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martedì 30 agosto 2011

RICOMINCIARE DAL PENSIERO DEBOLE
















Polemics of "New Realists" Enhance Interest for "Weak Thinking"
La polémique des "Nouveaux Réalistes" réveille l'intéret pur la "Pensée Faible"
Auseinandersetzungen  mit den  "Neuen Realisten"steigern Interesse fuer "Schwaches Denken"








Per quanto non facenti parte della “corporazione” dei filosofi, seguiamo con interesse, come cittadini, la polemica sollevata, nei confronti del “Pensiero Debole”, da Maurizio Ferraris, in quanto è proprio dall’idea di “Pensiero Debole” che noi abbiamo preso le mosse nella nostra campagna a favore del rilancio dell’Identità Europea.


1.   La sintesi di un “non addetto ai lavori”

Non abbiamo l’intenzione di infrangere la sacralità del dibattito accademico, ma ci pare che i fautori del “New Realism” l’abbiano già infranta, proponendo le loro tesi sui giornali con semplificazioni in  puro stile divulgativo e politico. Ci permettiamo, quindi, da cittadini, di riassumere il dibattito così come l’abbiamo capito e interpretato.
A nostro avviso, il venir meno, non solamente dell’“incanto del mondo”, ma anche di qualsiasi forma di “rispecchiamento”, costituisce oramai un elemento ineliminabile (per quanto da molti lamentato) della filosofia contemporanea: "Pensare la filosofia in questo modo significa accettare la rivendicazione di Nietzsche che 'non esistono fatti ma solo interpretazioni'.  Questa affermazione sintetizza il pensiero che nessuna delle parole inventate dagli esseri umani per descrivere se stessi e il loro ambiente gode di un rapporto privilegiato con la realtà. Così non esiste alcuna divisione tra aree della cultura in cui si cerca una corrispondenza con la realtà e quelle in cui ciò non avviene -discipline in cui vi è un 'fatto' da scoprire e altre discipline più 'leggere'. Rinunciare all' idea che sia gli esseri umani che la realtà non umana abbiano una natura alla quale fare corrispondere asserzioni vere significa ammettere che siamo in mano alle contingenze della storia."(Richard Rorty, A sinistra con Heidegger, in MicroMega,5 - 20/2011, 3/28, pag. 29).

Sembra incredibile che gli studi sul cervello e l’evoluzione possano essere invocati  semplicisticamente da qualcuno come capaci di risolvere questo problema, che si pone "prima" dell' approccio al mondo fisico e "prima"  del ricorso al metodo sperimentale.

Addirittura, nella situazione sopra descritta, il “Pensiero Debole” non costituisce, a nostro avviso, un’arbitraria e discutibile scelta di un certo numero di filosofi “continentali” (cioè, sostanzialmente, europei, con la lodevole eccezione di Rorty), per eludere le dure lezioni della realtà, bensì, al contrario, una delle poche strade percorribili per salvare, comunque, proprio una qualche legittimità dell'esercizio della filosofia nella nostra era tardo-contemporanea. Di fronte alla diffusione, addirittura a livello di massa, del "dubbio sistematico", l’alternativa al “Pensiero Debole” non potrebbe essere, oggi, in nessun caso, una nuova "Verspiegelungstheorie” (sia essa quella di S. Tommaso o quella di Lukacs), bensì, invece, unicamente il solipsismo di De Finetti.
Il "Pensiero Debole" ci dice che, nonostante che, come dice Vattimo, tutto sia interpretazione ("Ermeneutica"), non è ammissibile ritenere che, in filosofia, “everything goes”. Al contrario, l’“attendibilità” delle affermazioni filosofiche va valutata, da un lato, sulla base della buona fede del loro autore ("alétheia", il contrario di "láthein"), e, dall’altro, dalla loro intima coerenza. Buona fede significa non essere “organici” ad interessi occulti, bensì dialogare con l'obiettivo di arrivare a una soluzione (anche se una qualche forma di "organicità" è comunque inevitabile) . Intima coerenza significa che il discorso dev’essere fornito di una sua logica, e non esclusivamente autoritario, autoreferenziale o fideistico.
Anche per questo, gli ermeneutici fondano i loro discorsi filosofici sul riallacciarsi ad una specifica tradizione, dotata già di per sé di una sua coerenza (quello che noi chiamiamo la “Memoria Culturale”), che, per Rorty, è quella dell’individualismo americano, e, per Vattimo, quella di un  cristianesimo impegnato socialmente. E che, per altri, può essere qualcos’altro ancora.


2.   Pensiero Debole e Identità Europea

Per noi, per esempio, la "memoria culturale" in cui ci riconosciamo è quella di una trasversale “Memoria Culturale Europea”, ciò che giustamente Gianni Vattimo aveva definito come il nostro “ecumenismo europeistico”, una "Memoria Culturale" che comprende a buon titolo la Civiltà Danubiana e Gilgamesh, la Bibbia e i classici, il Cristianesimo e la poesia medievale, l'Umanesimo e l'Illuminismo, il Mito del Progresso e l'Antimodernismo, la psicanalisi e le Avanguardie, la cultura alta  e il Sistema Sociale Europeo.

Questo anche perché, in quanto cittadini  di quest’“Europa allo stato nascente” pensiamo che essa abbia bisogno di un “ubi consistam” culturale che possa essere soddisfacente almeno alla maggior parte delle persone colte europee, le quali sono proprio quelle per cui è così attuale il "dubbio sistematico".
Coerentemente con quanto sopra detto sulla buona fede e sulla coerenza, nel ricostruire questa “Identità Europea” non riteniamo ci si debba fare guidare da pregiudizi nazionali, ideologici, confessionali o di classe, né, infine, da personali idiosincrasie. Al contrario, occorre rintracciare, fra i tratti comuni delle diverse tradizioni e delle diverse scuole di pensiero europee, quelli che abbiamo i caratteri più generali e condivisi. Solo così si potrà ipotizzare che popoli e persone così diversi possano realizzare insieme fondamentali progetti, il che presuppone, come minimo, che incomincino, innanzitutto, a dialogare e a confrontarsi, senza la pretesa pregiudiziale di avere ragione. Un dialogo su questioni astratte, come quello che ha in mente Habermas, di fatto non avviene, ed è proprio per questo che l' Europa è oggi così debole.
Cosa che invece il pensiero debole permette di fare, perché elimina il motivo  numero uno del mancato dialogo: l’altezzosa pretesa di alcuni di possedere la verità, di giudicare gli altri dall’alto in basso. E'un ppò questo il difetto fondamentale che vediamo nella posizione del "New Realism".

