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martedì 16 marzo 2010

UN'ORIGINE COMUNE DEGLI ALFABETI?


Von Petzinger's Research Shows Worldwide Communalities in Palaeolythic Symbols. La recherche de von Petzinger montre des communalités entre les symboles du paléolythique. Von Petzingers Studie zeigt Gemeinsamkeiten zwischen Symbolen in der Palaeolythik.



Una delle nostre tesi preferite è che esista una sorta di "stratificazione" delle caratteristiche proprie di ciascuna cultura, ove, al vertice, vi sono caratteristiche generalissime di tutta l' umanità, poi, a scendere, caratteristiche un poco più specifiche delle diverse grandi "cerchia culurali", poi ancora più specifiche e più marcate, quelle delle diverse "nazioni" o "regioni", infine, specificissimi i "geni dei luoghi", ed, irriducibili, le identità personali.

Un simile elemento di "individuazione" sembrerebbe percorrere tutti gli aspetti della cultura. Uno di questi è il linguaggio.

Anche questo campo, si contrappongono, come noto, due scuole: da un lato, quella monogenetica, secondo la quale tutte le lingue sono nate da un' unica lingua, e quella poligenetica, secondo la quale le origini delle lingue sono disparate.

Non entriamo qui in questo dibattito per altro molto fruttuoso, ma ci limitiamo a quello su un aspetto della lingua: l' alfabeto.

In questo campo, risulta abbastanza assodato che vi furono certamente quattro sistemi di scrittura "capostipiti": quello sumerico, quello cinese, quello maya e quello inca.

Secondo le tesi di Marija Gimbutas, la scrittura sumerica deriverebbe da quella danubiana.

Tuttavia, l' idea che anche queste scritture "capostipiti" avessero un' origine comune, era già stata avanzata, a metà del secolo scorso, dal grande storico Toynbee, il quale riteneva che i primi caratteri cinesi derivassero da quelli sumerici, i quali ultimi costituivano, per lui, l' antenato di tutte le scritture del mondo.

Ora, la giovanissima studiosa Geneviève von Petzinger ha condotto una ricerca comparatistica sulla simbologia presente nelle principali grotte paleolitiche, giungendo alla conclusione (esposta in un convegno scientifico a Chicago e ripresa dalla stampa internazionale), secondo cui almeno 26 segni appaiono regolarmente in tutte le grotte, anche se tali graffiti rupestri risalgono a periodi distanti fra di loro un paio di decine di millenni.


Si tratta spesso di segni con spiccate caratteristiche descrittive (cerchio, scala, pettine, freccia, uccello, mano "positiva"), altre, invece,(mano "negativa"-cioè il segno della croce dei Cristiani ortodossi, la croce di Sant' Andrea e il cancelletto), hanno a prima vista un più marcato valore simbolico.

E' chiaro che questi simboli si ritrovano, quasi inalterati, in buona parte degli alfabeti del mondo, se non altro perchè essi sono molto semplici.

Tuttavia, l' ipotesi che i più antichi sistemi di scrittura, come quello "danubiano", del 6000 a.C., quello sumerico, del 4000 a.c., e quello cinese di Banpo, del 2000 a.C.(che sono tutti palesemente ideogrammatici), possano derivare da una comune "koiné" paleolitica non ci sembra così fuori del mondo, anche perchè proprio la diversità fra le lingue antiche e la mancanza di una cultura formale rendevano probabilmente più necessario per i popoli primitivi, più ancora che per noi, un linguaggio universale di simboli, capace di veicolare le stesse idee in qualunque lingua.

Questo era, a quanto raccontavano i navigatori dell' Oriente ancora nel secolo scorso, l' uso che, nei porti orientali, si faceva degli "Han Chi", i caratteri cinesi, o, almeno, dei loro simboli di base.

E ciò è quanto comunque succede ancor oggi in Cina, dove le circa cinquanta lingue divengono mutualmente intelleggibili grazie all' uso di simboli ideogrammatici comuni.

Quali le implicazioni storico-culturali di questa tesi?

Innanzitutto, la conferma, almeno per ciò che concerne l' alfabeto, della nostra tesi della "stratificazione" delle radici delle diverse civiltà.

Poi, una maggiore plausibilità dell' anticipazione, da parte della "scrittura danubiana", rispetto a quella sumerica, e, di conseguenza, rispetto anche al cuneiforme, ai geroglifici, agli alfabeti fenicio, greco, latino, arabo, indiano, ecc...

Infine, una rivalutazione generale della capacità di "produzione culturale" dell' uomo preistorico, che rende plausibile tutta quella fase più antica della storia dei popoli, che, normalmente, viene considerata puramente inventata: dalla "Dimora artica dei Veda", all' "età dell' oro", dalla "Torre di Babele", al "Diluvio Universale", dai "Compagni di Horus" all'' "Imperatore Giallo".

Intanto, non possiamo non complimentarci con Geneviève von Petzinger, che ci auguriamo di avere presto con noi a Torino, la cui opera dimostra che non è vero che oggi i giovani non abbiano modo di farsi sentire, ché, anzi, Geneviève dimostra che, attraverso uno studio serio ed il coraggio di portare avanti tesi anticonvenzionali, i giovani possono più di un tempo influenzare la storia della cultura.

venerdì 29 gennaio 2010

DUE MUSEI SULL' EUROPA

Two Museums on Europe Show Actuality of The Search for European Identity. Deux musées sur l' Europe démontrent l' actualité de la recherche de l' identité européenne. Zwei Museen ueber Europa zeigen die Zeitmaessigkeit der Suche nach europaeischen Identitaet.

Mentre ci stiamo muovendo con l' obiettivo di portare a Torino la mostra sulla civiltà danubiana, ci siamo accorti che quella che era, da anni, una nostra proposta, cioè il "Museo dell' Europa" ha cominciato a trovare attuazione, sebbene con due "tagli" completamente diversi, a Roma e a Bruxelles.

