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giovedì 10 novembre 2011

MULTICULTURALISMO IN PIEMONTE






Turin has a record of excellence in multiculturalism
Turin a une tradition de multiculturalisme
Turin hat eine Tradition von Multikulturalismus
 
Le stesse questioni che si pongono nei rapporti fra l’Europa ed il resto del mondo valgono anche per i rapporti infra-europei.

Costituisce, per così dire, un luogo comune, abbastanza poco significativo, affermare che l’Europa costituisce un’identità nella differenza. Questo perché tutti gli antichi imperi, come pure gli Stati Uniti, hanno avuto come motto “l’identità nella differenza”.
A parte il fatto che questo motto è stato spesso tradito dai suoi sostenitori, come è avvenuto nel caso della russificazione dell’Impero zarista, della nazionalizzazione della Turchia e della politica americana di integrazione, l’Europa presenta, rispetto a quegli esempi, una caratteristica in più: essa non è l’erede storica di un impero, bensì di almeno tre imperi: quello romano, quello bizantino e quello islamico.

Il carattere pluricentrico dell’Europa dovrebbe essere, perciò, ancor più spiccato, come espresso dall’idea stessa delle “Tre Rome” (Roma, Istanbul e Mosca), oggi più che mai attuale con il riemergere del peso politico, economico e militare della Turchia e della Russia.

Per questo motivo, l’Europa deve non solo bandire i suoi vecchi demoni dell’antisemitismo, dell’arroganza romano-germanica e dell’islamofobia, ma anche, e soprattutto, valorizzare al massimo la propria pluralità, con forme sempre più avanzate di federalismo, di scambio fra le popolazioni, di educazione multilinguistica.

Anche nel caso dell’Europa, il multiculturalismo, lungi dal compromettere l’identità europea, è l’unico a renderla possibile.

Non è possibile definire l’Europa solamente nei termini di un’Eredità Giudaico-cristiana. Occorre vedere le radici eurasiatiche e medio-orientali, gli incontri-scontri con i popoli precolombiani e con la Cina, la dialettica fra le diverse culture neolitiche, fra Europa ed Asia, fra Cristianesimo ed Islam, fra Europa Occidentale ed Orientale.

1.    Le identità plurime come base del federalismo europeo

Anche l’Europa, come ed ancor più che le Nazioni Unite, è affetta dal vizio del “funzionalismo”, che non le permette di sfruttare appieno le proprie potenzialità.Autorità, cittadini e “media” percepiscono l’Europa come un sistema burocratico fatto di norme, di valute, di borse e di banche. Nessuno si rende conto che, invece, dietro a queste cose ci sono centinaia di milioni di persone, con le loro storie, con le loro culture, con i loro progetti. Sono questi milioni a fare prevalere sempre, con la loro pressione, ma, direi, con la loro stessa esistenza, l’Europa anche nei momenti più difficili, quando sembra che essa sia sul momento di disintegrarsi.

Anche all’interno dell’Europa, far funzionare in modo proficuo questo  meccanismo significa spezzare la barriera di silenzio, dare voce alla base ed alle sue identità. Fare parlare di nuovo la tradizione classica e le culture ancestrali, il patrimonio cristiano e le nazioni periferiche, i ceti sconfitti dalla storia e le culture minoritarie, le città ed i territori.

Anche in questo caso, il principio di sussidiarietà e la cura della diversità si scontrano, di fatto, contro una tradizione giacobina centralizzatrice e livellatrice, sì che l’Europa delle Regioni si manifesta spesso come un pretesto per la casta politica e burocratica per gestire miliardi all’insaputa dei cittadini.

I risultati pratici delle riforme federalistiche in Italia dimostrano che neppure movimenti apparentemente localistici, come la Lega, sfuggono alla logica culturale del funzionalismo e del livellamento burocratico.Anche rilanciare le identità locali significa ripartire dalla cultura, anzi, dalle culture mediterranea, mitteleuropea, cristiana, orientale, nordica, o delle steppe, che innervano le diverse regioni d’Europa. Significa ricercare, attraverso la storia culturale, le specificità che hanno fatto, dell’Andalusia, qualcosa di diverso dalla Castiglia, del Piemonte qualcosa di diverso dalla Lombardia, del Brandeburgo qualcosa di diverso dalla Sassonia.

Solo una volta ristabiliti i diversi filoni della nostra storia culturale, potremo identificare il corretto tipo di aggregazione che conviene per realizzare un effettivo federalismo, ed il particolare tipo di vocazione di ciascun territorio.


2.    Il Piemonte: una regione europea multiculturale

Quanto sopra è particolarmente vero per l’area piemontese, un’area da sempre di confine fra spazi diversi della cultura europea: Gallia Cisalpina, Liguria e Province Alpine; Regno di Arles e Regno d’Italia; Stati di Sardegna, Ducato di Milano, Saluzzo e Monferrato; Impero Francese e Regno d’Italia; minoranze etniche e religiose dei Walser, dei Franco-Provenzali, degli Occitani e dei Valdesi.
Nonostante che le Autorità locali abbiano fatto lodevoli sforzi per valorizzare alcuni aspetti dell’eredità locale, come le residenze sabaude ed il Risorgimento, e che la legislazione comunitaria e nazionale siano molto generose nei confronti dei popoli minoritari, molto resta da fare per valorizzare le risorse, a nostro avviso veramente infinite, del nostro territorio, risorse che comprendono i legami con Nizza e Savoia, la storia della poesia provenzale, i cammini di fede attraverso le Alpi, la storia dei piccoli Stati locali, la storia degli intellettuali europei a Torino, la storia del pensiero sociale e politico, il pieno sfruttamento delle risorse costituite dalle minoranze immigrate e residenti.

Nella nostra visione, il nostro territorio potrebbe, e dovrebbe, divenire la sede di un laboratorio speciale di multiculturalismo, nel quale potrebbero e, a nostro avviso, dovrebbero, essere rappresentate tutte le varie forme di multiculturalismo che abbiamo in precedenza citato.

sabato 29 ottobre 2011

COSTRUIRE, NELL' INCONTRO TRA LE PERSONE E I POPOLI, UN MONDO UNITO

Seminar about Unity of Mankind
Séminaire sur l'unité de l'humanité
Seminar ueber die Einheit der Menschheit


A Giaveno, il prossimo 5 novembre, dalle 15.30 alle 18, presso l'Istituto Pacchiotti dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Lo organizza l'associazione "La Casa dei Popoli" .
Parleranno: Younis Tawfik, scrittore ( "sfida dell'integrazione"), Luca Alemani (studioso di storia delle religioni e promotore di una "rete di cooperazione del basso con l'Afghanistan": "Il Circolo del Sole"), padre Felician (sacerdote cattolico romeno che è viceparroco a Bussoleno ), Riccartdo Lala, promotore del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Culturale 2019.

