Exhibition in New York Renews Interest for Danube Civilisation. Une exposition à New York relance l'intéret pour la civilisation danubienne. Ausstellung in New York erneut Interesse fuer Donau-Zivilisation.
Per noi, che abbiamo dedicato enormi sforzi di ricerca ed editoriali per inserire le problematiche della Civiltà Danubiana all' interno del più ampio dibattito sull' Identità Europea, costituisce non solo una grande soddisfazione, bensì anche un grande stimolo, il fatto che, dopo un, non inspiegabile, periodo di oblio, questa grande civiltà, ignorata dalla storiografia ufficiale, torni al centro della scena culturale, con l' esposizione organizzata a New York dall' Institute of Ancient World (http://www.nyu.edu/isaw/), destinata ad essere replicata in tutti gli Stati Uniti.Il fatto che una mostra di questo tipo venga realizzata per la prima volta negli Stati Uniti non è senza collegamenti con il fatto che l' interesse per fatti culturali apparentemente marginali, ma, in realtà, forieri di grandiosi sviluppi, come questo, seguano le continue oscillazioni negli interessi culturali degli Enti finanziatori.
A nostro avviso, la Civiltà danubiana presenta:
1) un elevato interesse scientifico, in quanto dimostra l' esistenza, fra il 6° ed il 4° Millennio a.C, di una civiltà europea dotata di religione, arte, agricoltura, artigianato, architettura, urbanistica, scrittura, che anticipano di molto quelle del Vicino Oriente Antico (Mesopotamia e Egitto), che sorgono solo nel 4°-3° Secolo, facendo ipotizzare, addirittura, un trasferimento di conoscenze dai Balcani al Vicino Oriente;
2)un elevato interessse politico:
a)in generale, in quanto costituisce il terreno di scontro pivilegiato fra, da un lato, la concezione matriarcale e pacifistica della Preistoria (affine a quella del Buon Selvaggio, e della Democrazia e del Comunismo primitivi), propri di Rousseau, di Bachofen, di Kollar, e quella militaristica ed aristocratica del "Mito Ariano" (propria di Kossinna, Guenther, Dumézil);
b)in particolare, per gli Europei, in quanto costituirebbe un primo caso di "Melting Pot", esteso dall' Ucraina all' Italia, dalla Germania Est alla Grecia, in cui, 6000 anni fa, convissero tanto la civiltà matriarcale e pacifista, quanto quella aristocratica e metallurgica, così costituendo un primo centro di irradiazione della comune identità europea.
A causa di questo nodo incandescente di questioni, la civiltà danubiana è stata, talvolta, esaltata, talvolta, nascosta, nell' Impero Austro-ungarico, negli Stati Nazionali dell' Europa Centrale e Orientale, nell' America femminista e del New Age, negli Stati postcomunisti, nell' America di Bush, e, ora, in quella di Obama. Peccato che manchi una presa di posizione specifica dell' Unione Europea.
Una delle ragioni fondanti del nostro blog (come pure della Casa Editrice Alpina -cfr. sito www.alpinasrl.com-, nonché dell' Associazione Culturale Diàlexis) è costituita precisamente dal tentativo di portare alla luce dell' attualità temi come questo, forzando, se possibile, la stessa Unione Europea a prendere posizione.
Su un livello più modesto, ma, tuttavia, immediato, è nostro obiettivo PORTARE QUESTA MOSTRA IN EUROPA!
Perciò, saremmo grati a tutti coloro che potessere porci in contatto con gli organizzatori della Mostra, nonché con Enti finanziatori, musei, istituti culturali, che potessero aiutarci in questo obiettivo.
Il nostro indirizzo è:
info@alpinasrl.com
Per completezza di informazione, riportiamo qui di seguito alcune pagine del nostro libro
Riccardo Lala, 10.000 anni di identità europea,
1° Volume, Pàtrios Politèia,
Alpina, 2006
Questo libro può essere ordinato direttamente alla nostra casa editrice:
Alpina Srl
Via P. Giuria n.° 6
10125 Torino
Italy
Tel. 00390116688758
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"3. La “Old Europe”
Si noti che, se quest'ultima fosse la data “ufficiale” di inizio dell'identità europea, la stessa avrebbe, ormai, dietro di sé, 40 secoli di storia. Tuttavia, vi è, oramai, una vasta corrente storiografica che tende a riconoscere, nelle culture neolitiche europee del 6°-3° secolo a.C., tutte le principali caratteristiche di tre grandi civiltà antiche: quella danubiana (a cui sarebbero da imparentarsi quelle egea e cretese), quella megalitica e quella dei Kurgani. Questa sarebbe stata caratterizzata da una propria specifica religiosità, da primordiali strutture urbane, e, perfino, dall'invenzione della scrittura - il cosiddetto “antico alfabeto europeo”, tuttora non decifrato: «Fra i ritrovamenti che testimoniano l'uso della scrittura ci sono anche pesi da telaio con iscrizioni, ritrovati in grandi quantità. Il telaio verticale a pesi era il solo tipo di telaio usato nell'Europa antica e in Medio Oriente. Quanto alla natura delle iscrizioni, esse sono state interpretate in connessione con la simbologia religiosa della Grande Dea, patrona dell'arte tessile. L'associazione della tessitura con una divinità femminile è ben nota dall'antica mitologia greca: si crede che Atena in persona abbia donato alle donne mortali l'arte della tessitura. È noto, inoltre, che alla vigilia del matrimonio, le donne offrivano ad Artemide, nei suoi santuari, utensili per la tessitura e vestiti».
