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venerdì 16 settembre 2011

EURO BONDS


 Economic Crisis and Rising of China Change Political Framework in Europe.
La crise économique et la montée de la Chine changent le cadre politique en Europe.
Wirtschaftskrise und Selbstbehauptung Chinas wechseln das politische Bild in Europa.

In questi giorni, si stanno verificando importanti trasformazioni del quadro politico in Europa, che vale la pena di ricordare almeno per sommi capi.
1.La proposta di Prodi
In un precedente post, avevamo già elogiato il coraggio del Commissario Olli Rehn e del Parlamento Europeo, i quali, noncuranti dell’opposizione del Governo Tedesco, avevano sostenuto, due settimane fa, la necessità di adottare gli Eurobonds, quale strumento di copertura del debito pubblico degli Stati Membri.Quell’iniziativa era stata, addirittura, all’inizio della rimonta delle borse mondiali.
Questa volta vorremmo, invece, complimentarci con il Prof. Prodi, già Primo Ministro italiano e Presidente della Commissione Europea, il quale, con il suo articolo su “Il Sole 24 Ore”,aveva rilanciato la tesi di Olli Rehn, trovando un ancor maggiore numero di consensi in tutto il mondo politico europeo, e contribuendo ulteriormente a rafforzare l’ondata rialzistica delle borse.
Ci sembra il caso di riassumere brevemente il contenuto delle proposte di Prodi, che vanno al di là dei semplici “Eurobonds”, e vanno, invece, definiti come Euro Union Bonds.
Il sistema, che parte dall’idea di europeizzare il debito, attraverso l’emissione di obbligazioni europee a copertura del debito degli Stati Membri, mira a creare le basi per il funzionamento del Consiglio dell’Unione in modo sempre più simile ad un Governo europeo dell’Economia, e riuscendo, pertanto, a risolvere, contemporaneamente, ben tre diversi problemi:

-      a copertura degli Stati Membri dal rischio di insolvenza;

-      trasferimento degli assets di riserva degli Stati Membri (riserve auree e azioni delle Imprese di Stato) alla BCE;

-      possibilità, da parte dell’Unione, di assumere prestiti per finanziare gli Stati Membri ed i progetti europei congiunti pubblico-privato.

Il concetto numero uno, pure sembrando il più ovvio, è, nella sostanza, anche il più rivoluzionario. Infatti, esso rivela, vero uovo di Colombo, anche se limitatamente ad un settore specifico (il sistema debitorio), la verità fondamentale dell’Europa contemporanea, cioè che essa è già, oggi, la maggiore potenza mondiale, sì che solo la mancanza di coordinamento la rende preda degli attacchi di chicchessia.
Questo principio vale, per altro, anche nel settore propriamente economico (dove, da solo, il PIL della UE supera quello di tutti i Paesi del mondo, compresi gli USA), a quello militare, dove l’Europa ha sotto le armi (fra Forze Armate ed altri corpi militari) all’incirca 20.000.000 di uomini, cioè più di Cina, Russia e Stati Uniti.
È perciò assurdo che ci si preoccupi dello “scavalcamento”, da parte della Cina, nei confronti degli Stati Uniti, perché, se c’è qualcuno che ha “scavalcato” gli Stati Uniti, siamo noi, e potremmo tenere testa anche alla Cina. Basterebbe, a tale scopo, che allargassimo l’Unione (come è stato in varie sedi discusso) ai Paesi europei che ancora non ne fanno parte, come i Paesi ex EFTA, quelli dell’Europa Orientale e la Turchia.
Infine, non avrebbe senso che, quando tentiamo di svolgere un’operazione militare (e poco importa, qui, che si trattasse di un’operazione a nostro avviso sbagliata), ci trincerassimo dietro la mancanza di mezzi e di munizioni, i quali, nel loro complesso, non sono certo meno numerosi di quelli delle maggiori potenze.
L’unico vero motivo delle nostre debolezze è la nostra disunione. Spagna, Italia, Islanda, Irlanda, Portogallo, Grecia, Romania, Lituania, Lettonia e Bielorussia rischiano il fallimento, mentre nel loro complesso fli Stati d’Europa hanno riserve ed assets sufficienti per fare fronte a qualunque “default”, perché la Germania non vuole rischiare di dover pagare per altri. In tal modo, anche la Germania vede crollare la propria economia.
Sulla Libia, la Francia e l’Inghilterra hanno inviato proprie truppe speciali a supporto dei ribelli, l’Italia prima sostiene Gheddafi, poi lo bombarda, la Germania si astiene insieme alla Russia.
Se gli Euro Union Bonds verranno adottati, e funzioneranno, diverrà difficile non adottare politiche simili, per esempio, in campo militare.
Ancor più importanti potranno, poi, risultare gli altri due aspetti degli Euro Union Bonds:

