Europeo, quando vuole, può incidere anche su questioni di carattere fondamentale.Così facendo, ha dimostrato di volere esercitare energicamente i diritti di veto appena concessigli dal Trattato di Lisbona

Tecnocrazia contro tutela della persona

Infatti, la questione dei dati elettronici fa parte del "campo di battaglia" complessivo fra le due grandi tendenze che dividono in modo trasversale la società contemporanea.

Da un lato, i fautori della globalizzazione tecnocratica, i quali ritengono che i progressi tecnici conseguiti e progettati nell' ambito dell' attuale modello di sviluppo costituiscano il bene supremo da difendere con qualunque mezzo. Di conseguenza, la libertà di pensiero, di religione, di parola, di associazione, di manifestazione, e perfino economica, debbono essere subordinate a questo supremo obiettivo.

Dall' altro, coloro i quali ritengono che l'obiettivo dell' Umanità resti il massimo dispiegamento della personalità di ciascuno. Di conseguenza, gli obiettivi, seppur validi, della concordia fra i popoli, della pianificazione razionale, dello sviluppo economico, della sicurezza collettiva, debbono cedere quando possano compromettere la libera esplicazione della personalità umana.

I primi insistono che il massimo dispiegamento della potenza trasformatrice della tecnica non è possibile senza porre sotto pesante controllo le diversità che caratterizzano l' umanità, provocando dialettiche culturali e politiche estranee alle esigenze puramente tecniche. Questo "blocco" implica una visione in un certo senso "militare" (di tipo schmittiano) dei rapporti interpersonali ed internazionali, dove ogni cittadino è un potenziale "diverso": ogni "diverso" è un "avversario", ogni "avversario" è un potenziale "nemico", ogni potenziale "nemico" è un potenziale "combattente", e ogni potenziale "combattente" è un potenziale"terrorista".A questo punto, i normali cittadini debbono essere tenuti sotto controllo permanente, perchè potrebbero rivelarsi dei "diversi", e i "diversi" vanno comunque combattuti, perché potrebbero diventare "terroristi". Questa dialettica porta al dissenso, alla radicalizzazione e all' incremento della conflittualità.

Le idee dei secondi hanno trovato attuazione nella Carta di Nizza, il più completo documento di tutela dei diritti personali e sociali.

I fatti dell' 11 Settembre sono stati assunti , invece, come pretesto per imporre in tutto il mondo la logica del primo tipo cui sopra. Se ogni "diverso" è sospetto, occorre una "guerra infinita", per rendere tutti "eguali".In nome di questa "guerra" si può fare qualunque cosa.

La tesi opposta è che, intanto, questa "guerra infinita" vada fermata (come tutti i politici dicono di voler fare). Se, dopo 10 anni, non sì è ancora riusciti a bloccare i "terroristi", e gli stessi Stati belligeranti riconoscono che non sono più "terroristi", bensì "insorti",ciò significa che stiamo parlando di uno specifico territorio e di uno specifico scenario bellico. Non si può coinvolgere il mondo intero in una guerra che riguarda solo pochi. Dopo 10 anni, non si può controllare indefinitamente in modo poliziesco il territorio del mondo solo perchè c'è la guerriglia in Afganistan, in Pakistan, in Irak, in Palestina e nel Golfo di Aden. Se lo scopo è quello di evitare il rischio, assai potenziale, che qualcuno venga ad imporci una dittatura islamica, questa non è una buona ragione per imporci fin da subito una reale dittatura poliziesca.

Dal punto di vista dei difensori della "privacy", le invasioni nella sfera privata del cittadino, anche se, apparentemente, circoscritte, come quelle sui dati bancari, una volta inserite in un contesto più generale, che va dalle extraordinary renditions ai campi di concentramento, dalla detenzione a tempo indeterminato e senza processo alla censura sui libri di testo delle scuole, dalle interferenze partitiche sulle televisioni e sul cinema ai centri di ascolto intercontinentali sulle comunicazioni, dal controllo delle scatole nere del "web" fino all' oscuramento dei siti, incomincia ad assomigliare ad un complessivo disegno totalitario per schedarci e per disciplinarci.