L'unità del mondo costituisce uno dei massimi temi di riflessione dell' Umanità, non diversamente dalla vita e la morte, la verità e l'illusione, il bene e il male, l'eternità e la storia. Come tutti questi temi,  non cessa, da un lato di esercitare ed appassionare le menti,e, dall' altro, di sconvolgere periodicamente la vita sociale e politica per le differenza fra i punti di vista. Infatti, come tutti quei temi, esso rivela la limitatezza del pensiero umano e l'impossibilità di una risposta non diciamo  obiettiva, ma, almeno, chiara.
Dalla primitiva idea che il centro del mondo fosse il palo della propria tenda (Eliade) si è passati ben presto a concepire, come il centro del mondo, il proprio Paese (omfalos, Zhong Guo), poi,quest'ultimo  come un impero universale, comprendente tutti i popoli civili (Oikumène, Tian Xia, Dar ul-Islam); infine, a pensare che il proprio impero dovesse abbracciare, alla fine, il mondo intero (Impero cristiano, o democratico; Tian Xia wei gong).
Anche la globalizzazione effettiva comincia in tempi remoti, con l'"Out of Africa", e continua fino ai nostri giorni, quando l'umanità è unita dalla tecnica, dalla politica e dalla finanza. Quest'unità è però sbilanciata -asimmetrica-, da un lato, in direzione dell' economia, e, dall' altro, verso l'Occidente e il Nord del mondo.

Si notano ora due tendenze: da un lato chi vorrebbe che questa unità si rafforzasse intorno al suo attuale polo occidentale, con la sua specifica cultura, che relega le altre culture e territori ad un ruolo subodinato; dall' altra chi invece vorrebbe che l'attuale unità del mondo si riorganizzasse in modo paritario fra le grandi aree del mondo e le varie culture. Fra chi vorrebbe un ruolo ulteriormente rafforzato per le scienza e la tecnica, capaci di imporre un modo standardizzato e unificato di vita, in simbiosi con le maccine, e chi vorrebbe, invece, che l'umanità si riorganizzazsse intorno alle sue proprie esigenze, quali espresse dalle diverse opinioni e dalle differenti culture.

Noi siamo fautori di questa seconda soluzione, e intendiamo proporre schemi concettuali e politici capaci di realizzare questo obiettivo. Concetti e strategie che comprendono una nuova cultura, veramente multiculturale, la riforma delle organizzazioni internazionali e il consolidamento delle diverse identità subcontinentali.

martedì 2 febbraio 2010

EQUILIBRI PUNTEGGIATI


Transformations of Last Weeks open up Expectation of an Epocal Change. Les transformations des dernières semaines ouvrent le champ à l' attente d'un changement épocal. Die Umwandlungen der letzten Wochen oeffnen die Tuer fuer Umfangreichen Wandel



Secondo la teoria di Gould e Eldredge, detta degli "equilibri punteggiati" (cfr. grafico allegato), l'evoluzione non segue un percorso graduale ("natura non facit saltus"), bensì, al contrario, le trasformazioni, per quanto preparate lungamente nel tempo, si verificano in una forma che potremmo definire "repentina".

Gli avvenimenti dell' inizio di quest' anno 2010 ci stanno portando alla convinzione che ci stiamo avvicinando ad uno di quei momenti che, secondo la teoria di Gould e Eldredge, sarebbero caratterizzati dalla cosiddetta "linea punteggiata", quando, cioè, ci si avvicina ad un mutamento improvviso.

I sintomi di ciò sono, tra gli altri, i seguenti:

a)una generalizzata "inversione di ruoli" (la Cina riabilita Confucio e tratta sdegnosamente gli Stati Uniti; la Russia proclama il "conservatorismo" quale sua "ideologia ufficiale"e lancia un programma accelerato di trasformazioni in senso europeo; in Italia, i politici di maggioranza il mercatismo, chiedono il posto fisso, organizzano manifestazioni contro le grandi aziende , vogliono una "Grande Europa", parteggiano, sostanzialmente, per la Russia, ecc...);

b)torna in voga il "primato della politica sull' economia"(che viene invocata da Sarkozy e Tremonti), mentre il Trattato di Lisbona, dopo 50 anni, toglie alla politica della concorrenza il suocarattere assoluto e proclama la doverosità di una "politica industriale");

c)"l'autocritica generalizzata" ,che ha fatto parlare, a Barbara Spinelli ,di "voltagabbana" (anche se non si capisce che cosa dovrebbe fare chi si è accorti di essersi sbagliati).

Quali orizzonti potrebbe dischiudere questa "linea punteggiata"?

Non crediamo che si possa dare una risposta, perchè non crediamo che il destino dell' Umanità sia scritto negli astri, bensì che esso dipenda, almeno in parte, dalle nostre libere scelte. Crediamo, tuttavia, di non sbagliare ipotizzando che si vada verso:

-una lotta sempre più serrata fra l' ipotesi di un "impero mondiale" e quella del "pluricentrismo";

-un interesse più approfondito per natura, cultura e tradizioni;

-una fase di violenti dibattiti interni, in tutti i continenti, circa quale sarà il loro ruolo nel futuro del mondo.

Questo è, per noi, lo stimolo maggiore a studiare, a dibattere, ad essere presenti: se la cultura dev'essere, almeno in parte, partecipazione ai destini della propria comunità, quale migliore occasione, se non quella in cui la storia cambia direzione, e ciascuno può esprimere il proprio parere, cercando di influenzare gli eventi.









giovedì 28 gennaio 2010

ALLA RICERCA DELL'IDENTITA' (LATINO) AMERICANA


Debates on Federalism in the World go beyond what Originally Assumed. Les débats sur les fédéralismes dans le monde portent plus loin de ce qu'on aurait imaginé.Debatten ueber unterschiedliche Foederalismusformen in der
Welt kommen zu unerwarteten Blickwinkeln an.


Dobbiamo ringraziare il Dipartimento di Studi Politici dell' Università di Torino e il Centro Studi sul Federalismo per l'eccellente convegno di ieri 27 gennaio su Il processo di integrazione dell'America del Sud in prospettiva comparativa, con i Professori Mariana Luna Pont e José Paradiso dell' Università Tres de Febrero di Buenos Aires.

La Lectorìa dell' Università di Buenos Aires in integrazione latinoamericanasi distingue per un approccio comparatistico alle questioni dell' integrazione internazionale, mutuato, da un lato, dallo studio dell' integrazione europea, e, dall' altro, dal metodo strutturalista (per esempio, Stein Rokkan). Secondo quanto affermato dal Prof. Paradiso, un peso rilevante viene attribuito alla sociologia.

Da tutto questo è derivato, forzatamente, un'illustrazione molto concentrata sulla storia recente dell' integrazione, in particolare dell' integrazione del "Cono Sud"(Mercosur), e con particolare riferimento alla collaborazione a livello locale.

Tuttavia, le domande del presidente della riunione, il Prof. Lucio Levi, e del pubblico, hanno allargato il dibattito ad alcuni temi che sono strettamente affini a quello affrontato direttamente dai relatori, vale a dire, il rapporto con gli Stati Uniti e con i nuovi governi di sinistra, fino ad avvicinarsi al tema dell' identità latinoamericana.

Tema che è stato sfiorato in varie sue componenti: nazionalismo particolarista dei singoli Stati sudamericani, "nazionalismo continentale", questione india, rapporto con gli Stati Uniti.

Intanto, prendiamo atto con soddisfazione che, mentre, ancora un paio di anni fa, l' atteggiamento prevalente negli ambienti accademici era quello di respingere l' "identità" come un fatto spurio della dialettica politica postmoderna, dominata dalla sociologia, dall' economia e dalla razionalità, oggi tutti danno per scontato che non si possono costruire realtà politiche, e, quindi, neppure modificare le realtà politiche esistenti, senza che vi sia un sostegno emotivo di almeno una parte della popolazione. Infatti, la forza di inerzia conferisce già sempre un supporto emotivo a non fare nulla; e, comunque, i progetti politici rivali dispongono anch'essi di un capitale emotivo, che viene utilizzato per paralizzare progetti concorrenti.

