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martedì 30 agosto 2011

RICOMINCIARE DAL PENSIERO DEBOLE
















Polemics of "New Realists" Enhance Interest for "Weak Thinking"
La polémique des "Nouveaux Réalistes" réveille l'intéret pur la "Pensée Faible"
Auseinandersetzungen  mit den  "Neuen Realisten"steigern Interesse fuer "Schwaches Denken"








Per quanto non facenti parte della “corporazione” dei filosofi, seguiamo con interesse, come cittadini, la polemica sollevata, nei confronti del “Pensiero Debole”, da Maurizio Ferraris, in quanto è proprio dall’idea di “Pensiero Debole” che noi abbiamo preso le mosse nella nostra campagna a favore del rilancio dell’Identità Europea.


1.   La sintesi di un “non addetto ai lavori”

Non abbiamo l’intenzione di infrangere la sacralità del dibattito accademico, ma ci pare che i fautori del “New Realism” l’abbiano già infranta, proponendo le loro tesi sui giornali con semplificazioni in  puro stile divulgativo e politico. Ci permettiamo, quindi, da cittadini, di riassumere il dibattito così come l’abbiamo capito e interpretato.
A nostro avviso, il venir meno, non solamente dell’“incanto del mondo”, ma anche di qualsiasi forma di “rispecchiamento”, costituisce oramai un elemento ineliminabile (per quanto da molti lamentato) della filosofia contemporanea: "Pensare la filosofia in questo modo significa accettare la rivendicazione di Nietzsche che 'non esistono fatti ma solo interpretazioni'.  Questa affermazione sintetizza il pensiero che nessuna delle parole inventate dagli esseri umani per descrivere se stessi e il loro ambiente gode di un rapporto privilegiato con la realtà. Così non esiste alcuna divisione tra aree della cultura in cui si cerca una corrispondenza con la realtà e quelle in cui ciò non avviene -discipline in cui vi è un 'fatto' da scoprire e altre discipline più 'leggere'. Rinunciare all' idea che sia gli esseri umani che la realtà non umana abbiano una natura alla quale fare corrispondere asserzioni vere significa ammettere che siamo in mano alle contingenze della storia."(Richard Rorty, A sinistra con Heidegger, in MicroMega,5 - 20/2011, 3/28, pag. 29).

Sembra incredibile che gli studi sul cervello e l’evoluzione possano essere invocati  semplicisticamente da qualcuno come capaci di risolvere questo problema, che si pone "prima" dell' approccio al mondo fisico e "prima"  del ricorso al metodo sperimentale.

Addirittura, nella situazione sopra descritta, il “Pensiero Debole” non costituisce, a nostro avviso, un’arbitraria e discutibile scelta di un certo numero di filosofi “continentali” (cioè, sostanzialmente, europei, con la lodevole eccezione di Rorty), per eludere le dure lezioni della realtà, bensì, al contrario, una delle poche strade percorribili per salvare, comunque, proprio una qualche legittimità dell'esercizio della filosofia nella nostra era tardo-contemporanea. Di fronte alla diffusione, addirittura a livello di massa, del "dubbio sistematico", l’alternativa al “Pensiero Debole” non potrebbe essere, oggi, in nessun caso, una nuova "Verspiegelungstheorie (sia essa quella di S. Tommaso o quella di Lukacs), bensì, invece, unicamente il solipsismo di De Finetti.
Il "Pensiero Debole" ci dice che, nonostante che, come dice Vattimo, tutto sia interpretazione ("Ermeneutica"), non è ammissibile ritenere che, in filosofia, “everything goes”. Al contrario, l’“attendibilità” delle affermazioni filosofiche va valutata, da un lato, sulla base della buona fede del loro autore ("alétheia", il contrario di "láthein"), e, dall’altro, dalla loro intima coerenza. Buona fede significa non essere “organici” ad interessi occulti, bensì dialogare con l'obiettivo di arrivare a una soluzione (anche se una qualche forma di "organicità" è comunque inevitabile) . Intima coerenza significa che il discorso dev’essere fornito di una sua logica, e non esclusivamente autoritario, autoreferenziale o fideistico.
Anche per questo, gli ermeneutici fondano i loro discorsi filosofici sul riallacciarsi ad una specifica tradizione, dotata già di per sé di una sua coerenza (quello che noi chiamiamo la “Memoria Culturale”), che, per Rorty, è quella dell’individualismo americano, e, per Vattimo, quella di un  cristianesimo impegnato socialmente. E che, per altri, può essere qualcos’altro ancora.


2.   Pensiero Debole e Identità Europea

Per noi, per esempio, la "memoria culturale" in cui ci riconosciamo è quella di una trasversale “Memoria Culturale Europea”, ciò che giustamente Gianni Vattimo aveva definito come il nostro “ecumenismo europeistico”, una "Memoria Culturale" che comprende a buon titolo la Civiltà Danubiana e Gilgamesh, la Bibbia e i classici, il Cristianesimo e la poesia medievale, l'Umanesimo e l'Illuminismo, il Mito del Progresso e l'Antimodernismo, la psicanalisi e le Avanguardie, la cultura alta  e il Sistema Sociale Europeo.

