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martedì 25 ottobre 2011

UN PROGETTO POLITICO PER LA GIOVENTU' ESASPERATA

 
Necessary New Grounds for an authentic Movement of the Youth
Des nouvelles bases nécessaires pour un mouvement authentique de la jeunesse
Neue Grundlagen fuer eine authentische  Bewegung der Jugend unabwendbar
Di fronte ai macroscopici fallimenti delle promesse  del "modello occidentale" ci siamo a lungo stupiti dell'indifferenza con cui l'opinione pubblica e, in particolare, i ceti, le nazioni, e le generazioni, più svantaggiate accettano qualunque cosa senza reagire.

Da un lato, la promessa di sempre più  abbondanti beni materiali, dall' altra la riduzione, di anno in anno, delle prospettive di lavoro, di guadagno, di risparmio, di investimento. Da un lato, la garanzia della "Pace Perpetua": dall' altra, un investimento militare complessivo quanti altri mai vi furono nella storia, per finanziare guerre supertecnologiche e, comunque, con centinaia di migliaia di soldati (e di morti): in Afganistan, in Irak, in Libia, ecc...

La spiegazione è che quel progressivo accrescersi del conformismo, che già avevano pronosticato Tocqueville, Stuart Mills, Baudelaire e Nietzsche, è giunto, oramai, a paralizzare ogni capacità di pensiero critico costruttivo ed ogni possibilità di azione politica non manipolata da persuasori occulti.

I cittadini, solo apparentemente liberi, sono formati sulla base di luoghi comuni ripetuti senza persuasione da una scuola massificata e da mezzi di comunicazione di massa che sono semplici cinghie di trasmissione del potere.

Il convergere di intolleranza ideologica, sapere specialistico e mancanza di rigore nello studio portano all' incapacità di costruire un discorso coerente e completo e di immaginare un' azione collettiva solidale, efficace e a lungo termine.

Il "timore per il proprio status", che già Tocqueville aveva denunziato come la caratteristica prevalente delle società democratiche, impedisce di esprimere opinioni veramente alternative, le quali ultime non riuscirebbero comunque a farsi sentire per effetto della "congiura del silenzio" della maggioranza. 

Gli intellettuali, frustrati da quanto sopra, ed in preda ad un pur comprensibile "Selbsthass", divengono strutturalmente incapaci di uscire dalla sterile ripetizione di vecchie geremiadi. Altro che formulare idee nuove, progetti alternativi, strategie di trasformazione! Non sembrano  più possibili, né un Hegel, né un Marx, né un St.Simon, né un Nietzsche, ecc...

Così stando le cose, costituisce comunque un segno positivo che abbiano fatto la loro comparsa sulla scena mondiale nuovi movimenti giovanili di contestazione. Non che anch'essi non mostrino molti ed evidenti segni di senilità precoce , dalla stantia retorica assembleare alle mascherate "tipo stadio", al linguaggio vetero-sessantottesco, alle eterne, sempre eguali, diatribe fra i "pacifici manifestanti" e i "black block".

Che cosa manca dunque a questo movimento?

Primo: un'analisi storica: "che cosa sta succedendo?"

Secondo, uno sforzo di interpretazione: "perchè?"

Terzo, uno slancio profetico:" potrebbe essere diverso?"

Quarto, un'affermazione di volontà: "come vorremmo che andassero le cose?"

Quinto,una strategia: "che cosa intendiamo fare affinché le cose vadano come noi proponiamo?"


Qualcuno potrebbe accusarci di un eccessivo disfattismo.Proviamo a dimostrare che mettere insieme tutte quelle cose non sarebbe una pretesa velleitaria, ma  sarebbe, invece, del tutto credibile che queste cose fossero pensate  e realizzate da parte di giovani intellettuali, come gli "indignados", che si pretendono "alternativi".


1.Le contraddizioni della tarda modernità

Il mondo in cui viviamo è tutto una continua contraddizione, non solamente per i fatti concreti che abbiamo denunziato, ma anche già dal punto di vista concettuale.

Tutti sostengono che la democrazia presuppone più di ogni altra cosa un'etica condivisa, ma poi nessuno sa trovare un fondamento per tale etica , la quale, nei fatti, non esiste, essendo la popolazione equamente divisa fra il più totale cinismo, l'ammirazione per la criminalità comune o politica, e opposti moralismi di matrice puritana o clericale.

Tutti sostengono che tanto lo Stato quanto le Chiese e i partiti devono "fare un passo indietro a favore del mercato", ma quegli stessi invocano, un giorno sì e l'altro pure, incentivi pubblici alle imprese, iniezioni finanziarie pubbliche alle borse , salvataggi delle stesse, ammortizzatori sociali, autorevoli interventi dei vescovi a favore dei più deboli, partiti più autorevoli e decisionisti.


Tanto il neo-liberismo internazionale quanto il keynesismo hanno con ciò mostrato i loro limiti, visto che l'uno porta all'implosione delle imprese (che pur si vorrebbero favorire, e invece vengono rese irreali, sfiancate, spolpate, fatte a pezzi, svendute, delocalizzate e liquidate), e il secondo all'ingessatura e al fallimento degli Stati (che dovrebbero essere il suo veicolo favorito, e invece vengono soffocati, paralizzati, beffeggiati, caricati di costi e di debiti, messi sul banco degli imputati o commissariati).

Ciò che sta accadendo non si spiega né in termini neo-liberistici, né in termini keynesiani, bensì solo in termini geopolitici. Questo incredibile mix di messianesimo e di imperialismo, di concentrazione di potere e di soft power, di fondamentalismo e di anti-autoritarismo, di parossistico leverage  creditizio  e di multinazionali inafferrabili, di deficit americano programmatico , di parità di bilancio europea e di surplus commerciale dei BRICS, ha potuto  sopravvivere  solamente grazie a  un' abnorme concentrazione del potere in Occidente, che falsa i termini del problema, ma non può più reggere, perchè non corrisponde più ai dati reali economici, demografici, culturali e militari.

E' ora in corso, attraverso infiniti scossoni,  un aggiustamento graduale, unica alternativa possibile alla Terza Guerra Mondiale.

L'"overstretching" dell' Occidente fa sì che neppure il "Quantitative easing", cioè stampare dollari all' infinito, riesca a fare ripartire l'economia americana, e che neppure il sostegno della "comunità internazionale" (comprese la Russia e la Cina, se non perfino l'Iran) permetta più alle truppe occidentali di vincere contro le guerre di popolo medio-orientali.

Questa situazione non può essere compresa né attraverso la "grande narrazione" marxista (che attribuiva alla globalizzazione un compito addirittura salvifico, non ammettendo, certo, la possibilità che essa potesse essere bloccata da popoli "arretrati"), né dalla teoria tecnocratica della modernizzazione (secondo cui tutti i Paesi avrebbero dovuto attraversare le stesse fasi storiche).