Quanto sopra vale, in particolare, per il federalismo, che, volendo promuovere modelli di autogoverno concertato a vari livelli, ha bisogno che, tanto i cittadini, quanto le élites, abbiano degli incentivi a partecipare a tali forme di autogoverno, e tanto più occorre incentivarli quanto più si intende promuovere un livello rispetto ad un altro.Ciò è ancora più terribilmente vero quando, come nel caso delle Americhe, esistano progetti di federalismo in forte concorrenza fra di loro relativi alla stessa area geografica.

Quanto sopra è esemplificato magistralmente dalla situazione americana.La "scoperta" dell' America era già sovraccarica di tensioni identitarie, che spingevano a superare le difficoltà e i sacrifici dell' "esplorazione", dell' emigrazione e della conquista: realizzare un nuovo cielo e una nuova terra, aggirare l' Islam, sconfiggere l' Impero Ottomano.

Le diverse visioni dell' identità americana sono già presenti nei conflitti fra spagnoli, portoghesi e olandesi per la gestione e spartizione dell' Impero Mondiale asburgioco, nel conflitto fra coloro che, come De Las Casas ,Vieira e Campanella, intendevano rivitalizzare le concezioni imperiali medievali, riconoscendo una dignità agli abitanti delle Americhe, e i Conquistadores, che volevano sottometterli ad una forma di sfruttamento pre-capitalistico, fra i colonizzatori inglesi e francesi, portatori dell' ideologia protestante e anti-asburgica, e i Gesuiti che vedono nelle Reducciones la realizzazione della promessa messianica, fra i Puritani che, proprio al momento dell' emigrazione, esprimono l'utopia di egemonia mondiale della "casa sulla collina", e i discendenti della Dinastia Inca, come Blas Valera e Tùpac Amaru, che rivendicano un "Regno delle Americhe", o "del Perù", all' interno della Corona di Spagna.

E' così che, paradossalmente, le Americhe, che, sotto Filippo II, erano tutte parte della Corona di Spagna,e, ancora duecento anni fa, erano in gran parte unite, sono, attualmente, divise in una trentina di Stati, che stentano a trovare un'identità comune.

Vi sono, in realta, identità fortemente concorrenti.L'idea semplicistica diffusa, del federalismo mondiale, da Coudenhove Kalergi, secondo cui le varie federazioni (tranne quella europea) avrebbero ricalcato i confini arbitrari dei continenti tracciati dai geografi, non può reggere, perchè le discriminanti fra le grandi aree del mondo non passano necessariamente per quei confini.Anzi, ciò su cui non c'è accordo sono proprio quei confini.

Evo Morales ha prestato il proprio giuramento, prima che al Parlamento di Bogotà, in abiti Inca al tempio di Tiawanaco della dea Pachamana, in cima alle Ande, in una città che, per alcuni, è la più antica del mondo.

I Paesi del Mercosur,salvo il Paraguay,residuo delle Reducciones gesuitiche, mantiengono tracce molto modeste delle popolazioni originarie.

Secondo José Valladao, nel corso del 21° secolo, gli Stati Uniti "sudamericanizzati "guideranno più che mai il mondo (l'"America-Mondo"), in quanto, grazie alla massiccia immigrazione, rappresenteranno tutti i popoli della Terra.Basti pensare il modo in cui viene gestita l' "emergenza Haiti". Infine, non possiamo dimenticare neppure la passeggera infatuazione per l' idea del G2, un'inedita alleanza fra USA e Cina, che richiama progetti del 19° Secolo (Taiping, Gordon Pascià).

I dibattiti sull' integrazione del Continente non possono non tenere conto di queste realtà, fino al punto che si possono contrapporre addirittura tre visioni assolutamente diverse del futuro dell' America: una, espressa, per esempio, dalla Presidenza Obama, basata ancora sulla Dottrina di Monroe e sull' impero Democratico ,di un'America cosmopolita, egemonizzata dal Nord, ma con elites largamente afroamericanizzate, latinizzate o asiatico-americane, che continua ad essere la guida quindi, del del mondo; un'altra, che riprende le vecchie idee di una Corona delle Americhe, a leadership india, e con un sincretismo fra neo-paganesimo e religiosità controriformista; una terza, che è quella che viene normalmente evocata, con una pluralità di federazioni, soprattutto diverse fra Nord e Sud, ma tutte di orientamento genericamente europeo-occidentale.Anche qui, i rapporti fra il Nord e il Sud, come pure fra Sudamerica e Europa, sarebbero tutti da definire.

Come si vede, la Postmodernità pone il dibattito culturale di fronte ad una contraddizione difficilmente sanabile:

-da un lato, con la sua franesia di consumo, ci costringe a concentrare il pensiero in unità ristrettissime, come i blog e i "talk shows", che offrono minor spazio di approfondimento della tradizionale cultura libresca e accademica;

-dall' altro, la realtà è più complessa, più multidisciplinare e più "bipartisan" di quanto lo stesso approfondimento accademico sia disposto ad ammettere.

Per questo, ricerchiamo un dibattito serrato con sostenitori e lettori, intellettuali ed Autorità, perfino con gli avversari, per individuare, con la massima pragmaticità, quelle forme di approfondimento e di dibattito che la realtà sociale di fatto, e anche le nuove tecnologie, ci permettano.

Anche per questo abbiamo convocato la riunione del 9 febbraio presso Alpina, per confrontarci con Voi su questi temi.

Martedì 9 febbraio 2010, presso Alpina Srl, Via Pietro Giuria, 10125 Torino
Progetti 2010

Verranno presentati filmati sulle principali aree progettuali e verrà aperto il ìdibattito.

E.mail: riccardo.lala@alpionasrl.com
Telefono
0116688758
3357761536

sabato 23 gennaio 2010

CONFLITTO FRA USA E CINA PER GOOGLE


US and China Dispute over Web Control. L'Amérique et la Chine se disputent sur le controle du Web. Amerika und China streiten ueber Web-Kontrolle .

Si era già notato al vertice di Copenhagen. La Cina non si accontenta di un ruolo di comprimario dell' America. Infatti, tale ruolo presupporrebbe un riconoscimento, da parte sua, dell' universo culturale "occidentale" che costituisce, attualmente, il quadro generale della globalizzazione. All' interno di questo quadro, perfino una parità formale significherebbe una soggezione sostanziale. Lo ha riconosciuto, anche se indirettamente, in un' intervista, Condolezza Rice, là dove essa ha affermato che neanche il declino economico, politico, demografico e militare, degli USA, comporterebbe la perdita della loro "leadership" mondiale, che è, innanzitutto, una leadership culturale ed ideologica -"una certa idea della storia"-.

Solo gli USA incarnano l' interpretazione evolutiva del messaggio biblico, secondo cui il Progresso è la versione aggiornata della missione religiosa di Israele e della Chiesa, e, come tale, è ontologicamente superiore a tutte le altre forme di civiltà; esso va, quindi, esportato all' infinito, finché tutti i popoli verranno "convertiti"all' "Impero Democratico".