Questo anche perché, in quanto cittadini  di quest’“Europa allo stato nascentepensiamo che essa abbia bisogno di un “ubi consistam” culturale che possa essere soddisfacente almeno alla maggior parte delle persone colte europee, le quali sono proprio quelle per cui è così attuale il "dubbio sistematico".
Coerentemente con quanto sopra detto sulla buona fede e sulla coerenza, nel ricostruire questa “Identità Europea” non riteniamo ci si debba fare guidare da pregiudizi nazionali, ideologici, confessionali o di classe, né, infine, da personali idiosincrasie. Al contrario, occorre rintracciare, fra i tratti comuni delle diverse tradizioni e delle diverse scuole di pensiero europee, quelli che abbiamo i caratteri più generali e condivisi. Solo così si potrà ipotizzare che popoli e persone così diversi possano realizzare insieme fondamentali progetti, il che presuppone, come minimo, che incomincino, innanzitutto, a dialogare e a confrontarsi, senza la pretesa pregiudiziale di avere ragione. Un dialogo su questioni astratte, come quello che ha in mente Habermas, di fatto non avviene, ed è proprio per questo che l' Europa è oggi così debole.
Cosa che invece il pensiero debole permette di fare, perché elimina il motivo  numero uno del mancato dialogo: l’altezzosa pretesa di alcuni di possedere la verità, di giudicare gli altri dall’alto in basso. E'un ppò questo il difetto fondamentale che vediamo nella posizione del "New Realism".

3.   Punti di disaccordo dal “New Realism”

Certo, anche il Pensiero Debole, come tutte le scuole filosofiche realmente esistite, ha i suoi limiti, ed è storicamente situato, né nega di esserlo. Perciò, è del tutto normale che nuovi filosofi lo critichino, ed auspichino l’avvento di nuove, diverse, scuole filosofiche, più idonee, a loro avviso,  ad affrontare le sfide del futuro. Anzi, il fatto che, in una materia come la filosofia, vi siano ancora dibattiti e proposte, va considerato come un fatto positivo, se messo a confronto con la piattezza e la mancanza di originalità del dibattito su altri temi, ma anche e soprattutto all'intolleranza dei fautori della "Fine della Storia" (siano essi post-hegeliani, post-marxisti, teo-con ,ecc..).

Ciò detto, non possiamo condividere il tipo di critiche che  vengono mosse dai sostenitori del cosiddetto “New Realism”.
Intanto, gli argomenti utilizzati per criticare il “Pensiero Debole” non sono né nuovi, né intimamente coerenti. La critica di carattere generale è quella, vecchia di oramai molti anni, secondo la quale il pensiero debole, per il suo carattere che si pretende irrazionalistico, sminuirebbe la forza persuasiva del tradizionale discorso “progressista”, e, in tal modo, anche il fronte politico del “progresso” rispetto a quello della “reazione”. Argomento inquisitorio ed "a priori", ripreso di peso dalla critica di Lukács a tutta la filosofia tedesca dell’Ottocento e del primo Novecento, la quale ultima , con la  fuoriuscita dalla ferrea dialettica hegeliana e marxiana, avrebbe, addirittura, posto  le basi del nazismo. Accusa che Ferraris ribalta pedissequamente su Vattimo:
 "Il problema è che però bisogna decidersi facendo i conti realisticamente con quello che c'è, e che, quando si è deciso, Heidegger si è deciso per Hitler. E' a dir poco stupefacente, insieme, rivendicare la superiorità della decisione sull' oggettività e cerrcare di corroborare questa tesi con l' esempio di uno che ha aderito al nazismo"(Massimo Ferraris, Epistemologia ad personam, in Micromega 5, 20/11, pag. 95).Si noti che, con queste premesse, Lukács, che era stato nominato, nel frattempo, ministro della cultura dell’Ungheria, aveva trasformato le tesi di cui sopra, esposte nel libro “La distruzione della Ragione”, in una circolare ministeriale, in base alla quale, con il sistema che era stato già della Santa Inquisizione, i libri non graditi al Ministro della Cultura erano stati fatti sparire da tutto il paese. Qualcosa di simile a ciò che si dice stia nuovamente accadendo in quel Paese ora.
Anche i seguaci del “New Realism” criticano il “Pensiero Debole” soprattutto come possibile fonte di teorie reazionarie,  di amicizie con il "nemico di classe", di possibili “riscritture della storia”,e, comunque, di un'accettabile eterodossia : "Oltre alla rimozione del nazismo di Heidegger è problematica in Vattimo la tardività della conversione al marxismo, che avviene proprio nel momento in cui il marxismo è scomparso dalla scena politica, e Marx è diventato uno spettro buono per farci conferenze o scrivere libri. L'adesione al comunismo da parte di Vattimo (che è successiva al 2003, ossia alla morte di Gianni Agnelli) è avvenuta senza un accenno di autocritica - essere stato negli anni della marcia dei quarantamila un intellettuale vicinissimo alla Fiat è una Dummheit, sia pure debole?"(Ferraris, ibidem).