Il Museo Virtuale delle Radici Europee(http://www.europeanvirtualmuseum.it//virtual_museum/), coordinato dal Museo Pigorini di Roma, e composto dei Musei archeologici di Roma, Berlino, Vienna, Atene, Budapest, Bucarest e Sofia, è sorto come progetto europeo finanziato dal programma Leonardo da Vinci. E', praticamente, un catalogo fotografico sistematico dei principali reperti preistorici dei musei aderenti, ccome pure delle passeggiate archeologiche connesse. Esso segue essenzialmente tutta l' evoluzione della "civiltà danubiana". Per questo motivo, il museo presenta aspetti di sovrapposizione con la mostra tra che intenderemmo portare a Torino. I reperti possono essere visualizzati in modalità tridimensionale.La didattica collegata al museo virtuale è abbastanza neutra.Non possiamo, infatti, dimenticare che questo tipo di manifestazioni culturali da' spesso luogo a grandi dissapori. Questo dimostra quanto il discorso sulle "radici" sia "caldo".

Il Musée de l' Europe, di Bruxelles (http://www.expo-europe.be/) si riferisce all' Unione Europea, ha un orientamento moderno, e gioca molto su un sistema di "installazioni". E' stato aperto per i 50 Anni dei Trattati di Roma, e si è posto anche in funzione promozionale della "Rete dei Musei dell' Europa", che riunisce una serie di musei storici e antropologici, ma non così specialistici.

Certo, l'esistenza di questi due musei potrebbe togliere un poco di originalità alle nostre attività di promozione della ricerca dell' identità europea, almeno in campo museale. Pero, nel contempo, ne dimostra anche l'esigenza, e ne costituisce un autorevole precedente. Tra l'altro, visto l' approccio adottato dai due musei, c'è, ancora, moltissimo spazio, per i 3000 anni intermedi, che sono i più densi di avvenimenti e di reperti.

Chi è interessato a quest progetti, si faccia vivo

riccardo.lala@alpinasrl.com

tel 0116688758


martedì 19 gennaio 2010

VISITA A "THE LOST WORLD OF OLD EUROPE"

Riccardo Lala has Visited New York's Exhibition "The Lost World of Old Europe".Riccardo Lala décrit sa visite de l' exposition "The Lost World of Old Europe" à New York. Riccardo Lala's Bericht ueber die Ausstellung "The Lost World of Old Europe" in New York.

Non appena di ritorno da New York, non posso trattenermi dal comunicare ai nostri lettori la profonda commozione suscitata, in me ,dalla visita della mostra attualmente in corso presso l' Institute for the Study of the Ancient World, della New York University.

L' Institute for the Study of the Ancient World (ISAW) costituisce un arditissimo ed innovativo esperimento di attività universitaria di 2° ciclo, di ricerca scientifica e di didattica.

Nato, nel cuore della Lower East Side di Manhattan, come risultato della munificenza di Leon Levy, l'ISAW, un dipartimento della New York University, ha, indicato, come proprio obiettivo, quello di favorire la ricerca, lo studio e la divulgazione delle scienze dell' antichità.

E' , innanzitutto, sorprendente la capacità dell' ISAW di rinnovarsi e di proporre novità.

Come affermato, nella sua intervista, da Mr. Bagnall, suo Direttore, l' Istituto, al momento della sua fondazione, tre anni fa, non avrebbe mai pensato di dedicarsi alla Preistoria. Eppure, la mostra che abbiamo appena visitato costituisce, almeno a nostro avviso, un esempio magistrale di come trattare lo studio e la divulgazione della Preistoria stessa.

La scelta del tema non avrebbe potuto essere più felice: la Civiltà Danubiana costituisce, come ben sanno i nostri lettori, uno dei punti di frontiera fondamentali della archeologia contemporanea.Lasciamo ad altri post un' analisi dettagliata dei risultati della ricerca sottesa alla Mostra.

Qui, vogliamo sottolineare solamente alcuni aspetti fondamentali:

-la conciliazione del carattere perfetto degli "outputs" dal punto di vista della ricerca con la massima efficacia didattica;

-la persuasività della ricerca, documentata dai fondamentali contributi scientifici al catalogo,e la quale ha portato, tra l'altro, ad alcune conclusioni innovative nell' ambito del dibattito scientifico sulla materia;

-un' enorme cura formale di tutti gli aspetti.

Mentre ci congratuliamo con gli organizzatori della Mostra per i risultati conseguiti, ci riservimo di relazionare in altra sede circa i nostri sforzi per trasferire la mostra a Torino.

domenica 22 novembre 2009

RILANCIAMO L'INTERESSE PER LA CIVILTA' DANUBIANA


Exhibition in New York Renews Interest for Danube Civilisation. Une exposition à New York relance l'intéret pour la civilisation danubienne. Ausstellung in New York erneut Interesse fuer Donau-Zivilisation.

Per noi, che abbiamo dedicato enormi sforzi di ricerca ed editoriali per inserire le problematiche della Civiltà Danubiana all' interno del più ampio dibattito sull' Identità Europea, costituisce non solo una grande soddisfazione, bensì anche un grande stimolo, il fatto che, dopo un, non inspiegabile, periodo di oblio, questa grande civiltà, ignorata dalla storiografia ufficiale, torni al centro della scena culturale, con l' esposizione organizzata a New York dall' Institute of Ancient World (http://www.nyu.edu/isaw/), destinata ad essere replicata in tutti gli Stati Uniti.

Il fatto che una mostra di questo tipo venga realizzata per la prima volta negli Stati Uniti non è senza collegamenti con il fatto che l' interesse per fatti culturali apparentemente marginali, ma, in realtà, forieri di grandiosi sviluppi, come questo, seguano le continue oscillazioni negli interessi culturali degli Enti finanziatori.

