Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post

mercoledì 13 luglio 2011

OMAGGIO A OTTO D'ASBURGO

Death of Otto of Habsburg, leader of Paneuropa.
Mort d' Otto d'Habsbourg, leader de Paneuropa.
Tot von Otto von Habsburg, Leader von Paneuropa.

E'deceduto Ottone d'Asburgo-Lorena, erede della Casa d'Asburgo, leader di Paneuropa e europarlamentare tedesco. 
Ottone divenne Principe Reale ed Imperiale delle Corone d'Austria e d'Ungheria quando suo padre, l'Arciduca Carlo, ascese al trono.
Alla conclusione della prima guerra mondiale, le potenze vincitrici imposero l'esilio degli Asburgo e la costituzione della Repubblica Austriaca.Il Regno  d'Ungheria riuscì invece a salvaguardarsi. Tuttavia i franco-britannici impedirono agli Asburgo di recarsi in Ungheria a riottenere la Corona, sicché l'Ungheria rimase un Regno con trono vacante sino alla seconda guerra mondiale, sotto la reggenza dell'ammiraglio Miklos Horthy.
Nel frattempo, il Parlamento austriaco aveva ratificato l'esilio per la dinastia degli Asburgo e aveva provveduto a confiscarne tutte le proprietà ufficiali (Habsburgergesetz, 3 aprile 1919).
Dalla morte del padre e per tutto il tempo che egli rimase in esilio con la sua famiglia, Ottone si considerò il legittimo imperatore d'Austria, ribadendolo in diverse occasioni.
Fervente patriota austriaco, Ottone si oppose all'Anschluss nazista dell'Austria.  Ottone, ricercato dai nazisti, fu costretto a lasciare l'Europa ed a raggiungere Washington (1940 – 1944).I suoi cugini Massimiliano duca di Hohenberg ed il principe Ernesto di Hohenberg vennero arrestati ed inviati in un campo di concentramento sino alla fine della guerra.Negli anni a seguire Ottone si  adoperò per l'Europa unificata come presidente dell'Unione Paneuropea Internazionale, titolo che era stato di Richard Coudenhove-Kalergi
Dal 1979 sino al 1999 fu membro del Parlamento Europeo per la CSU.  Nell'ambito del suo impegno come parlamentare si adoperò fortemente per l'allargamento  dell'Unione Europea, in particolar modo per l'ammissione di Ungheria, Slovenia e Croazia .


 

martedì 28 giugno 2011

MANIFESTO: IL MONDO DELLA CULTURA CONTRO LO SFASCIO DELL' IDEA EUROPEA


Manifesto: Culture's World against Jettison of European Ideal.Le Manifeste: Le monde de la culture contre la ruine de l' idéal européen.Manifesto:Kulturwelt gegen die Ruine des europaeischen Ideals






Il livello di fiducia nell’Unione Europea (UE) ha raggiunto oramai i suoi minimi storici.
ALL’UE NON E’ STATA, FINO AD ORA, ATTRIBUITA UNA CAPACITA’ DECISIONALE ADEGUATA A  VALORIZZARE LE  CARATTERISTICHE DELL'UNIONE, UNICHE AL MONDO: il PIL complessivo più elevato;la valuta più forte; il più elevato “surplus” nell’ export di beni culturali (salvo che per gli audiovisivi); le Forze Armate più numerose.
MA, NONOSTANTE TUTTI I DIFETTI DELLA UE, L’ EUROPA SIAMO NOI; QUINDI, NON POSSIAMO USCIRNE, QUAND'ANCHE LO VOLESSIMO.
.
1.Un antico ideale

E’questo ciò che intendiamo quando affermiamo che, senza mai essere stata, né una nazione, né un impero, “L’EUROPA E’ STATA ED E’ UNA COMUNITA’ DI DESTINO”. In particolare, come gli altri Continenti e Sub-Continenti del mondo, l’Europa ha sviluppato, nei secoli, un suo specifico modo di essere (il “Modello Socio-Economico Europeo”), non solo è il più consono al modo di pensare e di vivere degli Europei, ma che potrebbe anche costituire un prezioso contributo, da parte dell’ Europa, al resto del mondo, a condizione che essa fosse  capace di ascoltare le esigenze degli altri e di trarne  idee innovative, proponendole senza arroganza eurocentrica.

2.Un progetto “dirottato”
 
Non riteniamo che l’Unione dei nostri giorni corrisponda alla vera e propria  Idea Europea -la quale ultima un progetto culturale millenario, che, fin dal Medio Evo, ha voluto  dare forma alla “Comunità di Destino”europea che l'Europa costituiva e ancora costituisce-
Quegli antichi  intellettuali e politici, come Dubois, Podiebrad, Sully, St.Pierre, Leibniz,
Kant, Rousseau, Novalis, Mazzini e Nietzsche, nonostante le loro diversità, condividevano già  la visione dell’ Ideale Europeo come indispensabile baluardo di un'unica Comunità di Destini.
Durante la “Guerra Civile Europea” (1914-1945), diversi intellettuali federalisti, come Coudenhove Kalergi, Galimberti e Spinelli,  avevano già anche abbozzato le strutture di una Federazione Europea, comprensiva di tutta l’ Europa, dotata di poteri politici, economici e militari.
In realtà, la “Crisi dell’ Europa” è soltanto la crisi della “Cultura Funzionalistica” dell’ Unione, non già quella dell’ Europa come Comunità di Destino. I Padri Fondatori avevano compreso che la strategia “funzionalistica” (basata sull’ attribuzione, alle Istituzioni, di limitati poteri economici) costituiva solo un compromesso.Perciò, essi avevano già anche previsto che, se la costruzione europea fosse giunta ad uno stallo, gli Europei avrebbero dovuto riprendere  il loro percorso comune, ma partendo, stavolta, dalla cultura, non dall’ economia. Si deve quindi tenere  anche conto dalla necessaria autocritica degli errori ed omissioni dei politici e degli  intellettuali europei negli ultimi cinquant'anni.
Oggi, di fatto, rimangono da costruire tutti e cinque i Pilastri dell’ Idea Europea:la Costituzione; la Politica Estera e di Difesa Comune;la Politica Europea Economica e Industriale;il Sistema Socio-Politico Europeo;l’allargamento a tutto il Continente.
Nel frattempo, le “Comunità Europee” create dai Padri Fondatori, sono state sostituite da un’ “Unione” senz’anima, sempre più simile a una mera “sezione europea ” della Globalizzazione, e sempre meno capace di resistere agli eccessi di quest'ultima.

3. Sfida all’ Europa.

Alla fondazione delle Comunità,l’Europa era ancora immersa in un “guscio protettore” di  Eredità Culturale Europea, che, nelle intenzioni dei Padri Fondatori, le Comunità avrebbero dovuto promuovere, non già cancellare. La sfida, oggi, ci viene, invece, dagli esiti estremi della Globalizzazione, che rischiano di cancellare, con il declino dell’ Europa, anche i residui stessi dell’Eredità Culturale Europea. Sfortunatamente, il “Metodo Funzionalistico” è inefficace contro questa minaccia, sicché la cultura europea è chiamata ad elaborare soluzioni alternative da proporre alla politica.

4.Ripartire dalla Cultura.

Le statistiche dimostrano che l’ Europa è il continente più acculturato del mondo. Se, fondandosi su questa propria eccellenza, l’Europa riuscisse a pensarsi come il baluardo non solo dell' ’Eredità Culturale Europea, ma perfino dell' Eredità Culturale Mondiale , essa avrebbe tutte le potenzialità per divenire una   forza trainante per tutto il mondo, capace di rispondere alle tre questioni fondamentali in cui si articola la sfida della Globalizzazione: l’avvicinarsi dell’era delle “Macchine Spirituali”, in competizione, per la supremazia, con la stessa Umanità; la consapevolezza che l’Eredità Culturale europea non è che una delle grandi tradizioni dell' Eredità Culturale Mondiale; la consapevolezza del Modello Socio-Politico Europeo come l'unico strumento per consolidare, nel contempo,e la nostra comune forza economica, e la nostra solidarietà sociale.

5.La missione degli intellettuali .
 