3.   Punti di disaccordo dal “New Realism”

Certo, anche il Pensiero Debole, come tutte le scuole filosofiche realmente esistite, ha i suoi limiti, ed è storicamente situato, né nega di esserlo. Perciò, è del tutto normale che nuovi filosofi lo critichino, ed auspichino l’avvento di nuove, diverse, scuole filosofiche, più idonee, a loro avviso,  ad affrontare le sfide del futuro. Anzi, il fatto che, in una materia come la filosofia, vi siano ancora dibattiti e proposte, va considerato come un fatto positivo, se messo a confronto con la piattezza e la mancanza di originalità del dibattito su altri temi, ma anche e soprattutto all'intolleranza dei fautori della "Fine della Storia" (siano essi post-hegeliani, post-marxisti, teo-con ,ecc..).

Ciò detto, non possiamo condividere il tipo di critiche che  vengono mosse dai sostenitori del cosiddetto “New Realism”.
Intanto, gli argomenti utilizzati per criticare il “Pensiero Debole” non sono né nuovi, né intimamente coerenti. La critica di carattere generale è quella, vecchia di oramai molti anni, secondo la quale il pensiero debole, per il suo carattere che si pretende irrazionalistico, sminuirebbe la forza persuasiva del tradizionale discorso “progressista”, e, in tal modo, anche il fronte politico del “progresso” rispetto a quello della “reazione”. Argomento inquisitorio ed "a priori", ripreso di peso dalla critica di Lukács a tutta la filosofia tedesca dell’Ottocento e del primo Novecento, la quale ultima , con la  fuoriuscita dalla ferrea dialettica hegeliana e marxiana, avrebbe, addirittura, posto  le basi del nazismo. Accusa che Ferraris ribalta pedissequamente su Vattimo:
 "Il problema è che però bisogna decidersi facendo i conti realisticamente con quello che c'è, e che, quando si è deciso, Heidegger si è deciso per Hitler. E' a dir poco stupefacente, insieme, rivendicare la superiorità della decisione sull' oggettività e cerrcare di corroborare questa tesi con l' esempio di uno che ha aderito al nazismo"(Massimo Ferraris, Epistemologia ad personam, in Micromega 5, 20/11, pag. 95).Si noti che, con queste premesse, Lukács, che era stato nominato, nel frattempo, ministro della cultura dell’Ungheria, aveva trasformato le tesi di cui sopra, esposte nel libro “La distruzione della Ragione”, in una circolare ministeriale, in base alla quale, con il sistema che era stato già della Santa Inquisizione, i libri non graditi al Ministro della Cultura erano stati fatti sparire da tutto il paese. Qualcosa di simile a ciò che si dice stia nuovamente accadendo in quel Paese ora.
Anche i seguaci del “New Realism” criticano il “Pensiero Debole” soprattutto come possibile fonte di teorie reazionarie,  di amicizie con il "nemico di classe", di possibili “riscritture della storia”,e, comunque, di un'accettabile eterodossia : "Oltre alla rimozione del nazismo di Heidegger è problematica in Vattimo la tardività della conversione al marxismo, che avviene proprio nel momento in cui il marxismo è scomparso dalla scena politica, e Marx è diventato uno spettro buono per farci conferenze o scrivere libri. L'adesione al comunismo da parte di Vattimo (che è successiva al 2003, ossia alla morte di Gianni Agnelli) è avvenuta senza un accenno di autocritica - essere stato negli anni della marcia dei quarantamila un intellettuale vicinissimo alla Fiat è una Dummheit, sia pure debole?"(Ferraris, ibidem).

Osserviamo,tra parentesi, che gli storici non hanno certo bisogno dei filosofi per riscrivere la storia, ché, anzi, tutta la storia, dai tempi più antichi, non è altro che “riscrittura”(in buona o in mala fede), dalla cancellazione del nome di Ekn-Aton alla trasformazione di Elohīm in Adonai, dalla' obliterazione  delle persecuzioni cristiane contro i pagani alla trasformazione, in un “democraticoe” e "antiautoritario", del monarchico assolutista e schiavista Voltaire, fino alla negazione della nascita delle radici del patriottismo ottocentesco dalla prassi e dalla teoria della Restaurazione. E, viceversa, ci sono ancor oggi ancora tantissimi autori che stanno giustamente riscrivendo la storia appoggiandosi alla scoperta di  fatti nuovi, come, per esempio, quegli archeologi che stanno scavando a Göbekli Tepe, e anticipando così la data della sedentarizzazione di popoli primitivi,  a Schlomō Sand, che, sulle orme di Köstler, sta riscrivendo la storia etnica del Popolo d’Israele.

D'altronde, Ferraris dichiara apertamente la propria dipendenza dal testo di Lukacs, che fu la base per la persecuzione dei dissidenti e dei deviazionisti (chiamati, allora, guarda caso,  "Revisionisti") nel Blocco Sovietico:  "E' con esattezza la situazione rilevata dal Lukacs nella Distruzione della Ragione, quando osservava che gli intellettuali sentono l'ingiustizia sociale e avvertono la necessità di una trasformazione, ma al tempo stesso non se la sentono di fare nulla di reale, per cui riforme e rivoluzioni avvengono in un cielo mitico, quello, poniamo, della critica della ragione scientifica e calcolante come strumento di dominio. O sotto un cielo religioso."(Ferraris, ibidem).E, in realtà, l'attacco a Vattimo è tutto qui: è un filosofo cattolico, per quanto progressista, ma, per i "New Realists" un cattolico non può essere progressista: "Quella di Vattimo è davvero una post-filosofia, nel senso che è un'eresia cattolica in senso etimologico e paradossale: una scelta personalissima che vuol essere universale"(Ferraris, ibidem).
Peccato che tutta la storia europea (dall' Islam al protestantesimo, dal progresso al comunismo, ai fascismi) possa agevolmente essere ricondotta ad una pluralità di eresie cattoliche.