A nostro avviso, la Civiltà danubiana presenta:
1) un elevato interesse scientifico, in quanto dimostra l' esistenza, fra il 6° ed il 4° Millennio a.C, di una civiltà europea dotata di religione, arte, agricoltura, artigianato, architettura, urbanistica, scrittura, che anticipano di molto quelle del Vicino Oriente Antico (Mesopotamia e Egitto), che sorgono solo nel 4°-3° Secolo, facendo ipotizzare, addirittura, un trasferimento di conoscenze dai Balcani al Vicino Oriente;

2)un elevato interessse politico:

a)in generale, in quanto costituisce il terreno di scontro pivilegiato fra, da un lato, la concezione matriarcale e pacifistica della Preistoria (affine a quella del Buon Selvaggio, e della Democrazia e del Comunismo primitivi), propri di Rousseau, di Bachofen, di Kollar, e quella militaristica ed aristocratica del "Mito Ariano" (propria di Kossinna, Guenther, Dumézil);

b)in particolare, per gli Europei, in quanto costituirebbe un primo caso di "Melting Pot", esteso dall' Ucraina all' Italia, dalla Germania Est alla Grecia, in cui, 6000 anni fa, convissero tanto la civiltà matriarcale e pacifista, quanto quella aristocratica e metallurgica, così costituendo un primo centro di irradiazione della comune identità europea.

A causa di questo nodo incandescente di questioni, la civiltà danubiana è stata, talvolta, esaltata, talvolta, nascosta, nell' Impero Austro-ungarico, negli Stati Nazionali dell' Europa Centrale e Orientale, nell' America femminista e del New Age, negli Stati postcomunisti, nell' America di Bush, e, ora, in quella di Obama. Peccato che manchi una presa di posizione specifica dell' Unione Europea.

Una delle ragioni fondanti del nostro blog (come pure della Casa Editrice Alpina -cfr. sito www.alpinasrl.com-, nonché dell' Associazione Culturale Diàlexis) è costituita precisamente dal tentativo di portare alla luce dell' attualità temi come questo, forzando, se possibile, la stessa Unione Europea a prendere posizione.

Su un livello più modesto, ma, tuttavia, immediato, è nostro obiettivo PORTARE QUESTA MOSTRA IN EUROPA!

Perciò, saremmo grati a tutti coloro che potessere porci in contatto con gli organizzatori della Mostra, nonché con Enti finanziatori, musei, istituti culturali, che potessero aiutarci in questo obiettivo.

Il nostro indirizzo è:

info@alpinasrl.com

Per completezza di informazione, riportiamo qui di seguito alcune pagine del nostro libro

Riccardo Lala, 10.000 anni di identità europea,
1° Volume, Pàtrios Politèia,
Alpina, 2006

Questo libro può essere ordinato direttamente alla nostra casa editrice:

Alpina Srl
Via P. Giuria n.° 6
10125 Torino
Italy

Tel. 00390116688758

e.mail

info@alpionasrl.com

"3. La “Old Europe”


Si noti che, se quest'ultima fosse la data “ufficiale” di inizio dell'identità europea, la stessa avrebbe, ormai, dietro di sé, 40 secoli di storia. Tuttavia, vi è, oramai, una vasta corrente storiografica che tende a riconoscere, nelle culture neolitiche europee del 6°-3° secolo a.C., tutte le principali caratteristiche di tre grandi civiltà antiche: quella danubiana (a cui sarebbero da imparentarsi quelle egea e cretese), quella megalitica e quella dei Kurgani. Questa sarebbe stata caratterizzata da una propria specifica religiosità, da primordiali strutture urbane, e, perfino, dall'invenzione della scrittura - il cosiddetto “antico alfabeto europeo”, tuttora non decifrato: «Fra i ritrovamenti che testimoniano l'uso della scrittura ci sono anche pesi da telaio con iscrizioni, ritrovati in grandi quantità. Il telaio verticale a pesi era il solo tipo di telaio usato nell'Europa antica e in Medio Oriente. Quanto alla natura delle iscrizioni, esse sono state interpretate in connessione con la simbologia religiosa della Grande Dea, patrona dell'arte tessile. L'associazione della tessitura con una divinità femminile è ben nota dall'antica mitologia greca: si crede che Atena in persona abbia donato alle donne mortali l'arte della tessitura. È noto, inoltre, che alla vigilia del matrimonio, le donne offrivano ad Artemide, nei suoi santuari, utensili per la tessitura e vestiti»29.

Si noti, soprattutto, che questo complesso di segni, che costella, in un modo singolarmente costante, tutti gli oggetti di questa antica civiltà (la “Civiltà Danubiana”), costituisce, senza ombra di dubbio, un’antichissima, non ancora decifrata, forma di alfabeto, che ne fa l’alfabeto più antico della storia30. Il nocciolo di questa “Old Europe” si situerebbe nella cosiddetta “cultura di Vinča”, avente i propri limiti estremi a nord-est nel Maramures rumeno, a nord-ovest fra la Vojvodina e la Slavonia, ad ovest a Sarajevo, a sud-est nel territorio della Grecia, comprendendo anche l'Ungheria e la Rutenia Transcarpatica.

Vista nell'ottica della “Old Europe” di Marija Gimbutas, sotto l'egida del culto della Grande Madre, Europa appare, allora, come uno dei tanti miti riferiti a quelle principesse “barbare”, eternate dalla letteratura classica, le quali contribuirono, nell'era delle grandi migrazioni nel Mediterraneo Orientale del 2° Millennio avanti Cristo, a facilitare la creazione della civiltà europeo-mediterranea (poi, greco-romana), con la loro dedizione altruistica (e, in un certo senso, suicida) agli eroi fondatori della stessa.