-      la possibilità dell’Unione di indebitarsi per gli Stati Membri;
-      la possibilità di finanziare grandi progetti europei.

Quanto al primo dei due aspetti, esso realizzerà semplicemente un riallineamento della situazione europea con quella americana e quella cinese, dove chi si indebita è lo Stato Centrale, non già gli Stati (ovvero le Province).
Gli Stati, le Province e gli altri Enti locali, possono anche fallire (come è successo alla Città di New York e, parzialmente, ad alcune province cinesi), e, tuttavia, nulla di irrimediabile accade, in quanto è lo Stato Centrale a rispondere verso i terzi.
Ma c’è di più. Se l’indebitamento delle unità territoriali sotto-ordinate deve passare attraverso lo Stato Centrale, quest’ultimo avrebbe tutte le possibilità di verificare a priori che non si verifichino situazioni anomale, anziché, come ora, lanciare grida manzoniane  a posteriori.
Qualcuno avrà l’ardire di affermare che un siffatto sistema sarebbe antidemocratico, perché toglierebbe una cosa così importante come la politica finanziaria dal controllo diretto dei cittadini. Moravcik ha giustamente osservato che il fatto che l’Unione (che non ha organi eletti direttamente dai cittadini, salvo il Parlamento) abbia il potere di adottare importanti decisioni di carattere fondamentale non riveste alcun carattere eccezionale, perchè, in queste materie, le decisioni non sono mai adottate da organi democratici, bensì dall' Esecutivo o, addirittura, da "Agenzie" almeno formalmente irresponsabili dal punto di vista politico (come le banche centrali).

2. Le azioni di Wen Jia Bao.

Più ancora che le proposte di Rehn e di Prodi, hanno inciso sul miglioramento dell'andamento borsistico, soprattutto in Europa, le visite nelle principali capitali europee di Wen Jia Bao, Primo Ministro cinese. Non che Wen si sia sbilanciato di molto circa investimenti cinesi, in titoli di Stato e in imprese, ulteriori ai molti già presenti in tutti i Paesi d'Europa, come avrebbero desiderato molti politici europei,. a cominciare dal ministro italiano delle finanze Giulio Termonti. Anzi, nel corso del forum economico internazionale di Dalian, Wen ha apparentemente ridimensionato l'interpretazione ottimistica del suo viaggio accreditata dalla stampa su ispirazione di politici europei. Addirittura, alcuni hanno considerato il discorso di Dalian come provocatorio, in quanto ha evocato precise condizioni economiche e politiche per incrementare tali investimenti.

Tuttavia, in una situazione, come quella presente, in cui l'andamento delle cose economuiche dipende in gran parte da impercettibili sensazioni, di carattere squisitamente politico, il fatto che la Cina sia concretamente occupata ad affrontare i problemi europei, e che perfino i politici più anti-cinesi , come Tremonti, non solo diano il via libera, ma, addirittura, scongiurino i Cinesi di intervenire, rassicura i mercati , che vedono, nella collaborazione Europa-Cina una via di uscita realistica da una crisi che sembrerebbe irresolubile. 