Al contrario, la Cina incarna una visione assolutamente opposta di civilizzazione, o, se si vuole, di ecumene : "Tien Xia",fondata sul concetto statico di "Armonia" un' ecumente della quale l' Impero del Mezzo costituisce il centro, ma che non coincide con il mondo intero. La Fine della Storia della Storia compare solo in un'interpretazione "eretica" di Confucio, il Taiping (sincretica con il Cristianesimo), che fu sanguinosamente sconfitta dall' Impero. In essa, la Cina si sarebbe fusa con gli Stati Uniti. Molti secoli prima, il progetto di Zheng He di dominare il mondo navigandolo, che ha precorso le esplorazioni europee, fu interrotto unilateralmente. Infine, lo stesso Mao, pur marxista e rivoluzionario, aspirava, in fondo, al "socialismo in un solo Paese"; infatti, affermava"Scavate profondi fossati; non aspirate mai all' egemonia".Divieto di egemonia ribadito ancora recentemente dai leader cinesi.

Perciò, è presumibile che, finché vi saranno gli Stati Uniti, questi cercheranno di "convertire" la Cina, mentre è dubbio che la Cina cerchi mai di "convertire" gli Stati Uniti. Questa sarebbe un' obiettiva debolezza della Cina, almeno agli occhi della Rice. Noi crediamo, invece, che la minor invasività della Cina finisca per procurarle molte simpatie da parte di quegli altri Paesi che non vogliono essere "convertiti".

In ogni caso, la recente crisi dimostra che la Cina non ammette nessuna ulteriore avanzata della civiltà americana all' interno del Tien Xia (anche per evitare una crisi violenta come quella dei Taiping).

Per capire la natura di questa avanzata, occorre tenere conto della complessità della struttura di potere nei due tipi di "impero", che è, per altro, parallela. Fondamentale, in tutto questo, il potere dell'informazione.

Nella società postmoderna, questo sostituisce, almeno in parte, cultura, politica e, soprattutto, esercito.Internet nasce dalla rete militare Arpanet. L' Esercito non ha mai perduto il controllo sulla rete. Tutti i principale motori di ricerca (tranne quelli cinesi, il principale dei quali è Baidu ) sono in America; quando un messaggio va sul Net può venire controllato dall' America (e spesso lo è, anche perchè la CIA e l' FBI possono controllare qualunque messaggio). China Daily ha pubblicato, e poi ritirato, un articolo in cui denunziava l' esistenza, negli USA, di 20.000 hacker al servizio del Governo per "Covert operations" all' estero tramite la rete -operazioni di cui l' articolo descriveva la strategia, il comando e le tempistiche-.Ciò è nato dal fatto che il provider americano di Baidu, Register.com, non è riuscito ad impedire un grave attacco alla home page di Baidu da parte di un gruppo di hacker autodenominatosi "Iranian Cyber Army".

Nonostante quanto comparso sui giornali qualche giorno fa, la forza delle industrie dei media, dell' entertainement e della cultura dell' America è talmente grande che un semplice incremento delle esportazioni delle corrispondenti industrie cinesi non potrebbe certo equilibrare il grado di dipendenza attuale del resto del mondo nei confronti dell' America.D 'altra parte, anche l' Europa e la Russia stanno facendo sforzi per bilanciare la preponderanza americana in questi settori, in particolare, tentando di costituire propri autonomi sistemi GPS e propri autonomi database culturali. Tuttavia, non ci sembra che esse abbiano raggiunto risultati apprezzabili.

La Cina si rende conto di essere debole in questo momento in questi settori, e corre ai ripari. Di qui la censura, l' attacco alla rete di Google, le tempestose trattative e polemiche con l' America. Ma, soprattutto (visto che la Cina è il massimo utilizzatore di Internet nel mondo) , il tentativo di creare un proprio sistema autonomo di Internet, che non dipenda neppure tecnicamente dall' America. Attualmente, infatti, l'Ente internazionale di controllo su Internet, l'ICANN, ha sede in America ed è di diritto americano.

Come andrà a finire? Rispondere a questa domanda eqivarrebbe a credere, come hanno fatto in troppi, che il corso della Storia sia già scritto in eterno, e che non vi sia, quindi, il libero arbitrio.

La prima osservazione ci pare, per altro, che, mentre un' intesa troppo stretta fra Cina e USA (il cosiddetto "G2", riedizione del progetto Taiping) avrebbe marginalizzato tutte le altre aree del mondo, e, in particolare, l' Europa, questo "scollamento" del G2 permetterebbe all' Europa di riprendere l' iniziativa sui grandi temi del Federalismo Mondiale. Cosa che il nostro Ministro degli Esteri non ha mancato di fare rilevare.

A condizione, per altro, che l' Europa sappia ciò che vuole, vale a dire, "abbia un' identità"

giovedì 21 gennaio 2010

VERSO UN' INTEGRAZIONE EURASIATICA ?

Which Role for Eurasia within World Federalism? Quel role pur l' Eurasie dans la fédération mondiale? Welche Rolle fuer Eurasien in Welt-Foederalismus?

Il lettore Ombrellari ha sollevato, in un precedente commento a questo blog, la questione del se un' eventuale ulteriore integrazione europea, e/o eurasiatica, non possa non solamente non migliorare, bensì anche peggiorare la situazione di repressione delle identità locali, già presente nell'attuale realtà.

Ci siamo riservati una risposta, ma, intanto, occorre spiegare che cosa sia l' Eurasia. In realtà, si tratta di un termine tanto abusato, quanto vago.

Innanzitutto , questo termine serve:

-a designare la "sommatoria" fra Europa e Asia;

- a precisare che la scissione fra Europa, da un lato, ed Asia, dall' altro, è arbitraria, in quanto vi è una vastissima zona di transizione fra le due aree, che va da Kazan a Vladivostok, da Sarajevo a Jerevan.


In secondo luogo, "Eurasia" è una specie di metafora, usata, di tanto in tanto, dai Russi, per indicare il loro Paese, che è, dal punto di vista geografico, maggioritariamente asiatico, ma, dal punto di vista demografico, culturale e religioso, maggioritariamente europeo. "Eurasiatismo" è una corrente culturale russa, ispirata dal famoso linguista russo bianco Principe Trubeckoj, il quale, nella fase tormentata della Guerra Civile Russa e dello Stalinismo, prese posizione, dall' estero, a favore di una "terza via" culturale per definire l' Unione Sovietica -non già come uno Stato russocentrico, né come un' "ideocrazia" marxista, bensì un impero multiculturale, russo-asiatico, erede di Gengis Khan, e, più in generale, della civiltà centro-asiatica -quella che i geo-politici giapponesi chiamavano "kiba-mingoku", i "popoli a cavallo"-.

Come noto, Trubeckoj fu uno dei massimi esponenti della scuola linguistica russa, che proprio in quegli anni, con un enorme sforzo teorico, poneva le basi , da un lato, della linguistica comparata eurasiatica, e, dall' altra, della costruzione culturale delle nuove Repubbliche sovietiche.Uno dei punti centrali degli studi della scuola linguistica russa fu lo studio comparato delle affinità fra le grandi famiglie linguistiche dell' Eurasia: indo-europea, afro-asiatica, cartvelica, sumerica, dravidica, uralo-altaica, che alcuni raggrupparono sotto la categoria del nostratico, altri sotto quella dell' euro-asiatico.Il tutto ha dato una grande spinta alla cultura del multiculturalismo.

Dopo la caduta dell' Unione Sovietica, il "neo-eurasiatismo" è stato una lobby che ha premuto sul mondo politico russo per una politica di equidistanza fra America, Europa, Cina, Giappone e mondo islamico, politica che è stata, fondamentalmente, quella seguita da Elzin nella seconda fase del suo mandato, e da Putin fino ad oggi.