Un modello europeo di difesa della "privacy" e della libertà di espressione

La ricerca dell' identità europea è anche quella di un modello armonioso di contemperamento fra le esigenze di sviluppo della persona e quelle del controllo sociale.Controllo che non si limita alle misure di polizia, ma comprende anche la promozione dall' alto di una "memoria condivisa", e l' imposizione della cultura del "politicamente corretto". Tale contemperamento si situa perciò ben lontano dall' attuale "vulgata", secondo cui ideologie lontane da quelle dominanti sono considerate come una patologia che sconfina col delitto.

La tanto decantata "Magna Charta"e il Giuramento del Ruetli, che, secondo la vulgata storiografica, costituiscono l' origine storica del costituzionalismo liberaldemocratico moderno, contenevano in bell' evidenza addirittura il "diritto di resistenza" dei sudditi, riconoscuto perfino dalla filosofia scolastica, e che, oggi, invece, viene strenuamente negato a chi non si identifichi con il "mainstream".Ciò vale non solo per coloro che dissentano dalle guerre in Medio Oriente, ma anche per il fronte opposto, come sta succedendo con il processo in corso in Olanda contro l' On.le Geert Wilders, accusato di incitamento all' odio contro l' Islam

La tutela dalle forme di controllo poliziesco, come la politica della "privacy" ha come presupposto il fatto di concepire i cittadini come originariamente dotati di libertà, e quindi anche di non accettare le scelte della maggioranza.

A nostro avviso, dev' essere mantenuto almeno il diritto al dissenso, anche se radicale, purché non si traduca in atti di violenza. Ricordiamo che, ai tempi ,tanto vituperati, della nostra gioventù, erano perfettamente accettati dal sistema gruppuscoli intellettuali che predicavano rivoluzioni di sinistra o di destra; erano ben rappresentati in Parlamento partiti di radicale, anche se pacifica, alternativa al sistema, e partecipavano perfino alla dialettica governativa partiti che miravano a modifiche sostanziali. Oggi, invece, le posizioni estreme vengono sempre più criminalizzate e soggette a misure amministrative.

I controlli di vario genere volti a salvaguardare la sicurezza dello Stato vanno svolti in modo tale da non soffocare la libertà e la diversità fino al punto da rendere impossibile la dialettica delle idee, e, quindi, il cambiamento.

Le cessioni di libertà non possono, in nessun caso, essere fatte a favore di Autorità straniere, ma, al massimo, a favore dell' Europa, sotto lo stretto controllo della Carta di Nizza, della Corte di Giustizia Europea e del Parlamento Europeo.SEcondo i Parlamentari Europei, e secondo alcuni degli stessi politici nazionali che avevano approvato l' accordo, questo era contrario ai principi "costituzionali" europei, fra i quali quelli della proporzionalità e della reciprocità. I controlli polizieschi e quelli di carattere militare possono essere necessari, ma solo se, e nella misura in cui, i primi siano legittimati dalla magistratura con adeguati mandati di perquisizione, e i secondi si svolgano in territori in cui vige il diritto bellico.I giuristi europei dovrebbero sviluppare una ben precisa "expertise" in questo campo.

Infine, non possono essere forniti ad Autorità straniere dati sensibili di carattere economico che possano compromettere la sicurezza economica internazionale dell' Europa, come sta accadendo oggi con l' attacco all' Euro.Anche per questo , gli Europarlantari hanno impostato il dibattito su questo tema come una forma di lotta per la sovranità europea. er tutti questi motivi avevamo formulato, in un precedente "post", la provocatoria proposta di formare una sorta di "intelligence economica" dell' Europa, che vegliasse su questa tormentata frontiera, essendo sottoposta alla legge ed ai tribunali europei.

Ignoriamo in che modo il legislatore comunitario intenda intervenire per colmare la lacuna venutasi a creare con la bocciatura dell' accordo. Ciò che è certo è che intendiamo essere ben presenti sul tema, seguendone tutti gli sviluppi.

giovedì 4 febbraio 2010

IL FUTURO DELLA LIBERTA'

Fini's Book Stimulates Reflexion and Critics.Le livre de Fini stimule la reflection et la critique.Fini's Buch reizt Ueberlegung und Kritik.



Rientra certamente nei compiti delle figure istituzionali, come il Presidente della Repubblica e quello della Camera, esprimere in modo persuasivo le convenzioni culturali che stanno alla base del sistema politico di cui sono rappresentanti, ed invitare le giovani generazioni ad aderirvi.