Osserviamo,tra parentesi, che gli storici non hanno certo bisogno dei filosofi per riscrivere la storia, ché, anzi, tutta la storia, dai tempi più antichi, non è altro che “riscrittura”(in buona o in mala fede), dalla cancellazione del nome di Ekn-Aton alla trasformazione di Elohīm in Adonai, dalla' obliterazione  delle persecuzioni cristiane contro i pagani alla trasformazione, in un “democraticoe” e "antiautoritario", del monarchico assolutista e schiavista Voltaire, fino alla negazione della nascita delle radici del patriottismo ottocentesco dalla prassi e dalla teoria della Restaurazione. E, viceversa, ci sono ancor oggi ancora tantissimi autori che stanno giustamente riscrivendo la storia appoggiandosi alla scoperta di  fatti nuovi, come, per esempio, quegli archeologi che stanno scavando a Göbekli Tepe, e anticipando così la data della sedentarizzazione di popoli primitivi,  a Schlomō Sand, che, sulle orme di Köstler, sta riscrivendo la storia etnica del Popolo d’Israele.

D'altronde, Ferraris dichiara apertamente la propria dipendenza dal testo di Lukacs, che fu la base per la persecuzione dei dissidenti e dei deviazionisti (chiamati, allora, guarda caso,  "Revisionisti") nel Blocco Sovietico:  "E' con esattezza la situazione rilevata dal Lukacs nella Distruzione della Ragione, quando osservava che gli intellettuali sentono l'ingiustizia sociale e avvertono la necessità di una trasformazione, ma al tempo stesso non se la sentono di fare nulla di reale, per cui riforme e rivoluzioni avvengono in un cielo mitico, quello, poniamo, della critica della ragione scientifica e calcolante come strumento di dominio. O sotto un cielo religioso."(Ferraris, ibidem).E, in realtà, l'attacco a Vattimo è tutto qui: è un filosofo cattolico, per quanto progressista, ma, per i "New Realists" un cattolico non può essere progressista: "Quella di Vattimo è davvero una post-filosofia, nel senso che è un'eresia cattolica in senso etimologico e paradossale: una scelta personalissima che vuol essere universale"(Ferraris, ibidem).
Peccato che tutta la storia europea (dall' Islam al protestantesimo, dal progresso al comunismo, ai fascismi) possa agevolmente essere ricondotta ad una pluralità di eresie cattoliche.

4.   Qualche nostro suggerimento

A nostro avviso, altre sono le critiche da farsi alla teoria del “Pensiero Debole”. Infatti, una volta lodevolmente enunziati i propri grandi principi, che fondano la possibilità di una ricerca e di un dibattito fuori dello spirito censorio degli autentici “detentori della verità”, il Pensiero Debole deve ancora dimostrare la propria capacità di costituire la chiave di volta di una costellazione di discipline (filosofiche e non filosofiche), di cui la società ha bisogno per il proprio funzionamento (come, per esempio, gnoseologia, etica, scienze politiche e filosofia della scienza, eccetera),  che, tradizionalmente, costituivano come delle "branche" della filosofia, e che,  oggi sono dominate da principi dogmatici di varia origine.
Senza questa dimostrazione, gli avversari del Pensiero Debole avranno sempre vita facile nel sostenere che quest’ultimo, non solamente non è in grado di incidere profondamente sulla realtà, ma, addirittura, costituisce una sorta di alibi per non agire, così come, a suo tempo, secondo Lukacs, la “filosofia della vita”, avrebbe costituito un alibi per non opporsi alla nascita del nazismo.
A nostro avviso, il Pensiero Debole ha ancora molto lavoro da compiere, soprattutto nell’ambito del “dialogo interculturale”, dove l’analogia fra il Pensiero Debole e la filosofia ebraica (Maimonide), il confucianesimo (“revisione dei nomi”) e, soprattutto, le filosofie indiche (dialettica fra realtà ed apparenza), potrebbe portare ad un nuovo “background” condiviso, capace di guidare il mondo di fronte alle sfide del nostro comune futuro globalizzato. Un esempio di questo sforzo è costituito dall'eredità teologica di Raimòn Panikkar, che ci ha recentemente lasciati.


5.   Le sfide del futuro

Confidiamo nell’Ermeneutica soprattutto  per gli indispensabili approfondimenti sull’Identità Europea.In questo campo, una maggiore attenzione per la memoria culturale ci permetterebbe forse di accorgerci di fenomeni fondamentali e trascurati, come le molteplici influenze medio-orientali sullo sviluppo della nostra cultura, il continuo interscambio culturale fra Europa Occidentale e Orientale, la lunghissima gestazione dei progetti di integrazione europea, il ruolo centrale, nella cultura del Continente, dell’ultimo secolo, del dibattito sui significati impliciti della scienza e della tecnica.
E, soprattutto, un’ermeneutica capace di affrontare, in chiave europea, ma in un’ottica multiculturale, le sfide del Post-Umano, oramai incombente e determinante, potrebbe dare, a nostro avviso, un contributo decisivo alla messa sotto controllo di un processo di automatizzazione dei processi sociali, che sta mettendo in pericolo non solamente il legame sociale e l’ambiente naturale, bensì la libertà, e la stessa sopravvivenza, del Genere Umano.