Da una siffatta iniziativa degli intellettuali, dovrebbe poter nascere un Nuovo Discorso Europeo, capace di attualizzare l’Eredità Culturale Europea nel nuovo ambiente della Globalizzazione. Per potervi contribuire, gli intellettuali europei riconoscentisi nell’approccio qui suggerito dovrebbero porsi in grado, utilizzando tanto i nuovi mezzi di comunicazione, quanto i meccanismi finanziari dell’ Unione, di proporre, entro tempi stretti, alla classe politica, a nuovi soggetti politici e ai movimenti dei giovani, nuove formule -concettuali, filosofiche, politologiche - per fronteggiare la Sfida all’ Europa–, i cui punti fondamentali potrebbero essere tratti dalle tradizioni del Federalismo Europeo: un dialogo autentico con tutte le culture mondiali; l’individuazione di un nuovo equilibrio mondiale, accettabile da tutti; un nuovo quadro istituzionale –una “Grande Europa”, in cui le nostre specificità venissero adeguatamente rappresentate e promosse-, un compiuto Ordine Giuridico Europeo, che realizzasse autenticamente i diritti sociali, umani e civili affermati, ma solo in teoria, dall’ “Acquis Communautaire”; un federalismo europeo e interno che costituisse un’effettiva rappresentanza di tutti, non già la moltiplicazione di inutili nomenklature.

Solo sfidando il qualunquismo, gli Intellettuali Europei potrebbero ricuperare una “leadership” morale e intellettuale ormai perduta, tramandando alle nuove generazioni un esempio vivente, fornendo un ideale per cui combattere ai giovani che protestano contro il presente, e restituendo ai cittadini la fiducia, che essi stanno perdendo, nell’ Europa, nella democrazia –e, infine, nella vita stessa-.
NON CHIEDETE COSA L’ EUROPA POSSA FARE PER VOI, MA COSA VOI POTETE FARE PER L’ EUROPA
Per Alpina srl,
(Lina Sarich)
Per AICCRE
(Alfonso Sabatino)
Per Poesia Attiva
(Bruno Labate)
Per l’Associazione Culturale Dialexis
(Riccardo Lala)
Per IPSEG
(Stefano Commodo)
Per Il Laboratorio
(Mauro Carmagnola)

venerdì 10 settembre 2010

LO “STATO DELL’ UNIONE” DI BARROSO

Barroso’s “State of Union” Speach Source of Wide- Ranging Controversies. Le discours de Barroso sur l’”Etat de l’ Union” solicite des controverses tout-à-fait légitimes. Barrosos Gespraech um dem “Stand der Union” reizt weitreichende Auseinandersetzungen

La stampa internazionale, e, in particolare, quella anglosassone, non ha mancato, certo, di mettere in rilievo le contraddizioni dell’ ambizioso discorso che lo stesso Barroso aveva battezzato con una denominazione tratta dalla tradizione politica americana (“The State of the Union”).

Nonostante le premesse non consolanti (previsione di un notevole assenteismo e minaccia (poi ritirata) di sanzioni contro i possibili assenteisti), il discorso si è svolto in modo indolore, ed ha perfino avuto un certo successo.

Barroso ha tracciato uno schema equilibrato delle attività in corso, in particolare quelle economiche.Ha poi svolto una giusta critica delle recenti scelte della Francia in materia di espulsione dei Rom (che sono cittadini europei).

Nel complesso, però, il discorso rivela che, pur consolidandosi sempre più nella “routine”, l’ Unione Europea non possiede alcuna strategia, e neppure si sforza di averla, come almeno tentano faticosamente di fare America, Cina e Russia.

Certamente, le trasformazioni in corso a livello mondiale sono enormi e solo parzialmente prevedibili (surriscaldamento atmosferico, guerre in Asia, sovrappopolazione nel Sud del mondo e crisi demografica a Nord, peso sempre crescente della Cina, instabilità cronica del sistema finanziario, deflazione), tuttavia, grandi organizzazioni continentali come l’ Unione Europea sono nate proprio per occuparsi di questi grandi problemi, lasciando quelli di minor peso (in base al "principio di sussidiarità",) agli Stati membri, alle Nazioni, alle città, alle associazioni, alle imprese e alle famiglie. Se l’ Unione Europea si occupa solo della “routine” perde di credibilità.

Eppure, la cultura politica che è emersa in questi 50 Anni (il “pensiero unico”) sembra fatta proprio per non decidere.

Si va verso un surriscaldamento o una nuova età glaciale? Bisogna sostenere le guerre “di civiltà” in Asia o dialogare con la Cina e con l’ Iran? Bisogna frenare i flussi migratori o accogliere tutti coloro che decidono di trasferirsi in Europa? Bisogna vietare gli investimenti dei Fondi Sovrani o incentivare gli investimenti dei BRIC? Bisogna sottoporre le transazioni finanziarie a severe restrizioni o incentivare i servizi finanziari internazionali? Ci vuole una “politica di austerità” o bisogna rilanciare i consumi?

Ci sembra che l’ Unione Europea ( e i suoi Stati membri) abbiano già detto, e fatto, in questi anni, tutto e il contrario di tutto.

Visto che la proposta Costituzione Europea, basata su una siffatta cultura politica, è stata "bocciata", sarebbe il caso di pensare una nuova Europa, con una chiara consapevolezza del proprio ruolo e, quindi, capace di proporre una ben precisa prospettiva, adottando, di volta in volta, decisioni coerenti con quest’ ultima.

Quindi, un programma grandioso di ricerca e di dibattito, per fare nascere nuove realtà culturali e politiche capaci di ideare una nuova "costituzione" dell' Europa retta da un piano unitario, semplice e direttiva, a cui tutti gli altri strumenti giuridici siano subordinati.

Un siffatto movimento culturale e sociale potrebbe animare una grande alleanza riformatrice, che si candidi al governo del Parlamento Europeo e degli Statio Membri, delle Regioni e delle città.

Una volta approvata questa nuova "costituzione", questo movimento potrebbe dedicarsi al rinnovamento della cultura, del diritto e dell' economia a tutti i livelli.

Per questo motivo, non condividiamo l'atteggiamento degli intellettuali più europeisti, come per esempio Sassoon nella sua più recente intervista a Torino, i quali si rammarricano che non vi sia una sufficiente "identità europea", ma poi non "entrano nella mischia" per proporre soluzioni.

Questo è, invece, il momento per agire.


mercoledì 12 maggio 2010

DIBATTITO ONLINE:DOVE STA ANDANDO LA CULTURA EUROPEA-3:

QUESTIONE N.3:Quali le priorità di una politica europea della cultura?
Which Are the Priorities of a European Cultural Policy?
Quelle sont les priorités d' une politique européenne de la culture?
Welche sind die Prioritaeten einer europaeischen Kulturpolitik.




Crediamo sia impossibile negare che, in qualsivoglia sistema politico, il potere effettuale influenza pesantemente le condizioni, le modalità e i contenuti della cultura.

Certamente, questa influenza può essere più forte e diretta, come nelle dittature ideologiche e personali, dove il "Leader Supremo" si interfaccia direttamente con gli intellettuali, imponendo determinati contenuti, e più debole ed occulta nelle democrazia rappresentative e capitalistiche, nelle quali le lobbies religiose, ideologiche ed economiche influenzano la produzione artistica attraverso leve finanziarie e occulte, ma soprattutto attraverso l' accesso ai media.

E, tuttavia, tale influenza è ineliminabile, anche perché una parte ingentissima della produzione culturale è dedicata direttamente ad esigenze di tipo pratico, delle Chiese, degli Stati, delle imprese (comunicazione, insegnamento, formazione, ecc...).

Vi è, certo, una dialettica fra la cultura "indipendente", creata autonomamente dai produttori e dai fruitori, e quella "commissionata".

Nel sistema europeo, volendo trovare un equilibrio (fondato sul "principio di sussidiarietà") fra cultura "libera" e cultura prodotta strumentalmente da grandi organizzazioni, si è creata una grande dispersione del potere economico in campo culturale, con un equilibrio particolarmente favorevole alle grandi concentrazioni internazionali dei "media" , e nessuna capacità, da parte dell' Unione Europea, di coordinare le politiche culturali degli Stati Membri, delle Chiese, delle concentrazioni finanziarie, dell' editoria e degli Enti locali.