Le difficoltà economiche dell' Occidente derivano, in realtà, proprio dalla sua vittoria, la quale  rende manifesta l' "eterogenesi dei fini" della sua ideologia nello stesso modo in cui la vittoria dell' egemonia  marxista aveva messo in evidenza l' impossibilità della società comunista.

Rendere coerenti e razionali dall' alto i comportamenti di 6 miliardi di produttori e consumatori non è possibile, né attraverso "l'economia di amministrazione e comando" di un' internazionale comunista, né attraverso un mercato mondiale manipolato dalle lobbies di Wall Street.

Le società parziali e locali debbono poter cercare i loro sempre instabili equilibri con il concorso dell'economia, ma anche della cultura, della politica e delle religioni. Altrimenti, come al tempo delle rivolte di Berlino, di Poznan, di Danzica, si procede per strappi inconsulti dell'economia e per reazioni altrettanto inconsulte dfei cittadini .

2.La mancanza di senso

Solzhenitsin aveva già dimostrato che vivere in una società dominata da un'ideologia estrema porta a "vivere nella menzogna", in un mondo irreale e insostenibile. Lo stesso sta accadendo ora a noi.

Le spiegazioni del modo in cui ci stiamo comportando diviene sempre più evanescente: dobbiamo fare certe cose perchè "lo chiedono i mercati", "lo chiede l' Europa". Ma sono i mercati e l'Europa a non sapere cosa che vogliono.

I meccanismi congiunti  della dematerializzazione dei titoli e della speculazione e fanno sì che l'andamento dei valori mobiliari (e perfino immobiliari) sia determinato da previsioni o comportamenti di politici o di esperti, che poco o nulla hanno a che fare con i beni negoziati. Una dichiarazione pessimistica della Merkel sulla Grecia può fare crollare la Borsa di Shanghai.

Anche "l' Europa" non esiste, perchè la cultura che viene spacciata per europea è in realtà americana, e la forza obiettiva dell'affinità dei popoli e della continuità del diritto non basta a formare delle decisioni politiche se  non vi sono leaders dell' Europa che si sentano veramente tali.

Occorre  vedere la realtà di quanto sta succedendo veramente : leprogressive onde di assestamento dell' economia, ma anche della cultura e della politica, da Est a Ovest. Il passaggio dei BRIC, da importatori e consumatori di beni, di capitali, tecnologia, ideologia, ad esportatori netti. La necessità di adeguarsi, non tanto ai livelli salariali e alle condizioni sindacali degli operai (che rappresentano, tanto qui che là, una minoranza della popolazione, e che comunque si stanno livellando), quanto con una nuova e diversa apertura mentale delle classi dirigenti e tecniche, che devono diventare capaci di apprendere le lezioni dei BRICS.

3.Un progetto civile veramente nuovo.

Un noto anchorman, con origini nell' estrema sinistra, intervistando uno studente "indignato"  ha interrotto quest'ultimo, terrorizzato, perchè, a suo avviso, dalle confuse e stereotipate parole dello stesso sarebbe emersa un' idea "di...rivoluzione!". Parola ormai impronunciabile, e forse giustamente, perchè priva ormai di significato. Le rivoluzioni sono già state fatte, ma hanno cambiato ben poco.
Quindi, un nuovo progetto civile può, e, a nostro avviso, deve, essere seriamente innovativo, ma non può rifarsi alla vecchia pretesa di costituire il definitivo e risolutivo progresso dell' Ummanità. Essa deve essere volta a risolvere i nostri problemi di oggi, non già quelli dell' umanità in assoluto. Problemi che sono il controllo e il disciplinamento non più dell' uomo da parte dell' apparato, bensì dell' apparato da parte dell'uomo. Attraverso un reale autogoverno legato alle tradizioni culturali e locali. Attraverso un reale federalismo fra popoli affini. Attraverso la coesistenza pacifica fra culture diverse.Attraverso la diffusione di una cultura tecnico-umanistica capace di fronteggiare adeguatamente le macchine, e una rigorosa meritocrazia, capace di portare al vertice delle strutture sociali soggetti capaci di comprendere e indirizzare processi complessi come quelli attuali.

4.Un progetto culturale e politico

L'enorme confusione di identità e ideologie: libertà e nazione, classe e umanità, occidente e oriente, conservazione e rivoluzione, ricchi e poveri, capitalismo e socialismo, modernità e antimodernità, laicismo e fondamentalismo, operai e borghesi, rende impossibile comprendersi e confrontarsi.

Occorre intanto ritrovare un senso autentico e condiviso delle parole.Come per Confucio, una nuova era parte dalla riforma dei nomi.

Poi, un nuovo concetto del politico, che parta dalla complessità dell' essere umano, nelle sue caratteristiche razionali ma anche irrazionali, comunitarie ma anche individuali.

La società non deve avere come unico obiettivo lo sviluppo senza regole della produzione scientifica e tecnica, bensì una vita equilibrata dei cittadini. Le innovazioni tecnologiche e sociali, per quanto inevitabili, vanno introdotte solo quando non solo se ne sia esclusa la dannosità, ma se ne siano anche individuate l'utilità e il controllo.

Non è ammissibile che né l'economia, né la politica, ci sorprendano in ogni momento con novità impreviste e ineluttabili. Gli intellettuali devono reimparare a ragionare in termini di infinità, ipoltici a livello strategico, gli economisti a lungo termine, e gli stessi imprenditori almeno a medio termine.

I Paesi che hanno una cultura di questo tipo, come l'India, la Cina, e, in Europa, la Germania, sono quelli che risultano, oggi, vincenti.

Essendo, noi, in Europa, abbiamo molto da impararte dalla Germania: la sua "azione concertata", la sua "cogestione", la sua "concezione istituzionale dell' impresa", la sua valorizzazione della formazione in tutti i suoi aspetti.

 6. Esiste un percorso possibile per questa generazione?

Certo, anche il superamento delle difficoltà dell' oggi non è un fatto di breve periodo. Le nuove idee hanno bisogno di tempo per affermarsi. Lo strepito delle manifestazioni non è l'accompagnamento più opportuno per la nascita di nuove idee, che le nuove élites devono imparare a maturare nella solitudine, partendo dai massimi sistemi per arrivare poi alla politica propriamente detta. Ed  anche in questa, ci dev'essere un processo di apprendimento, che parte dalle cose più vicine, la città, l'identità, l' Euroregione, l' Europa.