La fondamentale debolezza del dibattito fra Pensiero Debole e "New Realism" ci sembra essere la sua assoluta inattualità. A leggere l'ultimo numero di MicroMega, sembrerebbe di essere negli Anni Cuinquanta: che Lukacs abbia appena scritto la Distruzione della Ragione, e che l'unica scelta politica che gli intellettuali sono chiamati ad adottare sia quella fra il fronte del proletariato e del progresso e quello della reazione - capitalistica, vaticana o nazista-.Come se non ci fossero,oggi, l'intelligenza artificiale, i droni, Echelon, le guerre neo-colonialistiche, il dominio della finanza globale, la disoccupazione di massa, il furto informatico delle identità. Gli anni che ci attendono saranno caratterizzati dal controllo totale su ogni nostro movimento da parte di un sistema informatico generalizzato, dall'assolutizzazione dei dogmi del Pensiero Unico, da una conflittualità globalizzata fondata su rivoluzioni teleguidate, guerre umanitarie, cyberguerre, uso a fini bellici dello spazio, degli automi e delle neuroscienze, canalizzazione del consenso mediante la rete. Le previsioni di Tocqueville e di Baudelaire, di Nietzsche e di Zamiatin, di Capek e di Huxley, di Anders e di Asimov, di Lem e di Tarkovski, di Burgess e di Kubrik, si realizzaranno tutte insieme contemporaneamente.


Sono queste le grandi sfide a cui l'Umanità dovrà fare fronte. Di fronte a un "destino della tecnica" che sembra inverare le più catastrofiche visioni del  "Servo Arbitrio", di fronte ad una somma disumanizzazione che si presenta come supremo progresso, l'Umanità ha bisogno della filosofia per motivare le proprie scelte. Che cosa ci dicono di queste cose i filosofi?

Per questo, inviterei il Professor Vattimo e tutti quei filosofi che restano fedeli alle posizioni del Pensiero Debole, da un lato, a non farsi intimorire dalle critiche (per ora poco convincenti) dei sostenitori del New Realism, e, dall’altro, a proseguire le loro ricerche, soprattutto  nelle direzioni sopra indicate (filosofie comparate, filosofia della scienza e della tecnica, postumano, memoria culturale europea).
Per parte nostra, siamo a disposizione per favorire questo dibattito, invitando innanzitutto il Prof. Vattimo a confrontarsi con il nostro pubblico su questi temi. Essendo noi, tra l'altro, impegnati sul fronte dell' identità territoriale (cfr. http://www.torino2019.blogspot.com), ci permettiamo di considerare questi temi un po' come legati all'identità torinese, grazie anche e soprattutto al fecondo dialogo fra il pensiero di Nietzsche (ospite d'eccezione della nostra Città) e la scuola filosofica torinese.
 
Ovviamente, siamo aperti anche al dialogo anche con i sostenitori del “New Realism”, che inviteremmo, per altro, visto che sono Italiani ed Europei, ad illustrare le loro tesi anche qui da noi, e non solamente agli Americani (come sembra vogliano fare lanciando il dibattito a New York).
Siamo pronti, perciò, ad organizzare al più presto un dibattito anche con loro.


sabato 2 luglio 2011

THEOLOGIA EUROPAEA

Meister Eckhard, autore di 
     "Theologia Theutsch"
Blair's Intervention provokes Reflection over Universality of Religions. 
L'intervention de Blair solicite une reflection sur le   caractère universel des réligions. 
Blairs Stellungnahme stimuliert Ueberlegungen ueber Universalitaet   von    Religionen.


Nel post di ieri, avevamo affrontato da un punto di vista molto generale
gli interrogativi posti dalla provocatoria intervista di Tony Blair su "La Stampa" circa politica e religione.

Mentre la tesi secondo la quale, per comprendere la globalizzazione, i politici dovrebbero studiare la religione, è originale e degna di plauso, il resto dell' intervista ci è sembrato piuttosto scontato, e conforme ad una sorta di "pensiero unico", in base al quale tutte le religioni vanno bene, ma ciò che rovina una felice coesistenza fra le stesse sarebbe l'"estremismo", presente in ciascuna religione, che  impedirebbe a queste  di "dialogare" con le altre. Già l'adozione, per le religioni, di concetti tipici della politica contemporanea, come "moderati" e "estremisti" ci sembra rendere impossibile la comprensione della complessità del fenomeno religioso, che ha  parametri ben più complessi di quello "moderatismo" e "estremismo". Cos'è più "moderato" e che cos'è più "estremista", il Carttolicesimo o il Luteranesimo, la Sunna o la Shi'a, lo Hinayana o il Theravada?