4.   Qualche nostro suggerimento

A nostro avviso, altre sono le critiche da farsi alla teoria del “Pensiero Debole”. Infatti, una volta lodevolmente enunziati i propri grandi principi, che fondano la possibilità di una ricerca e di un dibattito fuori dello spirito censorio degli autentici “detentori della verità”, il Pensiero Debole deve ancora dimostrare la propria capacità di costituire la chiave di volta di una costellazione di discipline (filosofiche e non filosofiche), di cui la società ha bisogno per il proprio funzionamento (come, per esempio, gnoseologia, etica, scienze politiche e filosofia della scienza, eccetera),  che, tradizionalmente, costituivano come delle "branche" della filosofia, e che,  oggi sono dominate da principi dogmatici di varia origine.
Senza questa dimostrazione, gli avversari del Pensiero Debole avranno sempre vita facile nel sostenere che quest’ultimo, non solamente non è in grado di incidere profondamente sulla realtà, ma, addirittura, costituisce una sorta di alibi per non agire, così come, a suo tempo, secondo Lukacs, la “filosofia della vita”, avrebbe costituito un alibi per non opporsi alla nascita del nazismo.
A nostro avviso, il Pensiero Debole ha ancora molto lavoro da compiere, soprattutto nell’ambito del “dialogo interculturale”, dove l’analogia fra il Pensiero Debole e la filosofia ebraica (Maimonide), il confucianesimo (“revisione dei nomi”) e, soprattutto, le filosofie indiche (dialettica fra realtà ed apparenza), potrebbe portare ad un nuovo “background” condiviso, capace di guidare il mondo di fronte alle sfide del nostro comune futuro globalizzato. Un esempio di questo sforzo è costituito dall'eredità teologica di Raimòn Panikkar, che ci ha recentemente lasciati.


5.   Le sfide del futuro

Confidiamo nell’Ermeneutica soprattutto  per gli indispensabili approfondimenti sull’Identità Europea.In questo campo, una maggiore attenzione per la memoria culturale ci permetterebbe forse di accorgerci di fenomeni fondamentali e trascurati, come le molteplici influenze medio-orientali sullo sviluppo della nostra cultura, il continuo interscambio culturale fra Europa Occidentale e Orientale, la lunghissima gestazione dei progetti di integrazione europea, il ruolo centrale, nella cultura del Continente, dell’ultimo secolo, del dibattito sui significati impliciti della scienza e della tecnica.
E, soprattutto, un’ermeneutica capace di affrontare, in chiave europea, ma in un’ottica multiculturale, le sfide del Post-Umano, oramai incombente e determinante, potrebbe dare, a nostro avviso, un contributo decisivo alla messa sotto controllo di un processo di automatizzazione dei processi sociali, che sta mettendo in pericolo non solamente il legame sociale e l’ambiente naturale, bensì la libertà, e la stessa sopravvivenza, del Genere Umano.

La fondamentale debolezza del dibattito fra Pensiero Debole e "New Realism" ci sembra essere la sua assoluta inattualità. A leggere l'ultimo numero di MicroMega, sembrerebbe di essere negli Anni Cuinquanta: che Lukacs abbia appena scritto la Distruzione della Ragione, e che l'unica scelta politica che gli intellettuali sono chiamati ad adottare sia quella fra il fronte del proletariato e del progresso e quello della reazione - capitalistica, vaticana o nazista-.Come se non ci fossero,oggi, l'intelligenza artificiale, i droni, Echelon, le guerre neo-colonialistiche, il dominio della finanza globale, la disoccupazione di massa, il furto informatico delle identità. Gli anni che ci attendono saranno caratterizzati dal controllo totale su ogni nostro movimento da parte di un sistema informatico generalizzato, dall'assolutizzazione dei dogmi del Pensiero Unico, da una conflittualità globalizzata fondata su rivoluzioni teleguidate, guerre umanitarie, cyberguerre, uso a fini bellici dello spazio, degli automi e delle neuroscienze, canalizzazione del consenso mediante la rete. Le previsioni di Tocqueville e di Baudelaire, di Nietzsche e di Zamiatin, di Capek e di Huxley, di Anders e di Asimov, di Lem e di Tarkovski, di Burgess e di Kubrik, si realizzaranno tutte insieme contemporaneamente.


Sono queste le grandi sfide a cui l'Umanità dovrà fare fronte. Di fronte a un "destino della tecnica" che sembra inverare le più catastrofiche visioni del  "Servo Arbitrio", di fronte ad una somma disumanizzazione che si presenta come supremo progresso, l'Umanità ha bisogno della filosofia per motivare le proprie scelte. Che cosa ci dicono di queste cose i filosofi?

Per questo, inviterei il Professor Vattimo e tutti quei filosofi che restano fedeli alle posizioni del Pensiero Debole, da un lato, a non farsi intimorire dalle critiche (per ora poco convincenti) dei sostenitori del New Realism, e, dall’altro, a proseguire le loro ricerche, soprattutto  nelle direzioni sopra indicate (filosofie comparate, filosofia della scienza e della tecnica, postumano, memoria culturale europea).
Per parte nostra, siamo a disposizione per favorire questo dibattito, invitando innanzitutto il Prof. Vattimo a confrontarsi con il nostro pubblico su questi temi. Essendo noi, tra l'altro, impegnati sul fronte dell' identità territoriale (cfr. http://www.torino2019.blogspot.com), ci permettiamo di considerare questi temi un po' come legati all'identità torinese, grazie anche e soprattutto al fecondo dialogo fra il pensiero di Nietzsche (ospite d'eccezione della nostra Città) e la scuola filosofica torinese.
 