Solo allora sarà possibile un confronto autentico e ad armi pari con gli idoli del presente.



lunedì 4 luglio 2011

EGEMONIA CULTURALE POST-MARXISTA

 

Gramsci - Star of Anglosaxon Liberals
Gramsci, vedette des libéraux anglo-saxons.
Gramsci, ein Modell fuer angelsaechsische Liberalen.

Lunedì 4 luglio, è comparso, su "La Stampa", un articolo di Massimiliano Panerari sulla fortuna di Gramsci nella cultura anglosassone. L'Autore cita, come esempi,  Cornel West, Stuart Hall, Ranajit Guha, Parthe Chatterjee, Rush Limbaugh, James Thornton, Herbert London.Noi ricordiamo anche che lo stesso ex ministro  Sandro Bondi aveva proposto  di  rispolverare Gramsci per costruire un' "egemonia culturale di destra".

1.Da St.Simon a Gramsci

A noi, questa fortuna dell' autore comunista degli Anni 20 e 30 non stupisce, non solo perchè ne conosciamo la ricchezza e la profondità, ma anche perchè era noto da parecchi decenni che la sua visione culturale e politica rappresentava, per così dire, il ritorno del Marxismo verso le sue fonti "democratiche" della Sinistra hegeliana   , attraverso una rilettura della cultura italiana, e, in particolare, di Giovanni Gentile.

Il Marxismo nasce come uno fra i tentativi ottocenteschi di concretizzazione della "Religione dei Moderni" di St.Simon, fondata sulla sostituzione, alla fede nell' escatologia spirituale ed individuale, di un' escatologia materiale e collettiva.

Come il pensiero di St.Simon, anche quello di Marx è ambiguo: da un lato, esso non riesce ad immaginare la Salvezza terrena dell' Umanità nella Società Comunista se non come la descrizione della vita oziosa dell' aristocrazia decadente dei suoi tempi; dall' altra, egli esalta,come portatori di una spinta rivoluzionaria, i primi capitalisti del suo tempo, i quali, attraverso la diffusione dell' industrialismo in tutto il mondo, creavano le premesse per le successive rivoluzioni socialista e comunista.In definitiva, sfugge tanto la molla che, in una concezione materialistica ed immanentistica, dovrebbe spingere l' umanità verso la rivoluzione, quanto la specificità della cultura proletaria rispetto a quelle dell' Ancien Régime e della borghesia.

Il marxismo ha continuato a dibattersi in queste sue contraddizioni, attraverso una molteplicità di interpretazioni, di sette e di applicazioni, che assomigiano molto a quelle di tutte le grandi religioni. Contraddizioni che hanno determinato il suo "inveramento", cioè messa in pratica e disvelamento, attraverso quel fenomeno che è stato chiamato, da Augusto del Noce,"eterogenesi dei fini". Partito come una promessa di Paradiso in terra, esso si trasforma gradualmente in fonte di lutti inenarrabili, per poi sfociare spontaneamente, inesorabilmente, nel suo preteso opposto, il capitalismo. Anzi, mentre, a nostro avviso, prima dell' avvento in Russia del marxismo, un vero e proprio capitalismo in senso marxista ("Dittatura di classe della borghesia") non era mai esistito in nessuna parte del mondo, solo nell'ultimo secolo, e anche per effetto del marxismo, tale "dittatura di classe" ha cominciato a realizzarsi (per esempio, con il Maccarthismo, con le dittature militari, ecc.., ma anche con gli eccessi del neo-liberismo). Come esempio del ruolo del socialismo come premessa del capitalismo (e non viceversa), ricordo perfettamente di avere ricevuto in omaggio, all' inizio degli Anni '90, al Ministero dell' Industria polacco, un manualetto rosa (erede di precedenti libretti rossi) intitolato "Od Socializmu do Kapitalizmu"("Dal  Socialismo al Capitalismo").Un'evidente inversione della prognosi storica di Marx

2.Socialdemocrazia, leninismo, fascismo.
Gramsci partecipa al dibattito sul marxismo in un' epoca molto avanzata, quando già si erano manifestati tre grandi   movimenti politici derivati dal marxismo: socialdemocrazia, leninismo e  fascismo. Egli è profondamente implicato in questi tre movimenti, dei quali vede e critica le contraddizioni, ma assume anche moltri contenuti.

Paradossalmente, l' influenza più profonda è proprio quella di Giovanni Gentile, che già nel tardo Ottocento aveva osservato che la filosofia marxista, che pure si pretenderebbe rivoluzionaria, in realtà è condannata a divenire conservatrice, in quanto fondata su un materialismo deterministico, inapace di esprimere la forza rivoluzionaria propria invece dell' idealismo, unica filosofia capace di descrivere l'eterno divenire dello Spirrito.

Di Gentile, Gramsci fa propria anche l'attenzione al carattere nazionale della rivoluzione, in una fase in cui la Questione Nazionale era centrale per il movimento comunista internazionale (fondazione dell' Unione Sovietica, Congresso di Baku, sfida dei fascismi), gettando, così, le basi di quello che sarà la "Via Nazionale al Comunismo" del PCI, fondata su un "blocco storico" con laici e cattolici.

Ultimo aspetto dell' influenza gentiliana, l'idea della politica rivoluzionaria come pedagogia nazionale, volta a sostituire il "senso comune" degli Italiani, che, allora, era di carattere cattolico, con un nuovo "senso comune", di carattere materialistico e scientistico.Tale compito pedagogico viene visto come esercizio di un' "egemonia" sugli altri partecipanti al "blocco storico" (ciò che saranno poi i "Fronti Popolari"), attraverso la quale si consumasse ed esaurisse la cultura degli alleati, in particolare, dei cattolici.

Ovviamente, anche il  leninismo ha il suo peso nel pensiero di Gramsci, che non dubita certo della necessità della Rivoluzione, né della fedele adesione del PCI all' Internazionale Comunista. Interessante il fatto che , nell' unico discorso alla Camera dei Deputati, che Mussolini interruppe in qualche punto, ma che in generale ascoltò in religioso silenzio, andando fino al banco dell' avversario per sentire meglio), lo scambio  di recriminazioni col Duce del Fascismo non fosse sulle accuse reciproche di repressione poliziesca, ma sul fatto che ciascuno dei due rivendicava la capacità di una repressione più rigorosa.