La maggior parte della cultura prodotta nell' Unione Europea è dunque cultura scolastica degli Stati Membri, finalizzata alle loro esigenze formative e anche ideologiche(spesso confliggenti con quelle europee), cultura professionale al servizio delle imprese (ricalcata su quella americana) ed "entertainment" di basissimo profilo culturale.

Gli interventi finanziari dell' Europa non servono neppure a finanziare la ricerca delle basi teoriche per affrontare i problemi dell' Europa (Costituzione, formazione multiculturale, identità europea). Infatti, non esistono inputs univoci su questi temi (letteratura o diritto comparati, linguistica).

Per potere fornire siffatti inputs, occorrerebbe disporre di una "mappatura" complessiva della produzione culturale in Europa, suddivisa nei vari segmenti: ricerca estetica, umanistica o scientifica; insegnamento e formazione professionale; ricerca tecnologica; entertainment.

Inoltre, occorrrerebbe avere un' idea chiara delle esigenze di carattere immateriale (informazioni, simboli), di carattere formativo (lingue e culture), di carattere pratico (diritto, economia, scienza e tecnica), e di carattere sociale ("entertainment") che si debbono soddisfare, e delle rispettive priorità.

Un' analisi dettagliata di tali fabbisogni è già di per sé un' opera di grande respiro, che meriterebbe di essere adeguatamente organizzata e finanziata.

Noi ci limitiamo qui a segnalare alcuni aspetti che ci sembrano particolarmente carenti:

1)Ricerche di carattere sociologico, miranti ad una "mappatura" della produzione attuale di cultura in Europa,
dei suoi flussi di finanziamento, pubblici e privati, e degli effettivi fabbisogni.

2)Attività culturali "di base", volte alla ricerca, individuazione, promozione e sviluppo dell' Identità Europea:

-accademie di altissimo livello destinate ad approfondire la cultura e la politica dell' Europa;

-diffusione e rielaborazione di opere classiche;

-opere dedicate all' identità europea;

-interscambio culturale fra Europei e con gli altri Continenti;

3)Rinnovamento dei "curricula" per renderli più aperti, più europei e più internazionali:

-maggior spazio alle culture degli altri Continenti e degli altri popoli d' Europa;

-maggiore spazio alle lingue (classiche e moderne);

-maggiore orientamento alla realtà effettiva europea (per esempio, nel campo dell' impresa), anziché ricalcare schemi formativi americani.

5)Incremento degli insegnamenti "lato sensu" umanistici (arte, teologia e storia delle religioni, musica, filosofia comparata , linguistica, storia culturale comparata, storia europea, sociologia, scienza delle comunicazioni, storia delle dottrine politiche ed economiche, economia politica, diritto europeo e comparato, ecc...)

5)Carattere più meritocratico della scuola europea, per poter conciliare selettività, incremento della qualità e contenimento dei costi.

6)Regole più realistiche per il finanziamento delle attività culturali, che non partano dall' assurda ipotesi che i progetti debbano essere co-finanziati dai privati senza possibilità di ottenere un adeguato profitto.

7)Ruolo di coordinamento da parte della Unione Europea,
per quanto concerne adeguati strumenti normativi, monitoraggio, dialogo fra i soggetti interessati, stimolo alle iniziative di prevalente significato europeo.

FATECI PERVENIRE LE VOSTRE OSSERVAZIONI; CRITICHE O PROPOSTE!

per ogni ulteriore approfondimento, rivolgersi a:

riccardo.lala@alpinasrl.com











.


giovedì 6 maggio 2010

LAì TIS EVRòPIS, XESIKOTHìTE!

Greek Crisis Obliges Everibody in Europe to Rethink Thoroughly Last 20 Years.La crise grècque oblige tout le monde en Europe to reconsidérer radicalement les derniers 20 ans. Griechische Krisis zwingt alle in Europa die letzten 20 Jahre grundsaetzlich zu umdeuten.


L'immagine del Partenone occupato, con lo striscione: "POPOLI D' EUROPA, INSORGETE!" non può farci meditare.

Siamo fra coloro che, da sempre, hanno ritenuto prima o poi inevitabile una "frattura forte" con il mondo "globalizzato".

Riteniamo anche che le ragioni della nostra preoccupazione siano quelle che stanno portando la Grecia sull' orlo della guerra civile, come ha affermato lo stesso Primo Ministro Papandreu, facendo appello alla solidarietà dell' opposizione.

"Nocciolo duro" di questa preoccupazione: STIAMO COLPEVOLMENTE SPRECANDO LE PPNOSTRE VITE! (ciò che avrebbe voluto evitare la "Parabola dei Talenti").

Le crisi cicliche, che sono una caratteristica strutturale delle economie moderne (capitalistiche e socialistiche: chi non ricorda le "rivolte per il pane" nell' Europa dell' Est?), sono in netto contrasto con l' idea classica e cristiana del "bene vivere", che significa un' organizzazione moderata dei beni economici ("oikonomìa"), per garantire arminia e continuità alla vita della famiglia e della Città.

Esse sono tipiche di un sistema economico manipolato, dove le crisi servono a mascherare l'inconsistenza del preteso progresso economico e della pretesa mobilità sociale.Inoltre, sono il sintomo del prevalere di valori razionalistici ed utilitaristici (la "crescita", la "speculazione"), contro i valori spiritualistici ed umanistici (l'"armonia", la "solidarietà", la "Cultura").

Nel corso degli ultimi 20 anni, si è tentato di persuadere il mondo intero che tutti i problemi della storia dell' Umanità fossero in procinto di essere risolti, in quanto il "General Intellect" si sarebbe liberato dell' ultimo "errore", il Marxismo.

A questo punto, la Ragione, la Scienza e la Tecnica, attraverso l' America, l' Occidente, le Organizzazioni Internazionali e il Mercato Globale, avrebbero abbattuto i limiti ideologici, i pregiudizi culturali, le strozzature organizzativa, e sarebbe cominciata un' era di crescita illimitata, in cui ciascuno avrebbe trovato la piena soddisfazione dei suoi bisogni.

Nulla di tutto questo.

Al contrario, i più feroci pregiudizi (spirito di elezione, esclusivismo religioso e ideologico), il più chiuso egoismo (spirito "punitivo" verso tutti gli "Altri"), la più incredibile incultura ("realities", "talk shows").Ma non solo: intere classi sociali rovinate; intere generazioni che non entreranno mai nel mondo del lavoro; interi popoli, come quello irakeno e quello afgano, che sono in guerra da 20 anni.

Di fronte a questo sfacelo, che cosa obiettare a coloro che ci chiedono DI INSORGERE?

Ovviamente, insorgere contro la riduzione della società ad economia, contro l' egemonia dei mediocri, contro la propaganda menzognera. Ma anche contro l' assurda fiducia che lo Stato ociale possa sopravvivere fondendosi con la finanza internazionale; che l' Euro possa fondare la sua forza sull' alleanza con le banche d' affari americane.

L' unica speranza è che le società reali (la Società Civile Europea, gli "intellettuali inorganici", le strutture pubbliche europea e nazionale) oppongano un adeguato "contrappeso" alla globalizzazione selvaggia, ed un nuovo progetto, che ritorni alle basi originario del Sistema Socio-Politico Europeo:

-politica sociale di "armonia", fra "sviluppo" e "conservazione", fra "élite" e "popolo";

-programmazione concertata a lungo termine;

-bassi tassi di profitto ma sicurezza degli investimenti;

-privilegio della cultura e della solidarietà sul consumismo.

Non possiamo sperare che questo movimento parta da solo, o sia attivato da qualcuno di esterno (Governi, Chiese).Dev' essere attivato dalle "minoranze pensanti" del popolo europeo.

venerdì 23 aprile 2010

L'IDENTITA'BELGA


Fall of Belgian Government Raises Question on Belgian Identity.La chute du Gouvernement belge solicite une réflection sur l' Identité Belge.Fall der belgischen Regierung reizt Fragen ueber belgische Identitaet







Come noto, Baudelaire, esiliato a Bruxelles dai giudici del 2°Impero a causa del carattere licenzioso dei Fleurs du Mal, fu un accanito critico del Belgio, da lui considerato come la quintessenza della vita borghese ed amorfa.