Ovviamente, siamo aperti anche al dialogo anche con i sostenitori del “New Realism”, che inviteremmo, per altro, visto che sono Italiani ed Europei, ad illustrare le loro tesi anche qui da noi, e non solamente agli Americani (come sembra vogliano fare lanciando il dibattito a New York).
Siamo pronti, perciò, ad organizzare al più presto un dibattito anche con loro.


mercoledì 12 maggio 2010

DIBATTITO ONLINE:DOVE STA ANDANDO LA CULTURA EUROPEA-3:

QUESTIONE N.3:Quali le priorità di una politica europea della cultura?
Which Are the Priorities of a European Cultural Policy?
Quelle sont les priorités d' une politique européenne de la culture?
Welche sind die Prioritaeten einer europaeischen Kulturpolitik.




Crediamo sia impossibile negare che, in qualsivoglia sistema politico, il potere effettuale influenza pesantemente le condizioni, le modalità e i contenuti della cultura.

Certamente, questa influenza può essere più forte e diretta, come nelle dittature ideologiche e personali, dove il "Leader Supremo" si interfaccia direttamente con gli intellettuali, imponendo determinati contenuti, e più debole ed occulta nelle democrazia rappresentative e capitalistiche, nelle quali le lobbies religiose, ideologiche ed economiche influenzano la produzione artistica attraverso leve finanziarie e occulte, ma soprattutto attraverso l' accesso ai media.

E, tuttavia, tale influenza è ineliminabile, anche perché una parte ingentissima della produzione culturale è dedicata direttamente ad esigenze di tipo pratico, delle Chiese, degli Stati, delle imprese (comunicazione, insegnamento, formazione, ecc...).

Vi è, certo, una dialettica fra la cultura "indipendente", creata autonomamente dai produttori e dai fruitori, e quella "commissionata".

Nel sistema europeo, volendo trovare un equilibrio (fondato sul "principio di sussidiarietà") fra cultura "libera" e cultura prodotta strumentalmente da grandi organizzazioni, si è creata una grande dispersione del potere economico in campo culturale, con un equilibrio particolarmente favorevole alle grandi concentrazioni internazionali dei "media" , e nessuna capacità, da parte dell' Unione Europea, di coordinare le politiche culturali degli Stati Membri, delle Chiese, delle concentrazioni finanziarie, dell' editoria e degli Enti locali.

La maggior parte della cultura prodotta nell' Unione Europea è dunque cultura scolastica degli Stati Membri, finalizzata alle loro esigenze formative e anche ideologiche(spesso confliggenti con quelle europee), cultura professionale al servizio delle imprese (ricalcata su quella americana) ed "entertainment" di basissimo profilo culturale.

Gli interventi finanziari dell' Europa non servono neppure a finanziare la ricerca delle basi teoriche per affrontare i problemi dell' Europa (Costituzione, formazione multiculturale, identità europea). Infatti, non esistono inputs univoci su questi temi (letteratura o diritto comparati, linguistica).

Per potere fornire siffatti inputs, occorrerebbe disporre di una "mappatura" complessiva della produzione culturale in Europa, suddivisa nei vari segmenti: ricerca estetica, umanistica o scientifica; insegnamento e formazione professionale; ricerca tecnologica; entertainment.

Inoltre, occorrrerebbe avere un' idea chiara delle esigenze di carattere immateriale (informazioni, simboli), di carattere formativo (lingue e culture), di carattere pratico (diritto, economia, scienza e tecnica), e di carattere sociale ("entertainment") che si debbono soddisfare, e delle rispettive priorità.

Un' analisi dettagliata di tali fabbisogni è già di per sé un' opera di grande respiro, che meriterebbe di essere adeguatamente organizzata e finanziata.

Noi ci limitiamo qui a segnalare alcuni aspetti che ci sembrano particolarmente carenti:

1)Ricerche di carattere sociologico, miranti ad una "mappatura" della produzione attuale di cultura in Europa,
dei suoi flussi di finanziamento, pubblici e privati, e degli effettivi fabbisogni.

2)Attività culturali "di base", volte alla ricerca, individuazione, promozione e sviluppo dell' Identità Europea:

-accademie di altissimo livello destinate ad approfondire la cultura e la politica dell' Europa;

-diffusione e rielaborazione di opere classiche;

-opere dedicate all' identità europea;

-interscambio culturale fra Europei e con gli altri Continenti;

3)Rinnovamento dei "curricula" per renderli più aperti, più europei e più internazionali:

-maggior spazio alle culture degli altri Continenti e degli altri popoli d' Europa;

-maggiore spazio alle lingue (classiche e moderne);

-maggiore orientamento alla realtà effettiva europea (per esempio, nel campo dell' impresa), anziché ricalcare schemi formativi americani.

5)Incremento degli insegnamenti "lato sensu" umanistici (arte, teologia e storia delle religioni, musica, filosofia comparata , linguistica, storia culturale comparata, storia europea, sociologia, scienza delle comunicazioni, storia delle dottrine politiche ed economiche, economia politica, diritto europeo e comparato, ecc...)

5)Carattere più meritocratico della scuola europea, per poter conciliare selettività, incremento della qualità e contenimento dei costi.

6)Regole più realistiche per il finanziamento delle attività culturali, che non partano dall' assurda ipotesi che i progetti debbano essere co-finanziati dai privati senza possibilità di ottenere un adeguato profitto.

7)Ruolo di coordinamento da parte della Unione Europea,
per quanto concerne adeguati strumenti normativi, monitoraggio, dialogo fra i soggetti interessati, stimolo alle iniziative di prevalente significato europeo.

FATECI PERVENIRE LE VOSTRE OSSERVAZIONI; CRITICHE O PROPOSTE!

per ogni ulteriore approfondimento, rivolgersi a:

riccardo.lala@alpinasrl.com











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mercoledì 5 maggio 2010

TUTTO SOTTO IL SOLE (T’IEN XIA)

In recent years in China there has been renewed talk of a Tianxia, in particular in the context of international politics.Récemment, en Chine on assiste à un renouveau du siscours concernant le T'ien Xia, notamment dans la politique internationale.In den naechsten Jahren, erlebt China eine erneuerte Debatte ueber T'ien Xia, insbersondere was internationale Politik anbelangt.