La vitalità delle sopravvivenze della cultura di questa “Old Europe”, anche attraverso ed al di là delle vestigia delle antiche civiltà indoeuropee a noi conosciute, appare, a Marija Gimbutas, come un dato di prima evidenza, che giustifica e fonda l’ipotesi di un vero e proprio sincretismo fra, da un lato, la civiltà pacifica e matriarcale dell’“Old Europe”, e, dall’altro, quella maschilista e guerriera dei popoli dei Kurgani, ed, in particolare, degli Indoeuropei.

«È chiaro che le mitologie indoeuropee sono combinate con quelle pre-indoeuropee, e che un sistema attendibile non può essere ricostruito senza prima distinguere e poi eliminare questi sistemi arcaici. Il modello di Dumézil non funziona se applicato a queste mitologie ibride. Le dee ereditate dall'Europa antica, come le greche Atena, Era, Artemide, Ecate, le romane Minerva e Diana, le irlandesi Morrígan e Brigit, le baltiche Laima e Ragana, la russa Baba Yaga, la basca Masi e altre, non sono ‘Veneri’ dispensatrici di fertilità e prosperità: come vedremo, sono molto di più. Queste dispensatrici di vita e reggitrici di morte sono ‘regine’ o ‘signore’, e tali restarono nei credi individuali per molto tempo, nonostante la loro ufficiale detronizzazione, militarizzazione o ibridazione con spose e mogli celesti indoeuropee. Le antiche dee europee non divennero mai ‘déesses dernières’, neppure in epoca cristiana. Tutto questo rende obbligata un'espansione verticale nel metodo di Dumézil»31.

Gimbutas fonda buona parte delle proprie argomentazioni sulla testimonianza della cultura materiale, prevalentemente artistica, dei popoli neolitici europei del VI, V, IV, III e II Millennio a.C., che testimonierebbero, se non veramente un matriarcato, almeno una società (“gilania”) caratterizzata dall’equilibrio fra l’elemento maschile e quello femminile: «L'arte incentrata sulla Dea, con la sua singolare assenza di immagini guerresche e di dominio maschile, riflette un ordine sociale in cui le donne, come capi-clan o regine sacerdotesse, ricoprivano un ruolo dominante. L'antica Europa e l'Anatolia, come la Creta Minoica, erano una ‘gilania’. Religione, mitologia e folclore, studi della struttura sociale dell'antica cultura europea e di quella minoica riflettono un sistema sociale equilibrato, né patriarcale né matriarcale, confermato dalla continuità degli elementi formativi di un sistema matrilineare nell'antica Grecia, in Etruria, a Roma, nei paesi baschi e in altri paesi europei.

Mentre le culture europee trascorrevano un'esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a.C., una cultura neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia meridionale, e, dopo la metà del V millennio, persino a Ovest del Mar Nero. Questa nuova forza, inevitabilmente, cambiò il corso della preistoria europea. Io la chiamo la cultura ‘Kurgan’ (in russo Kurgan significa tumulo), poiché i morti venivano sepolti in tumuli circolari che coprivano gli edifici funebri dei personaggi importanti.

Le caratteristiche fondamentali della cultura Kurgan, che risalgono al VII e VI millennio nell'alto e medio bacino del Volga: patriarcato, patrilinearità; agricoltura su scala ridotta e allevamento di animali, compreso l'addomesticamento del cavallo a partire dal VI millennio; posizione prevalente del cavallo nel culto; e, di grande rilievo, fabbricazione di armi quali l'arco e la freccia, la lancia e la daga. Elementi distintivi, tutti, che si accordano con quanto è stato ricostruito come fenomeno proto-indoeuropeo dagli studi linguistici e di mitologia comparata, e si oppongono alla cultura gilanica, pacifica, sedentaria, dell'antica Europa, caratterizzata da un'agricoltura altamente sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche»32.

Secondo Gimbutas: «Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (che considero proto-indoeuropei) misero fine all'antica cultura europea all'incirca tra il 4300 e il 2800 a.C., trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare in patrilineare. Le regioni dell'Egeo e del Mediterraneo si sottrassero più a lungo al processo; in isole come Thera, Creta, Malta e Sardegna, l'antica cultura europea fiorì dando luogo ad una civiltà creativa e invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C., mille-millecinquecento anni dopo la completa trasformazione dell'Europa centrale. Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In realtà, molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini nella nostra arte e letteratura, motivi di grande suggestione nei nostri miti e negli archetipi dei nostri sogni.

Viviamo ancora sotto il dominio di quella aggressiva invasione maschile e abbiamo appena cominciato a scoprire la nostra lunga alienazione dall'autentica eredità europea: una cultura gilanica, non violenta, incentrata sulla terra»33.

Sulla scia degli studi sulle società matriarcali, non soltanto di Marija Gimbutas, ma anche del filosofo romantico Bachofen34, le moderne “filosofie femministe” sono profondamente impregnate del mito di questa antica civiltà matriarcale, antecedente all'invasione dei popoli guerrieri e patriarcali, fossero essi Indoeuropei, Semiti od Uralo-Altaici. In quella mitica antichità, le femministe collocano la loro “Età dell'Oro” il loro mito del “buon selvaggio”35.

Qualunque cosa si pensi di queste teorie sulla “Old Europe”, non vi è dubbio che gran parte della religiosità classica, nonché il culto mariano dell'Europa cristiana, siano stati profondamente influenzati dalla figura della Grande Madre36. Non è, quindi, forse, neanche un caso il fatto che il culto mariano sia particolarmente forte in quelle aree dell'Europa Centrale ed Orientale che, secondo la Gimbutas, furono la culla del culto della Grande Madre (Francia settentrionale, Renania, Polonia meridionale, Russia meridionale, Balcani).