Il Belgio si era acquisito questa fama anche a causa del suo presunto carattere "artificiale", legato alla sua pliuralità linguistica. E, tuttavia, non è proprio vero che il Belgio non abbia un' identità, né che questa fosse statea creata artificialmente nel 1830.

Infatti, già Giulio Cesare aveva definito i Belgi come il più valoroso fra i popoli celtici.

La Provìncia Belgica ebbe sempre una posizione definita all' interno dell' Impero.

La divisione fra Fiandre e Vallonia risale alla diversa composizione etnica delle due parti del Regno dei Franchi, Austrasia e Neustria.

Nel Medioevo, paradossalmente, la Contea delle Fiandre faceva parte del Regno di Francia, mentre la Vallonia costituiva il Ducato di Bassa Lorena all' interno del Regno di Germania.

Bruxelles è parte del Brabante. Essa ha, fino dal 1300, una sua costituzione feudale, la Joyeuse Entrée.La città stessa è governata dai Sette Lignaggi.

Tanto i Fiamminghi quanto i Valloni parteciparono attivamente alle Crociate (Baldovino di Fiandra e Goffredo di Buglione).Le Crociate arricchirono particolarmente le caittà commerciali del Nord.

Dalla Bassa Lorena proveniva la casata dei Lussemburgo, che governò l' Impero, la Boemia e la Polonia.

Le principali città (Bruges, Gand e Anversa) sono parte della Lega Anseatica.

I feudi dei Lussemburgo passarono alla Borgogna, e, con questa, agli Asburgo,sottpo i quali il Belgio fu unito all' Olanda.

La rivolta di Egmont contro il Duca d'Alba fu esaltata da Goethe e da Beethoven, come esemplare dell' antico spirito di libertà.

In seguito alle Guerre di Religione, si distinse una Belgica Regia, che si staccò dalle Province Unite, restando sotto gli Asburgo. Bruxelles divenne una corte asburgica.

Dopo l' annessione all' Impero Francese, con il Trattato di Vienna il Belgio fu annesso al Regno di Olanda, da cui si staccò del 1830, dando il via a moti liberali in tutta Europa.

Attualmente, il Belgio ha un ordinamento federale che assomiglia a quello che qualcuno vorrebbe introdurre in Italia, basato non già su un'autonomia di singole Regioni o CAntoni, bensì sulla sovrapposizione fra Comunità e Regioni, per cui si hanno un Nord (Fiandre), un Sud (Vallonia), e due realtà un po' ibride (Bruxelles capitale e la Comunità Germanofona).Questa struttura ricorda sotto molti punti di vista quella Medievale, con la Contea delle Fiandre, il Ducato di Bassa LOrena e Buxelles retta dai Sette Lignaggi sotto la tutela della Joyeuse Entrée.

Soprattutto, vige in Belgio, ancor più che non in Olanda, il principio del consociativismo "Verzuiling", per cui ogni istituzione è suddivisa equamente fra Fiamminghi e Valloni, fra cattolici e laici.

Si hanno così un' Università cattolica e una laica, un Partito Democristiano Vallone e uno Democristiano Fiammingo, uno socialista vallone ed uno socialista fiammingo, ecc....

A ogni crisoi di governo si parla di una scissione del Paese, ma c'è da chiedersi quanto questo cambierebbe la realtà delle cose.

D'altro canto, Bruxelles è sede delle principali istituzioni europee, e ne trae anche notevoli benefici. Penso che questo dovrebbe preoccupare maggiormente i Belgi, specie oggi, quando giungono sempre nuovi Stati membri dell' Europa Centrale e Orientale, e sembrerebbe ora di spostare qualche Istituzione verso Est.

In ogni caso, l' esperienza del Belgio nel dirimere le questioni intracomunitarie sta ancora giovando ai Belgi, che hanno ottenuto la carica di Presidente per Herman van Rompuy, massimo esperto di Verzuiling.

martedì 16 marzo 2010

LA FIAT DEVE RESTARE EUROPEA

Rumors about Spin-off of Fiat Auto Should Raise Debate about "Nationality" of FIAT. Les indiscrétions sur apport d'actif du secteur automobile solicitent un débat à propos de la "nationalité" de FIAT. "Geruechte" ueber Boersennotierung des PKW-Sektor entwickeln Neugier ueber "Nationalitaet" von FIAT


Sarà la decima volta che sentiamo di una possibilità di "scorporo" del Settore Auto della FIAT, e del suo conferimento ad un nuovo Gruppo, formato con nuovi partner internazionali, nel quale la Famiglia Agnelli non deterrebbe più il controllo assoluto (SIMCA, Peugeot, Ford,Mercedes/Chrysler, Ford, General Motors, TATA,di nuovo Chrysler,ecc...).

Eppure, fino ad ora, queste ipotesi non si erano mai materializzate.

Ciò significa che vi sono seri motivi per cui l' ipotesi è allettante, ma anche per cui essa non può avvenire.

Essa è allettante in quanto l' industria automobilistica è per sua natura mondiale, e i condizionamenti nazionali, locali e familiari, le stanno stretti.

Essa è impossibile perchè l' industria automobilistica (come la maggior parte delle industrie moderne) non può essere, né pensata, né creata, né sviluppata, né gestita, né mantenuta, né difesa, né, comunque, sopravvivere, senza una decisa opzione da parte "del Politico" (ideologia, Stato, Nazione, burocrazia, partiti, territorio, sindacati). "Politico" che "pensa" l' industria come strumento della Ragione vincitrice, che la impone penalizzando il feudo, il latifondo, l' agricoltura,il clero, che la fa nascere con la legislazione di privilegio per le società per azioni, che la sovvenziona direttamente, con le commesse militari, ed indirettamente, con le poloitiche sociali e con le infrastrutture, che la fa vivere con il welfare, che ne prolunga la vita con gli incentivi, ecc..

Oggi, siamo al "redde rationem".Oggi si può fare tutto ed il contrario di tutto, ma senza più i paraocchi delle Grandi Narrazioni, ed assumendosene una responsabilità politica dinanzi al mondo intero.

Se la fusione dovesse servire per "scippare" la FIAT alla Famiglia Agnelli, che, bene o male, l' ha sempre sostenuta; a Torino, a cui deve la propria esistenza, ed all' Europa, a cui sta ancora chiedendo aiuto, bene, allora, le reazioni potebbero, e, a nostro avviso, dovrebbero, essere molto violente, e concentriche, da parte di tutti: Europa, Torino, sindacati, famiglia.Questo potrebbe avvenire, per esempio, nel caso di un "regalo" del controllo all' America per certi pregiudizi ideologici dell' attuale "leadership" e per certi "favori" di Obama.

Lo "scorporo" potrebbe invece non essere lesivo per nessuno se esso avvenisse contestualmente ad una transazione di comune soddisfazione delle controversie in Casa Agnelli, il centro dirigenziale del nuovo Gruppo fosse a Torino, o, almeno, in Europa, e, nella proprietà, fossero adeguatamente rappresentati Famiglia Agnelli, Europa Centrale e Orientale, e, nella misura del necessario necessario, America, Turchia e India. E, comunque, la "decisione sullo stato di eccezione" deve spettare ad un' istanza europea, con un' adeguata rappresentanza del Piemonte.

Resta il problema, che almeno taluni hanno compreso, di dove debba essere il "cervello pensante" del nuovo Gruppo.A noi sembra che tale problema non sia facile, perchè è difficile sapere qual' è il "cuore pensante" di una multinazionale: quello dove si trovano i "tesoretti" dei maggiori azionisti?quello dove risiedono o hanno i loro addentellati politici tali azionisti?quello dove la società è quotata?quello dove risiedono l' Amministratore delegato e i suoi più stretti collaboratori? quello dove risiedono le staff centrali, amministrative, legali, commerciali e finanziarie? quello dove si trovano gli Enti di progettazione e di ricerca?

Già oggi, né i principali azionisti, né l' Amministratore Delegato della FIAT risiedono tutti a Torino; molti non hanno la cittadinanza italiana, e dimostrano un attaccamento per l' America non inferiore a quello per l' Europa; già oggi, buona parte dei centri direzionali si trovano in America, in Polonia, in Turchia, in Brasile.