Il 17 Luglio 2009, all' 11a conferenza degli Ambasciatori Cinesi a Pechino, Hu Jintao ha sottolineato l' importanza, per la Cina di oggi, delle "Quattro Forze"(si li 四力):

L'accresciuta influenza politica (zhengzhishang geng you yingxiangli 政治上更有影响力);
L'accresciuta competitività economica (jingjishang geng you jingzhengli 经济上更有竞争力);
Un carisma nazionale (xingxiangshang geng you qinheli 形象上更有亲和力);
Un fascino di carattere morale(daoyishang geng you ganzhaoli
道义上更有感召力).

Queste "Quattro Forze" si sono manifestate innanzitutto attraverso la grandiosità di manifestazioni come le Olimpiadi di Pechino e l’Esposizione Universale di Shanghai (attualmente bin corso), le quali non possono celare, tuttavia, le contraddizione nelle quali la Cina e destinata a dibattersi sempre più nei prossimi anni.

La cultura cinese, fino a Mao-Tse-Dong, non aveva mai cessato di sottolineare la specificità cinese di uno Stato, in fondo, imperiale, ma, cionondimeno, chiuso su se stesso.

Questa concezione, chiamata T’ien Xia (“Tutto sotto il cielo”) risale all’antichissima (e mitica) dinastia Zhou, la quale, pur dirigendo uno Stato federale comprendente solo una piccola parte della Cina, era convinta di comandare il mondo intero, poiché le sue conoscenze geografiche non andavano molto più in là.

I Cinesi condividevano questa persuasione con tutti i più antichi imperi, da quello egizio a quelli assiro-babilonese, fino, perfino, a quello romano, che pensava di governare l’"Oikuméne”.

Invece, imperi più recenti, come quello persiano ed il Sacro Romano Impero, pur aspirando a governare il mondo intero, si rendevano conto dei loro limiti, e ritenevano che la lotta per la conquista del mondo fosse un problema ed un rischio.

Infine, l’Islam, e, poi, l’attuale Impero Occidentale, hanno manifestato l’ambizione di governare effettivamente il mondo intero, attraverso una ben programmata politica di conquiste.

La Cina non ha ancora rinnegato la sua vecchia vocazione isolazionista, coerentemente con la quale è gelosissima della propria sovranità su Taiwan, sul Tibet e sul Xin-Jiang, ma non aspira ad esportare, né eserciti, né valori politici.

Eppure, le dimensioni della sua forza e le esigenze della sua economia, che si rivelano ora in tutta la loro impressionante grandezza, la forzano, giorno per giorno, ad intervenire sempre più pesantemente in questioni che non riguardano il tradizionale T’ien Xia: lo sviluppo dell’Africa, la sicurezza dell’Oceano Indiano, la politica monetaria internazionale, i corridoi infrastrutturali eurasiatici, eccetera.

Il fatto stesso che, a Shanghai, siano presenti, ed in forze, tutti i Paesi del mondo e tutte le organizzazioni internazionali, dimostra che la Cina si identifica oramai sempre più con il mondo.

Come configurare questa massiccia compresenza? Come evitare il conflitto con gli altri soggetti che fino ad ora si sono combattuti per il controllo del mondo, come l’America e l’Islam? Saprà la Cina, forte della sua antica cultura, imporre alle altre grandi potenze un’autolimitazione che vieti conflitti distruttivi?Cosa può fare l' Europa in tutto questo?

martedì 16 marzo 2010

DIONIGI AEREOPAGITA


Publication of Dyonisios' Works Reiterates Interest for his Theology. La publication des Oeuvres de Denis revive l' intéret pour sa théologie. Neue Herausgabe von Dyonisios' Werke
erweckt neues Interesse fuer seine Theologie.







Perchè interessarsi oggi ad un pensatore così complessamente mistico come Dionigi?

Intanto, nel momento in cui cerchiamo criteri definitori e distintivi fra le grandi identità culturali, Dionigi, che si trova ai confini della Cristianità antica, ci offre importanti elementi di riferimento.

Certamente, ai limiti fra il neo-platonismo e la teologia cristiana antica. Eppure, a nostro avviso, anche ai confini del politeismo medio-orientale, dell' ermetismo, del mazdeismo, della teologia islamica medievale, della Qabbala, dell' Induismo e del Buddismo Mahayana.

Infatti, Dionigi è il grande costruttore del sistema di "gerarchie" spirituali che attraversa tutto il cosmo, da Dio, agli angeli, agli uomini, ai bruti, agli esseri inanimati.

Dionigi mutua del neo-platonismo (ma perchè non anche dal Samkhya, dallo Zoroastrismo, dalla teologia faraonica?), l' idea che, da un Dio centro di tutto e oriogine di tutto, si dipartano un' infinità di essenze spirituali (angeli, eoni, sefiroth), i quali cooperano con Dio nel mettere in moto l' universo intero.

Concezione che a noi può sembrare lontana, se non fosse che queste "essenze" sono proprio le protagoniste delle filosofie moderne e contemporanee (le "Monadi", la "Ragione", lo "Spirito", il "General Intellect", la "Volontà", la "Rappresentazione", il "Superuomo", la "Volontà di potenza", la "Noosfera"
e via filosofando).

Basti solamente considerare l' interesse che sta suscitando il corso su Plotino di Giovanni Bailone all' Università popolare di Torino.

Dunque, ripubblicazione delle opere complete di Dionigi: Dionigi Aeropagita, Tutte le opere, a cura di Paolo Scazzoso ed Enzo Bellini, introduzione di Giovanni Reale, con saggio integrativo di Carlo Maria Mazzucchi, Bompiani, Milano, pagg. 824, € 26,50.

Dicevamo che, nonostante la sua distanza, apparentemente abissale, dalle problematiche contemporanee, Dionigi viene,invece, unanimemente considerato attualissimo.

Ciò deriva soprattutto dall' importanza crescente del dialogo interculturale ed ecumenico.