Perciò, non resta che da applaudire al fatto che i nostri Presidenti lo facciano autorevolmente.

Una tipica espressione di questa attività è il libro di Giancarlo Fini, "Il Futuro della Libertà"(Edizioni Rizzoli).

Tuttavia, è, a nostro avviso, altrettanto ovvio che tale tipo di pubblicistica, proprio per la sua natura e la sua genesi, corra il rischio di lasciare un poco un senso di incompletezza, se si pensa alla complessità delle questioni che essa affronta, e alle rigidità entro cui le posizioni istituzionali in genere sono costrette ( al contrario di quelle dei "bloggers").

La storia della libertà

Concordo con l' idea di fondo di Fini, vale a dire che il tema della libertà sia il più critico per le giovani generazioni, ma credo che visioni irenistiche, come quella offerto dal libro di Fini, corrano il rischio di indebolire, più che rafforzare, la consapevolezza dei giovani per il problema, e la loro disponibilità a battersi per esso.

L'identificazione della storia con la storia della libertà è una grande tradizionieitaliana, di cui il massimo rappresentante fu Benedetto Croce(di cui, stranamente, non si parla più). Un limite di questa impostazione è quella di fare perdere il senso della complessità della storia, ma, soprattutto, del concetto di libertà.

Come Fini giustamente ricorda verso la fine del libro, occorre distinguere una "libertà negativa"(libertà da ingerenze altrui) e una "libertà positiva"(libertà di fare delle specifiche cose concrete). Filosofi e teologi ci ricordano che esiste anche una "libertà morale" (libertà di fare il bene, qualunque cosa questo sia).

Esempio della prima: poter vivere in un' isola deserta, senza seccatori.

Esempio della seconda: poter essere curato in un ospedale.

Esempio della terza: avere il coraggio di rifiutare un ordine disumano, affrontando la morte.

Bene, contrariamente alla "storia della Libertà" che ci viene costantemente insegnata, la storia non procede necessariamente ed incontrovertibilmente verso un incremento indiscriminato della libertà. Anche perchè i tre tipi di libertà non sono paralleli, ma si condizionano (e, talvolta, si escludono) a vicenda.

Per esempio, la libertà negativa tende a diminuire sempre più, a mano a mano che il legame sociale si fa intenso, ed aumenta la "libertà positiva", qualla di ricevere "prestazioni" dalla società.Infine, la "libertà morale", difesa da Catone, Seneca, i Martiri della Legione Tebana, Bonhoeffer, Kolbe, ecc.... in genere ha modo di manifestarsi in tempi duri, in cui tanto la libertà positiva che quella negativa vengono negate.

La libertà oggi

Orbene, come si stanno muovendo, oggi, i tre tipi di libertà, e che cosa ci attende per il futuro?

La libertà negativa si sta certo affievolendo sempre più.Come rileva Conrad Lorenz, lo stesso sovraffollamento del pianeta costituisce l' attacco più violento a questa libertà. Non parliamo degli orari senza interruzione, delle luci e delle musiche sempre accese, della regolamentazione del traffico, ecc..

La libertà positiva, dopo avere conosciuto un vertice nell'Europa Comunitaria di fine secolo, dove si cumulavano le prestazioni materiali dell' "affluent society" di tipo capitalistico, con la più completa gamma delle prestazioni sociali del socialismo, sta subendo bruschi contraccolpi, in quanto, né il mercato è più in grado di garantire agli Europei una crescita quantitativa continua, né lo Stato è in grado di mantenere le vecchie prestazioni sociali.

Quanto, infine, alla libertà morale, essa è, oramai, praticamente inesistente, in quanto la stessa struttura antropologica che la sosteneva (fondata sulla civiltà classica)è stata minata in tuttio i suoi aspetti (rifiuto dei modelli dell' antichità e delle religioni trascendenti, funzionalizzazione e giuridicizzazione di tutte le decisioni, mancanza di veri margini di manovra per il singolo).

I pericoli per la libertà

Nel futuro, questo panorama tenderà a peggiorare in modo drastico.

La libertà negativa tenderà a scomparire nel modo più assoluto in un mondo di dieci miliardi e più di persone. Tutto sarà razionato e regolamentato. Qualunque atto ostile o di sabotaggio potrebbe provocare catastrofi immani: le Autorità saranno obbligate a controllare e reprimere senza remore qualunque anomalia. La robotica, la cibernetica e le tecniche elettroniche di controllo stanno fornendo strumenti spaventosi, come i "centri di ascolto" intercontinentali, la censura del web,i campi di concentramento "segreti",i "robot guardiani", i droni, lo "scanner del pensiero", ecc...