Attualmente, la politica di "Evroremont" ("ristrutturazione all' europea"), seguita da Medvedev, sembra puntare su un maggiore ravvicinamento all' Europa. Ciò non esclude l' interesse per l' area "eurasiatica", intesa, almeno,come collaborazione transfrontaliera con la Cina , più stretta cooperazione economica e militare con l' Asia Centrale e rapporti meno conflittuali con Ucraina, Georgia e Moldova.

L'"integrazione eurasiatica" significherebbe, in primo luogo, l' attualizzazione dei trattati, in via di negoziazione con la Russia, sulle collaborazione commerciale, sull' abolizione dei visti e sulla sicurezza europea. In un momento successivo, tale (limitata) integrazione euroasiatica non potrebbe non fare i conti con l'esistente (e, fattualmente, determinante) integrazione fra Europa e Stati Uniti. E' in questo senso che si parla si "spirito di Pratica di Mare", o di "comunità da Vancouver a Vladivostok". In questo contesto, l'identità eurasiatica (con tutte le sue complessità) potrebbe costituire un elemento di bilanciamento delle influenze "atlantiche", con un notevole vantaggio per il ruolo dell' Europa nel suo complesso.

Ma, in una realtà così vasta, come salvare le realtà locali?

A nostro avviso, un inizio di risposta nasce dalla constatazione che l' integrazione mondiale (con le Nazioni Unite, con l' egemonia americana, con l'integrazione dei mercati e di Internet, con le migrazioni intercontinentali) esiste già, e già ora attacca, non solamente le identità locali, ma perfino quelle individuali. Il problema ,è non già ,opporvisi, cosa impossibile, bensì governarla, con una serie di regole che introducano più equilibrio.

Per ciò che riguarda l' Europa, essa ha, all' interno di questo ordine mondiale, un peso molto limitato, come dimostrato dall' esito del vertice di Kopenhagen.

Un potere mondiale, sì, ma definito, ben delimitato.Una rappresentanza mondiale, ma non basata sulla legge della giungla, bensì sulla rpresenza delle grandi aggregazioni culturali mondiali.Dei grandi "blocchi continentali", ma non intorno a potenze egemoni, bensì su basi federali.

In questo contesto, a nostro avviso, individui, associazioni, città, regioni e nazionalità conterebbero di più, non già di meno. Intanto, vi sarebbe una serie di "scudi" contro l' immediatezza della globalizzazione. Poi, le regioni e le nazionalità potrebbero interagire autorevolmente con il rispettivo Stato Continentale, che si farebbe carico, da un lato, del recepimento delle loro istanze a livello continentale, e, dall' altro, dell' attuazione delle loro richieste a livello di trattative internazionali.

Questo è proprio l' oggetto dell' attività di dibattito e proposta che vorremmo lanciare con questo blog, ed a cui tutti siete invitati a partecipare.





Alla tradizione eurasiatistica

mercoledì 20 gennaio 2010

LE MIGRAZIONI, PROBLEMA UNIVERSALE


A Worldwide Study on Migrations Allows to Decode Deeprooted Meanings. L'étude des migrations comme phénomène mondial permet d'en saisir les significations universelles. Ein vergleichendes Blick auf Wanderungen ermoeglicht Verstaendnis ihrer Universellen Bedeutung.

Da uno sguardo alla carta geografica allegata risulta che il problema dell' immigrazione in Italia è, statisticamente, inferiore a quello della media dei Paesi del mondo.

Infatti, l' Italia si trova in una fascia di Paesi con un' livello di immigrazione relativamente modesto, in confronto a picchi come l' Arabia Saudita, o a Paesi di elevata immigrazione, come America, Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Russia e, perfino, Ucraina e Kazakhstan.

L' Italia si trova, dicevamo, fra i Paesi a media intensità di migranti, come la Polonia, la Turchia, la Libia, il Nepal, che, invece, siamo abituati a considerare addirittura come Paesi di emigrazione.

Queste considerazioni preliminari ci aiutano ad acquisire, nei confronti dell' immigrazione, un atteggiamento molto meno passionale di quello che predomina nei mass media e nel dibattito politico. A sentire certe discussioni, sembrerebbe che l' Italia sia la meta quasi esclusiva di tutti i tipi di migrazione, da quella per fame a quella mafiosa, da quella economica a quella politica.

I dati analizzati a livello mondiale ci mostrano, invece, che le migrazioni sono un fenomeno universale, che ha un impatto ben maggiore in altri Paesi.

Ma anche uno studio storico ci mostra che le migrazioni sono sempre esistite (Indoeuropei e Semiti, Fenici e Greci, Romani e barbari, Arabi e Ungheresi, Turchi e Tartari, Europei e Africani, tutti sono emigrati verso Paesi lontani).

Anzi, queste migrazioni hanno cambiato il mondo : esse sono "la trama della storia".Se non vi fossero state le migrazioni di Indo-Europei e di Semiti, non ci sarebbe l' attuale scenario delle lingue del mondo.

Se non ci fossero state le migrazioni degli Arabi, non ci sarebbe l' Islam; se gli Europei non fossero emigrati fuori dell' Europa, non ci sarebbe l' attuale "mondo moderno".

Certo, anche oggi le migrazioni cambiano il mondo, ed è questo il motivo principale per cui molti se ne preoccupano. E, tuttavia, le modalità secondo cui queste trasformazioni stanno avvenendo sono imprevedibili. Studiarle, richiede una vista finissima.

Si dice che le migrazioni di popoli islamici in Europa corrano il rischio di modificare l' "identità europea". Si dimentica che, con Turchia e Bulgaria, Bosnia e Albania, ma anche Russia e Georgia, l' Islam è già "da sempre" parte dell' Europa.Si dimentica anche che sono altri Paesi, come India ed America, ad essere esposte ai maggiori rischi.

Certamente, con l' aumento (relativo) degli immigrati di religione islamica, aumenterà (sempre in senso relativo) il numero dei residenti europei contrari all' attuale tipo di globalizzazione. Ma questo succede ancor più in India e in Russia, e nessuno se ne preoccupa tanto.E, per ciò che riguarda l' Europa, succede anche con l' arrivo degli emigrati ortodossi e/o sudamericani. Ma è questo un problema? Non sono le stesse Autorità Europee una fra le prime fonti, a livello mondiale, delle critiche alla globalizzazione?Non sarà, forse, che l' Europa, con i suoi immigrati, rafforza la propria stessa identità, permettendo alle proprie Autorità di condurre una politica più assertiva nel mondo?



martedì 19 gennaio 2010

SERATA DEL 28/1 (ORE 21) 2010 PRESSO ALPINA , VIA GIURIA 6, 10125 TORINO



Decisive Turnabout Coincides with Alpina's January 28th Meeeting. La soirée du 28: Janvier un débat sur des décisions fondamentales pour Alpina. 28. Januar : entscheidende Debatte ueber Alpinas Zukunft.

Il mondo non cessa di porsi domande fondamentali per il proprio futuro:

-l' uomo continuerà ad esistere come tale, o verrà sostituito da un mutante ("Cyborg")?

-come deve interpretarsi la "Promessa dell' avvenire"?

-crediamo ancora che la salvezza sia materiale e collettiva?

-quanto possiamo rischiare nel tentare nuove vie inesplorate?

-come controbilanciare ("check and balances") il potere dello Stato mondiale tecnocratico?

Personalmente, crediamo che la risposta sia in un Federalismo Mondiale, in cui tutti i grandi progetti civilizzatori, tutte le grandi tradizioni di spiritualità e di civiltà, tutti i grandi raggruppamenti etnici, possano fare sentire costantemente ed efficacemente la propria voce.