Se e nella misura in cui Dionigi ha posto le basi elleniche e cristiane del misticismo e della visione cattolica del mondo, esso costituisce un punto di partenza insostituibile per il confronto con l' Ortodossia, con l' Ebraismo, con l' Islam, con l' Induismo e il Buddismo (almeno quello Mahayana e Theravada).

mercoledì 20 gennaio 2010

LE MIGRAZIONI, PROBLEMA UNIVERSALE


A Worldwide Study on Migrations Allows to Decode Deeprooted Meanings. L'étude des migrations comme phénomène mondial permet d'en saisir les significations universelles. Ein vergleichendes Blick auf Wanderungen ermoeglicht Verstaendnis ihrer Universellen Bedeutung.

Da uno sguardo alla carta geografica allegata risulta che il problema dell' immigrazione in Italia è, statisticamente, inferiore a quello della media dei Paesi del mondo.

Infatti, l' Italia si trova in una fascia di Paesi con un' livello di immigrazione relativamente modesto, in confronto a picchi come l' Arabia Saudita, o a Paesi di elevata immigrazione, come America, Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Russia e, perfino, Ucraina e Kazakhstan.

L' Italia si trova, dicevamo, fra i Paesi a media intensità di migranti, come la Polonia, la Turchia, la Libia, il Nepal, che, invece, siamo abituati a considerare addirittura come Paesi di emigrazione.

Queste considerazioni preliminari ci aiutano ad acquisire, nei confronti dell' immigrazione, un atteggiamento molto meno passionale di quello che predomina nei mass media e nel dibattito politico. A sentire certe discussioni, sembrerebbe che l' Italia sia la meta quasi esclusiva di tutti i tipi di migrazione, da quella per fame a quella mafiosa, da quella economica a quella politica.

I dati analizzati a livello mondiale ci mostrano, invece, che le migrazioni sono un fenomeno universale, che ha un impatto ben maggiore in altri Paesi.

Ma anche uno studio storico ci mostra che le migrazioni sono sempre esistite (Indoeuropei e Semiti, Fenici e Greci, Romani e barbari, Arabi e Ungheresi, Turchi e Tartari, Europei e Africani, tutti sono emigrati verso Paesi lontani).

Anzi, queste migrazioni hanno cambiato il mondo : esse sono "la trama della storia".Se non vi fossero state le migrazioni di Indo-Europei e di Semiti, non ci sarebbe l' attuale scenario delle lingue del mondo.

Se non ci fossero state le migrazioni degli Arabi, non ci sarebbe l' Islam; se gli Europei non fossero emigrati fuori dell' Europa, non ci sarebbe l' attuale "mondo moderno".

Certo, anche oggi le migrazioni cambiano il mondo, ed è questo il motivo principale per cui molti se ne preoccupano. E, tuttavia, le modalità secondo cui queste trasformazioni stanno avvenendo sono imprevedibili. Studiarle, richiede una vista finissima.

Si dice che le migrazioni di popoli islamici in Europa corrano il rischio di modificare l' "identità europea". Si dimentica che, con Turchia e Bulgaria, Bosnia e Albania, ma anche Russia e Georgia, l' Islam è già "da sempre" parte dell' Europa.Si dimentica anche che sono altri Paesi, come India ed America, ad essere esposte ai maggiori rischi.

Certamente, con l' aumento (relativo) degli immigrati di religione islamica, aumenterà (sempre in senso relativo) il numero dei residenti europei contrari all' attuale tipo di globalizzazione. Ma questo succede ancor più in India e in Russia, e nessuno se ne preoccupa tanto.E, per ciò che riguarda l' Europa, succede anche con l' arrivo degli emigrati ortodossi e/o sudamericani. Ma è questo un problema? Non sono le stesse Autorità Europee una fra le prime fonti, a livello mondiale, delle critiche alla globalizzazione?Non sarà, forse, che l' Europa, con i suoi immigrati, rafforza la propria stessa identità, permettendo alle proprie Autorità di condurre una politica più assertiva nel mondo?



lunedì 26 gennaio 2009

Identità continentali

European Identity; Continental Identities; World Federalism: different aspects of the same reality.
Identité Européenne; Identités Continentales;Féderalisme Mondial: des aspects différents d’une même réalité

L’insufficiente approfondimento, sul piano culturale, dell’effettivo significato del termine “identità europea” ha, fra i suoi vari effetti negativi, quello che tale identità viene spesso erroneamente interpretata nel senso che “Identità Europea” significhi affermare in modo ipertrofico le caratteristiche che contraddistinguono l’Europa, al fine di contrapporre l’Europa al resto del mondo.
La realtà è molto più complessa.
In un mondo sempre più globalizzato, le identità acquistano un’importanza così grande proprio perché le persone hanno sempre più l’impressione, in questo colossale pianeta-alveare, di non contare più nulla, di essere divenute cellule passive di un gigantesco organismo di cui seguono inconsciamente le mosse per abitudine, per conformismo, per necessità economica, per ideologia, per propaganda.
Le persone hanno bisogno di sentirsi se stesse, di contare, di fare gruppo per identificarsi, per contare di più, per influenzare il corso delle cose.
L’identità, come strumento di organizzazione del consenso e come strumento di azione sul mondo, si sostituisce a precedenti forme sempre più indebolite: le religioni, gli Stati, le nazioni, i partiti, le imprese, i sindacati, le famiglie.
L’identità locale costruisce i movimenti sociali dal basso; l’identità regionale facilita iniziative comuni “euroregionali”, un’“identità europea”, non espressa né formalizzata, permette di affrontare con saggezza situazioni che le istituzioni in se stesse non sono in grado di fronteggiare: immigrazioni, rapporti con l’Europa Orientale. Senza le identità continentali, il sistema degli organismi internazionali rischia il collasso.
Un federalismo mondiale che vedesse come protagonisti le Americhe, l’Europa, la Cina, l’India, l’Africa, non potrebbe prescindere dalle identità continentali. Se non vi fossero siffatte identità, come sarebbe possibile che complessi di popoli così eterogenei, come, per esempio, quelli africani, possano trovare posizioni comuni sui grandi temi del mondo?
Ciò lo si vede benissimo in India, dove i suoi 27 Stati, le sue 250 lingue, le sue diverse religioni, riescono a convivere (seppure con grandi tensioni) e ad esprimere una posizione unitaria nel mondo, solo perché hanno punti di riferimento comuni che permettono il dialogo, ed, al limite, lo scontro.
Anche il Nord America e la Cina hanno una loro identità abbastanza chiara e marcata, mentre Sudamerica, Africa e Medio Oriente stanno ancora ricercando tale identità.
Una volta che tali identità saranno consolidate, ciò provocherà nuovi scontri?
Probabilmente sì, ma non certo maggiori di quelli che già oggi vediamo all’opera per effetto del tentativo, posto in essere dalla “sola superpotenza”, di affermare soluzioni accettabili solo per essa, negando e schiacciando le identità degli altri Continenti.
Un’altra domanda che molti si pongono è se l’affermarsi delle nuove identità continentali non comporti il rischio della persecuzione di quelle parti di tali Continenti che non si conformino alle identità dominanti (per esempio, quella sudamericana nelle Americhe, quella islamica in India, quella tibetana in Cina).
Certamente, questo sarà un problema del futuro, che si potrà risolvere solamente nella misura in cui tutte queste identità si concepiscano come identità plurali, ed il potere sia gestito anche al loro interno in modo multipolare e multiculturale.
Perciò, salutiamo con molto favore gli sforzi dell’Unesco per la ratifica della Convenzione per la tutela del Diritto della differenza culturale, con la quale si tenta di dare un quadro a questa materia.