Infine, il Gramscismo diviene, di fatto, la via maerstra per la socialdemocratizzazione postbellica del PCI. Il "Blocco Storico" è la giustificazione teorica dell' "Arco Costituzionale" antifascista e del "Compromesso Storico", che, di fatto, sono dei Fronti Popolari con l'egemonia culturale del PCI. Fedele a questo scenario, la DC delega la cultura al PCI, il quale può, così, costituirsi quale autentica espressione della cultura italiana, con i suoi Vittorini, Pavese, Guttuso, Asor Rosa, Tomasi di Lampedusa, Visconti, ecc..., che sono spesso quanto di più lontano possa esservi dal Marxismo, ma che tuttavia si sforzano di restare compatibili con questo proprio grazie alla teoria dell' "Egemonia", che abroga e sostituisce quella staliniana della "Partijnost".La Socialdemocratizzazione del PCI passa per l'accettazione del fordismo e del taylorismo, esaltati come lo strumento principe per la modernizzazione dell'Italia, per superare la sua storica arretratezza, i gramsciani "contrafforti delle classi parassitarie".

3.Suicidio della rivoluzione

Del Noce aveva ben antiveduto che quest'azione sui due fronti, alleanza tattica coi cattolici e identificazione con  il ruolo modernizzazione della grande industria, avrebbero portato al "suicidio della rivoluzione". Da un lato, il Cattolicesimo, stretto nell' abbraccio di un Marxismo riportato all' idealismo gentiliano, avrebbe perduto una propria autonoma capacità di dialogare con i ceti popolari, e, dall' altra, il marxismo, ridotto ad ideologia della lotta di classe nella società capitalistica, avrebbe perso anch'esso una propria ragion d'essere, appiattendosi sull' esaltazione dell' esistente. Di converso, anche quelle spinte verso una rinnovata pretesa di  politiche alternative,  che sarebbero potute venire da un Cattolicesimo rimasto fedele a se stesso, non avrebbero potuto concretizzarsi a causa dell' esaurirsi della spinta contestativa del Cattolicesimo stesso.

Il tardo capitalismo post-taylorista e post-fordista avrebbe avuto bisogno più che mai di un post-marxismo sostanzialmente gentiliano per transitare l' intellighencija e il ceto operaio dall' alternativa all' integrazione  nella società della tecnica dispiegata. L'intellighencija  ha potuto così evitare di dover abiurare ufficialmente le proprie precedenti convinzioni, e mantenere così  la propria aura e il proprio ruolo sociale. Le altre forze culturali e politiche hanno assecondato questo gioco, perpetuando anche ora l' egemonia culturale di quel ceto formatosi con il PCI, ed accettando, ciascuna, un ruolo subordinato e culturalmente debole (neoconservatorismo, "patriottismo della Costituzione"). In questo contesto, la battaglia contro l' "Egemonia Comunista" affronta  (anche se con parole inappropriate), un bersaglio effettivo, ma è, a sua volta,  in mala fede, perchè non ha nessun' intenzione di conseguire un qualsivoglia risultato concreto, ma solo di "soffiare sul fuoco" del risentimento.
Oggi, la situazione è ancora differente. Il carattere positivistico della cultura contemporanea allontana ancor più l' "intellighencija" post-marxista dalle sue origini contestative. Si pone effettivamente, come suggerito da Bondi una questione di "Egemonia" diversa da quella "di sinistra", un' egemonia incentrata sull' ideologia del progresso e della democrazia. E  anche questa trova in Gramsci un adeguato profeta. Se l' obiettivo di Gramsci non era, alla fine, altro che  quello (che fu alla base anche del Cattolicesimo Liberale e del Mazzinianesimo),  di "modernizzare" l' Italia sul modello dei "Paesi Più Sviluppati", ebbene, questo è proprio l' obiettivo che si pone oggi il "mainstream" culturale e politico.
E, poiché, nel contesto dell' Ultima Globalizzazione, quella mazziniana "Missione delle Nazioni" sfuma,almeno in "Occidente",  perchè  tutte le nazioni "occidentali" hanno superato le loro "arretratezze", e partecipano tutte allo stesso sistema globale ( e, pertanto, sono divenute inutili dal punto di vista del Progresso), è logico che la riscoperta di Gramsci abbia luogo soprattutto nei Paesi Anglosassoni, e, in particolare, in America, perchè è lì che si decidono ora le grandi trasformazioni societarie. D'altronde, Gramsci  (come d' altronde anche Lenin e Stalin), era un grande ammiratore degli Stati Uniti, che venivano da loro considerati come lo "standard" della Modernità. Non per nulla, Mosca si arricchì in quell' epoca di grattacieli sul modello newyorkese, e i gruppi industriali nazionalizzati furono raggruppati in "tresty" (i "trusts" americani). E' ovvio che la capacità di Gramsci di portare al "suicidio della rivoluzione" sia particolarmente apprezzata nel Paese che attualmente domina il mondo.

E' per altro singolare che questa particolare dialettica non venga vista da nessuno con quella necessaria lucidità che sarebbe necessaria  per le grandi scelte culturali sull' avvenire del mondo.



domenica 14 febbraio 2010

WILDERS: VERZUILING ED EUROPEITA' DEI PAESI BASSI

Wilders' Trial Fosters Debate on Dutch Identity. Le procès contre Geert Wilders stimule le débat sur l' identité hollandaise. Wilders-Prozess foerdert Debatte ueber niederlaendische Identitaet






Geerd Wilders è un parlamentare olandese fortemente liberista e occidentalista, noto per la sua avversione all' Islam, e per avere prodotto un piccolo documentario , intitolato "Fitna", nel quale si evidenziano gli aspetti del Corano e dell' attuale discorso politico del fondamentalismo islamico che incitano alla Guerra Santa.

Le espressioni usate da Wilders nella sua propaganda politica, e in "Fitna", sono state considerate come in violazione di alcuni articoli della legge penale olandese del 1934, approvati per rendere illegali i movimenti filonazisti del tempo, nei quali si vietano l' incitamento all' odio razziale, all'odio religioso, alla discriminazione su base razziale e religiosa.Tale legge era nata in parallelo all' "Anti-Terror-Gesetz" austriaca, nella quale, con gli stessi obiettivi, si concentrava sulla repressione della violenza politica.

Su questa incriminazione, si è aperto venerdì scorso un processo penale dinanzi al Tribunale di Amsterdam.

Winters sta cercando di trasformare tale processo in una forma di propaganda per le sue posizioni. Il processo ha, infatti, una forte copertura mediatica, e molti seguaci di Wilders stazionano dinanzi al Tribunale di Amsterdam per sostenerlo.Non dimentichiamo, ad onore del vero, che, in Olanda, anche la posizione dei sostenitori dell' Islam viene sostenuta con una forza addirittura eccessiva, al punto di avere dato luogo ad alcuni omicidi politici contro i sostenitori delle tesi di Winters, vale a dire quelli di Theo van Gogh e quello di Pim Fortuyn.