La libertà positiva, se ci sarà, si tradurrà in una progressiva sostituzione della macchina all' uomo.Per rendere tutti più intelligenti, e possibilmente egualmente intelligenti, si accrescerà la simbiosi fra l' uomo e il computer.Per garantire la salute e la longevità, si sostituiranno tutti gli arti, e perfino il cervello, con delle protesi. Lo stesso uomo verrà programmato biologicamente, poi tramutato gradualmente in un cyborg, e infine connesso ad una rete intelligente, di cui sarà solamente un "terminale"....L'eccesso di prestazioni tecnologiche e sociali si tradurrà cosìnella dipendenza totale da un universo macchinico organizzato a livello mondiale.Ideologia, informatica, cibernetica, finanza e tecnica saranno uniche a livello mondiale, e tutto ciò che si muove nel mondo sarà controllato centralmente in modo elettronico.

Le profezie di Zamiatin, di Capek, di Asimov, di Lem, di Huxley e di Oorwell si sono già realizzate: il futuro potrebbe essere molto peggio!

Un programma di battaglia per la libertà morale

La libertà diventa cruciale proprio perchè tende a sparire.In queste condizioni, quella che torna ad essere determinante è la libertà morale.

La fine della libertà negativa può essere scongiurata innanzitutto da una cultura critica, che veda i limiti dello sviluppo, e da un' educazione alla sostenibilità, che abitui ad accontentarsi di poco, come gli antichi.Poi, da un' attenzione accresciuta per gli aspetti anche procedurali della libertà. Per esempio: il diritto di parola, anche contro i dettati del "politicamente corretto"; il diritto alla "privacy" contro gli arbitri polizieschi e informatici; la tutela di tutti contro i trattamenti inumani e contro la detenzione abusiva, ecc.....Infine, la democrazia non già come "dittatura dei sondaggi", o "apoteosi della mediocrità", bensì come partecipazione quotidiana,agita e combattuta.

Che la libertà positiva non si traduca nella "trasfusione senza spargimento di sangue" , dall' umano alla macchina, può essere scongiurato solo da un rinnovato pensiero teologico, il quale, dedicandosi alla "cosa ultima", fornisca una leva contro l' autoreferenzialità della tecnocrazia. Tale pensiero, per essere operativo, non potrà essere disgiunto da una robusta cultura scientifica e tecnologica, capace di penetrare a fondo la dialettica delle "macchine intelligenti", di proporre alternative, di intervenire in tale dialettica, di limitarla, di condizionarla. Anche qui, bisogna difendere la "libertà delle religioni", cioè una laicità ben intesa, con creazione di uno spazio difeso, in cui la tecnocrazia non possa entrare, e la "libertà di ricerca", intesa come accesso agli aspetti più esoterici della tecnica, e libertà di critica della tecnocrazia.

Tutte queste cose si potranno realizzare solamente nella misura in cui si saprano utilizzare al massimo le sinergie fra le tradizioni liberali (che garantiscono l' "habeas corpus", il "due process of law" e la certezza del diritto), e quelle democratiche, che partono dall' originaria libertà positiva (il "diritto naturale"), per riconoscere il ruolo insostituibile delle formazioni sociali storiche (famiglia, città, professione), per poi costruire sistemi storici e concreti di partecipazione attiva di circolazione delle élties, di formazione dell'opinione, di deliberazione e di controllo. Quanto gli attuali strumenti normativi permettano tutto questo, va riverificato in ogni momento, soprattutto in una fase che, come dice Fini, è "costituente" (ma, a nostro avviso, più per l' Europa che per l' Italia).Vorrei solo ricordare, a quest'ultimo proposito, che l' unico soggetto politico che abbia seriamente intrapreso autonomamente l' impresa di scrivere la costituzione europea (nel 1944), il comandante partigiano piemontese Duccio Galimberti, lo fece scrivendo "in simultanea" (prima di essere ucciso), e la Costituzione Europea, e la nuova Costituzione Italiana. E' ovvio, infatti, che le due non potrebbero essere in contrasto fra di loro.