venerdì 9 gennaio 2009

Lavorare in Europa sui Diritti Umani


Working on implementation of Human Rights: Pope and President express critical news. Travailler les droits de l’homme: Le Pape et le Président expriment une position critique. Arbeiten für Menschenrechte: Papst und Präsident aüssern kritische Gesichtspunkte.

I Diritti dell’Uomo costituiscono, prima che una realtà, un problema, come si evince dall’eccellente opera recentemente pubblicata da Marcello Flores, e come confermato dalle prese di posizione delle massime autorità in occasione dei 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: il Papa ha sottolineato come tali diritti, senza un adeguato fondamento spirituale, rischino di essere svuotati, e il Presidente italiano ha fatto rilevare come, alla loro affermazione teorica, non corrisponda un’effettiva attuazione.
La posizione espressa dal Papa non si discosta da quella tradizionale della Chiesa cattolica, che i giuristi medievali avevano mutuato dal Diritto Romano, secondo il quale i diritti umani erano originari, anche se comprimibili nel corso della storia: vigeva il principio “in dubio pro libertate”, come aveva rilevato, per esempio, Monsignor De las Casas.
La critica papale si rivolge soprattutto contro la visione laicistica del diritto, e, quindi, anche dei diritti dell’uomo, secondo la quale il diritto, in quanto realtà umana, avrebbe un valore solamente “trascendentale”, cioè nella società e nella storia, e non, invece, “trascendente”, cioè assoluto, e, quindi, fuori della storia. Se i diritti umani sono “trascendentali”, essi possono essere cambiati, e, quindi, tali diritti non sono garantiti per sempre.
Con questa obiezione si tocca un punto molto delicato dell’intera dottrina dei diritti umani, che, da un lato, pretendono ad un valore assoluto, ma, dall’altro, si scontrano contro i due opposti vincoli, da un lato, della storicità, e, dall’altro, del loro carattere intrinsecamente “metafisico”, non fondabile su criteri che non siano fideistici. Quanto alla storicità, ricordiamo che nel Vecchio Testamento, libro sacro comune alle tre religioni monoteistiche, i diritti umani nel senso attuale del termine non venivano neppure presi in considerazione, mentre, al contrario, venivano esaltati, come volontà di Dio, lo sterminio dei pagani e degli eretici, il divieto della libertà religiosa e la schiavitù. La stessa proposizione dei Dieci Comandamenti (che, in quanto Doveri verso Dio, potrebbero essere il rovescio positivo dei Diritti Umani) è misteriosamente legata, nella vicenda del Vitello d’Oro, a un’orrenda strage ad opera di Mosè e dei sacerdoti.
Per ciò che riguarda il carattere fideistico, occorre ricordare che altre religioni, per esempio l’Islām, hanno visioni diverse dei diritti umani, derivate dall’interpretazione del loro “pacchetto” di libri sacri.
Quanto al grado di attuazione dei diritti umani, mentre diamo per scontato che essi non siano rispettati integralmente in nessun Paese, come rivelano i rapporti annuali di Amnesty International, possiamo affermare che essi non sono molto rispettati neppure in Occidente, e neppure in quell’Europa che pretende di essere alla guida in questa materia e che, con la Convenzione di Nizza, ha posto in essere il catalogo più esauriente di tali diritti. Ed è su questo, su ciò che accade in Europa, che dovremmo concentrarci, in quanto, da un lato, su esso possiamo operare effettivamente, e, dall’ altro, non può essere il sospetto che il nostro intervento sia motivato dalla semplice volontà di indebolire e omologare Paesi che consideriamo diversi od ostili. Infine, solo così l’Europa potrebbe pretendere quel ruolo di guida morale a cui aspira.
Basti pensare alle condizioni discriminatorie nei confronti dei migranti, con o senza documenti, e perfino cittadini comunitari; basti pensare al diniego del diritto alla differenza culturale ai cittadini europei di lingua e cultura russa, turca ed araba, che non possono usare ufficialmente le loro lingue, pur se parlate da un numero di cittadini europei superiore a quello di uno Stato membro di medie dimensioni, e, anzi, vengono spesso discriminati ed esclusi proprio con pretesti linguistici. Ricordiamo soprattutto l’attacco frontale, non solamente alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, lanciato in America dalla Presidenza Bush, ma estesosi a tutto l’Occidente, in concomitanza con il Patriot Act, che ha negato, tra l’altro, diritti sanciti da testi costituzionali di tutti i tempi e di tutti i paesi: il diritto alla Resistenza della Magna Charta, il diritto ad un equo processo sancito dall’Habeas Corpus, il diritto di eguaglianza sancito dalla Dichiarazione di Indipendenza americana, la Convenzione contro la tortura, il diritto alla Privacy, e tanti altri. Tali limitazioni ai diritti dell’uomo riconosciuti fin dai tempi antichi non sono ancora state sanate.
Crediamo che i tre problemi chiarezza di definizione, fondamento e concretezza nell’attuazione pratica, debbano andare di pari passo.
Il miglior modo di commemorare questo anniversario appare, dunque, quello di varare un energico programma di lavoro, che parta dalla riflessione filosofica e teologica, attraversi una rivisitazione del diritto europeo e costituzionale in concomitanza con la ratifica del Trattato di Roma e le discussioni sulla Costituzione Europea, per pervenire a precise azioni - legislative ed applicative - sul piano dei diritti “interni”.
Ci sembra che la già citata opera di Flores costituisca un buon punto di partenza, proprio perché non nasconde in alcun momento la storicità e la problematicità della questione.