Tornando ad Europa, essa non è sola fra i personaggi femminili che accompagnano l’ascesa dei nuovi eroi guerrieri: si incomincia da Arianna, che permette all'ellenico Teseo di sconfiggere l'“afro-asiatico” mostro Minotauro; si giunge, poi, a Medea, la principessa della Colchide, che aiuta Giasone a rapire, nella sua terra, il “Vello d'Oro”, e condivide con lui il regno in Corinto, fino alla tragica morte. Poi, Calipso, Circe e Nausicaa, che allietano, ma rallentano, i viaggi di Ulisse verso la Magna Grecia ed il suo “nostos” ad Itaca. Infine, Didone, che permette ad Enea ed ai suoi compagni di ristorare le proprie forze prima del viaggio finale verso la “nuova Troia”, l'Italia37.

Ribadiamo che il nostro soffermarci su questi temi non è dettato da sterile nostalgia classicistica, né da un ozioso tecnicismo archeologico, ma costituisce, anzi, un sorta di “atto dovuto”, data l'importanza di tali temi, quali motivi ispiratori, oggi più che mai, del dibattito culturale e politico europeo, ed, in particolare, del femminismo. Ad esempio, le appena citate opere di Marija Gimbutas, come pure le recenti opere di Christa Wolf, la quale ha ritenuto significativa, quale espressione dei turbamenti degli attuali Europei, dell'Ovest e dell'Est, nonché delle aspirazioni e rivendicazioni femministe, proprio la “rivisitazione” dei miti di Cassandra e di Medea38.

Un'autrice particolarmente attenta ai significati metastorici del nostro mito è Luisa Passerini: «La ricomparsa del mito di Europa nella contemporaneità si inserisce in una più vasta ricognizione della mitologia sia di origine classica sia derivata da tradizioni da tutto il mondo, con cui il nostro tempo cerca di riannodare le fila interrotte da diaspore e tragedie. Secondo Campbell, viviamo oggi in una morena terminale di miti e simboli che sono i frammenti grandi e piccoli di tradizioni di grandi civiltà, e il nostro compito è di convertire i detriti della morena in un laboratorio di rivelazioni. Sono ancora indispensabili le molte funzioni del mito, da quella mistica che ispira un senso di partecipazione all'universo, a quella cosmologica che potrebbe attribuire significati alle visioni scientifiche attuali, a quella sociologica e pedagogica, che cercano l'una di mantenere sistemi di valori e costumi, e l'altra di aiutare gli individui nei passaggi tra i vari stadi della vita; ma tutte devono essere innovate e portate all'altezza dei grandi cambiamenti della nostra epoca»39.

Come ricorda Passerini, il caso di Europa era stato adottato come illustre esempio di questa funzione del mito in un'opera congiunta di Jung e di Kerényi: «‘Quest'immagine segna l'apparizione della fanciulla nelle sembianze di Europa’, annota Jung, per mostrare l'emergenza di immagini archetipiche, 'concatenazioni di rappresentazioni' che possono 'riaffiorare in qualsiasi secolo e in qualsiasi luogo'. Si tratta di esperienze che non hanno a che fare con un'eredità specifica di razza, ma con un tratto universale umano»40.

Emerge, pertanto, qui, il carattere del “mito autentico”, che è quello di rimandare ad un'esperienza universalmente umana, non mediato dall'ideologia: «Più specificamente, la congiunzione del Toro divino e di Europa indica l'assunzione nell'inconscio della figura della Kore e dunque l'integrazione dell'umano con il subumano e il sovraumano, la ricomparsa del mito invita dunque a tentare nuove forme del rapporto tra conscio e inconscio (Jung, 1989)»41.

Per tutti questi motivi, il mito di Europa può, a nostro avviso, fare oggetto, da parte nostra, di una concreta elaborazione culturale, che lo ponga quale fondamento di una determinata concezione del “nocciolo duro” dell'identità europea, che permetta, a sua volta, a quest'ultima di “situarsi” nei confronti di altre figure mitiche, come, in primo luogo, quella della “Translatio Imperii”, della quale essa è, per un verso, l'anticipatrice, e, per l'altro, l'antitesi.

Occorre, per altro, ricordare che non tutta la più recente storiografia riconosce, alla “gilania” sud-est europea, il primato storico dell'introduzione della civiltà in Europa. Come noto, Colin Renfrew, fondandosi sul metodo del carbonio, ha stabilito che le più antiche culture superiori presenti in Europa sono quelle megalitiche di Malta e dell'Inghilterra42.

Come, d’altronde, abbiamo già affermato in premessa, tre sono le principali aree culturali presenti nella protostoria europea: nei Balcani e nell’Italia Orientale, fioriva la “Civiltà Danubiana”: a nord-est, nelle steppe russe, e, poi, più tardi, nelle pianure dell’Europa Centrale, si estendeva la “Civiltà dei kurgan”. E non si deve neppure dimenticare che, nelle faglie e negli interstizi fra quelle civiltà, sopravvivevano le preesistenti civiltà di cacciatori e di raccoglitori, le quali, da un lato, avrebbero mantenuto la loro continuità fino ai nostri giorni, attraverso piccoli popoli minoritari, come i Baschi ed i Georgiani, e, dall’altro, secondo recentissimi studi storici, costituirebbero il vero substrato etnico degli attuali Europei, i quali, di quei popoli primitivi, continuerebbero a condividere il DNA43.

Questa quadripartizione dell’Europa più antica costituisce, per noi, se ancora ve ne fosse bisogno, una ulteriore conferma del fatto che il fatto saliente dell’identità europea sarebbe stato costituito, da sempre, dal suo pluralismo. Sembrerebbe, infatti, risultare applicabile già perfino a quell’antica era paleolitica, l’osservazione, che sarà ripetuta da Ippocrate ad Aristotele, e da Machiavelli a Montesquieu, che l’elemento saliente dell’identità europea, e la sua forza, sarebbe costituito proprio dalla sua pluralità.