Come si vede, c' è un enorme programma di intervento culturale, educativo, scientifico, imprenditoriale, politico e giuridico.

A nostro avviso, solo sul presupposto di un siffatto programma sarà possibile lanciare un appello concreto ai giovani per la difesa della libertà.

Giacché la libertà è un valore tipicamente europeo, crediamo anche che il livello giusto per proporre un programma come quello sopra sia quello europeo.








giovedì 28 gennaio 2010

LA MISSIONE DEL DOTTO


On the Need for Culture in Postmodernity.Besoin de culture dans la postmodernité.Not fuer Kultur im Postmodernen

I lettori hanno lamentato che, nel precedente blog "Intellettuali" o "saggi", non avesssimo chiarito a sufficienza la nostra concezione di "intellettuali". Abbiamo già parzialmente risposto.

E, tuttavia, sempre a causa della limitatezza del "format", propria del "blog", non abbiamo potuto sviluppare meglio il concetto, che coinvolge una nozione di "funzione sociale" ed una nozione di storia di tale "funzione".

La "funzione sociale" dell' intellettualità è intrinseca al concetto di umanità .

Certo, non crediamo più, come Cartesio, che "Cogito, ergo sum".E, tuttavia, il pensare, il creare, il comunicare, sono parte integrante dell' umanità, dalle prime forme di espressione, di linguaggio, di produzione. Una funzione intellettuale "separata" emerge lentamente, dalle categorie dei "vecchi" dei "saggi", dei "capi", degli "sciamani".

Più tardi, la cultura si specializza ancora, "profeti", "sacerdoti", "cantori", "artigiani", "artefici", "astronomi".E così via, fino al livello massimo di specialismo che vediamo nei curricula delle odierne università.

A causa dell' infinità delle forme che questa funzione ha assunto durante tutta la storia dell' umanità, risulta difficile immaginare una situazione in cui non vi siano più intellettuali. Al contrario, nella misura in cui, attraverso la storia culturale, l' uomo si allontana dalle sue origini animali, la quota parte "culturale" aumenta rispetto a quella "materiale".In futuro, con la diffusione della cibernetica, il ruolo dell' attività umana dovrebbe concentrarsi sempre più nell' attività culturale. Addirittura, l' attività culturale deborda oramai nelle "macchine intelligenti," che supoportano la comunicazione, la immagazzinano, la diffondono, la replicano, la ricercano, addirittura la creano.

La vera sfida all'attività culturale viene dalle macchine intelligenti, che, a poco a poco, soppiantano le attività culturali dell' uomo.

La vera battaglia del domani sarà quella per dominare, addomesticare, e, forse, chissà, "umanizzare" le macchine intelligenti.

In attesa di questa fase lontana, viviamo in un mondo complesso e ibrido, in cui coesistono l' animalità e l' intelligenza artificiale, la cultura e il macchinismo, la spiritualità e i robot.

Quale la "missione del dotto" (per dirla con Nietzsche) in questa fase intermedia?

Certo, ci sarebbe molto da dire.

Tuttavia, un tema emerge prepotente sugli altri: i rischi per la libertà.

Nonostante la retorica libertaria, la società moderna è sempre meno libera. La concentrazione del potere ideologico, militare e finanziario in pochi centri mondiali; i grandi Stati, le multinazionali; l' omologazione dei consumi e della comunicazione; la fede nell' avanzare omogeneo e lineare di una Ragione Universale; la semplificazione del discorso pubblico; il conformismo culturale;i condizionamenti da parte degli apparati tecnologici e burocratici, portano ad una riduzione del margine di autonomia, critica e creatività.

L'avanzare dell' integrazione internazionale, delle tecnologie, delle ideologie e religioni globali, l'uniformazione delle classi, l' incertezza economica, il carattere sempre più artificiale della vita biologica, restringeranno ulteriormente i margini di autonomia.

Al conformismo degli "intellettuali organici" si sovrappone quello, più trasparente, e, quindi, più indistruttibile, dei "funzionari culturali" (magistrati supremi, grandi accademici, managers di multinazionali del settore comunicazione, funzionari internazionali e governativi, direttori di giornale, responsabili delle pubbliche relazioni, ecc..), tutti "intellettuali" che hanno come "deontologia professionale" quella di esprimere la posizione ufficiale della propria Istituzione.