Tra l' altro, il punto di riferimento per decidere chi è "moderato" o "estremista" è il livello di gradimento dei diversi gruppi religiosi per la società tecnologica e capitalistica mondiale di tipo occidentale. Sono "moderati" coloro i quali, pur professando una religione diversa dalla versione più secolarizzata del puritanesimo protestante, accettano che i loro fedeli vivano, sostanzialmente, come dei protestanti anglosassoni contemporanei, e sono estremisti coloro che vogliono vivere in modo  diverso.Sono moderati coloro i quali pregano in lingue diverse dall' Arabo Classico, o dal Latino, non si circoncidono, ecc...Sono estremisti coloro i quali vestono con lunghi mantelli, sanno a memoria il Corano, ecc..

La spiegazione che diamo a questo fenomeno è che il  vero problema per la coesistenza di varie religioni non è una questione di "estremismo" o di "moderatismo", bensì una questione di lotta fra modelli societari, di interpretazione del "principio di elezione".Tale principio è antico quanto l' uomo. Eliade ricordava che già l' uomo primitivo considerava il palo centrale della propria capanna come "l'Asse del Mondo". I Greci avevano, a Delfo, l' "Omfalòs"; i Cinesi continuano a definire se stessi come "Zhong Guo", vale a dire comne il "Luogo di Mezzo", anticamente l' altare dell' Imperatore.

Ma, per i popoli antichi, la determinazione del carattere "eletto" di coloro che abitavano intorno al Centro del Mondo era più che altro teorica, in primo luogo perchè nessuno riusciva di fatto ad arrivare in tutto il mondo, e, in secondo luogo, perchè il politeismo non cercava proseliti. Con l' avvento delle "Religioni di Salvezza", si è posta la questione della "Vera Religione", che deve prevalere sulle altre, tra l'altro insegnando ai popoli barbari costumi più umani. Certo,non già  i costumi, bensì la salvezza, è la caratteristica delle nuove religioni.E, tuttavia, negli ultimi 400 anni , sotto la spinta del Protestantesimo, si è teso ad identificare sempre più una religione, anziché con la sua propria "via" verso la salvezza, con le sue "conseguenze sociali".Fino al punto che abbiamo l' impressione che i più, quando parlano di Dio, pensino, oggi,  ad una sorta di mostruosa  ipostasi divinizzata della propria società.

A questo punto, il conflitto  si configura come lotta non fra le religioni, bensì fra i sistemi sociali: l'animismo diventa il simbolo e il pretesto delle società tribali, dominate dai capifamiglia; l'Islam di quelle patriarcali, dominate dai clan; il Confucianesimo delle società autoritarie dell' Estremo Oriente, dominate dallo Stato; il Cattolicesimo delle società comunitaristiche e tolleranti dell' Europa Meridionale, governate consociativisticamente; il Protestantesimo di quelle severe e individualistiche del Nord Europa, dominate dal lavoro; il Puritanesimo della società democratica e capitalistica americana, dominata dalla finanza.

E'lì che nasce l'intolleranza: gli "occidentali", convinti di avere la forza dalla loro parte, cercano di costringere gli altri ad adottare il loro modello di società, convinti, in base alla "teoria della modernizzazione" ,che le altre siano tutte superate. Gli altri Paesi inaspriscono, per autodifesa, le loro regole. Certo, gli islamisti non tollerano, nei loro paesi, le donne troppo scoperte o l' uso degli alcolici. Però, le società laicistiche vietano  l' uso del velo e  quello dell' Arabo Classico. Non già per motivi religiosi, ma per motivi di ordine pubblico, di etica del lavoro,  di equilibrio fra i sessi o di orgoglio nazionalistico.

Le religioni non sarebbero  fonti di intolleranza se le diverse nazioni rinunziassero ad imporre ad altri il proprio modello di società, e a rivestire questa pretesa con pretesti religiosi. Ma questo è proprio ciò che si ritiene impossibile, in quanto è divenuta centrale, per l'ideologia del progresso,  la lotta universale perl'omologazione dei costumi a livello mondiale.

L'ideologia del progresso, nella  formulazione attualmente prevalente nelle Vulgate del mondo occidentale avanzato soffre, per altro ,  di un' insanabile contraddizione:

-da un lato, predica l' assoluta eguaglianza di tutte le opzioni etiche, e, quindi, anche quelle delle altre religioni e/o società, e vieta assolutamente l'uso della violenza di un soggetto qualsiasi per imporre la propria volontà a un altro;

-dall' altro, predica l' universalità di tutti i propri valori (razionalità, progresso, efficienza, eguaglianza, democrazia), che dovrebbero essere validi "sempre ed ovunque",  -mentre molti di essi non sono ancora applicati neppure adesso in Occidente e la maggior parte non erano certamente validi (ma neppure conosciuti) in nessun Paese fino a qualche decennio fa-, e  esportati con la destabilizzazione politica, con le "guerre umanitarie",

La spiegazione di questa contraddizione viene fornita dall' idea kantiana dell'Imperativo Categorico, che impone che ogni azione buona debba poter essere pensata come universale.Ma, a parte che questa è un' idea personale (e estremamente astratta) di uno specifico filosofo di uno specifico  Paese, la prima osservazione che ci viene alla mente è che,a forza di  pensare tutte le azioni come universali si è giunti alla cosiddetta "omologazione", all' "uomo senza qualità", all' "uomo ad una dimensione".Solo in base all' idea di un "uomo senza qualità" si può pensare che ogni azione debba essere concepita come universale.