Certamente, e non senza ragione, Wen pone almeno due condizioni: il riassetto delle finanze europee e il riconoscimento, alla Cina, dello status di "economia di mercato".Qualcuno se ne è stupito, ma sarebbe ben singolare che un mondo che chiede disperatamente alla Cina di aiutarlo rifiutasse a questa stessa Cina cose che invece riconosce a Paesi ben meno decisivi e ben meno disponibili.





martedì 16 marzo 2010

LA FIAT DEVE RESTARE EUROPEA

Rumors about Spin-off of Fiat Auto Should Raise Debate about "Nationality" of FIAT. Les indiscrétions sur apport d'actif du secteur automobile solicitent un débat à propos de la "nationalité" de FIAT. "Geruechte" ueber Boersennotierung des PKW-Sektor entwickeln Neugier ueber "Nationalitaet" von FIAT


Sarà la decima volta che sentiamo di una possibilità di "scorporo" del Settore Auto della FIAT, e del suo conferimento ad un nuovo Gruppo, formato con nuovi partner internazionali, nel quale la Famiglia Agnelli non deterrebbe più il controllo assoluto (SIMCA, Peugeot, Ford,Mercedes/Chrysler, Ford, General Motors, TATA,di nuovo Chrysler,ecc...).

Eppure, fino ad ora, queste ipotesi non si erano mai materializzate.

Ciò significa che vi sono seri motivi per cui l' ipotesi è allettante, ma anche per cui essa non può avvenire.

Essa è allettante in quanto l' industria automobilistica è per sua natura mondiale, e i condizionamenti nazionali, locali e familiari, le stanno stretti.

Essa è impossibile perchè l' industria automobilistica (come la maggior parte delle industrie moderne) non può essere, né pensata, né creata, né sviluppata, né gestita, né mantenuta, né difesa, né, comunque, sopravvivere, senza una decisa opzione da parte "del Politico" (ideologia, Stato, Nazione, burocrazia, partiti, territorio, sindacati). "Politico" che "pensa" l' industria come strumento della Ragione vincitrice, che la impone penalizzando il feudo, il latifondo, l' agricoltura,il clero, che la fa nascere con la legislazione di privilegio per le società per azioni, che la sovvenziona direttamente, con le commesse militari, ed indirettamente, con le poloitiche sociali e con le infrastrutture, che la fa vivere con il welfare, che ne prolunga la vita con gli incentivi, ecc..

Oggi, siamo al "redde rationem".Oggi si può fare tutto ed il contrario di tutto, ma senza più i paraocchi delle Grandi Narrazioni, ed assumendosene una responsabilità politica dinanzi al mondo intero.

Se la fusione dovesse servire per "scippare" la FIAT alla Famiglia Agnelli, che, bene o male, l' ha sempre sostenuta; a Torino, a cui deve la propria esistenza, ed all' Europa, a cui sta ancora chiedendo aiuto, bene, allora, le reazioni potebbero, e, a nostro avviso, dovrebbero, essere molto violente, e concentriche, da parte di tutti: Europa, Torino, sindacati, famiglia.Questo potrebbe avvenire, per esempio, nel caso di un "regalo" del controllo all' America per certi pregiudizi ideologici dell' attuale "leadership" e per certi "favori" di Obama.

Lo "scorporo" potrebbe invece non essere lesivo per nessuno se esso avvenisse contestualmente ad una transazione di comune soddisfazione delle controversie in Casa Agnelli, il centro dirigenziale del nuovo Gruppo fosse a Torino, o, almeno, in Europa, e, nella proprietà, fossero adeguatamente rappresentati Famiglia Agnelli, Europa Centrale e Orientale, e, nella misura del necessario necessario, America, Turchia e India. E, comunque, la "decisione sullo stato di eccezione" deve spettare ad un' istanza europea, con un' adeguata rappresentanza del Piemonte.

Resta il problema, che almeno taluni hanno compreso, di dove debba essere il "cervello pensante" del nuovo Gruppo.A noi sembra che tale problema non sia facile, perchè è difficile sapere qual' è il "cuore pensante" di una multinazionale: quello dove si trovano i "tesoretti" dei maggiori azionisti?quello dove risiedono o hanno i loro addentellati politici tali azionisti?quello dove la società è quotata?quello dove risiedono l' Amministratore delegato e i suoi più stretti collaboratori? quello dove risiedono le staff centrali, amministrative, legali, commerciali e finanziarie? quello dove si trovano gli Enti di progettazione e di ricerca?