Questa vicenda tocca, infatti, i "nervi scoperti" dell' attuale Europa, non solamente dell' Olanda,in quanto mette in gioco vari asapetti controversi ed eterogenei dell' attuale cultura politica: critica dell' Islam in quanto "arretrato", e laicità assoluta; libertà di pensiero, e delitti di opinione; critica del "sacro violento", e difesa della "tradizione giudaico-cristiana; rifiuto del "politicamente corretto", e pretesa di interpretare la "vera" identità nazionale o europea.

A nostro avviso, l' incapacità di comprendere queste contraddizioni nasce dalla carenza di una cultura storica pluralistica, storica e non settaria dell' Europa. La contraddizione di fondo della "vulgata" degli "establishments" è stata quella di imporre l' idea che la Storia sia un' evoluzione lineare e necessaria dal peggio al meglio, ma, nello stesso tempo, pretendere anche che i nostri valori di oggi siano assolutamente validi in ogni tempo e in ogni luogo. A questo punto, la gente non capisce più perchè certi comportamenti, che vengono dati per scontati da parte dei nostri antenati e perfino da parte di personaggi "sacri", come Mosè, San Paolo, o Garibaldi, poi non vadano bene quando le fanno altri, per esempio i Mussulmani.

Nel caso che ci interessa, non si capisce più se si deve permettere la libertà di espressione di tutti: cristiani, mussulmani, ebrei, atei, progressisti, democratici o autoritari, oppure solo quella di qualcuno (ma chi?), oppure, infine, quella di nessuno, in quanto deve valere un' unica espressione, quella "politicamente corretta"(la "linea del Partito"-oggi, la "memoria condivisa"-).

Tradizione occidentale o europea?

Wilders ha giocato su questi equivoci con il suo intervento al processo, fondato su un'esaltazione della tradizione olandese di libertà, così estrema, da sfiorare una sorta di "teologia politica" della libertà. Ma, a nostro avviso, come indicato in un precedente post, proprio seguendo la falsariga della "Storia della Libertà", si perdono di vista le libertà concrete, quella "negativa", quella "positiva" e quella "morale", e non si riesce più ad articolare nessun discorso.

A nostro avviso, Wilders gioca anche, sottilmente, su un altro equivoco: quello fra "identità olandese" (e/o europea), e "identità occidentale". Certamente, Wilders ha ragione nell' affermare che la legislazione in base alla quale egli è processato costituisce un limite alla libertà di espressione.Il reato di incitamento all' odio razziale e religioso (che è stato introdotto in molti Paesi europei, e recentemente, anche in Italia), è effettivamente espressione di un valore molto radicato in Olanda, e, seppure in altra forma, in tutta Europa: il comunitarismo. Secondo alcuni politologi, come Lijphardt e Elazar, il comunitarismo, nella sua formulazione olandese ("Verzuiling"), costituisce il più importante contributo dell' Europa Centrale ex-asburgica (Benelux, Svizzera e Austria) alla cultura europea e mondiale (si parla anche di Israele, Libano e Sudafrica).Un attacco troppo violento contro un' altra comunità, razziale, religiosa o ideologica, comunque motivato, mina la tradizione olandese di pacifica convivenza (e di reciproca sopportazione) fra diverse comunità, che viene considerata perfino più importante dei tradizionali valori in materia di libertà di espressione e di verità storica.

Verzuiling

"Verzuiling" significa "costruzione fondata su pilastri".

Essa nasce con la creazione delle Province Unite, in senso stretto come sforzo di tenere insieme confessioni diverse (cattolica, luterana e calvinista). A ciascuna confessione, venivano concessi eterminati diritti ed istituzioni.In un certo senso, la "Verzuiling" era la conformazione del principio dell' equilibrio vestfaliano, fondato sul "cujus regio ejus religio" all' interno di una repubblica pluriconfessionale, federale ed aristocratica.Nel tardo Ottocento, con l' affermarsi di culture politiche laiche, si erano ammess a fare parte della"Verzuiling" anche i due "pilastri "liberale e socialista.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale,una volta liberatasi dal Nazismo, in un empito di entusiasmo patriottico, l' Olanda si era dotata di un complesso sistema istituzionale solidaristico, incentrato sulle "Product-en Bedrijfschappen", una sorta di "Verzuiling" dell' Economia, comprendente anche le due "colonne" dei lavoratori e dei datori di lavoro.

Tutte queste istituzioni esistono ancora, e sono totalmente operative, anche se, a livello ideologico-mediatico, si tende a nasconderne l' esistenza sotto gli stereotipi globalizzati del "liberismo"a destra e del "liberalismo di sinistra" a sinistra.

In Belgio, poi, la "Verzuiling" è talmente fondamentale che, senza di esso, lo stesso Paese sarebbe andato recentemente in pezzi. La costituzione federale fà sì che vi sia una "Verzuiling" etnica, una religiosa ed una ideologica. Tutti sono concordi nel riconoscere, in Herman van Rompuy, l' attuale Presidente dell' Unione Europea, il massimo esperto del la"Verzuiling", il quale, forte di questa competenza, era riuscito non molti anni fa a mettere insieme i cocci del suo Paese.

Presupposto della "Verzuiling": non c'è un solo concetto della "vita buona". Dove possiamo, viviamo insieme, dove non possiamo, viviamo separati, anche se nello stesso Paese, ciascuno con le sue idiosincrasie, i suoi costumi e le proprie istituzioni.

Wilders è uno di coloro che contestano il "Verzuiling", volendo che l' Olanda divenga un "melting pot" universalistico con un' egemonia culturale nettamente occidentale, sul modello americano. Perciò, per lui, l' attacco all' Islam diventa un potente strumento per fare saltare il "Verzuiling"(almeno nella sua visione culturale).

Da quando, infatti, il numero degli islamici ha raggiunto il milione, è chiaro che, nella logica del Benelux, si porrebbe la questione di considerare anche l' Islam come parte della "Verzuiling." Un diverso atteggiamento sarebbe contraddittorio, e rientrerebbe perfino nel divieto di discriminazione della Legge del 1934.

Tuttavia, l'introduzione dell' Islam nel concetto di "Verzuiling" si urta contro una parte della popolazione e della cultura olandesi, che vedono, come Wilders, come centrale, nella tradizione olandese,solo il calvinismo protestante, sul modello puritano(la "Dissidence of Dissent", di cui parla Huntington. Fin dall' origine, la cultura politica calvinista fu scossa dal conflitto con questa tendenza. Basti ricordare che Ugo Grozio, il "regista" del Trattato di Vestfalia (e, quindi, dell'equilibrio europeo fondato sul "cujus regio, ejus religio"), e "Pensionaris"(Giudice Supremo) della Provincia di Olanda ( quindi, "antenato "degli attuali giudici di Amsterdam), era stato addirittura condannato a morte in seguito ad un complotto dei calvinisti estremisti (riuscendo, per altro, a fuggire nascosto in una cassa di libri e passando al servizio dei Re di Svezia e di Francia).