Si noti, soprattutto, che questo complesso di segni, che costella, in un modo singolarmente costante, tutti gli oggetti di questa antica civiltà (la “Civiltà Danubiana”), costituisce, senza ombra di dubbio, un’antichissima, non ancora decifrata, forma di alfabeto, che ne fa l’alfabeto più antico della storia. Il nocciolo di questa “Old Europe” si situerebbe nella cosiddetta “cultura di Vinča”, avente i propri limiti estremi a nord-est nel Maramures rumeno, a nord-ovest fra la Vojvodina e la Slavonia, ad ovest a Sarajevo, a sud-est nel territorio della Grecia, comprendendo anche l'Ungheria e la Rutenia Transcarpatica.
Vista nell'ottica della “Old Europe” di Marija Gimbutas, sotto l'egida del culto della Grande Madre, Europa appare, allora, come uno dei tanti miti riferiti a quelle principesse “barbare”, eternate dalla letteratura classica, le quali contribuirono, nell'era delle grandi migrazioni nel Mediterraneo Orientale del 2° Millennio avanti Cristo, a facilitare la creazione della civiltà europeo-mediterranea (poi, greco-romana), con la loro dedizione altruistica (e, in un certo senso, suicida) agli eroi fondatori della stessa.
La vitalità delle sopravvivenze della cultura di questa “Old Europe”, anche attraverso ed al di là delle vestigia delle antiche civiltà indoeuropee a noi conosciute, appare, a Marija Gimbutas, come un dato di prima evidenza, che giustifica e fonda l’ipotesi di un vero e proprio sincretismo fra, da un lato, la civiltà pacifica e matriarcale dell’“Old Europe”, e, dall’altro, quella maschilista e guerriera dei popoli dei Kurgani, ed, in particolare, degli Indoeuropei.
«È chiaro che le mitologie indoeuropee sono combinate con quelle pre-indoeuropee, e che un sistema attendibile non può essere ricostruito senza prima distinguere e poi eliminare questi sistemi arcaici. Il modello di Dumézil non funziona se applicato a queste mitologie ibride. Le dee ereditate dall'Europa antica, come le greche Atena, Era, Artemide, Ecate, le romane Minerva e Diana, le irlandesi Morrígan e Brigit, le baltiche Laima e Ragana, la russa Baba Yaga, la basca Masi e altre, non sono ‘Veneri’ dispensatrici di fertilità e prosperità: come vedremo, sono molto di più. Queste dispensatrici di vita e reggitrici di morte sono ‘regine’ o ‘signore’, e tali restarono nei credi individuali per molto tempo, nonostante la loro ufficiale detronizzazione, militarizzazione o ibridazione con spose e mogli celesti indoeuropee. Le antiche dee europee non divennero mai ‘déesses dernières’, neppure in epoca cristiana. Tutto questo rende obbligata un'espansione verticale nel metodo di Dumézil».
Gimbutas fonda buona parte delle proprie argomentazioni sulla testimonianza della cultura materiale, prevalentemente artistica, dei popoli neolitici europei del VI, V, IV, III e II Millennio a.C., che testimonierebbero, se non veramente un matriarcato, almeno una società (“gilania”) caratterizzata dall’equilibrio fra l’elemento maschile e quello femminile: «L'arte incentrata sulla Dea, con la sua singolare assenza di immagini guerresche e di dominio maschile, riflette un ordine sociale in cui le donne, come capi-clan o regine sacerdotesse, ricoprivano un ruolo dominante. L'antica Europa e l'Anatolia, come la Creta Minoica, erano una ‘gilania’. Religione, mitologia e folclore, studi della struttura sociale dell'antica cultura europea e di quella minoica riflettono un sistema sociale equilibrato, né patriarcale né matriarcale, confermato dalla continuità degli elementi formativi di un sistema matrilineare nell'antica Grecia, in Etruria, a Roma, nei paesi baschi e in altri paesi europei.