Fra questi progetti ed entità vi sono, sicuramente, l' Identità Europea e quella regionale.

Crediamo che un progetto, come il nostro, volto ad approfondire questi temi, sia più che mai attuale, a causa:

- dei dibattiti sulla bioetica e sull' etica degli affari;

-del crollo delle illusioni del Progresso;

- del ritorno delle Religioni;

-dell'arroganza della tecnocrazia;

-del tentativo di imporre un "Impero Democratico".

Identità Europea, Alpina Srl e Diàlexis costituiscono una piccola realtà , ma con una grande ambizione: quella di proporre agli Europei, ed, in particolare, ai Piemontesi, un' infrastruttura di base grazie alla quale poter svolgere le loro riflessioni, ricerche, dibattiti, e proporre i loro progetti.

LE NOSTRE ATTIVITA' FUTURE NON POTRANNO BASARSI SE NON SU:

-LA DIMOSTRAZIONE DI UN INTERESSE DEL TERRITORIO PER QUESTI TEMI;

-LA DISPONIBILTA' DEI NOSTRI AMICI DI FARSI CARICO DI ALMENO PARTE DELLO SFORZO CONCETTUALE CONNESSO.

CIO' PERMETTEREBBE DI COSTITUIRE UN PICCOLO, MA QUALIFICATO, MOVIMENTO CULTURALE, CHE:

-PROMUOVA LA DISCUSSIONE;

-FACILITI LA CONOSCENZA DEI PRODOTTI CULTURALI E LA LORO DIFFUSIONE;

-ELABORI PROGETTI CULTURALI E POLITICI.

VOLETE ESSERE DEI NOSTRI?

INTERVENITE IL 28/1/2010, ALLE ORE 21,

ALLA

PROIEZIONE-DIBATTITO

SU NOSTRI PROGETTI PER IL 2010


PRESSO ALPINA srl
10125 TORINO

Tel.00390116688758
335.7761535

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domenica 29 novembre 2009

IL RISORGIMENTO E L'EUROPA


Risorgimento may be Understood only within the Context of European history. Le Risorgimento peut etre compris seulement dans le contexte de l' histoire de l' Europe. Risorgimento kann nur innerhalb der europaeischen Geschichte verstanden werden.

Le ultime generazioni sono state educate (in particolare dalla scuola, ma anche dai “media”) ad una visione stereotipata del Risorgimento, caratterizzata dalle seguenti lacune:

a) ingigantimento della storia nazionale a scapito di una visione d’insieme del XIX Secolo;

b) di converso, banalizzazione della vicenda risorgimentale, come semplice premessa all’attuale modello sociale e culturale nazionale, mentre, invece, essa ha avuto un peso enorme, in positivo, ma anche in negativo, nella storia mondiale;

c) messa fra parentesi della dialettica fra Italia, Europa e realtà locali;

d) identificazione acritica con le fazioni vincitrici.

I principali effetti negativi di questa impostazione sono stati i seguenti:

a) fondamentale incomprensione della storia moderna;

b) adesione acritica alle tendenze culturali divenute dominanti in Italia negli ultimi due secoli;

c) fondamentale inconcludenza degli, apparentemente grandi, europeismo e federalismo degli Italiani.

A nostro avviso, il Risorgimento italiano è ben lungi dal costituire un fatto marginale nella storia mondiale, ma, anzi, partecipa di quest’ultima con una funzione centrale e paradigmatica. Nel caso dell’Italia, va, infatti, evidenziata in modo chiaro l’impossibilità di scindere nettamente la “nazione storica e mitica” (quell’“Umile Italia” consolidatasi con la vittoria dei popoli pre-romani nella Guerre Sociali), dalla nazione moderna, “borghese” (quella nata come recezione-reazione al nazionalismo dell’impero napoleonico occupante). In tal modo, il nazionalismo italiano partecipa in egual modo di un’aspirazione restauratrice dell’antica unità europea, imperiale e cristiana, e dell’impulso liberale e progressista verso il nuovo tipo di nazione, portatrice esclusiva dei valori di civiltà.

Paradossalmente, il progetto “neoguelfo” di una federazione di Stati italiani sotto gli auspici del Papa, che incarna la prima visione del nazionalismo italico (e che non poté, poi, realizzarsi), era stata, da sempre, nelle previsioni dei progetti europeistici delle monarchie gallicana e hussita (come quelli di Dubois, di Poděbrad e di Sully), miranti a ridefinire il Papato e l’Impero in senso “nazionale”, come pure di quelli illuministici di “Pace Perpetua” , e della Santa Alleanza, presentati dall’Impero Russo, sotto l’impulso del “liberale” e “massone” Alessandro 1°.

L’obiettivo di questi progetti era il mantenimento dell’equilibrio e della pace in Europa.

La versione unitaria del Risorgimento si pone, invece, come reazione e come concorrenza al progetto federalistico, proprio dei Neoguelfi e della stessa Giovine Italia. Il Risorgimento italiano, quale effettivamente fu, si pose anche come forza ostile al mantenimento del Concerto delle Nazioni, ed alla soluzione pacifica delle controversie, sancito dal Trattato di Vienna, che riprendeva anche in questo i progetti di Dubois, Poděbrad, Sully e St. Pierre. Esso si inserì fra quelle correnti al contempo nazionalistiche e progressistiche che miravano, obiettivamente, a destabilizzare il quadro tradizionale europeo, cosa che si vedrà soprattutto con la Terza Guerra d’Indipendenza, resa possibile dalla rivalità fra Prussia ed Austria, e, quindi, premessa indiretta alla nascita dell’Impero Germanico e del Compromesso Austro-Ungarico. La partecipazione dell’Italia alla 1ª Guerra Mondiale a fianco dell’Intesa, dopo avere abbandonato l’alleanza con gli Imperi Centrali, accentuerà ancora quest’idea di deliberata destabilizzazione del sistema europeo.

Sotto questo punto di vista, la recente idea di una “memoria condivisa” potrebbe avere un senso molto profondo: quello di narrare obiettivamente questo accidentato processo storico italiano ed europeo, al quale hanno partecipato un po’ tutti: le monarchie nazionali, la Chiesa, la Massoneria, le élites borghesi nazionali, le sinistre, ed, ultimi, anche i fascismi. Ciò detto, le domande che si pongono sono: queste forze storiche esauriscono la gamma di tutto ciò che si mosse in Italia ed in Europa in quel periodo? Che valutazione possiamo dare, degli esiti di quel processo, dal punto di vista dell’Europa di oggi e di domani?Il Risorgimento fu uno sforzo unanime del popolo italiano verso uno Stato nazionale unitario e modernizzato, oppure un fenomeno elitario, per quanto importante?Infine, è proprio vero che gli Stati Pre-Unitari non avessero una loro identità ed una loro ragion d’essere?

Senza anticipare le risposte a queste questioni, possiamo pacificamente affermare che, per esempio, il Piemonte, prima di diventare la locomotiva dell’Unità d’Italia, era uno Stato transfrontaliero, multiculturale, multietnico e plurilingue, legato a Parigi, a Vienna ed a San Pietroburgo almeno quanto a Roma ed a Milano. Milano, Trento e Trieste erano integrate nell’Impero Asburgico da almeno 300 anni, mentre lo Stato della Chiesa ed il Regno di Napoli erano due fra i più importanti Stati d’Europa da almeno mille anni. Quasi nessuno parlava italiano. Quanto, poi, alle fedeltà politiche del “popolo italiano”, è difficile rilevarle a posteriori: risulta, comunque, una rilevante presenza di nazionalisti savoiardi, di “insorgenze” (“Soques”, “Massa Cristiana”, “Sanfedisti”, “brigantaggio meridionale”), e forti resistenze alla creazione di uno Stato unitario, quale poi avvenne, tanto da parte del mondo cattolico (non solamente il Sommo Pontefice, ma anche personaggi autorevolissimi come Gioberti o Don Bosco), quanto da quella del mondo progressista (federalismo di Mazzini e di Cattaneo).