La "pretesa universale" dell' Islam

L'attacco di Wilders all' Islam, contenuto soprattutto nel documentario "Fitna", è basato ssoprattutto sul fatto che, in parte il Corano, in parte le sue interpretazioni nei secoli, hanno costruito una teoria del "Jihad", ("Guerra Santa"), che prevede l'obbligo, per i credenti, di espandere l' "egemonia" dell' Islam nel mondo, se necessario con la guerra. La tesi di Wilders è che, giacché questa tendenza nell' Islam c'è, egli non può essere condannato per averla messa in evidenza.La Guerra Santa, che, in effetti, nel Corano, esiste, ha costituito, come tante altre cose, come rilevato da Papa Ratzinger, un' "innovazione"(negativa) dell' Islam, nella quale (diciamo noi) si fondono le due tradizioni, lievemente diverse, della "conquista di Canaan" del Vecchio Testamento, e il "compelle intrare" del Nuovo.

In realtà, nel Vecchio Testamento, vediamo espresso (ed attuato)l' imperativo della Guerra Santa con molto maggiore violenza e concretezza che nel Corano stesso: tuttavia, tale violenza è (si fa per dire)"limitata" alla repressione degli scismi ebraici ed alla "debellatio" del popolo di Canaan. Il "compelle intrare" è una serie di puri accenni del Nuovo Testamento all'opportunità di convincere i renitenti a convertirsi, se necessario con le maniere forti.

Successivamente, il Cristianesimo, parzialmente l'ebraismo, ma, soprattutto, le culture modernistiche che affermano di ispirarsi alla tradizione giudaico-cristiana, hanno ripreso e ingigantito l' idea islamica della Guerra Santa, nelle forme della Reconquista, dell' Era Messianica, delle Crociate, delle "Esplorazioni Geografiche", della Rivoluzione Mondiale, della "Globalizzazione" e dell' "Impero Democratico".

A oggi, gli elementi dell' Islam che lo contraddistinguono in tal senso non sono molto dissimili da quelli delle altre religioni e convinzioni filosofiche.Anzi, si direbbe che, dopo un periodo di calma, nell' ultimo periodo degli imperi Mughal e Ottomano, sia stata proprio l' espansione europea a sollecitare, per "rivalità mimetica", un rinnovato interesse per il "jihad".

Le tendenze delle diverse culture di origine monoteistica si sono infatti stimolate ed esaltate a vicenda nel corso della storia. In ultimo, come l' Occidente non fa mistero di considerare se stesso culturalmente e storicamente superiore al resto del mondo, e di desiderare di diffondere in tutti i Paesi i propri valori morali, culturali e politici, il proprio modo di vivere e perfino la lingua inglese, così non c'è da stupirsi se certi islamici (in primis la fazione sciita al potere in Iran e al-Qaida) affermano, in sostanza, che questa missione di unificare il mondo spetta alla religione, ai valori e alla cultura islamica, e, "last but not least", all'Arabo Classico(che non per nulla viene utilizzato nel documentario di Wilders quasi fosse una prova della volontà imperialistica degli Islamici).

In ultima analisi, l' addebito che viene fatto a Wilders sarebbe quello di sottolineare in modo troppo esasperato una caratteristica dell' Islam, che non è condivisa da tutti gli Islamici e che presenta molte affinità con aspetti religioni e culture "occidentali"(sì che andrebbe almeno parzialmente "contestualizzata"). In tale modo, egli cercherebbe di suscitare l' avversione contro gli islamici come gruppo e di legittimare provvedimenti legislativi discriminatori (divieto di immigrazione, ecc...).

Limiti della libertà di opinione.

A questo punto, il problema è fino a che punto sia possibile lasciare scatenare in territorio europeo la lotta fra le concezioni del mondo che deriva automaticamente dall' ambizione ,di alcune tendenze politiche e culturali, di egemonizzare il processo di integrazione internazionale.

La tradizione europea non è nel senso di una dottrina dominante, bensì di una pluralità di tendenze.Questo era tanto più forte, quanto più si risale nel tempo.

Addirittura, la tanto decantata "Magna Charta" e il Giuramento del Ruetli, che, secondo la vulgata storiografica, costituiscono l' origine storica del costituzionalismo liberaldemocratico moderno, contenevano in bell' evidenza addirittura il "diritto di resistenza" dei sudditi, riconosciuto perfino dalla filosofia scolastica, e che, oggi, invece, viene strenuamente negato a chi non si identifichi con il "mainstream".

A nostro avviso, dev' essere mantenuto almeno il diritto al dissenso, anche se radicale, purché non si traduca in atti di violenza contro la legge. Ricordiamo che, ai tempi ,tanto vituperati, della nostra gioventù, erano perfettamente accettati dal sistema gruppuscoli intellettuali che predicavano rivoluzioni di sinistra o di destra; erano ben rappresentati in Parlamento partiti di radicale, anche se pacifica, alternativa al sistema, e partecipavano perfino alla dialettica governativa partiti che miravano a modifiche sostanziali. Oggi, invece, le posizioni estreme vengono sempre più criminalizzate e soggette a misure amministrative.

Riteniamo che anche oggi, intanto, i controlli di vario genere volti a salvaguardare la sicurezza dello Stato vadano svolti in modo tale da non soffocare la libertà e la diversità fino al punto da rendere impossibile la dialettica delle idee, e, quindi, il cambiamento.

Riteniamo anche che i due progetti estremi che si scontrano nel mondo: l' imposizione a tutti di una tecnocrazia di marca occidentale, e la conversione di tutti verso forme estreme di Islamismo, come quello mahdista della dirigenza sciita, siano sostanzialmente estranee alla tradizione europee (nel caso specifico, la"Verzuiling"), e che, quindi, non vadano, certo, incoraggiate sul nostro territorio. Neppure esse dovrebbero, per altro, essere vietate, ma non potrebbero entrare a far parte della"Verzuiling", inteso come patto fondativo della comunità (ma, a mio avviso, esse non lo chiedono neppure, perchè contestano il concetto stesso di "Verzuiling").

Se, poi, Wilders vada, in concreto, condannato o assolto
è un compito, non facile, dei giudici olandesi, nel quale non abbiamo intenzione di interferire.

giovedì 28 gennaio 2010

ALLA RICERCA DELL'IDENTITA' (LATINO) AMERICANA


Debates on Federalism in the World go beyond what Originally Assumed. Les débats sur les fédéralismes dans le monde portent plus loin de ce qu'on aurait imaginé.Debatten ueber unterschiedliche Foederalismusformen in der
Welt kommen zu unerwarteten Blickwinkeln an.