Che cosa deve essere in Europa, e che cosa a Torino?

Anche se l' "establishment", politico ed economico, crede di avere diritto a compiere le proprie decisioni addirittura di nascosto, e, comunque, con la più totale esclusione dell' opinione pubblica, noi, invece, crediamo che queste scelte debbano essere condivise. Anche e soprattutto in un momento in cui sembrava avverarsi un' ipotesi preconizzata dallo stesso Montezemolo, e recepita dai Ministri Sacconi, Scajola e dal Commissario Tajani, quella, cioè, di sottoporre la strategia sulle ristrutturazioni dell' industria automobilistica alla suprema autorità dell' Unione Europea.

A noi preoccupa l' affermazione di certi sindacalisti, ai quali non interessa chi siai l proprietario della Fiat.Per noi dev' essere europeo, dev' essere in sintonia con le strategie dell' Unione Europea, deve partecipare alla difesa dell' Euro.

Questo perchè proprio la crisi ha dimostrato ora più che mai che le grandi imprese automobilistiche, ed, ad esempio, in concreto, General Motors, Opel, Chrysler, Autovaz e Sollers, non sopravviverebbero neanche un giorno senza un sostegno pazzesco, assolutamente antiliberista, da parte di tutte le Autorità.

Chiediamo ai nostri amici, alla Direzione FIAT, alle Autorità locali e nazionali, ai sindacati, all'opinione pubblica, all' Unione Europea, ed, in particolare, al Commissario Tajani, di aprire un pubblico dibattito europeo su questi temi.

Discendiamo da una famiglia che ha dedicato la vita a dirigere la FIAT; anche noi abbiamo dedicato a questo scopo almeno vent'anni della nostra vita, e sappiamo non poco dei temi che oggi ribollono. Siamo a disposizione di chiunque voglia affrontarli con animo sgombro da interessi eccessivamente particolaristici ed ascoltando la voce di chi ha maturato un' esperienza in queste cose.




MENTRE L' EUROPA DISCUTE, L'ASIA SALVA L'EURO

China's ,India's and other countries' Decision to Sell Dollars and to Purchase Euros Salvages Europe from Defeat from USA. La décision de Chine, Inde et autres pays de vendre leurs dollars et d'acheter des Euros sauve l' Europe d'une défaite vis-à-vis des Etats Unis. Entscheidung Chinas, Indiens und anderen Staaten, Dollar zu verkaufen, und Euros zu kaufen, rettet Europa vor Niederlage von der Seite der USA.

L'inconsistenza dell' attuale "establishment" culturale, politico e sociale non ha bisogno di conferme. I fatti stessi si incaricano quotidianamente di smentire le loro pretenziose e mistificanti teorie.

Fino a ieri, tutti si stracciavano le vesti per la crisi greca, e di altri Paesi di Eurolandia,sostenendo che tutto era colpa del mancato rispetto dei parametri di Maastricht, della connivenza dei greci con le grandi banche speculative americane, ecc...

Poi, si è scoperto che l' attacco all' Euro era semplicemente una manovra concordata fra Soros e gli Hedge Funds americani.
Sempre lo stesso establishment pretenzioso e mistificatore si era scatenato nell' elaborazione di ricette economiche complicatissime, politiche di austerità, ecc...

Invece, l' Euro si sta salvando grazie al fatto che i due Paesi economicamente più potenti del mondo, Cina ed India, oltre che i Medio Orientali e i Russi, per il loro stesso interesse, stanno vendendo dollari e comprando Euro.

Gli interessi di Cina e India sono molti ed evidenti: l'assurda posizione di predominio del dollaro; l' eccessivo indebitamento dell' America; l' eccessiva dimensione del credito dei Paesi asiatici verso l' America; l' esigenza di sbarazzarsi delle posizioni in dollari in un momento in cui ciò non costa nulla, grazie proprio alla manovra speculativa di Soros; il desiderio di prevenire manovre contro il renminbi; la volontà di punire Obama per la sua politica tracotante circa la pretesa rivalutazione del Renminbi; la volontà di trovare un alleato nell' Europa per la riforma del sistema monetario internazionale.

La leadership culturale, politica ed economica dell' Europa dovrebbe vedere la realtà del mondo economico internazionale quale essa è, non già attraverso i paraocchi ideologici di una scienza economica che, come ha dimostrato ancora recentemente Latouche, è fortemente ideologica.

L' economia non è che un componente, uno strumento, della lotta culturale, politica ed ideologica a livello mondiale, ove operano Stati, partiti e Lobbies trasversali.

Certo che contano "i fondamentali" dell' economia, certo che conta una saggia politica economica, ma contan molto di più la lotta culturale e politica e le alleanze "giuste".

Nel caso specifico, l' unica proposta seria, quella di creare un fondo europeo di intervento monetario, da spendere in occasioni come questa, è stata naturalmente bocciata.Neppure presa in considerazione l' idea di una "intelligence finanziaria europea", che permetta di prevenire le crisi speculative, anziché dovervi rimediare successivamente.






venerdì 19 febbraio 2010

EUROPEAN FINANCIAL INTELLIGENCE

Further Details about Swift Vote and Goldman Sachs ( JP Morgan)Investigation. Des détails ultérieurs sur la résolution sur Swift et sur l’enquête sur Goldman Sachs / JP Morgan.Alle Einzelheiten über Swift-Entscheidung und Goldman Sachs / JP Morgan-Fall.


Avevamo preannunziato, anche in risposta ai nostri lettori, l’intenzione di seguire, anche nei dettagli tecnici, il follow-up della risoluzione del Parlamento Europeo, con cui quest’ultimo ha “bocciato” l’accordo Swift raggiunto fra il Consiglio e gli Stati Membri, da una parte, e gli USA, dall’altra, delle richieste del Parlamento Europeo di svolgere un’indagine circa le connivenze fra, da un lato, il Governo greco, e, dall’altro, le banche Goldman Sachs e JP Morgan.


Questi due casi ci sembrano importanti come prova dell’assertività e concretezza che il Parlamento Europeo sembra dimostrate in questi primi giorni dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.


Accordo Swift


L’accordo Swift, fra la UE e gli USA, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione il 13/01/2010, prevedeva la messa a disposizione degli Stati Uniti, su richiesta del Treasury, a scopo di prevenzione, indagine, scoperta o repressione del terrorismo e del finanziamento del terrorismo, i dati sulle transazioni internazionali edffettuate in Europa.


I principali motivi di politica legislativa che hanno indotto il Parlamento Europeo a rifiutare l’approvazione del provvedimento sono i seguenti:

  • l’accordo avrebbe costituito la prima importante deviazione dalle modalità con cui, secondo il diritto europeo, si possono acquisire dati finanziari; in particolare, non era previsto un mandato di perquisizione;

  • come affermato dal Servizio Legale del Parlamento Europeo, per motivi tecnici, il trasferimento dei dati ai sensi dell’Accordo non avrebbe potuto aver luogo se non “in blocco”;tale “trasferimento in blocco” avrebbe aperto la strada allo spionaggio industriale ai danni delle imprese europee (come denunziato dalla stessa Confindustria tedesca);
  • non c’era nessun limite di tempo per l’immagazzinamento dei dati;
  • come affermato dalla Commissione di inchiesta del Parlamento Europeo, l’accordo prevedeva una sorta di “delega”, da parte dell’Unione Europea, agli USA, a svolgere, per conto della UE, le indagini di “financial intelligence”;
  • la Polizia Criminale Tedesca aveva fornito un parere secondo cui l’accordo non forniva nessun elemento utile per la lotta contro il terrorismo.


Indagine sulle connivenze banche-Governo greco


Arlene McCarthy, Vice Presidente della Commissione del Parlamento per gli Affari Economici e Monetari, ha chiesto al commissario Olli Rehn di spiegare “quali azioni intenda intraprendere per impedire alle banche di assistere i Governi nel nascondere il debito pubblico”.