A livello europeo, il nazionalismo italiano fece scuola specialmente in Europa Orientale (Polonia, Ungheria, Romania, Serbia), ma, a nostro avviso, anche in Germania, facendo, addirittura, del Piemonte, un modello per la progettata unificazione jugoslava (cfr. rivista “Pijemont”). In questo senso, il Risorgimento Italiano costituì, però anche, obiettivamente, una premessa per l’esacerbarsi dei conflitti nei Balcani ed, in ultima analisi, anche per la 1ª Guerra Mondiale, l’“Inutile Strage” denunziata la Benedetto XV.

Come nella visione di Dante, il futuro dell’Europa potrà essere garantito se si potrà fondare nuovamente il senso dello Stato su valori “universali” condivisi, capaci di non negare le identità. Tali valori non sono ancora stati totalmente riscoperti, ed è per questo che non è stato possibile, né definire chiaramente l’Identità Europea, né scrivere una vera Costituzione Europea.

Le ricerche sulla storia del Risorgimento Italiano debbono smettere di essere finalizzate a ricercare la tradizione “virtuosa” ed i “colpevoli” (a seconda dei casi: l’Austria-Ungheria, la Massoneria, la Chiesa, il neoguelfismo, il mazzinianesimo,i Garibaldini,i Piemontesi, ecc.), esse, cioè, devono abbandonare quella “tribunalizzazione della storia” oramai tanto deprecata dalle menti più mature della storiografia, ed aprire le porte al dubbio, alla dialettica, all’espressione del pensiero di tutti.

In concomitanza con le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, riteniamo utile ed imprescindibile lanciare, anche da subito, sul territorio piemontese, una serie di iniziative editoriali, convegnistiche e cinematografiche volte ad illustrare gli aspetti meno conosciuti dell’unificazione italiana, come, appunto, le premesse storiche e culturali legate all’antichissima nazione italiaca, al Regno Longobardo (poi d’Italia), al Sacro Romano Impero, ai progetti di federazione europea ed italiana, alle correnti critiche dell’Unità d’Italia e ad una visione storica, che inserisca il Risorgimento d’Italia nella storia d’Europa.



Informazioni:
http://www.alpinasrl.com/
riccardo.lala@alpinasrl.com

martedì 17 febbraio 2009

FEDERALISMO MONDIALE E POLITEISMO DEI VALORI

World Federalism and Polytheism of values. Le Fédéralisme mondial et le polythéisme des valeurs. Weltfoederalismus und Polytheismus der Werte

Nel suo intervento nell’ultimo numero di “The Federalist Debate”, Simone Vannuccini discute se il federalismo mondiale sia compatibile con il politeismo dei valori, concludendo la sua analisi in senso positivo, anche se, a nostro avviso, in modo non del tutto esplicito per ciò che concerne il “politeismo dei valori”.

A nostro avviso, il federalismo mondiale si giustifica proprio in relazione all’esigenza di preservare la diversità culturale anche in presenza della globalizzazione.

Infatti, a nostro avviso, da un lato la diversità culturale sarà inevitabile fintantoché gli uomini saranno soggetti liberi e responsabili, e, quindi, saranno capaci di esprimere valori in forma consona alle loro specificità intellettuali, istintive, sentimentali e storiche. Tentare di sopprimere queste diversità culturali per imporre un unico modello di civiltà richiede un livello elevatissimo di repressione, simile a quello teorizzato a suo tempo da Vyšinskij (e praticato da Stalin) come necessario nella fase finale della rivoluzione per impedire il riemergere di tendenze controrivoluzionarie.

Questa è, per altro, la strada attualmente perseguita quando si parla di “esportare la democrazia”, che significa, in pratica, tenere occupati militarmente interi continenti per tentare di modificarne la cultura e le istituzioni, a costo di sopportare una “guerra infinita”. La soluzione federalistica, al contrario di quella dell’“Impero Mondiale” (ed in modo simile per altro alla teoria imperiale classica, per esempio quella di Monsignor De Las Casas), riconosce una pluralità di soggettività culturali, ed anche giuridiche, su basi territoriali, le quali convergono armonicamente nel determinare le sorti del mondo.

Questa situazione è quella attualmente esistente, nella quale i popoli, superate le utopie omologatrici dell’egualitarismo e del mercatismo, sono alla ricerca di una propria identità non spersonalizzante per l’oggi e per domani, pescando, con ciò, profondamente nell’eredità di ieri:che sia l’American Creed o i San Jiao, le Religioni indiche o l’Identità europea, i vari islamismi e i diversi neo-politeismi sudamericani. Ma anche, a livello più modesto, un’identità basca o occitana, padana o kossovara, osseta o kurda, ecc.. Prendere atto di questo, considerarlo un fatto positivo, sostenere che ciò richieda appropriati strumenti giuridici attuativi, è, per altro, solamente l’inizio.

Le difficoltà nella redazione della Costituzione Europea dimostrano che la definizione di ruoli e di poteri ai vari livelli (locale, cittadino, regionale, nazionale, euroregionale, continentale e mondiale) non è affatto un processo scontato. Infatti, fa parte proprio del politeismo dei valori fare sì che non sia immaginabile un Pensiero Unico, un General Intellect, una Dea Ragione, che, in modo obiettivo, stabilisca una volta per tutte ciò che è meglio.

La definizione di ruoli, regole e poteri è sempre il risultato di conflitti, anche aspri.

Neanche il processo del federalismo mondiale ne potrà essere esente.

Attualmente, assistiamo al conflitto fra, da un lato, l’America, che ritiene di impersonare tale ragione astratta e superiore, e gli altri continenti, che non accettano questa identificazione, ed il cui obiettivo sostanziale è, sostanzialmente, circoscrivere e relativizzare il ruolo dell’America. In futuro, potrebbe sorgere un conflitto fra un “duopolio” od un “oligopolio” di poteri ed il resto del mondo.

Lo stesso meccanismo della delega parlamentare non può funzionare, a livello mondiale, nello stesso modo che in uno Stato nazionale e dovrà, alla fine, essere adattato. Infine, le nuove realtà demografiche, economiche e militari del mondo imporranno anche una ridefinizione dei ruoli delle varie culture nel definire i principi di funzionamento degli organismi sovrannazionali, i linguaggi di comunicazione, gli equilibri politici e di rappresentanza.

lunedì 26 gennaio 2009

La Fine delle Egemonie. Una preview.

Clicca sull'icona e leggi il primo capitolo dell'ultimo lavoro di Mosconi!