Dobbiamo ringraziare il Dipartimento di Studi Politici dell' Università di Torino e il Centro Studi sul Federalismo per l'eccellente convegno di ieri 27 gennaio su Il processo di integrazione dell'America del Sud in prospettiva comparativa, con i Professori Mariana Luna Pont e José Paradiso dell' Università Tres de Febrero di Buenos Aires.

La Lectorìa dell' Università di Buenos Aires in integrazione latinoamericanasi distingue per un approccio comparatistico alle questioni dell' integrazione internazionale, mutuato, da un lato, dallo studio dell' integrazione europea, e, dall' altro, dal metodo strutturalista (per esempio, Stein Rokkan). Secondo quanto affermato dal Prof. Paradiso, un peso rilevante viene attribuito alla sociologia.

Da tutto questo è derivato, forzatamente, un'illustrazione molto concentrata sulla storia recente dell' integrazione, in particolare dell' integrazione del "Cono Sud"(Mercosur), e con particolare riferimento alla collaborazione a livello locale.

Tuttavia, le domande del presidente della riunione, il Prof. Lucio Levi, e del pubblico, hanno allargato il dibattito ad alcuni temi che sono strettamente affini a quello affrontato direttamente dai relatori, vale a dire, il rapporto con gli Stati Uniti e con i nuovi governi di sinistra, fino ad avvicinarsi al tema dell' identità latinoamericana.

Tema che è stato sfiorato in varie sue componenti: nazionalismo particolarista dei singoli Stati sudamericani, "nazionalismo continentale", questione india, rapporto con gli Stati Uniti.

Intanto, prendiamo atto con soddisfazione che, mentre, ancora un paio di anni fa, l' atteggiamento prevalente negli ambienti accademici era quello di respingere l' "identità" come un fatto spurio della dialettica politica postmoderna, dominata dalla sociologia, dall' economia e dalla razionalità, oggi tutti danno per scontato che non si possono costruire realtà politiche, e, quindi, neppure modificare le realtà politiche esistenti, senza che vi sia un sostegno emotivo di almeno una parte della popolazione. Infatti, la forza di inerzia conferisce già sempre un supporto emotivo a non fare nulla; e, comunque, i progetti politici rivali dispongono anch'essi di un capitale emotivo, che viene utilizzato per paralizzare progetti concorrenti.

Quanto sopra vale, in particolare, per il federalismo, che, volendo promuovere modelli di autogoverno concertato a vari livelli, ha bisogno che, tanto i cittadini, quanto le élites, abbiano degli incentivi a partecipare a tali forme di autogoverno, e tanto più occorre incentivarli quanto più si intende promuovere un livello rispetto ad un altro.Ciò è ancora più terribilmente vero quando, come nel caso delle Americhe, esistano progetti di federalismo in forte concorrenza fra di loro relativi alla stessa area geografica.

Quanto sopra è esemplificato magistralmente dalla situazione americana.La "scoperta" dell' America era già sovraccarica di tensioni identitarie, che spingevano a superare le difficoltà e i sacrifici dell' "esplorazione", dell' emigrazione e della conquista: realizzare un nuovo cielo e una nuova terra, aggirare l' Islam, sconfiggere l' Impero Ottomano.

Le diverse visioni dell' identità americana sono già presenti nei conflitti fra spagnoli, portoghesi e olandesi per la gestione e spartizione dell' Impero Mondiale asburgioco, nel conflitto fra coloro che, come De Las Casas ,Vieira e Campanella, intendevano rivitalizzare le concezioni imperiali medievali, riconoscendo una dignità agli abitanti delle Americhe, e i Conquistadores, che volevano sottometterli ad una forma di sfruttamento pre-capitalistico, fra i colonizzatori inglesi e francesi, portatori dell' ideologia protestante e anti-asburgica, e i Gesuiti che vedono nelle Reducciones la realizzazione della promessa messianica, fra i Puritani che, proprio al momento dell' emigrazione, esprimono l'utopia di egemonia mondiale della "casa sulla collina", e i discendenti della Dinastia Inca, come Blas Valera e Tùpac Amaru, che rivendicano un "Regno delle Americhe", o "del Perù", all' interno della Corona di Spagna.

E' così che, paradossalmente, le Americhe, che, sotto Filippo II, erano tutte parte della Corona di Spagna,e, ancora duecento anni fa, erano in gran parte unite, sono, attualmente, divise in una trentina di Stati, che stentano a trovare un'identità comune.

Vi sono, in realta, identità fortemente concorrenti.L'idea semplicistica diffusa, del federalismo mondiale, da Coudenhove Kalergi, secondo cui le varie federazioni (tranne quella europea) avrebbero ricalcato i confini arbitrari dei continenti tracciati dai geografi, non può reggere, perchè le discriminanti fra le grandi aree del mondo non passano necessariamente per quei confini.Anzi, ciò su cui non c'è accordo sono proprio quei confini.

Evo Morales ha prestato il proprio giuramento, prima che al Parlamento di Bogotà, in abiti Inca al tempio di Tiawanaco della dea Pachamana, in cima alle Ande, in una città che, per alcuni, è la più antica del mondo.

I Paesi del Mercosur,salvo il Paraguay,residuo delle Reducciones gesuitiche, mantiengono tracce molto modeste delle popolazioni originarie.

Secondo José Valladao, nel corso del 21° secolo, gli Stati Uniti "sudamericanizzati "guideranno più che mai il mondo (l'"America-Mondo"), in quanto, grazie alla massiccia immigrazione, rappresenteranno tutti i popoli della Terra.Basti pensare il modo in cui viene gestita l' "emergenza Haiti". Infine, non possiamo dimenticare neppure la passeggera infatuazione per l' idea del G2, un'inedita alleanza fra USA e Cina, che richiama progetti del 19° Secolo (Taiping, Gordon Pascià).

I dibattiti sull' integrazione del Continente non possono non tenere conto di queste realtà, fino al punto che si possono contrapporre addirittura tre visioni assolutamente diverse del futuro dell' America: una, espressa, per esempio, dalla Presidenza Obama, basata ancora sulla Dottrina di Monroe e sull' impero Democratico ,di un'America cosmopolita, egemonizzata dal Nord, ma con elites largamente afroamericanizzate, latinizzate o asiatico-americane, che continua ad essere la guida quindi, del del mondo; un'altra, che riprende le vecchie idee di una Corona delle Americhe, a leadership india, e con un sincretismo fra neo-paganesimo e religiosità controriformista; una terza, che è quella che viene normalmente evocata, con una pluralità di federazioni, soprattutto diverse fra Nord e Sud, ma tutte di orientamento genericamente europeo-occidentale.Anche qui, i rapporti fra il Nord e il Sud, come pure fra Sudamerica e Europa, sarebbero tutti da definire.