Certo, è difficile, ed, in ogni caso, dovrebbe essere fatto forse in altra sede, ripercorrere, sulla base dell’archeologia e delle tradizioni locali, il rapporto intercorrente fra le civiltà neolitiche delle varie regioni d’Europa, con le civiltà che le hanno seguite. Per esempio, gli echi delle civiltà megalitiche nell’epopea celtica delle isole britanniche (i “Túatha te Danann”), oppure il legame molto stretto fra gli antichi “Popoli dei kurgan” ed i successivi “popoli delle steppe” (unni, avari, khazari, magiari, tartari, ma anche lituani, turchi e cosacchi).

A questi rapporti si farà, per altro, quando necessario, riferimento caso per caso nel corso delle pagine seguenti.





1

2 Goethe, Faust, Milano, 1965.

3 Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, op. cit.

4 R. Brzezinski e M. Mielczarek, The Sarmatians, Osprey, UK-USA, 2002.; G. Dumézil, Mythe et épopée, Gallimard, Paris, 1973-1981.

5 G. Dumézil, L'ideologia tripartita, Il Cerchio, Rimini, 2003.

6 Cfr. Hans-Ulrich Wehler, Nazionalismo. Storia, forme, conseguenze, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pag. 62 e segg.

7 Frammento scritto in Luvio (antica lingua dell'Asia Minore) Esso costituisce il più antico documento scritto che testimonia l'esistenza di una città anatolica chiamata "Wilusa", il cui re era "Alaksandu" - due espressioni che richiamano le parole greche "Ilios" (Troia) ed "Alèksandros" (Paride): «Per coloro che identificano Wilusa con Troia/Ilios, vi sono due testi di particolare importanza: il cosiddetto 'Trattato di Alaksandus' e la lettera Manopa-Tarhundas. Il primo documento, databile intorno al 1280, offre, fra l'altro, a coloro che sostengono l'equivalenza tra Wilusa e Troja/Ilios, il vantaggio che il troiano a causa del quale, secondo la saga, la sventura si abbatté su Troia, si chiamava Alessandro (meglio noto come Paride), un nome assonante con Alaksandus». Dieter Hertel, Troia, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 52.

8 La scrittura è nata in Europa.

9 Cfr. figura in copertina.

10 Joan Marler, L’eredità di Marija Gimbutas: una ricerca archeologica sulle radici della civiltà europea, pag. 89, in Le Radici Prime dell’Europa, Gli intrecci genetici, linguistici, storici, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Cerruti, Mondadori, Milano, 2001.

11

12 Cfr. Tom Holland, Persian fire.

13 Martin Bernal, Origini europee: un mito semplice, una realtà complessa, pag. 318, in Le radici prime dell’Europa, cit., pag. 321.

14 Husserl, L’idea di Europa, Raffaella Cortina Ed., Milano, 1999.

15 Theodor Ziolkowski, Virgil and the Moderns, Princeton University Press, New Jersey, 1993.

16 Cfr, infra.

17 Ernst Nolte, Esistenza storica. Fra inizio e fine della storia? Le Lettere, Firenze, 2003, pag. 95.

18 L’epopea di Gilgameš, a cura di Nill Sardars, Adelphi, Milano, 2006, pag. 65, prima edizione settembre 1986 (traduzione di Alessandro Passi).

19 H. Bloom, IL Canone Occidentale, Marcelliana, Brescia, 2002.

20 Massimo Baldacci, La scoperta di Ugarit, Piemme, Casale Monferrato, 1996, pag. 206.

21 Paolo Merlo, Paola Xella, Maria Rocchi, Sergio Ribicheni, La questione delle influenze vicino-orientali sulla religione greca, Atti del Colloquio Internazionale, Roma, maggio 1999, Consiglio nazionale delle ricerche 2001.

Secondo F. Villar: «L'elemento fondamentale che consentì lo sviluppo della Vecchia Europa fu l'agricoltura».

«Questa attività, la cui introduzione è nota come la rivoluzione neolitica, ebbe inizio nel vicino Oriente e subito, sicuramente verso il 7000 a.C., ma probabilmente anche prima, era ben stabilizzata in almeno tre punti: in Anatolia, in Mesopotamia e nella Valle del Nilo. Di qui cominciò a diffondersi sia verso oriente che verso occidente. In Europa giunse prima nella zona centro-orientale e in quella balcanica.

Verso il 5000 a.C., l'agricoltura aveva già una lunga tradizione nella valle del Danubio, nella Grecia continentale, a Creta, nel Balcani e sulla costa orientale dell'Italia. Fu in queste aree che si sviluppò la civiltà della Vecchia Europa, che, pur condividendo non pochi tratti caratteristici, molto diversi da quelli che poi gli Indoeuropei porteranno con sé dalle steppe, non fu assolutamente uniforme in tutte le regioni. L'agricoltura, più a occidente e più a nord (Francia, Germania, Scandinavia, isole britanniche, penisola iberica), a causa della maggiore distanza dal punto in cui era stata inventata, tardò di più ad arrivare. Alcuni millenni dopo, anche l'indoeuropeizzazione avrebbe tardato ad arrivare».

«A volte si stanziavano su piccole alture con una buona vista sul territorio circostante, ma prive di strutture di difesa, perché si trattava di gente essenzialmente pacifica, più amante dell'arte che della guerra, che non disponeva né di grandi fortificazioni né di armi. A volte delle modeste palizzate suggeriscono misure di sicurezza contro animali selvaggi o contro forestieri, ma non sistemi di difesa seri, a scopi bellici».