Identità continentali

European Identity; Continental Identities; World Federalism: different aspects of the same reality.
Identité Européenne; Identités Continentales;Féderalisme Mondial: des aspects différents d’une même réalité

L’insufficiente approfondimento, sul piano culturale, dell’effettivo significato del termine “identità europea” ha, fra i suoi vari effetti negativi, quello che tale identità viene spesso erroneamente interpretata nel senso che “Identità Europea” significhi affermare in modo ipertrofico le caratteristiche che contraddistinguono l’Europa, al fine di contrapporre l’Europa al resto del mondo.
La realtà è molto più complessa.
In un mondo sempre più globalizzato, le identità acquistano un’importanza così grande proprio perché le persone hanno sempre più l’impressione, in questo colossale pianeta-alveare, di non contare più nulla, di essere divenute cellule passive di un gigantesco organismo di cui seguono inconsciamente le mosse per abitudine, per conformismo, per necessità economica, per ideologia, per propaganda.
Le persone hanno bisogno di sentirsi se stesse, di contare, di fare gruppo per identificarsi, per contare di più, per influenzare il corso delle cose.
L’identità, come strumento di organizzazione del consenso e come strumento di azione sul mondo, si sostituisce a precedenti forme sempre più indebolite: le religioni, gli Stati, le nazioni, i partiti, le imprese, i sindacati, le famiglie.
L’identità locale costruisce i movimenti sociali dal basso; l’identità regionale facilita iniziative comuni “euroregionali”, un’“identità europea”, non espressa né formalizzata, permette di affrontare con saggezza situazioni che le istituzioni in se stesse non sono in grado di fronteggiare: immigrazioni, rapporti con l’Europa Orientale. Senza le identità continentali, il sistema degli organismi internazionali rischia il collasso.
Un federalismo mondiale che vedesse come protagonisti le Americhe, l’Europa, la Cina, l’India, l’Africa, non potrebbe prescindere dalle identità continentali. Se non vi fossero siffatte identità, come sarebbe possibile che complessi di popoli così eterogenei, come, per esempio, quelli africani, possano trovare posizioni comuni sui grandi temi del mondo?
Ciò lo si vede benissimo in India, dove i suoi 27 Stati, le sue 250 lingue, le sue diverse religioni, riescono a convivere (seppure con grandi tensioni) e ad esprimere una posizione unitaria nel mondo, solo perché hanno punti di riferimento comuni che permettono il dialogo, ed, al limite, lo scontro.
Anche il Nord America e la Cina hanno una loro identità abbastanza chiara e marcata, mentre Sudamerica, Africa e Medio Oriente stanno ancora ricercando tale identità.
Una volta che tali identità saranno consolidate, ciò provocherà nuovi scontri?
Probabilmente sì, ma non certo maggiori di quelli che già oggi vediamo all’opera per effetto del tentativo, posto in essere dalla “sola superpotenza”, di affermare soluzioni accettabili solo per essa, negando e schiacciando le identità degli altri Continenti.
Un’altra domanda che molti si pongono è se l’affermarsi delle nuove identità continentali non comporti il rischio della persecuzione di quelle parti di tali Continenti che non si conformino alle identità dominanti (per esempio, quella sudamericana nelle Americhe, quella islamica in India, quella tibetana in Cina).
Certamente, questo sarà un problema del futuro, che si potrà risolvere solamente nella misura in cui tutte queste identità si concepiscano come identità plurali, ed il potere sia gestito anche al loro interno in modo multipolare e multiculturale.
Perciò, salutiamo con molto favore gli sforzi dell’Unesco per la ratifica della Convenzione per la tutela del Diritto della differenza culturale, con la quale si tenta di dare un quadro a questa materia.

mercoledì 14 gennaio 2009

"La fine delle egemonie" di Antonio Mosconi. La presentazione del nuovo libro il 16 gennaio 2009

Quali prospettive per gli equilibri mondiali, all'indomani del crollo finanziario ed economico degli Stati Uniti, dell'avanzata del gigante cinese e del permanente assetto di crisi militare nell'area caucasica e mediorientale?
Gli eventi che si stanno susseguendo negli ultimi mesi a livello mondiale, in particolare la crisi finanziaria mondiale, convergono nell’indicare che l’attuale assetto, innanzitutto economico, ma anche politico, culturale e militare, del mondo, è esposto ad una profonda mutazione, i cui contorni non sono ancora pienamente definiti e alla cui individuazione tutti gli attori, culturali, politici e sociali, possono contribuire a fornire un contributo.
Alpina, nata precisamente con ambizioni di stimolo alla ridefinizione dei ruoli fra cultura ed economia, a livello cittadino, euroregionale ed europeo, è lieta di presentare un’opera che affronta con tempestività, completezza ed efficacia, questa complessa problematica, partendo dal suo aspetto più evidente -l’economia- per giungere a formulare una proposta globale ambiziosa, ma, nonostante le apparenze, realistica: la Federazione Mondiale.
Il libro di Antonio Mosconi, La fine delle Egemonie, Unione Europea e Federalismo Mondiale, sarà presentato il 16 gennaio presso la sede di Alpina, in Via P. Giuria n. 6.
Come sempre, questo tipo di incontri fornirà l’occasione, ai nostri lettori e sostenitori, di intrattenere uno scambio diretto di opinioni con l’autore sull’argomento in oggetto, nonché di avviare anche un dibattito fra gli intervenuti, che ci auguriamo non si fermi a questa serata, ma continui anche attraverso i blog Identità Europea e Tamièia, nonché attraverso le communities sul web.

venerdì 12 dicembre 2008

Antonio Mosconi, La fine delle egemonie


The crisis of the world system following to the recent financial disorder cannot be solved without an effort towards a multilateral management of world economy.
La crise du système mondial suite aux récents désordres financiers ne pourra être resolue sans un effort dans la direction d’une gestion polycentrique de l’économie mondiale.
Die von den Unruhen der Finanzmärkte hervorgebrachte Krise kann nicht ohne eine multipolare Verwaltung der Weltwirtschaft überwunden werden.


Tra gli eventi che stanno scuotendo dalle fondamenta gli attuali equilibri a livello mondiale, la crisi finanziaria degli ultimi mesi assume un significato decisivo, non soltanto perché sta liquidando le residue velleità di applicare ricette neo-liberistiche e neo-conservatrici, ma, soprattutto, perché sta minando la credibilità di quell’ideologia trasversale, secondo la quale un provvidenziale impero mondiale sarebbe stato sul punto di garantire al mondo, con la “Fine della Storia”, una perpetua sicurezza e benessere, a fronte del solo costo politico di un “soft power” di carattere più ideologico e finanziario che non politico e militare.
La fine dell’egemonia americana (“ultima superpotenza”), alla quale stiamo assistendo, sembra aprire le porte ad una situazione sostanzialmente equilibrata fra America, Europa, Russia, Medio Oriente, India e Cina, nella quale non appare realistico proporre né una nuova egemonia né una chiusura protezionistica dei vari Continenti nei confronti del resto del mondo.
Ci si rende conto che, per interpretare e governare una globalizzazione complessa come quella che abbiamo di fronte, si richiede il contributo, culturale, politico ed economico, di tutte le aree del mondo.
Attore privilegiato di questa nuova fase cooperativa e multiculturale può essere l’Unione Europea, che può proporre (senza pretese di esclusività) soluzioni e ricette già sperimentate al suo interno, prima fra le quali la moneta europea.
Il libro di Mosconi, con il rigore del suo metodo, con la ricchezza dell’informazione, con la passione della proposta, può fornire preziosi stimoli di riflessione e di dibattito in questa fase costituente, in cui si richiede, da parte di cittadini e forze sociali, il massimo livello di attenzione e di propositività.


ANTONIO MOSCONI, La Fine delle Egemonie, Unione Europea e Federalismo Mondiale, Alpina, 2008, 168 pagine, € 20,00