Mentre le culture europee trascorrevano un'esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a.C., una cultura neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia meridionale, e, dopo la metà del V millennio, persino a Ovest del Mar Nero. Questa nuova forza, inevitabilmente, cambiò il corso della preistoria europea. Io la chiamo la cultura ‘Kurgan’ (in russo Kurgan significa tumulo), poiché i morti venivano sepolti in tumuli circolari che coprivano gli edifici funebri dei personaggi importanti.
Le caratteristiche fondamentali della cultura Kurgan, che risalgono al VII e VI millennio nell'alto e medio bacino del Volga: patriarcato, patrilinearità; agricoltura su scala ridotta e allevamento di animali, compreso l'addomesticamento del cavallo a partire dal VI millennio; posizione prevalente del cavallo nel culto; e, di grande rilievo, fabbricazione di armi quali l'arco e la freccia, la lancia e la daga. Elementi distintivi, tutti, che si accordano con quanto è stato ricostruito come fenomeno proto-indoeuropeo dagli studi linguistici e di mitologia comparata, e si oppongono alla cultura gilanica, pacifica, sedentaria, dell'antica Europa, caratterizzata da un'agricoltura altamente sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche».
Secondo Gimbutas: «Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (che considero proto-indoeuropei) misero fine all'antica cultura europea all'incirca tra il 4300 e il 2800 a.C., trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare in patrilineare. Le regioni dell'Egeo e del Mediterraneo si sottrassero più a lungo al processo; in isole come Thera, Creta, Malta e Sardegna, l'antica cultura europea fiorì dando luogo ad una civiltà creativa e invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C., mille-millecinquecento anni dopo la completa trasformazione dell'Europa centrale. Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In realtà, molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini nella nostra arte e letteratura, motivi di grande suggestione nei nostri miti e negli archetipi dei nostri sogni.
Viviamo ancora sotto il dominio di quella aggressiva invasione maschile e abbiamo appena cominciato a scoprire la nostra lunga alienazione dall'autentica eredità europea: una cultura gilanica, non violenta, incentrata sulla terra».
Sulla scia degli studi sulle società matriarcali, non soltanto di Marija Gimbutas, ma anche del filosofo romantico Bachofen, le moderne “filosofie femministe” sono profondamente impregnate del mito di questa antica civiltà matriarcale, antecedente all'invasione dei popoli guerrieri e patriarcali, fossero essi Indoeuropei, Semiti od Uralo-Altaici. In quella mitica antichità, le femministe collocano la loro “Età dell'Oro” il loro mito del “buon selvaggio”.
Qualunque cosa si pensi di queste teorie sulla “Old Europe”, non vi è dubbio che gran parte della religiosità classica, nonché il culto mariano dell'Europa cristiana, siano stati profondamente influenzati dalla figura della Grande Madre. Non è, quindi, forse, neanche un caso il fatto che il culto mariano sia particolarmente forte in quelle aree dell'Europa Centrale ed Orientale che, secondo la Gimbutas, furono la culla del culto della Grande Madre (Francia settentrionale, Renania, Polonia meridionale, Russia meridionale, Balcani).
Tornando ad Europa, essa non è sola fra i personaggi femminili che accompagnano l’ascesa dei nuovi eroi guerrieri: si incomincia da Arianna, che permette all'ellenico Teseo di sconfiggere l'“afro-asiatico” mostro Minotauro; si giunge, poi, a Medea, la principessa della Colchide, che aiuta Giasone a rapire, nella sua terra, il “Vello d'Oro”, e condivide con lui il regno in Corinto, fino alla tragica morte. Poi, Calipso, Circe e Nausicaa, che allietano, ma rallentano, i viaggi di Ulisse verso la Magna Grecia ed il suo “nostos” ad Itaca. Infine, Didone, che permette ad Enea ed ai suoi compagni di ristorare le proprie forze prima del viaggio finale verso la “nuova Troia”, l'Italia.
Ribadiamo che il nostro soffermarci su questi temi non è dettato da sterile nostalgia classicistica, né da un ozioso tecnicismo archeologico, ma costituisce, anzi, un sorta di “atto dovuto”, data l'importanza di tali temi, quali motivi ispiratori, oggi più che mai, del dibattito culturale e politico europeo, ed, in particolare, del femminismo. Ad esempio, le appena citate opere di Marija Gimbutas, come pure le recenti opere di Christa Wolf, la quale ha ritenuto significativa, quale espressione dei turbamenti degli attuali Europei, dell'Ovest e dell'Est, nonché delle aspirazioni e rivendicazioni femministe, proprio la “rivisitazione” dei miti di Cassandra e di Medea.