«Nessun indizio archeologico, di quelli così numerosi per altre civiltà, suggerisce che la società della Vecchia Europa conoscesse una divisione in classi tra governanti e governati o tra padroni e lavoratori.

Non c'erano palazzi più sontuosi delle normali case, né monumenti funerari regali i principeschi. Numerosi invece i templi con grandi depositi di oggetti preziosi (oro, rame, marmo, ceramiche) il che lascia pensare a una teocrazia o a una monarchia teocratica».

«Alcuni vasi destinati al culto, figurine e diversi altri oggetti rituali, appartenenti alla cultura di Vinča, e risalenti al periodo compreso tra i millenni VI e IV a.C., recano delle iscrizioni che sembrano appartenere ad una scrittura basata su segni rettilinei, un buon numero dei quali può essere identificato.

Ormai sono pochi gli specialisti che dubitano del fatto che tali segni appartengano ad un sistema di scrittura. Alcuni preferiscono parlare di prescrittura. Ma dopo le interessanti osservazioni di H. Haarmann appare fuori dubbio che si tratta di una vera e propria scrittura: di una scrittura di natura pittografica e utilizzata esclusivamente per scopi religiosi e legati al culto, poiché tutti gli indizi lasciano supporre che le iscrizioni contengano formule rituali e nomi delle divinità incisi su oggetti votivi. Haarmann ha dimostrato l'identità o la stretta somiglianza tra più di cinquanta di questi segni con altrettanti segni della scrittura lineare A di Creta. Una coincidenza che non può essere casuale e che, integrandosi in un ampio sistema di altre affinità culturali, ci porta all'ovvia conclusione che la scrittura cretese è erede di quella della vecchia Europa».

«La principale divinità era una divinità al femminile, la Grande Madre apportatrice della vita, assimilata alla terra che genera il frutto del raccolto, processo essenziale in una cultura agricola quale quella era».

«L'indoeuropeizzazione dell'Europa centro-orientale ebbe inizio nel V millennio e fu poi consolidata dalle invasioni del IV millennio (quello che M. Gimbutas chiama Kurgan wave 2).

Quest'area divenne a sua volta il centro secondario dell'indoeuropeizzazione dell'Europa settentrionale e occidentale fin dall'inizio del III millennio». F. Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Il Mulino, Bologna, 1997.

22 La parola "Europa" viene ricollegata alle radici semitiche "srb", "crb" e "ghrb", nonché alla parola accadica "erebu" - espressioni tutte che servono per formare parole come "uscire", "tramontare", "Occidente", "sera", e che sono alla base anche delle parole "carab" (arabo), "Erebos" (mitica e tenebrosa regione nordica) ed "el-Gharb", "Algarve" ("Occidente"), o anche l'espressione biblica "èrev rav", che si riferisce alla "plebe oscura" che segue Mosè attraverso il deserto. Si è anche citata la non molto diversa radice ebraica "cvr", da cui derivano "cIvrì" (ebreo) ed "cèver" ("riva", "sull'altra riva"), ma anche, forse, "khabiru" e "aperu", "Aribi" (Arabi, Ariani, Nomadi?); infine perfino "Arām" (Siria, "nomade", "beduino", "intoccabile") Espressione usata nelle antiche città di Alalak, Ugarit ed Aton-Aknet, come stranieri erranti da ingaggiare temporaneamente come mano d'opera. Charles Henry Puech, Storia dell'Ebraismo, Laterza, Bari, 1976, pag. 85.

«Nella Bibbia ebraica originale la parola 'Ebrei' è resa con 'habiru', che significa popolo al dilà del fiume. Questo, ipotizza Snyder, è il nome con cui erano conosciuti gli Ebrei inizialmente. È in questa forma che compare il più antico riferimento esistente agli Ebrei, in un'iscrizione del regno originario degli Hyksos di Mari». Graham Phillips, Mosè, I fondamenti del racconto biblico: un'indagine tra storia e mito, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2002, pagg. 58-59.

«Snyder ricostruisce così le testimonianze storiche negli “Hapiru”:

- 1500 circa a.C.: Il più antico riferimento agli hapiru si trova su una scena della tomba del grande araldo di Thutmosis III, Antef, che li elenca tra i prigionieri di guerra catturati durante le campagne del faraone.

- 1475 circa: Una scena nella tomba del nobile 'Puyemre' a Tebe, risalente al regno di Thutmosis III, mostra quattro uomini che lavorano su una pressa da vino; i geroglifici che accompagnano l'immagine spiegano: 'hapiru che spremono l'uva'. Si tratta della terra di Gosen, dove la Bibbia dice che gli Israeliti sono tenuti in schiavitù.

- 1430 circa: Una lista di prigionieri trovata su una pietra scoperta a Menfi, risalente al regno di Amenofi II, comprende tremilaseicento hapiru.

- 1270: Il Papiro di Leida, riguardante il regno di Ramesse II, menziona il fatto che gli hapiru fossero usati per i lavori pesanti per la riparazione di un tempio a Menfi.

- 1270 circa: Nel regno di Ramesse II viene registrato che gli hapiru sono utilizzati per fabbricare mattoni a Miour nella provincia del Fayum.

- 1180 circa: Durante il regno di Ramesse III un'iscrizione elenca gli hapiru che lavoravano la terra a Eliopoli nel nord dell'Egitto, mentre in un'altra compaiono al lavoro nelle cave dello stesso distretto».

Secondo una serie di autorevoli linguisti, all'accadica "Erebu" (Occidente, Europa), si sarebbe contrapposta una "Asu" (sorgere, Oriente, Asia), così come, ancor oggi, in Arabo, i paesi arabi si distinguono in Maghrib (Occidente) e Mashraq (Oriente) Hrózny, Die älteste Geschichte Vorderasiens, 1940, pag. 133.