Ma questa non è necessariamente un' idea religiosa, o, almeno, non di tutte le religioni. Basti pensare al sacerdozio, che è "universale" nell'Islam e  nel  protestantesimo, ma non già nel Cattolicesimo o nell'Induismo.

Le Religioni di salvezza sono oggi dunque combattute circa l'accettazione, di un modello sociale normativo unico, o la difesa dei modelli societari dei loro rispettivi Paesi. Ma questo non è ancora il problema centrale della coesistenza delle religioni.

Esse potranno sottrarsi a questa spirale solo concentrandosi sul tema della salvezza, e lasciando maggiormente alla cultura e alla politica il terma dei costumi. Questo anche e soprattutto perchè le religioni universali sono estese in tutto il globo. E, per questo, sanno bene che i comportamenti societari che vanno bene a Roma non possono essere gli stessi che si applicano in un villaggio africano o fra i grattacieli di Manhattan, quelli che valgono al Cairob non possono essere gli stessi di Sarajevo o dell' Uganda. Sarebbe un errore se una qualunque Chiesa pretendesse di dettare standard uniformi di comportamento per tutti i Continenti. E, di fatto, tutte le Chiese, quale più, quale meno, si danno anche un'articolazione territoriale, continentale e nazionale.

Nel caso della Chiesa Cattolica, sono state emanate, a quiesto scopo, lettere pastorali, dedicate all' "Ecclesia in Europa", all' "Ecclesia in America", all' "Ecclesia in Africa", ecc....Anche il Sinodo delle Chiese Protestanti, le Comunità Ebraiche, le presenze islamiche, tentano di darsi una fisionomia europea.

Molti sono gli interrogativi che ci si pongono a questo riguardo:

-come si  prospetta il contributo culturale delle varie sezioni di una religione poste in diversi Paesi e continenti?

-vi possono essere temi comuni e specifici fra le varie confessioni cristiane, le varie scuole mussulmane e le varie comunità ebraiche che vivono in Europa?

-vi può essere una specifica "lealtà" di questi segmenti delle varie Chiese e confessioni per la Patria Europea?

Noi crediamo di si. La prova numero uno dovrebbe essere costituita dal fatto che le tendenze culturali  più importanti del Cristianesimo , dell' Islam e dell'ebraismo traggono la loro fonte dal pensiero di filosofi europei medioevale fra loro strettamente interconnessi, come Averroè, Maimonide e San Tommaso, ai quali le rispettive istituzioni religiose sono ancora fortemente legate.

Poi, simili sono i problemi che tutti debbono affrontare: la critica agli eccessi della scienza e della tecnica, la convivenza in un territorio così ristretto di un numero pressoche infinito di popoli e culture che vogliono mantenere la propria identità; la comune esposizione all' influenza culturale nordamericana; gli incerti confini con l' Asia, con il Medio Oriente, con il Nordafrica.



























martedì 28 giugno 2011

MANIFESTO: IL MONDO DELLA CULTURA CONTRO LO SFASCIO DELL' IDEA EUROPEA


Manifesto: Culture's World against Jettison of European Ideal.Le Manifeste: Le monde de la culture contre la ruine de l' idéal européen.Manifesto:Kulturwelt gegen die Ruine des europaeischen Ideals






Il livello di fiducia nell’Unione Europea (UE) ha raggiunto oramai i suoi minimi storici.
ALL’UE NON E’ STATA, FINO AD ORA, ATTRIBUITA UNA CAPACITA’ DECISIONALE ADEGUATA A  VALORIZZARE LE  CARATTERISTICHE DELL'UNIONE, UNICHE AL MONDO: il PIL complessivo più elevato;la valuta più forte; il più elevato “surplus” nell’ export di beni culturali (salvo che per gli audiovisivi); le Forze Armate più numerose.
MA, NONOSTANTE TUTTI I DIFETTI DELLA UE, L’ EUROPA SIAMO NOI; QUINDI, NON POSSIAMO USCIRNE, QUAND'ANCHE LO VOLESSIMO.
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1.Un antico ideale

E’questo ciò che intendiamo quando affermiamo che, senza mai essere stata, né una nazione, né un impero, “L’EUROPA E’ STATA ED E’ UNA COMUNITA’ DI DESTINO”. In particolare, come gli altri Continenti e Sub-Continenti del mondo, l’Europa ha sviluppato, nei secoli, un suo specifico modo di essere (il “Modello Socio-Economico Europeo”), non solo è il più consono al modo di pensare e di vivere degli Europei, ma che potrebbe anche costituire un prezioso contributo, da parte dell’ Europa, al resto del mondo, a condizione che essa fosse  capace di ascoltare le esigenze degli altri e di trarne  idee innovative, proponendole senza arroganza eurocentrica.