Oggi, sarebbero genericamente competenti a svolgere questi compiti tre organismi comunitari: Eurojust (per la cooperazione giudiziaria); OLAF (per la repressione antifrodi), e Europol (per gli aspetti di polizia giudiziaria). Come nel campo della politica economica, manca una chiara forma di collegamento, da un lato fra queste Entità, e, dall' altro, con le Istituzioni della UE (Parlamento, Corte di Giustizia, Commissione e BCE)


Occorrerebbe che il Parlamentari Europei, se vogliono che le loro non rimangano “grida manzoniane”, pensino ad una riforma legislativa, che garantisca un coordinamento serio dell’“Intelligence Economica”, da intendersi non solamente come fatto poliziesco, bensì anche, e soprattutto, come “cellula di riflessione ”, centralizzata e permanente, sui fenomeni più preoccupanti dell’economia mondiale: crisi finanziarie, speculazioni, spionaggio industriale, crisi aziendali transfrontaliere, mergers & acquisitions che coinvolgano aziende di interesse strategico per l’Europa.


Quali Europarlamentari vorranno o farsi portatori di tale esigenza?

lunedì 8 febbraio 2010

PAURA DELL' IDENTITA' EUROPEA?

We Publish Integrally the Post of Eurobull, which Corresponds to Our Worries of Preceding Posts.Nous publions ci-dessous le post sur Eurobull, qui correspond aux soucis de nos posts précédents.Wir publizieren Eurobull's Post, entsprechend den Sorgen unsrer vorigen Stellungnahmen:

Pubblichiamo qui di seguito un post di Eurobull che corrisponde alle preoccupazioni da noi espresse nei post precedenti di questo blog:

"Paura dell’identità europea venerdì 5 febbraio 2010 di Federica Martiny | 0 commenti |
  • AddThis
vota per questo articolo

Ci troviamo inesorabilmente davanti al fatto che negli ultimi anni l’Europa, proprio nel momento in cui sarebbe dovuta giungere alle soglie dell’unità politica ed economica, si scopra sconvolta da resistenze di ogni tipo, al punto che oggi il segno più profondo dell’unità europea sembra riscontrarsi soprattutto in una sempre più forte e tangibile presa di distanza dall’Europa, da parte dei cittadini e degli Stati europei.

Motore di quelle spinte xenofobe e antieuropeiste –di cui le ultime elezioni del Parlamento europeo sono ancora viva testimonianza- che imperversano da più parti sul vecchio continente sembra davvero essere la paura della perdita della propria identità, di quella identità rinchiusa tra le mura della singolarità e del particolarismo, a cui da sempre gli uomini si aggrappano e si ancorano nei periodi di crisi, di assenza di certezze e di mancanza di stabilità.

Ora dobbiamo però e perciò chiederci se questa soluzione sia efficace o se invece sia la mera illusione di ritrovare in se stessi quelle risposte e quelle certezze che le istituzioni politiche non riescono a garantire.

Bisogna partire innanzitutto dall’assioma fondamentale per cui l’identità del singolo non può in alcun modo prescindere dall’incontro, dal confronto e anche dallo scontro con l’altro, con il diverso da sé, con lo straniero. È questo incontro-scontro che ci permette di avvicinarci alla nostra identità, che ci permette di scoprirne le frange più nascoste e fondamentali.

A sessant’anni dalla Dichiarazione Schuman occorre ricordarci e riscoprire le nostre responsabilità nei confronti non solo di noi stessi ma anche e soprattutto della storia, e ribadire con voce ferma e sicura che realismo e utopia si compenetrano nel tentativo di frenare gli impulsi disgregatori, inesorabili conseguenze di una lotta intestina per un’egemonia che ormai non è più reale, e di ritrovare equilibrio e forza nella Federazione europea."

Ci complimentiamo con l' Autrice, ed inviamo, a nostra volta, il nostro Post "Annus horribilis o 'Linea punteggiata'?", quale nostro contributo a Eurobull.


mercoledì 3 febbraio 2010

ISRAELE IN EUROPA?


Berlusconi's Offer Reopens Debate on Israel in Europe. L'offre de Berlusconi rouvre le débat sur Israel en Europe.Berlusconi's Angebot oeffnet die Debatte ueber Israel in Europa wieder

Il dibattito aperto dal discorso di Berlusconi a Gerusalemme costituisce un' esemplificazione di come il tema delle identità stia entrando con un ruolo centrale nel dibattito quotidiano.

Secondo Luca Caracciolo (La Repubblica, 3 gennaio 2010), la proposta di Berlusconi dimostrerebbe che "Berlusconi non ha una visione identitaria dell' Europa, tant'è vero che vorrebbe farci entrare tutti, dalla Russia, alla Turchia alla Bielorussia".

Il problema è che prendere posizione per le identità continentali significa precisamente definire che cosa fa parte di ciascun continente, in modo da inserire questi popoli nella rappresentanza a livello globale del continente stesso.

Ciò di cui si sta dibattendo fra il Governo cinese e il Dalai Lama non è certo la democrazia, visto che né l' uno né l'altro sono democratici, bensì del sé il Tibet faccia parte del Tien Xia cinese, a quali condizioni, e quante provincie cinesi facciano parte del Tibet.

Nello stesso modo, ciò per cui si sta disputando in America è se i latinoamericani debbano associarsi con gli USA, se debbano federarsi fra di loro, e, infine, gli Stati a prevalente influenza europea possano associarsi con quelli a prevalente cultura india.

Lo stesso vale, a nostro avviso, per l' Europa, dove, a un "nocciolo duro" (l' "Europa Centrale"), si stanno aggregando aree (come l'arcipelago Britannico, la Penisola Iberica, l' area baltica, i Balcani),che hanno forti collegamenti con realtà esterne (America del Nord o del Sud, Medio Oriente, Russia).In un futuro, anche alcune di queste realtà potrebbero associarsi all' Europa. Anzi, la maggior parte di questi territori sono già associati, in un modo o nell' altro.

Il problema è di stabilire come ciascun'area debba venire associata.

La scelta circa gli obiettivi storici determinanti per l' Europa condiziona anche le scelte circa i ruoli delle aree associate, e, quindi, anche sulle modalità di una loro associazione.

Coloro che ritengono che l' attuale orientamento culturale e politico dell' Europa debba continuare quanto più possibile privilegiano una "Comunità Euroatlantica". Coloro i quali vogliono contrastare o equilibrare questa Comunità vogliono inserire un rapporto privilegiato con il Sudamerica o il Medio Oriente. Coloro che puntano sulla centralità dell' Europa in un'area "occidentale" sono favorevoli all'associazione con Russia e Turchia.Tutto ciò, ovviamente, non già sotto la forma di una collaborazione assolutamente omogenea, bensì attraverso il concetto di "Europa a cerchi concentrici".

La proposta berlusconiana ci sembra volta in quella direzione. Non per nulla, l' offerta a Israele è connessa a quelle a Russia e Turchia.Infatti, in una "Comunità da Vancouver a Vladivostok", all' Europa spetterebbe un ruolo di baricentro fra il "messianesimo" americano e il "conservatorismo" russo, fra l'estremismo cristiano degli Americani e il sunnismo moderato dei Turchi.

In questo contesto, quale ruolo per Israele?Qui, il problema non è solamente di come l' Europa veda Israele, ma anche di come Israele veda se stessa.

Quanto all' Europa, a noi sembra che non vi sia dubbio che essa concepisca, a torto o a ragione, Israele come una parte di se stessa, sia quando essa sottolinea le "radici giudaico cristiane", sia quando, invece, ricerca le radici di una cultura laica, e perfino quando vede in Israele ceri aspetti e tendenze della storia europea che gli stessi Europei non condividono.Questo, per esempio, quando molti condannano il sionismo e non vogliono essere coinvolti nel conflitto con i Palestinesi.

Quanto a Israele, è noto quanto la sua identità sia lacerata. Tuttavia, in ultima analisi, si direbbe che l' orientamento fino ad ora prevalente sarebbe quello che si riallaccia al concetto di "Civiltà Ebraica", formulato dall'americano-israeliano Shmuel Eisenstadt.Eisenstadt, utilizzando, fondamentalmente, idee che erano state già di Spengler e di Toynbee, vede, come Huntington, diviso in "civiltà", che si identificano, essenzialmente, con le grandi religioni.Israele sarebbe, quindi, una civiltà distinta tanto dall' Europa, quanto dall' America e dal Medio Oriente.