Che resta dell' intellettuale che esprime una propria fantasia, che provoca i concittadini, che insegna una nuova dottrina, che sperimenta un nuovo modo di vivere o creare, che polemizza con i costumi prestabiliti, che si batte e muore per le proprie idee?

Certo, la lotta diventa sempre più diseguale. Certo, l' intellettuale indipendente dovrà sobbarcarsi una dose di "rivalità mimetica" superiore a quella dei propri avversari.

Per esempio, se Dante fu costretto a iscriversi alla Corporazione degli Speziali e Nietzsche riuscì a farsi dare una pensione svizzera, bisognerà escogitare un qualche modo per entrare nelle segrete cose del complesso tecnologico, informatico e comunicazionale.

Tuttavia, in ultima analisi, gli intellettuali indipendenti hanno ancora delle "chances" (almeno finché il fattore umano resterà rilevante), perchè la società postmoderna è alla ricerca spasmodica di nuove idee da "spendere" sul mercato o nel "circo mediatico", e gli "intellettuali indipendenti" sono la maggiore fonte di nuove idee. I plagi aumenteranno esponenzialmente, come nel campo della tecnologia, dove è ben noto che buona parte delle scoperte furono "rubate" ad altri scienziati.

E, tuttavia, queste idee cammineranno.

Certo, ci sarebbe un ruolo anche per la politica.Una politica di difesa delle procedure liberali e democratiche, dei diritti civili, non fine a se stessa, ma come difesa della cultura, e dell' umano, contro gli eccessi della modernità e contro l' avanzare di un' era completamente meccanizzata.

lunedì 12 gennaio 2009

Diritti umani e pluralità culturale. In memoria di Samuel Huntington.


Identità Europea starts up its debate with readers about “universal” and “local” values and rights.
Identità Europea amorce un débat avec ses lecteurs à propos de valeurs et droits “universels” et “locaux”.
Identità Europea fängt mit seinen Lesern eine Debatte über “universelle” und “lokale” Werte.