Già oggi, né i principali azionisti, né l' Amministratore Delegato della FIAT risiedono tutti a Torino; molti non hanno la cittadinanza italiana, e dimostrano un attaccamento per l' America non inferiore a quello per l' Europa; già oggi, buona parte dei centri direzionali si trovano in America, in Polonia, in Turchia, in Brasile.

Che cosa deve essere in Europa, e che cosa a Torino?

Anche se l' "establishment", politico ed economico, crede di avere diritto a compiere le proprie decisioni addirittura di nascosto, e, comunque, con la più totale esclusione dell' opinione pubblica, noi, invece, crediamo che queste scelte debbano essere condivise. Anche e soprattutto in un momento in cui sembrava avverarsi un' ipotesi preconizzata dallo stesso Montezemolo, e recepita dai Ministri Sacconi, Scajola e dal Commissario Tajani, quella, cioè, di sottoporre la strategia sulle ristrutturazioni dell' industria automobilistica alla suprema autorità dell' Unione Europea.

A noi preoccupa l' affermazione di certi sindacalisti, ai quali non interessa chi siai l proprietario della Fiat.Per noi dev' essere europeo, dev' essere in sintonia con le strategie dell' Unione Europea, deve partecipare alla difesa dell' Euro.

Questo perchè proprio la crisi ha dimostrato ora più che mai che le grandi imprese automobilistiche, ed, ad esempio, in concreto, General Motors, Opel, Chrysler, Autovaz e Sollers, non sopravviverebbero neanche un giorno senza un sostegno pazzesco, assolutamente antiliberista, da parte di tutte le Autorità.

Chiediamo ai nostri amici, alla Direzione FIAT, alle Autorità locali e nazionali, ai sindacati, all'opinione pubblica, all' Unione Europea, ed, in particolare, al Commissario Tajani, di aprire un pubblico dibattito europeo su questi temi.

Discendiamo da una famiglia che ha dedicato la vita a dirigere la FIAT; anche noi abbiamo dedicato a questo scopo almeno vent'anni della nostra vita, e sappiamo non poco dei temi che oggi ribollono. Siamo a disposizione di chiunque voglia affrontarli con animo sgombro da interessi eccessivamente particolaristici ed ascoltando la voce di chi ha maturato un' esperienza in queste cose.




MENTRE L' EUROPA DISCUTE, L'ASIA SALVA L'EURO

China's ,India's and other countries' Decision to Sell Dollars and to Purchase Euros Salvages Europe from Defeat from USA. La décision de Chine, Inde et autres pays de vendre leurs dollars et d'acheter des Euros sauve l' Europe d'une défaite vis-à-vis des Etats Unis. Entscheidung Chinas, Indiens und anderen Staaten, Dollar zu verkaufen, und Euros zu kaufen, rettet Europa vor Niederlage von der Seite der USA.

L'inconsistenza dell' attuale "establishment" culturale, politico e sociale non ha bisogno di conferme. I fatti stessi si incaricano quotidianamente di smentire le loro pretenziose e mistificanti teorie.

Fino a ieri, tutti si stracciavano le vesti per la crisi greca, e di altri Paesi di Eurolandia,sostenendo che tutto era colpa del mancato rispetto dei parametri di Maastricht, della connivenza dei greci con le grandi banche speculative americane, ecc...

Poi, si è scoperto che l' attacco all' Euro era semplicemente una manovra concordata fra Soros e gli Hedge Funds americani.
Sempre lo stesso establishment pretenzioso e mistificatore si era scatenato nell' elaborazione di ricette economiche complicatissime, politiche di austerità, ecc...

Invece, l' Euro si sta salvando grazie al fatto che i due Paesi economicamente più potenti del mondo, Cina ed India, oltre che i Medio Orientali e i Russi, per il loro stesso interesse, stanno vendendo dollari e comprando Euro.

Gli interessi di Cina e India sono molti ed evidenti: l'assurda posizione di predominio del dollaro; l' eccessivo indebitamento dell' America; l' eccessiva dimensione del credito dei Paesi asiatici verso l' America; l' esigenza di sbarazzarsi delle posizioni in dollari in un momento in cui ciò non costa nulla, grazie proprio alla manovra speculativa di Soros; il desiderio di prevenire manovre contro il renminbi; la volontà di punire Obama per la sua politica tracotante circa la pretesa rivalutazione del Renminbi; la volontà di trovare un alleato nell' Europa per la riforma del sistema monetario internazionale.