Un'autrice particolarmente attenta ai significati metastorici del nostro mito è Luisa Passerini: «La ricomparsa del mito di Europa nella contemporaneità si inserisce in una più vasta ricognizione della mitologia sia di origine classica sia derivata da tradizioni da tutto il mondo, con cui il nostro tempo cerca di riannodare le fila interrotte da diaspore e tragedie. Secondo Campbell, viviamo oggi in una morena terminale di miti e simboli che sono i frammenti grandi e piccoli di tradizioni di grandi civiltà, e il nostro compito è di convertire i detriti della morena in un laboratorio di rivelazioni. Sono ancora indispensabili le molte funzioni del mito, da quella mistica che ispira un senso di partecipazione all'universo, a quella cosmologica che potrebbe attribuire significati alle visioni scientifiche attuali, a quella sociologica e pedagogica, che cercano l'una di mantenere sistemi di valori e costumi, e l'altra di aiutare gli individui nei passaggi tra i vari stadi della vita; ma tutte devono essere innovate e portate all'altezza dei grandi cambiamenti della nostra epoca».
Come ricorda Passerini, il caso di Europa era stato adottato come illustre esempio di questa funzione del mito in un'opera congiunta di Jung e di Kerényi: «‘Quest'immagine segna l'apparizione della fanciulla nelle sembianze di Europa’, annota Jung, per mostrare l'emergenza di immagini archetipiche, 'concatenazioni di rappresentazioni' che possono 'riaffiorare in qualsiasi secolo e in qualsiasi luogo'. Si tratta di esperienze che non hanno a che fare con un'eredità specifica di razza, ma con un tratto universale umano».
Emerge, pertanto, qui, il carattere del “mito autentico”, che è quello di rimandare ad un'esperienza universalmente umana, non mediato dall'ideologia: «Più specificamente, la congiunzione del Toro divino e di Europa indica l'assunzione nell'inconscio della figura della Kore e dunque l'integrazione dell'umano con il subumano e il sovraumano, la ricomparsa del mito invita dunque a tentare nuove forme del rapporto tra conscio e inconscio (Jung, 1989)».
Per tutti questi motivi, il mito di Europa può, a nostro avviso, fare oggetto, da parte nostra, di una concreta elaborazione culturale, che lo ponga quale fondamento di una determinata concezione del “nocciolo duro” dell'identità europea, che permetta, a sua volta, a quest'ultima di “situarsi” nei confronti di altre figure mitiche, come, in primo luogo, quella della “Translatio Imperii”, della quale essa è, per un verso, l'anticipatrice, e, per l'altro, l'antitesi.
Occorre, per altro, ricordare che non tutta la più recente storiografia riconosce, alla “gilania” sud-est europea, il primato storico dell'introduzione della civiltà in Europa. Come noto, Colin Renfrew, fondandosi sul metodo del carbonio, ha stabilito che le più antiche culture superiori presenti in Europa sono quelle megalitiche di Malta e dell'Inghilterra.
Come, d’altronde, abbiamo già affermato in premessa, tre sono le principali aree culturali presenti nella protostoria europea: nei Balcani e nell’Italia Orientale, fioriva la “Civiltà Danubiana”: a nord-est, nelle steppe russe, e, poi, più tardi, nelle pianure dell’Europa Centrale, si estendeva la “Civiltà dei kurgan”. E non si deve neppure dimenticare che, nelle faglie e negli interstizi fra quelle civiltà, sopravvivevano le preesistenti civiltà di cacciatori e di raccoglitori, le quali, da un lato, avrebbero mantenuto la loro continuità fino ai nostri giorni, attraverso piccoli popoli minoritari, come i Baschi ed i Georgiani, e, dall’altro, secondo recentissimi studi storici, costituirebbero il vero substrato etnico degli attuali Europei, i quali, di quei popoli primitivi, continuerebbero a condividere il DNA.
Questa quadripartizione dell’Europa più antica costituisce, per noi, se ancora ve ne fosse bisogno, una ulteriore conferma del fatto che il fatto saliente dell’identità europea sarebbe stato costituito, da sempre, dal suo pluralismo. Sembrerebbe, infatti, risultare applicabile già perfino a quell’antica era paleolitica, l’osservazione, che sarà ripetuta da Ippocrate ad Aristotele, e da Machiavelli a Montesquieu, che l’elemento saliente dell’identità europea, e la sua forza, sarebbe costituito proprio dalla sua pluralità.
Certo, è difficile, ed, in ogni caso, dovrebbe essere fatto forse in altra sede, ripercorrere, sulla base dell’archeologia e delle tradizioni locali, il rapporto intercorrente fra le civiltà neolitiche delle varie regioni d’Europa, con le civiltà che le hanno seguite. Per esempio, gli echi delle civiltà megalitiche nell’epopea celtica delle isole britanniche (i “Túatha te Danann”), oppure il legame molto stretto fra gli antichi “Popoli dei kurgan” ed i successivi “popoli delle steppe” (unni, avari, khazari, magiari, tartari, ma anche lituani, turchi e cosacchi).
A questi rapporti si farà, per altro, quando necessario, riferimento caso per caso nel corso delle pagine seguenti.