Intervenendo in questo blog, Mario Gattiglia ha rilevato che l’idea della pluralità delle culture costituisce un’acquisizione della cultura moderna (personalmente, direi, piuttosto, postmoderna). Più precisamente, la teorizzazione a livello filosofico di tale concetto è legata, a mio avviso, all’ermeneutica. Tuttavia, la consapevolezza di tale pluralità era fortissima in autori antichi, come Erodoto, e più recenti, come Pascal e Goethe.
Visto l’interesse per questo tema, vorrei approfittare dell’intervento di Gattiglia per allargare il mio pensiero.
Già il Corano sanciva il diritto alla pluralità culturale fra le religioni politeistiche, ma sulla base di una gerarchia. Hegel costruì una filosofia della storia nella quale la pluralità delle culture veniva codificata, ma si manteneva una gerarchia fra le stesse, fondata sulla missione dei popoli germanici e protestanti. Altri, come Schopenhauer e Guénon, per non parlare di Aurobindo, vedevano, invece, una superiorità dell’India. Spengler e Toynbee, infine, non attribuiscono alla pluralità un significato gerarchico e concordano sul fatto che l’egemonia occidentale non sia destinata a durare in eterno.
Ma se vi è una pluralità di culture, nello spazio oltre che nel tempo, i valori cambiano. Abbiamo il diritto di decretare che i valori delle altre culture sono inferiori a quelli della nostra?
Secondo un’interessante tesi del recentemente scomparso Samuel Huntington, vi sarebbero due categorie di valori, quelli “spessi”, comuni a tutte le maggiori civiltà, e quelli “sottili”, comuni solo a determinati “culture”. Huntington, che ha una così cattiva fama a causa del titolo provocatorio di un suo libro (“Scontro di civiltà”), è, in realtà, uno dei più equilibrati politologi americani. Egli, partendo dalle idee di Spengler e di Toynbee sulla pluralità delle culture, e da uno studio lucido dell’ identità americana, prende atto del fatto che uno scontro fra la cultura “occidentale” e le altre culture è in corso e si sforza di minimizzarne i danni, anche se non si sente di escludere esiti catastrofici.
Secondo la mia personale lettura, i valori “spessi” sono quelli propri delle ere protostoriche, in cui la società aveva carattere cetuale, e vigeva l’idea della “gerarchia simbolica”, sicché gli uomini dovevano adeguarsi ad archetipi di carattere rituale. Benché in tali epoche non esistesse la idea di “diritti universali”, tuttavia erano diffusi principi universali necessari a salvaguardare il legame sociale, come, per esempio, “neminem laedere” (non danneggiare nessuno); “suum cuique tribuere” (dare a ciascuno il suo), onora gli dei, le autorità, i genitori, aiuta il prossimo, vivi sanamente, ecc...Tali valori sono “universali” nel senso che sono comuni all’enorme maggioranza dei popoli, perché l’enorme maggioranza dei popoli è pervenuta almeno fino all’epoca protostorica.
Altri valori, come, da un lato, quello dell’operosità, tipico dei popoli occidentali, o quello del rispetto dei riti, tipico dei popoli orientali, non sono comuni, perché, in epoca storica, questi popoli hanno subito evoluzioni diverse, che hanno ispirato valori “sottili” diversi.
Il diritto deve rispettare le diverse identità dei popoli. Non tutti gli istituti giuridici (p.es, l’illimitata libertà economica, oppure i matrimoni gay, oppure la poligamia) possono risultare applicabili a tutti i popoli. Tuttavia, vi è una soglia minima di diritti, i “diritti universali”, che vengono riconosciuti come tali da tutte le culture: diritto alla vita, all’ integrità fisica, morale ed economica, diritto alla differenza culturale, alla libertà di coscienza, di culto, di pensiero, di associazione...Questi sono i valori fondamentali che dovrebbero essere contenuti nei documenti internazionali e fatti valere in modo assoluto in tutto il mondo da un’apposita giustizia internazionale.
Quei “diritti dell’ uomo” che derivano dai “valori sottili” di una determinata area geografica, dovrebbero dare luogo ad elenchi di diritti fondamentali specifici di quell’area geografica.
Questo tipo di suddivisione dovrebbe permettere di garantire un’effettiva applicazione dei diritti. Infatti, l’impossibilità garantire (o imporre) certi diritti in tutto il mondo fa perdere ogni fiducia nel sistema nel suo complesso.
Ma valori concepiti secondo lo schema qui presentato sono valori “fondati” o “relativisti”? Per me, personalmente, la domanda non ha senso. In una prospettiva ermeneutica, il “fondamento” di ogni cosa sta nell’interpretazione di una tradizione. Orbene, nella misura in cui un valore discende da una interpretazione in buona fede, esso è “fondato”, in quanto trova la propria base nell’unico nesso strutturale “fondato” dell’ esperienza umana.
La concezione medievale di ermeneutica (mishnà, ijtihàd), comune alle tre religioni abramitiche, convergeva in quest’idea di ricerca comune della verità delle tre Religioni del Libro. In un mondo ancor più globalizzato di quanto già non fosse quello medievale, si richiederebbe, a nostro avviso, da un lato, di valutare come applicare questo concetto a tutte le aree del mondo, e, dall’ altro, di effettuare analisi specifiche per aree come quelle nord e sud-amercana, quella del Sud del pianeta, quella indica, quella confuciana, ecc...

venerdì 9 gennaio 2009

Lavorare in Europa sui Diritti Umani


Working on implementation of Human Rights: Pope and President express critical news. Travailler les droits de l’homme: Le Pape et le Président expriment une position critique. Arbeiten für Menschenrechte: Papst und Präsident aüssern kritische Gesichtspunkte.