2.Un progetto “dirottato”
 
Non riteniamo che l’Unione dei nostri giorni corrisponda alla vera e propria  Idea Europea -la quale ultima un progetto culturale millenario, che, fin dal Medio Evo, ha voluto  dare forma alla “Comunità di Destino”europea che l'Europa costituiva e ancora costituisce-
Quegli antichi  intellettuali e politici, come Dubois, Podiebrad, Sully, St.Pierre, Leibniz,
Kant, Rousseau, Novalis, Mazzini e Nietzsche, nonostante le loro diversità, condividevano già  la visione dell’ Ideale Europeo come indispensabile baluardo di un'unica Comunità di Destini.
Durante la “Guerra Civile Europea” (1914-1945), diversi intellettuali federalisti, come Coudenhove Kalergi, Galimberti e Spinelli,  avevano già anche abbozzato le strutture di una Federazione Europea, comprensiva di tutta l’ Europa, dotata di poteri politici, economici e militari.
In realtà, la “Crisi dell’ Europa” è soltanto la crisi della “Cultura Funzionalistica” dell’ Unione, non già quella dell’ Europa come Comunità di Destino. I Padri Fondatori avevano compreso che la strategia “funzionalistica” (basata sull’ attribuzione, alle Istituzioni, di limitati poteri economici) costituiva solo un compromesso.Perciò, essi avevano già anche previsto che, se la costruzione europea fosse giunta ad uno stallo, gli Europei avrebbero dovuto riprendere  il loro percorso comune, ma partendo, stavolta, dalla cultura, non dall’ economia. Si deve quindi tenere  anche conto dalla necessaria autocritica degli errori ed omissioni dei politici e degli  intellettuali europei negli ultimi cinquant'anni.
Oggi, di fatto, rimangono da costruire tutti e cinque i Pilastri dell’ Idea Europea:la Costituzione; la Politica Estera e di Difesa Comune;la Politica Europea Economica e Industriale;il Sistema Socio-Politico Europeo;l’allargamento a tutto il Continente.
Nel frattempo, le “Comunità Europee” create dai Padri Fondatori, sono state sostituite da un’ “Unione” senz’anima, sempre più simile a una mera “sezione europea ” della Globalizzazione, e sempre meno capace di resistere agli eccessi di quest'ultima.

3. Sfida all’ Europa.

Alla fondazione delle Comunità,l’Europa era ancora immersa in un “guscio protettore” di  Eredità Culturale Europea, che, nelle intenzioni dei Padri Fondatori, le Comunità avrebbero dovuto promuovere, non già cancellare. La sfida, oggi, ci viene, invece, dagli esiti estremi della Globalizzazione, che rischiano di cancellare, con il declino dell’ Europa, anche i residui stessi dell’Eredità Culturale Europea. Sfortunatamente, il “Metodo Funzionalistico” è inefficace contro questa minaccia, sicché la cultura europea è chiamata ad elaborare soluzioni alternative da proporre alla politica.

4.Ripartire dalla Cultura.

Le statistiche dimostrano che l’ Europa è il continente più acculturato del mondo. Se, fondandosi su questa propria eccellenza, l’Europa riuscisse a pensarsi come il baluardo non solo dell' ’Eredità Culturale Europea, ma perfino dell' Eredità Culturale Mondiale , essa avrebbe tutte le potenzialità per divenire una   forza trainante per tutto il mondo, capace di rispondere alle tre questioni fondamentali in cui si articola la sfida della Globalizzazione: l’avvicinarsi dell’era delle “Macchine Spirituali”, in competizione, per la supremazia, con la stessa Umanità; la consapevolezza che l’Eredità Culturale europea non è che una delle grandi tradizioni dell' Eredità Culturale Mondiale; la consapevolezza del Modello Socio-Politico Europeo come l'unico strumento per consolidare, nel contempo,e la nostra comune forza economica, e la nostra solidarietà sociale.

5.La missione degli intellettuali .
 
Da una siffatta iniziativa degli intellettuali, dovrebbe poter nascere un Nuovo Discorso Europeo, capace di attualizzare l’Eredità Culturale Europea nel nuovo ambiente della Globalizzazione. Per potervi contribuire, gli intellettuali europei riconoscentisi nell’approccio qui suggerito dovrebbero porsi in grado, utilizzando tanto i nuovi mezzi di comunicazione, quanto i meccanismi finanziari dell’ Unione, di proporre, entro tempi stretti, alla classe politica, a nuovi soggetti politici e ai movimenti dei giovani, nuove formule -concettuali, filosofiche, politologiche - per fronteggiare la Sfida all’ Europa–, i cui punti fondamentali potrebbero essere tratti dalle tradizioni del Federalismo Europeo: un dialogo autentico con tutte le culture mondiali; l’individuazione di un nuovo equilibrio mondiale, accettabile da tutti; un nuovo quadro istituzionale –una “Grande Europa”, in cui le nostre specificità venissero adeguatamente rappresentate e promosse-, un compiuto Ordine Giuridico Europeo, che realizzasse autenticamente i diritti sociali, umani e civili affermati, ma solo in teoria, dall’ “Acquis Communautaire”; un federalismo europeo e interno che costituisse un’effettiva rappresentanza di tutti, non già la moltiplicazione di inutili nomenklature.