La leadership culturale, politica ed economica dell' Europa dovrebbe vedere la realtà del mondo economico internazionale quale essa è, non già attraverso i paraocchi ideologici di una scienza economica che, come ha dimostrato ancora recentemente Latouche, è fortemente ideologica.

L' economia non è che un componente, uno strumento, della lotta culturale, politica ed ideologica a livello mondiale, ove operano Stati, partiti e Lobbies trasversali.

Certo che contano "i fondamentali" dell' economia, certo che conta una saggia politica economica, ma contan molto di più la lotta culturale e politica e le alleanze "giuste".

Nel caso specifico, l' unica proposta seria, quella di creare un fondo europeo di intervento monetario, da spendere in occasioni come questa, è stata naturalmente bocciata.Neppure presa in considerazione l' idea di una "intelligence finanziaria europea", che permetta di prevenire le crisi speculative, anziché dovervi rimediare successivamente.






martedì 16 febbraio 2010

LA BATTAGLIA DELL' EURO

Weakness of Euro-Economy in front of Crisis Shows "Cultural Gap" of Euro. La faiblesse de l' économie européenne démontre les "lacunes culturales" de l' Euro. Wirtschaftsschwaeche entlarvt Euros"Kulturleeres" .


Mentre, fino ad oggi, la nostra critica alla costruzione europea in quanto priva di un persuasivo elemento culturale fondante sembrava destinata a restare una "vox clamantis in deserto", stiamo constatando che si levano sempre più voci a sostegno della necessità di mettere in rilievo tale elemento.

Nel sito de Il Sole 24 Ore , il corrispondente dalla Germania, Beda Romano, afferma che la crisi finanziaria in corso "scuote le fondamenta culturali" dell' Euro.

A ciò hanno fatto eco le dichiarazioni del Segretario Generale della CGIL, Epifani: In questa crisi paghiamo l’assenza di un’identita’ europea”. Parola del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che, a margine dell’assemblea congressuale della Fisac Cgil, ha spiegato: “Durante la crisi si sta vedendo la differenza tra l’avere un governo democratico e avere un istituto che e’ a meta’ strada come l’Unione europea e la Banca centrale europea. Scontiamo debolezze costituzionali e funzionali dell’Ue”. La differenza e’ che “la Federal Reserve americana risponde a una logica, la nostra Banca centrale a che logica risponde? Ci sono 27 Paesi, ognuno con la sua politica economica e fiscale, come puo’ pensare l’Europa di affrontare la crisi con strumenti vecchi?”.

Politica economica europea e critica del monetarismo

Il fondamento "culturale" dell' Euro sarebbe costituito dalla supposizione che gli Stati Membri sarebbero riusciti ad armonizzare le rispettive politiche economiche, cosa che non è avvenuta, in quanto, per esempio, la Germania e la Grecia hanno imboccato strade completamente opposte

Inoltre, come affermato poi in un'altra sede dallo stesso Romano, un fondamento mancante della cultura dell' Euro è anche la sua incapacità a legarsi con la politica economica, e con la politica generale, dellì' Europa.

In effetti, a crisi greca mostra due limiti della costruzione dell' Euro: la mancanza di strumenti dell' Unione per guidare la politica economica dell' Europa e il rigido monetarismo.

Che questa situazione sia in fase di superamento, lo dimostrano molti sintomi, dalla proposta dei "fondi anticrisi" alla riaffermazione della centralità della politica economica.

Fin qui, tutto bene.

Che la crisi dell' Euro sia un fenomeno politico di primaria importanza, che impone di riconsiderare anche in modo radicale le scelte già fatte, è una cosa ovvia.

Crisi culturale, quindi, sì, ma più vasta.Questa crisi non è certo solo economica, né di dottrina economica.