I Diritti dell’Uomo costituiscono, prima che una realtà, un problema, come si evince dall’eccellente opera recentemente pubblicata da Marcello Flores, e come confermato dalle prese di posizione delle massime autorità in occasione dei 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: il Papa ha sottolineato come tali diritti, senza un adeguato fondamento spirituale, rischino di essere svuotati, e il Presidente italiano ha fatto rilevare come, alla loro affermazione teorica, non corrisponda un’effettiva attuazione.
La posizione espressa dal Papa non si discosta da quella tradizionale della Chiesa cattolica, che i giuristi medievali avevano mutuato dal Diritto Romano, secondo il quale i diritti umani erano originari, anche se comprimibili nel corso della storia: vigeva il principio “in dubio pro libertate”, come aveva rilevato, per esempio, Monsignor De las Casas.
La critica papale si rivolge soprattutto contro la visione laicistica del diritto, e, quindi, anche dei diritti dell’uomo, secondo la quale il diritto, in quanto realtà umana, avrebbe un valore solamente “trascendentale”, cioè nella società e nella storia, e non, invece, “trascendente”, cioè assoluto, e, quindi, fuori della storia. Se i diritti umani sono “trascendentali”, essi possono essere cambiati, e, quindi, tali diritti non sono garantiti per sempre.
Con questa obiezione si tocca un punto molto delicato dell’intera dottrina dei diritti umani, che, da un lato, pretendono ad un valore assoluto, ma, dall’altro, si scontrano contro i due opposti vincoli, da un lato, della storicità, e, dall’altro, del loro carattere intrinsecamente “metafisico”, non fondabile su criteri che non siano fideistici. Quanto alla storicità, ricordiamo che nel Vecchio Testamento, libro sacro comune alle tre religioni monoteistiche, i diritti umani nel senso attuale del termine non venivano neppure presi in considerazione, mentre, al contrario, venivano esaltati, come volontà di Dio, lo sterminio dei pagani e degli eretici, il divieto della libertà religiosa e la schiavitù. La stessa proposizione dei Dieci Comandamenti (che, in quanto Doveri verso Dio, potrebbero essere il rovescio positivo dei Diritti Umani) è misteriosamente legata, nella vicenda del Vitello d’Oro, a un’orrenda strage ad opera di Mosè e dei sacerdoti.
Per ciò che riguarda il carattere fideistico, occorre ricordare che altre religioni, per esempio l’Islām, hanno visioni diverse dei diritti umani, derivate dall’interpretazione del loro “pacchetto” di libri sacri.
Quanto al grado di attuazione dei diritti umani, mentre diamo per scontato che essi non siano rispettati integralmente in nessun Paese, come rivelano i rapporti annuali di Amnesty International, possiamo affermare che essi non sono molto rispettati neppure in Occidente, e neppure in quell’Europa che pretende di essere alla guida in questa materia e che, con la Convenzione di Nizza, ha posto in essere il catalogo più esauriente di tali diritti. Ed è su questo, su ciò che accade in Europa, che dovremmo concentrarci, in quanto, da un lato, su esso possiamo operare effettivamente, e, dall’ altro, non può essere il sospetto che il nostro intervento sia motivato dalla semplice volontà di indebolire e omologare Paesi che consideriamo diversi od ostili. Infine, solo così l’Europa potrebbe pretendere quel ruolo di guida morale a cui aspira.
Basti pensare alle condizioni discriminatorie nei confronti dei migranti, con o senza documenti, e perfino cittadini comunitari; basti pensare al diniego del diritto alla differenza culturale ai cittadini europei di lingua e cultura russa, turca ed araba, che non possono usare ufficialmente le loro lingue, pur se parlate da un numero di cittadini europei superiore a quello di uno Stato membro di medie dimensioni, e, anzi, vengono spesso discriminati ed esclusi proprio con pretesti linguistici. Ricordiamo soprattutto l’attacco frontale, non solamente alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, lanciato in America dalla Presidenza Bush, ma estesosi a tutto l’Occidente, in concomitanza con il Patriot Act, che ha negato, tra l’altro, diritti sanciti da testi costituzionali di tutti i tempi e di tutti i paesi: il diritto alla Resistenza della Magna Charta, il diritto ad un equo processo sancito dall’Habeas Corpus, il diritto di eguaglianza sancito dalla Dichiarazione di Indipendenza americana, la Convenzione contro la tortura, il diritto alla Privacy, e tanti altri. Tali limitazioni ai diritti dell’uomo riconosciuti fin dai tempi antichi non sono ancora state sanate.
Crediamo che i tre problemi chiarezza di definizione, fondamento e concretezza nell’attuazione pratica, debbano andare di pari passo.
Il miglior modo di commemorare questo anniversario appare, dunque, quello di varare un energico programma di lavoro, che parta dalla riflessione filosofica e teologica, attraversi una rivisitazione del diritto europeo e costituzionale in concomitanza con la ratifica del Trattato di Roma e le discussioni sulla Costituzione Europea, per pervenire a precise azioni - legislative ed applicative - sul piano dei diritti “interni”.
Ci sembra che la già citata opera di Flores costituisca un buon punto di partenza, proprio perché non nasconde in alcun momento la storicità e la problematicità della questione.