giovedì 11 dicembre 2008

Che cos'è per noi l'identità europea


European Identity as a space of debate and confrontation.
L'identité européenne: un espace de débat et de confrontation.
Europaeische Identitaet als ein Rahmen fuer Debatte und Auseinandersetzung.
Abbiamo dedicato una delle prime opere della nostra Casa Editrice (nella quale il sottoscritto appare non solamente come editore, bensì anche come autore), al tema dell’Identità Europea. Ciò perché riteniamo che la definizione di questo concetto sia prioritaria all’interno del progetto, culturale e politico, che condividiamo, volto a fare dell’Europa uno dei pilastri di un futuro ordine mondiale federale, fondato sulla multiculturalità, sul pluricentrismo e sulla convivenza, sulla scena mondiale, di una serie di modelli fra di loro alternativi e competitivi.
In questo contesto, è stata una nostra precisa scelta quella di rifiutare, fino ad ora, di esprimere una personale complessiva presa di posizione circa le (purtroppo non frequentissime) dispute in corso sulla definizione dell'“Identità Europea”.
Alle richieste pressanti in questo senso ricevute da molti amici e lettori, abbiamo sempre reagito con la stessa risposta: “Fare la storia dell’identità europea consiste nel ricercare ciò che gli Europei hanno pensato, detto e scritto di se stessi. Certo, anch’io, in quanto Europeo, credo di avere diritto ad esprimere la mia opinione, ma, ciò, solamente, dopo aver dato la parola agli altri, ai vivi, ma, soprattutto, ai morti, che costituiscono l’enorme maggioranza dei nostri concittadini”.
Ma, mentre, in qualità di autore, solo al termine del mio lavoro non potrò esimermi dall’esprimere anch’io un mio articolato e motivato punto di vista, non credo, invece, come cittadino, di potermi ritirare in una sorta di “epoché”, rimandando “sine die” ogni presa di posizione su questo argomento.
Si tratterà qui, per altro, di prese di posizioni puntuali, “giornalistiche”, se vogliamo, emotive, non dell’esito motivato di una ricerca, come quella intrapresa con la serie
“10.000 Anni di Identità Europea”.
Facendo di necessità virtù, poiché il “blog” costituisce una forma privilegiata di dialogo con il pubblico, esso dovrebbe fornirmi anche l’occasione di raccogliere reazioni che entreranno a fare parte integrante del 2° e del 3° volume della mia ricerca - l’uno, dedicato alla storia dell’identità europea nel corso della Modernità; l’altro, a ciò che gli Europei hanno pensato e pensano, sognano e/o fantasticano, circa il loro avvenire -.
Infine, che cosa si intende, oggi, con il termine “Identità Europea”?
Intanto, si tratta di un termine “alto”, diffusosi negli anni ’80, con la rinascita, soprattutto negli Stati Uniti, del fenomeno delle Identità Collettive, e recepito dagli stessi legislatori europei con il
Trattato di Maastricht.
Si noti che, nel
Trattato di Lisbona, il termine è, invece, scomparso.
I più affezionati a questo termine sembrano essere politici o letterati conservatori, che, nel termine “identità”, vedono un’affermazione di continuità con la storia passata. Questa continuità viene ricercata, secondo i paradigmi propri alla filosofia hegeliana, nella duplice discendenza “da Atene e da Gerusalemme”, da cui, attraverso le Monarchie Nazionali, i Comuni, il Rinascimento, le “Grandi Scoperte”, la Riforma e l’Illuminismo, deriverebbero tutte le caratteristiche dell’attuale “Occidente”, appiattite su una storia prevalentemente giuridica ed economica, che trascura, fra l’altro, aspetti come l’inconscio, l’arte, le tradizioni locali e di classe.
Anche noi siamo stati educati, nell’Europa del 2° Dopoguerra, all’interno di simili vulgate. Tuttavia, a noi pare che gli ultimi decenni abbiano permesso, ad un numero impressionante di autori europei e non, di mettere in discussione molti aspetti di queste ultime, che lasciano fuori, solo per fare degli esempi, Gilgamesh e Zarathustra, Averroè e Carlo V, Pascal e Kierkegaard, Dostojevski e Nietzsche, Coudenhove Kalergi e De Gaulle.
Nel commentare fatti, prese di posizione, opere letterarie e/o artistiche, a mano a mano che essi si verificheranno, contiamo di essere in grado di porre in luce quanto stiamo perdendo, in termini di profondità storica e di autenticità esistenziale, dall’imposizione di siffatte “vulgate” e quanto sia, invece, necessario aprire le finestre, fare entrare aria nuova, aprire nuovi dibattiti.
In sintesi, per noi, l’Identità Europea è uno “spazio” di incontro e scontro fra tendenze storico-culturali diverse (politeismo dei valori, escatologia individuale, millenarismo secolare) specifiche al nostro Continente, all’interno delle quali si è svolta la sua storia, e che lo qualificano nei confronti di altri Continenti.
Qualcosa di simile sono, per l’India, la dialettica fra tradizioni induiste, dottrine ascetiche ed Islām, e, per la Cina, il “San Jiao”, cioè la coesistenza di Taoismo, Confucianesimo e Buddhismo, ai quali aggiungerei anche la “religione popolare” ed il Maoismo.
Per questo capire l’Europa significa, da un lato, capire la sua molteplicità, e, dall’altro, confrontarla con le altre grandi regioni del mondo.