Carattere endemico e politico delle crisi finanziarie

La ciclicità delle crisi del sistema economico mondiale dimostra che tali crisi non sono accidentali, esse sono endemiche: si verificano puntualmente ogni circa 5 anni.La funzione delle crisi finanziarie è innanzitutto ideologica: distruggere ricchezza con un fenomeno che sembra "accidentale", in modo da poter dire che "normalmente", nella società moderna, la ricchezza dei cittadini cresce costantemente. In realtà, se ciascuno si facesse bene i conti, constaterebbe che il suo patrimonio e la sua capacità di produrre reddito, nel lungo periodo, restano, nella migliore delle ipotesi, costanti, in quanto le crisi distruggono tutto quanto si è acquisito con la carriera , con il risparmio e con gli investimenti.A questo punto, molti potrebbero chiedersi: ma, allora, a che cosa mi serve il progresso?Quindi, ogni crisi dev'essere solo la colpa di errori economici o della disonestà dei banchieri.

La "dottrina" dell' Euro, basata sull' esperienza storica della Germania Federale partiva dall' idea che, con una politica economica molto prudente, un colosso come la Germania, e, a maggior ragione, l' Europa, può crescere, anche se lentamente, senza fenomeni speculativi, e così tenersi lontani dalle crisi. Ciò non è più vero come una volta, perchè le economie di tutto il mondo sono così intrecciate che le crisi degli Stati Uniti, che perseguono una politica economica ben più avventurosa ed aggressiva di quella della Germania e dell' Europa, si ripercuotono su tutti i continenti.

Di conseguenza, la battaglia per le monete è innanzitutto una battaglia politica fra grandi potenze continentali, per il predominio economico, ma, innanzitutto, per scaricare sugli altri le conseguenze delle proprie crisi.Il che costituisce innanzitutto la materia del contendere del contenzioso USA-Cina.

Nel caso della crisi Euro, istituzioni, pubbliche e private, americane e inglesi, dalle agenzie di "rating" al "Financial Times" stanno facendo di tutto per distruggere il "rating dei "PIGS" (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna),e fare rivalutare il dollaro e la sterlina nei confronti dell' Euro. Come tutti hanno potuto osservare, il livello di indebitamento dei "PIGS" è perfino inferiore a quello dell' America e dell' Inghilterra: allora, perchè tanto allarmismo?

Le esigenze dell' Europa

L'Euro ha effettivamente conseguito un livello di successo notevole. Se non ci fosse l' Euro, la situazione di cui sopra sarebbe, per l' Europa, ancora peggiore.Deve, però, difendere questo successo.E, certamente, per fare ciò, deve, innanzitutto, darsi gli strumenti di politica economica, monetaria e industriale che hanno gli Stati veri e propri: una programmazione indicativa, ma, sotto certi aspetti, vincolante anche ai livelli sottoordinati; la possibilità di intervenire sul mercato dei cambi; la possibilità di indebitarsi; un collegamento stretto fra queste politiche economiche e le politiche estere e di difesa.

Dubitiamo che la cultura puramente tecnica che ha presieduto, fino ad ora, alla creazione dell' Euro sia sufficiente. Sarebbero necessari una maggiore attenzione alle caratteristiche specifiche della società europea verso quella di altre parti del mondo. Inoltre, una maggiore attenzione anche per le culture specifiche dei diversi Paesi, i quali, pure con il coordinamento dell' Europa, non dovrebbero essere soffocate.Infine, una maggiore attenzione alla geopolitica, e a tutte le aree a questa connesse, come per esempio i contenuti dell' import-export, il rapporto centri-periferie, le tendenze di fondo nelle grandi aree extraeuropee, come America e Cina, che tanto influenzano le nostre stesse realtà politiche ed economiche . Tutto quello che, a nostro avviso, costituisce, appunto, l' oggetto dello studio dell' Identità Europea.



martedì 3 marzo 2009

I PAESI DELL’EST-EUROPA CHIEDONO AIUTO A QUELLI DELL’OVEST


East European Countries urge West Europeans for help.Les Européens de l’Est demandent l’aide des Européens du Ouest.Osteuropäer beantragen eine Hilfe von der Seite der Westeuropäer.

Tutti i nodi vengono al pettine.
Il rapporto fra Est ed Ovest dell’Europa, messo in luce con grande lucidità già negli Anni ’30 dal Principe Trubeckoj (il grande linguista russo-bianco fondatore del Circolo di Praga), emerge finalmente in tutta la sua chiarezza.