Come si vede, la Postmodernità pone il dibattito culturale di fronte ad una contraddizione difficilmente sanabile:

-da un lato, con la sua franesia di consumo, ci costringe a concentrare il pensiero in unità ristrettissime, come i blog e i "talk shows", che offrono minor spazio di approfondimento della tradizionale cultura libresca e accademica;

-dall' altro, la realtà è più complessa, più multidisciplinare e più "bipartisan" di quanto lo stesso approfondimento accademico sia disposto ad ammettere.

Per questo, ricerchiamo un dibattito serrato con sostenitori e lettori, intellettuali ed Autorità, perfino con gli avversari, per individuare, con la massima pragmaticità, quelle forme di approfondimento e di dibattito che la realtà sociale di fatto, e anche le nuove tecnologie, ci permettano.

Anche per questo abbiamo convocato la riunione del 9 febbraio presso Alpina, per confrontarci con Voi su questi temi.

Martedì 9 febbraio 2010, presso Alpina Srl, Via Pietro Giuria, 10125 Torino
Progetti 2010

Verranno presentati filmati sulle principali aree progettuali e verrà aperto il ìdibattito.

E.mail: riccardo.lala@alpionasrl.com
Telefono
0116688758
3357761536

martedì 21 aprile 2009

RIFLESSIONI SULL'INCONTRO CON CARDINI


Looking for European Identity:a must for European Federalism.Rechercher l' identité européenne: une nécessité pour le fédéralisme européen. Die Suche nach europaeische Identitaet: Eine Notwendigkeit fuer Eurofoederalismus

Se, con “Identità Europea”, designiamo il “nocciolo duro” concettuale dell’ Unione – riuscire a definire questa “identità”, potrebbe significare, in un certo senso, “controllare il futuro dell’ Europa”.

1.Cardini

Costituisce da sempre un nostro obiettivo l’ incontro con intellettuali-chiave, che hanno riflettuto su questo tema,

Franco Cardini è certamente uno di questi intellettuali .

Innanzitutto, per la vastità e la poliedricità della sua cultura, che gli permettono di mantenere e difendere vigorosamente posizioni culturali fortemente anticonformistiche. Poi, per il suo impegno europeistico di sempre. Infine, per il suo personalissimo percorso ideale, che parte da una visione originale del ruolo della storia, attraversa l’ esperienza religiosa e il dialogo interreligioso, si nutre di un ben inteso patriottismo e sfocia nella capacità di esprimere, in ogni momento, valutazioni profonde e libere anche sulle vicende dell’ attualità e della politica.

Cardini ha una visione disincantata della storia, dominata dal libero arbitrio e dalla pluralità delle tradizioni. La sua convinta e non taciuta fede cristiana non gli impedisce di riconoscere, sullo arco di molti secoli, il contributo fondamentale dato, dall’ Islam, alla formazione della cultura europea; interpreta l’ attaccamento alla tradizione culturale italiana nel senso di una naturale vocazione all’ universalità ed all’ Europa. Europa che, correttamente, distingue dall’ “Occidente” - termine relativamente recente, che serve ad indicare la migrazione del “senso della storia” verso il mondo protestante, e, infine, verso l’ America-.

2.L’ identità europea.

C'è chi dice che un' identità europea non esiste o non dovrebbe esistere.

Per alcuni, il concetto stesso di identità sarebbe evanescente, perchè nessuno è mai identico a se stesso. Per altri, avrebbe senso solo un' identità individuale, ma non quella collettiva. Per altri ancora, sarebbero vere identità collettive solo quelle volontarie, non quelle sedimentatesi nel tempo. Per altri, infine, esistono le identità nazionali, ma quella europea non c'è, o non c' è ancora.

Eppure, è un dato di fatto che tutti sono molto interessati al fenomeno dell' identità, e, ciò, oggi più di un tempo. Chi va dallo psicanalista perchè ha una crisi di identità. Chi rivendica, anche attraverso simboli, la propria identità, sia essa islamica, omosessuale o padana.

Ma, soprattutto, tutti discutono animatamente su che cosa sia laidentità americana (libertà, democrazia, libero mercato, puritanesimo, razzismo?), che cosa quella islamica (religiosità, tradizione, fondamentalismo, aggressività, machismo?).

Perchè mai non ricercare anche, se c'è, l' identità europea?

Quelli che ci credono, cadono, per altro, nella trappola della eccessiva ingenuità: descrivere l'identità europea come la somma degli aspetti culturali che soggettivamente si preferiscono.Per l' uno, l' identità europea è cultura classica, ebraismo, cristianesimo, democrazia e modernità. Per altri, è la tradizione giudaico-cristiana più quella parte dell’ illuminismo che non la contraddice; per altri ancora, è semplicemente la modernità; per altri, infine, è il mai vinto paganesimo dei Greci, dei Romani e dei Barbari.

Un altro errore è credere che l’ identità sia una formula giuridica da scrivere all’ inizio della Costituzione: richiamare Dio o la laicità; il lavoro o la libertà; la Patria o il mercato?

3.Federalismo

Ma, se non è una formula giuridica, che cosa c’entra l’ identità con l’ integrazione europea? Non è questa integrazione il primo caso di un’ aggregazione politica “neutrale”, guidata solamente dalla ragionevolezza, non già dalle distruttive passioni culturali e politiche?

E, di converso, come fare a decidere chi federare e come? Perchè i Ticinesi con i Grigionesi, i Maltesi con gli Estoni, i Sikh con i Tamil, i Libici con gli Swazi, e non i Ticinesi con gli Swazi, i Grigionesi coi Tamil, ecc..?

Come farebbero gli Stati Uniti ad essere così sicuri di quello che vogliono, se, al di là delle differenze, non avessero una cultura comune? E come farebbero i Sudamericani a resistere agli Stati Uniti, se a loro volta non avessero un loro substrato culturale comune?

La decisione di creare uno Stato, o una federazione, presuppone una scelta culturale. Gli Stati Uniti nascono da una scelta protestante e illuministica; l’ Unione Sovietica da un’ opzione marxista, l’ Unione Indiana dalla coniugazione fra l’antica idea imperiale mongola e inglese e il patriottismo sui generis di Gandhi.

Il “patriottismo della costituzione” funziona in Germania perchè la Germania c’ è già, ma quando si è creata la Repubblica Federale si è scelto, fra vari possibili modelli - per esempio il vecchio Obrigkeitsstaat o una Repubblica Socialista -..

Per tutti questi motivi, siamo curiosi di vedere come si svilupperà il dialogo fra Cardini e il nostro pubblico.