23 D’altro canto, l’accoppiamento di una dea femminile e di un toro sacro è presente ossessivamente in tutta la mitologia e l’iconografia medio-orientale più antica, dal “Tempio” di Çatal Hüyuk, alla vicenda del “Toro Celeste” che, nell’epopea Gilgameš, vendica l’onore di Inanna, fino al ripetersi del tema dell’accoppiamento fra donna ed animale nel mito di Parsifal.

24 Pensiamo solamente al significato del Mito di Edipo in Freud ed in Lévy-Strauss.

25 In effetti, all'isola oggi nota come Tera era approdato il figlio di Agenore, Cadmo, alla ricerca di Europa; vi aveva fatto scalo e, sia che il luogo gli fosse piaciuto sia che altre ragioni lo invogliassero a farlo, vi aveva lasciato alcuni Fenici.

26 G. Goffredo, Cadmo cerca Europa, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

27 Cfr. Goethe, Iphigenia in Tauris; Christa Wolf, Premesse a Cassandra, Roma, 1993; Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, op. cit.

28 Martin Bernal, The Cadmean Letters; Eisenbrowns, Winona Lake, 1990. Il termine “caratteri cadmei” veniva utilizzato da Greci: caratteri fenici, portati in Grecia da Cadmo, ed utilizzati dai Greci come loro primo alfabeto. In realtà, come si può evincere dalla tabella che appare qui di seguito, come fig. n. 1, è difficile categonizzare esattamente i vari tipi di caratteri alfabetici usati, fra Medio Oriente e Grecia, nella 2ª metà del 2° millennio, in quanto si ha un’evoluzione che deriva dagli ideogrammi egizi, nella direzione degli alfabeti greco e latino classici.

29 Harold Haarmann, Modelli di civiltà a confronto nel mondo antico: la diversità funzionale degli antichissimi sistemi di scrittura, pag. 41, n. 2, in Origini della scrittura, Geneaologia di un'invenzione, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Mondadori, Milano, 2002, pag. 28.

30 Cfr. Fig. 2, antico alfabeto europeo.

31 M. Gimbutas, op. cit.

32 Ivi, pagg. XX e XXI.

33 M. Gimbutas, op. cit., pag. XXI. Cfr. anche J.J. Bachofen, Myth, Religion and Mother Right: Selected Writings, trad. it. di R. Manheim, Routledge and Kegan P., Londra, 1967.

34 J.J. Bachofen, Il matriarcato.

35 Philippe Borgeond, Mother of the Gods, From Cybele to the Virgin Mary, The John Hopkins University Press, Baltimore and London, 2004, prima edizione La Mère des dieux: De Cybele à la Vierge Marie, Editions du Seuil, Paris, 1996.

36 «Di tutte le definizioni inventate dalla cristianità orientale per Maria, certamente il nome Thedròkos è il più completo ma anche, secondo l'opinione di alcuni, il più problematico. Non significa solamente 'Madre di Dio', come è stato di solito tradotto nelle lingue occidentali (Mater Dei in latino e quindi nelle lingue romane, Mutter Gottes in tedesco), ma più precisamente e completamente 'colei che ha dato la vita a uno che è Dio' (di conseguenza Bogorodica ed affini in russo e nelle lingue slave e, più raramente, ma con maggiore precisione, Deipara in latino). Per quanto la storia linguistica del vocabolo sia ancora sconosciuta, sembra sia stato un termine coniato dai cristiani anziché, come si potrebbe ipotizzare superficialmente, l'adattamento a scopi cristiani di un nome originariamente attribuito a divinità pagane». Jarislav Pelikan, Maria nei secoli, Città nuova, Roma, 1999, pag. 71.

Secondo Jean Markale, l'antecedente più prossimo di Maria sarebbe costituito da Cibele: «Chi è dunque questo misterioso personaggio uscito dalla notte dei tempi? Cibele, come appariva nei primi secoli dell'era cristiana, era ancora rivestita dai suoi caratteri preistorici. Si può affermare allora che sia già lei a figurare nelle statuette steatopigie del sud della Francia, che risalgono al Paleolitico, o in modo schematico nei grandi monumenti megalitici dell'Occidente, in Bretagna o in Irlanda, nell'età neolitica». Jean Markale, Il mistero dei druidi. Il culto della dea madre e la versione in era di Chartres, Sperling & Kupfer, Milano, 2002.

37 Questa forte connotazione femminile del mito è dimostrata da recenti studi archeologici: «Europa sul toro si identificava, dunque, con un simbolo della gioia, con una metafora dell'elezione, con la fecondità del corpo, con la sufficienza alimentare. La diffusa convinzione che il mito d'Europa non fosse stato diffuso nell'antichità, risulta ormai falso, e, se ce ne fosse ancora bisogno, risulterebbe, in ogni caso, falsificato dal lavoro - estremamente sistematico - di Eva Zahn (Zahn, 1983), relativo all'iconografia, e di Von Bühler (Bühler, 1968), relativo alle fonti letterarie. Le ceramiche in rilievo (i 'Lekythoi"), con Europa ed il toro, venivano prodotte nell'antichità prevalentemente per un pubblico femminile (Zahn, 63). Essi venivano utilizzati quali ornamenti domestici, spesso sugli altari, ed erano adatti anche quali arredi funebri. Le rappresentazioni di quel mito erano indicate anche come regali di nozze».

38 Cfr. anche Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, op. cit.

39 Luisa Passerini, Il mito d'Europa. Radici antiche per nuovi simboli, Giunti, Firenze, 2002, pagg. 21-22.

40 Passerini, op. cit., pag. 24.

41 Passerini, op. cit., pag. 25.

42 Colin Renfrew, La preistoria in Europa, Laterza, Bari, 2000.

43 Cfr. foto n. 3: le culture dell’Europa neolitica".