I Paesi dell’Europa Centrale (dalla Polonia all’Estonia, all’Ucraina, alla Bulgaria) sono storicamente più poveri di quelli dell’Ovest (senza che occorra qui ricercare le ragioni di tale povertà).Da quando è diventato patrimonio comune dell’umanità pensare che tutti i Paesi debbano, innanzitutto, sforzarsi di sollevare il loro sistema economico per raggiungere quello dei “paesi più sviluppati”, i Paesi dell’Europa Centrale hanno fatto di tutto per raggiungere l’Europa Occidentale, imitando, prima, le potenze dell’Asse, poi, l’industrializzazione forzata staliniana, ed, infine, la de-regulation di Reagan e di Bush.

Nonostante ciò, essi non sono riusciti a raggiungere il livello dell’Europa Occidentale, la quale, in un modo o nell’altro, anche nel contesto dell’attuale crisi, se la cava molto meglio, con le sue strutture conservatrici, di Paesi come gli Stati Uniti e la Cina, che hanno puntato tutto su una crescita esasperata dell’economia, nonché dei Paesi dell’ Est, che hanno imitato, mutatis mutandis, ricette americane o cinesi.

Orbene, secondo quali criteri rispondere alle richieste di aiuto degli Europei dell’Est?Come al solito, in base ai gretti criteri del compromesso economico giorno per giorno?Oppure, in base a pregiudizi ancestrali, o a considerazioni ideologiche?

A nostro avviso, il criterio determinante non può essere che politico. La trasformazione delle economie dell’Europa Centrale ed Orientale in senso occidentale è stata voluta, consciamente od inconsciamente, anche dalle élites dell’Europa Occidentale, come parte integrante di un progetto meta-politico di realizzazione di un’Identità Europea.

Questo progetto è stato concepito e realizzato in modo inadeguato a causa dell’insufficiente sviluppo dell’Identità Europea nella stessa Europa Occidentale.In particolare, l’Europa ha abdicato ad un ruolo di dialogo paritetico con l’Europa Centrale ed Orientale, includente tanto le Nomenclature, quanto la dissidenza; ha delegato i ruoli politici ed economici agli Stati Uniti; non ha preteso di inserire, nelle agende politiche dei nuovi Stati, accanto a temi genericamente occidentali, anche quelli specificatamente europei.

Le conseguenze di tutto ciò erano abbastanza prevedibili.
Le Nomenclature post-staliniste, sulla base della loro cultura opportunistica, hanno scelto di identificarsi con un modello americano che, da un lato, era particolarmente consono al loro background materialistico, e, dall’altro, si presentava come vincente.Di conseguenza, queste élites hanno sdegnato i suggerimenti di saggezza da parte dell’Europa Occidentale e si sono buttati a capofitto nella “turbo-economia” di tipo americano (per altro, la più facile da realizzare nella loro situazione storica, in cui il comunismo, con il suo egualitarismo, aveva eliminato tutte le possibilità di compensazione offerte dai ceti intermedi).

A questo punto, era facile prevedere che, dopo un’iniziale ubriacatura grazie al sistema “americano” dell’economia creditizia, questi popoli “déracinés” sarebbero caduti, non appena ci fosse stata una crisi del sistema occidentale, nella più profonda depressione.

A questo punto, che fare?
Rinfacciare agli Europei Orientali la loro ancestrale arretratezza, oppure la loro attuale povertà, oppure, ancora, le sequele nefaste del comunismo e del neo-liberismo?

Ciascuno può avere una sua risposta a queste domande.
Noi, essendo, in primo luogo, europeisti, abbiamo una nostra precisa risposta.
Questa è un’occasione d’oro per sancire una volta per tutte, a dispetto di tutte le ideologie, la solidarietà fra Europei.

È in quest’ottica che, come già anticipato in precedenti post, avviamo, da oggi, una serie di approfondimenti sui Paesi dell’Europa Centrale ed Orientale, volti a dimostrare che, nonostante tutti i luoghi comuni, e nonostante tutte le traversie storiche, gli Est-Europei sono europei a tutti gli effetti.