Tuttavia, la concezione delle "civiltà" viste in questo modo incomincia a incrinarsi. Non sembra che vi siano, contrariamente a quanto previsto da Huntigton, problemi di integrazione dei Greci, dei Rumeni e dei Bulgari, ortodossi, nell' Unione Europea; le "identità continentali" sono più ampie e più flessinili delle "civiltà" .

Il dibattito su questi temi costituisce un poco il "nocciolo" della nostra battaglia culturale.

Senza anticipare conclusioni che potrei trarre solo al termine dello sforzo di completamento dei tre volumi di "10.000 Anni di Identità Europea"(cfr. http://www.alpinasrl.com/catalogo/cat_baustellen/cat_10000_anni_identit%E0.htm ;http://books.google.it/books?id=yECaemzMbREC&printsec=frontcover&dq=riccardo+lala&client=firefox-a&cd=1#v=onepage&q=&f=false ), a me sembra di potere affermare che il sionismo rappresenterebbe un' interpretazione evolutiva, modernistica e rivoluzionaria dell' Ebraismo, non diversamente da come il Puritanesimo rappresenta un' interpretazione estremistica del Cristianesimo. Ambedue hanno avuto come momento culminante l' emigrazione. Il recente riflusso delle "grandi narrazioni" messianiche dovrebbe giocare anche qui a favore di una rivalutazione di quei tradizionali orientamenti rabbinici, che, come ricordato recentemente da Jehoshua', erano sostanzialmente contrari all' "Aliyà", vista come qualcosa di simile alle sette pseudo-messianiche.

Perciò, un' idea di "ritorno" all' indietro, se non in senso fisico, almeno culturale, verso la vecchia Europa, non è da escludersi.

La domanda che tutti si pongono è: come giocherebbe una simile scelta nei confronti dei Palestinesi? Diventerebbe impossibile un' integrazione speciale con essi? Certamente, non è passata inosservata la frase di Nethaniyahu, secondo cui "il modello dei due Stati sarebbe superato".La questione di Israele nella UE avrebbe anche a che fare con quella dell' affermazione di un Euroislam, con quella di un Grande Medio Oriente, e con quella di una garanzia Internazionale dei Luoghi Santi.

Tornando a Caracciolo, a noi non pare che un' Europa più ampia, "a Cerchi Concentrici" toglierebbe identità all' Europa attuale. Anzi, quest' ultima, divenndo il centro di un' aggregazione più vasta, sarebbe, a nostro avviso, più protetta dalle ondate della globalizzazione, le quali verrebbero, per così dire, "filtrate" dalle regioni "decentrate", mentre il "nocciolo duro" potrebbe preservare un suo autonomo sviluppo ed un'autonoma capacità propositiva.






giovedì 28 gennaio 2010

UNA POLITICA ECONOMICA PER L'EUROPA (CONVEGNO A TORINO)


Important presentation, by the Center for the Study of Federalism in Turin, of Dario Velo's Book "The Government of the Economic Development and of Innovation in Europe" . La présentatin, de la part du Centre pour l' étude du Fédéralisme à Turin, du livre de Dario Velo "Le gouvernement du développement économique et de l' innovation en Europe". Eine wichtige Vorstellung, von der Seite des Instituts fuer das Studium des Foederalismus, in Turin, von Dario Velo's Buch "Die Lenkung der Wirtschaftlichen Entwicklung und der Innovation in Europa.


Il convegno del 28

E' doveroso un encomio al Centro Studi del Federalismo di Torino, che organizza ininterrottamente, a Torino, manifestazioni del massimo livello accademico sul tema del federalismo, europeo e mondiale, con ciò supplendo anche alle carenze della società civile e delle Istituzioni.

E', infatti, a nostro avviso, inaccettabile che una regione, come quella torinese, profondamente marcata da una tradizione europea, dedichi così poco spazio alle iniziative europee. Lode dunque a quelle "minoranze attive" che, nonostante il disinteresse generale, operano ,nella quotidianità, per mantenere viva questa fiammella . Già l'altro ieri avevamo avuto modo di segnalare, seppure con una nostra interpretazione molto soggettiva, l'altro importante convegno del Centro per gli Studi sul Federalismo, sull' integrazione latino-americana. Il convegno di ieri era ancora più importante e centrale, perchè trattava di un tema incredibilmente focale per noi Europei: la politica economica dell' Europa.

Il convegno era dedicato al libro del Professor Dario Velo, "Il governo dello Sviluppo economico e dell'innovazione in Europa".Relatori: Antonio Padoa Schioppa, Presidente del Centro Studi sul Federalismo; Oreste Calliano, Università degli Studi di Torino; Alfonso Iozzo, membro del Consiglio del Centro Studi sul Federalismo, Giorgio Pellicelli, Università di Torino.

Il Prof. Velo, autore del libro, ha sottolineato la complementarietà economica fra Europa Comunitaria e Stati Uniti' , mentre Alfonso Jozzo e Oreste Calliano hanno posto maggiormente in evidenza la specificità europea, che, come ha detto Calliano, è apprezzata anche da una parte degli Americani, per esempio Jeremy Rifkin. Tutti si sono trovati d' accordo nel rilevare le aperture che il Trattato di Lisbona fa ad una politica economica europea, là dove ridimensiona il ruolo eccessivo della politica della concorrenza, ma anche là dove inserisce nelle competenze europee due settori importanti come spazio e turismo.A questo ultimo proposito, è stato da tutti ribadito che la cultura europea, in particolare quella giuridica, dovrebbe svolgere un ruolo più proattivo nella formazione delle politiche europee.

Attualità del tema

L'attualità di questo tema è dimostrata dalla prossima riunione sull'economia promossa dal nuovo Presidente van Rompuy, oltre che dagli scottanti "dossier" oggi in discussione, fra i quali i due che riguardano l' Italia (Fiat e Telecom).

Qui ci limitiamo a constatare che la sopravvalutazione delle politiche europee di concorrenza abbia portato a vere e proprie distorsioni. Per esempio, una delle ragioni per cui in Europa vi è una crisi di sovrapproduzione è che gli Stati est-europei, prima di aderire alla UE o durante il periodo transitorio, concedono generosi incentivi di durata lunghissima alle case automobilistiche che intendano istallarvisi. Quindi, si costruiscono più nuovi impianti di quanti sarebbero necessari. Un altro caso è quello della presa di posizione della commissaria alla concorrenza contro l' accordo Germania-Magna, presa di posizione fomentata dai Governi dei Paesi Europei dove la Magna voleva chiudere le fabbriche. Questa presa di posizione incoraggiò coloro che, alla GM e nel Governo americano, volevano la violazione degli accordi con la Magna.

Praticamente ogni volta che c'e un merger o un'acquisizione, tutti i Governi europei si schierano da varie parti della barricata, a seconda della nazionalità del compratore e degli stabilimenti. Non esistono regole concordate. Mentre (come è stato giustamente rilevato durante il convegno), occorrerebbe favorire le imprese comuni a livello comunitario, in realtà di imprese di questo tipo ce ne sono pochissime, e anche quelle che esistiono (come EADS) non sono percepite veramente come "imprese europee", sono lacerate da faide interne ed osteggiate dai Paesi non partecipanti.

In pratica, tutti gli Stati Membri vorrrebbero avere la proprietà e il comando di tutte le aziende, ed avere almeno un' azienda di ogni tipo, come ai tempi dell' autarchia. Impensabile parlare di specializzazioni e di vocazioni nazionali concordate e/o contrattate a livello europeo.

Inoltre, tutti gli Stati membri sono troppo deboli per fronteggiare una situazione mondiale di lotta economica globale, di tutti contro tutti, in cui i grandi Stati usano mezzi leciti e no, e, soprattutto, fanno un uso imprevedibile delle nuove tecnologie dell' informazione.Significativa la scena dei BASIC riuniti in segreto a Copenhagen, ma scoperti e raggiunti da un Obama non invitato.Significativa la polemica fra USA e Cina, in cui l' unica cosa certa sarerebbe che ambedue i Governi disporrebbero di qualche decina di migliaia di Hackers intenti a destabilizzare gli altri Paesi del mondo con sabotaggi di internet ed altre azioni di disturbo. Qualcosa di simile a quanto accaduto fra la Russia e Paesi Baltici, e che ha dato luogo alla creazione di un'apposita agenzia NATO.Tipico anche il "complotto" di disinformazione contro le economie di Grecia e Spagna, denunziato ieri a Davos da Papandreu e Zapatero.

Alcune considerazioni personali sul lungo termine

Di fronte a queste situazioni, come reagire?

E' chiaro che non si possono mescolare il discorso a breve, profondamente legato ai condizionamenti giuridici, storici e politici, esistenti, e un discorso "a regime".Inoltre, il programma a breve della Commissione in questo campo è già segnato dalle dichiarazioni al Parlamento di Barroso e dei nuovi Commissari.

"A termine", cioè quando l' Unione Europea fosse veramente compiuta, è chiaro che l' Europa dovrebbe essere in grado innanzitutto di razionalizzare in profondità il proprio sistema economico, evitando inutili duplicazioni e dedicando le risorse così rese disponibili ad altre attività.Questo dovrebbe avvenire per le strutture produttive, ma anche per le politiche di incentivazione. che, adesso, almeno, non vengono più demonizzate, bensì considerate come normali, e, infine, per le stesse strutture dell' Unione, che sono diventate troppo dispersive.Basti pensare al fatto che le politiche economiche sono attualmente disperse fra almeno 15 dicasteri.

Per ciò che concerne le strutture produttive,sui grandi mercati internazionali (per esempio, aerospaziale, automobile, elettronica, farmaceutica), per garantire la concorrenza basterebbero due gruppi a livello mondiale. Tuttavia, per salvaguardare l' autonomia di ogni area geografica, e tenendo conto che sicuramente Cina e India vogliono e possono fin da ora essere autonome), basterebbero 7/8 gruppi (come l' Avvocato Agnelli diceva da decenni). Se, poi, si volesse garantire una concorrenza anche fra due "campioni "di ogni Continente, si potrebbe pensare ad un massimo di una quindicina di gruppi a livello mondiale.

Se, quindi, ci fosssero in Europa 2 gruppi autonomi, al posto degli attuali 5, 6 (per Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Svezia), parecchi grandi Paesi resterebbero senza un loro "campione nazionale". Perchè dovrebbero accettare questa situazione senza contropartite? La contropartita sarebbe quella di potersi specializzare, con il consenso e il supporto degli altri Paesi, in altre aree.Facendo un esempio estremo, ma già quasi realizzato: perchè l' Italia avrebbe bisogno di una sua industria nucleare, quando può benissimo comprare l' elettricità dalla Francia o dall' Est Europa, e invece di spendere nel nucleare spendere nell' ambiente, ma, soprattutto, nella cultura e nel turismo, dove avrebbe risorse pressoché infinite da sfruttare e una leadership incontestabile?Perchè, come è stato riferito da Roberto Palea, in campo energetico, si duplica la ricerca in tutta Europa?

Questo tipo di accordi è relativamente fattibile a livello bilaterale, ma diventa difficilissimo quando ci sono 30 governi ed altrettante imprese da accontentare. L' Unione Europea potrebbe divenire il "tavolo" dove si fanno questi accordi. Però, per fare questo ci vuole soprattutto più cultura, più expertise. Sulla scia del libro di Velo, tutti hanno stigmatizzato il fatto che l' Università non costituisca, almeno in Italia, quel serbatoio di competenze che servirebbe a supportare l' azione pubblica.

Un'altra forma di semplificazione, anche se soltanto giuridica, potrebbe essere la trasformazione dei "consorzi europei" (come l' Ariane e l' Eurojet), in "Società comuni.

E' quasi un' ovvietà affermare che non c'è nulla di più contraddittorio che proclamare la strategia della Società della Conoscenza e poi, come prima cosa, attuare severi "tagli alla cultura".Cultura che, invece, a nostro avviso, potrebbe essere finanziata proprio con i tagli alle duplicazioni produttive e burocratiche , che permetterebbero di economizzare non soltanto il costo di investimenti e posti di lavoro, ma anche quello delle burocrazie incaricate di interfacciarsi con i campioni nazionali che non ci fossero più.

Con ciò, si ritorna all' esigenza della cultura, dell' informazione, in primo luogo a favore dei decisori pubblici, poi dell'opinione pubblica europea.

Per ciò che concerne gli strumenti di incentivazione (europei, nazionali, regionali e locali), essi sono divenuti oramai così numerosi e complessi, che, da un lato, riuscire ad accedervi è un'impresa temeraria, e, all' altro, i vantaggi di ciascuno "sportello" sono veramente minimi. Occorrerebbe semplificare e rendere trasparenti normative e procedure, con un' azione legislativa programmata e sistematica.

Per ciò che concerne la dispersione operativa, occorrerebbe concentrare i temi economici su un tavolo unico.Nel corso del dibattito, Alfonso Jozzo ha citato l'esigenza che la politica economica venga gestita da un'Ente ad hoc, sulla falsariga della Tennessee Valley Authority.

Considerazioni sul breve termine.

A noi non è sembrata fuori luogo l' idea che, anche a breve, una priorità potesse essere la costituzione di una specie di "intelligence europea", di orientamento prevalentemente economico.Costituzione che, a nostro avviso, non richiederebbe particolari strumenti di diritto internazionali, né modifiche rilevanti al bilancio comunitario. Infatti, si tratterebbe solamente di una riorganizzazione di attività esistenti.Torniamo a ricordare la storia degli hacker cinesi e americani e quella del complotto contro Grecia e Spagna, che è anche un complotto contro l' Euro. Ricordiamo che quando, molto tempo fa, si era incominciato a parlare di Politica Estera e Difesa Comune, si era pensato di cominciare proprio con una "Cellula di riflessione"sulle crisi politiche internazionali. Diciamo poi che il Trattato di Lisbona ha aperto una gravissima questione di competenze, tanto in campo economico, che in quello della Politica Estera, fra Presidente, Presidente del Consiglio, Presidente della Commissione e Alto Commissario. Leggendo, infine, delle polemiche in corso circa un certo "disinteresse" dell' Alto Commissario per i propri compiti, ho scoperto che tutti questi personaggi dispongono soltanto di un modestissimo "gabinetto" di poco più di dieci persone, che, nel caso dei problemi economici e industriali, non può, certo, essere sufficiente a fronteggiare costantemente problemi settoriali della più varia natura tecnica e riferiti al mondo intero (e di competenza di quattro o cinque diversi Commissari).Ci vorrebbe fin da subito un tavolo di concertazione che fosse anche costantemente operativo, per poter fronteggiare le continue crisi.

Quindi: specialisti, tratti dagli uffici dell' Unione o dai Ministeri nazionali, che seguano in permanenza e sistematicità i vari settori, non già nell' ottica dei singoli Stati Membri, bensì nell' interesse dell' Unione, quale espresso dagli organi caso per caso competenti.Specialisti che abbiano il quadro esatto e di dettaglio della situazione, e che trovino il modo di informarsi anche sulle discussioni e iprogetti in corso, o anche solo in discussione, in ogni parte del mondo, e che possano suggerire fusioni, concntrazioni, società comuni, senza aspettare le iniziative degli Stati Membri o delle imprese, né senza reclutare caso per caso consulenti ad hoc.

Audizione dei Commissari competenti in materia economica.

La procedura di audizione della nuova Commissione dinanzi al Parlamento offre una buona dose di informazioni circa il programma della Commissione stessa, che dev' essere formalizzato Commissario per Commissario.

L'analisi critica dei programmi prenderà un po' di tempo, perchè si tratta di 15 Commissari su 27.

Poiché, a oggi, non esiste l' "Authority" suggerita da Jozzo, il Commissario che ha maggiori competenze è quello responsabile per l' Industria, che per nostra fortuna, è, attualmente, l' Italiano, Antonio Tajani. Questo dovrebbe costituire uno stimolo per tutti noi per studiare con parrticolare cura questa materia, discuterla fra di noi e formulare proposte.

Mettiamo a disposizione questo Blog, oltre che i locali di Alpina, per ognuna di queste attività.

Scriveteci

Riccardo.lala@alpinasrl.com

Tel.0116688758.