Solo sfidando il qualunquismo, gli Intellettuali Europei potrebbero ricuperare una “leadership” morale e intellettuale ormai perduta, tramandando alle nuove generazioni un esempio vivente, fornendo un ideale per cui combattere ai giovani che protestano contro il presente, e restituendo ai cittadini la fiducia, che essi stanno perdendo, nell’ Europa, nella democrazia –e, infine, nella vita stessa-.
NON CHIEDETE COSA L’ EUROPA POSSA FARE PER VOI, MA COSA VOI POTETE FARE PER L’ EUROPA
Per Alpina srl,
(Lina Sarich)
Per AICCRE
(Alfonso Sabatino)
Per Poesia Attiva
(Bruno Labate)
Per l’Associazione Culturale Dialexis
(Riccardo Lala)
Per IPSEG
(Stefano Commodo)
Per Il Laboratorio
(Mauro Carmagnola)

venerdì 17 dicembre 2010

AUTENTICITA' E "COSCIENZA INFELICE"


Potter’s New Book Emphasizes Contradictions of Authenticity Rhetorics. Nouveau livre d’Andrew Potter met en exergue les contradictions des « rhétoriques de l’Authenticité ».Potters letztes Buch emphatisiert Gegensaetze in der "Rhetorik der Autenticität".

Abbiamo già espresso, nel nostro precedente post, il nostro tributo agli Autori americani che collaborano a “The National Interest”, rivista di cui non condividiamo certo, al 100%, l’impostazione, ma di cui non possiamo, tuttavia, non sottolineare l’invidiabilmente alto livello.

Come abbiamo recensito con il massimo interesse l’articolo di Fred Baumann sulla crisi del concetto di umanesimo, così non possiamo neanche passare sotto silenzio l’altrettanto interessante recensione di R. Jay Magill Jr.,The Unreal Thing” (The American Interest, Vol. VI, N. 1, September/October 2010, pag. 104), dedicata ad un altro tema altrettanto scottante per ciò che riguarda le culture che fanno riferimento al “Canone Occidentale”: la "retorica dell’autenticità".

Come giustamente rileva l’Autore, la ricerca dell' autenticità costituisce una costante della cosiddetta "modernità occidentale"-una ricerca che passa attraverso tappe oramai consacrate, come, per esempio, la morte di Socrate, le opere di Lutero, Calvino, Rousseau, Thoreau, l’“alienazione” marxiana, la pittura contemporanea, eccetera.


Come rilevava già Thorstein Veblen, nelle moderne società capitalistiche, la ricerca dell’autenticità è strettamente legata ad un’affermazione di “status”, e, nella postmoderna società del ceto medio, al “feticismo della merce”.

La realtà è che l’idea, intrinsecamente rousseuiana e nietzscheana, dell’“autorealizzazione” è impossibile a conciliarsi, checché ne pensino Rorty e Vattimo, con l’“ideologia dell’eguaglianza” tipica dell’Occidente americanocentrico.

Un “riconoscimento” ben più efficace della propria “autenticità” era garantito, paradossalmente, molto meglio, come osserva l'armeno Ter Levossian, dagli antichi Imperi e dalla loro “integrazione differenziata”, che non dalle attuali democrazie, ove vigerebbe (ma solo teoricamente), l’“individualismo di massa”, ma, invece, si oscilla, di fatto, fra due estremi: da un lato, l’omologazione totale su una “way of life” assolutamente conformistica e meccanizzata, e, dall’altro,il potere incontrollato delle oligarchie del denaro.

Come nel caso precedente, crediamo che Paesi diversi, come, per esempio, l’Europa, ma anche Israele, i Paesi Islamici o l’India, siano (paradossalmente) meglio in grado di fare fronte alla crisi della “retorica dell’autenticità” di quanto non possa fare l’America. Infatti, avendo, l’America, rifiutato “a priori” ogni continuità con la pluralità (e, se si vuole, l’irrazionalità) delle “identità ereditate” delle società tradizionali, essa non è in grado di offrire, ai propri cittadini, alcun punto di riferimento per sfuggire, nella loro “ricerca di autenticità”, alla vuotezza della città tecnologica postmoderna.

Sono, invece, paradossalmente, proprio gli Europei, che sono all’origine delle contraddizioni dei concetti dell’Umanesimo e dell’Autenticità, ad essere quelli che (volendo e potendo), potrebbero pronunziare una parola risolutiva su questa questione.


martedì 21 settembre 2010

I "NUOVI BARBARI"


Italian Debate on Extinction of Modern Culture Misses Full Extent of Question. Le débat en Italie sur l'exhaustion de la culture de la modernité néglige le cadre de référence. Italienische Debatte ueber Erschoepfung der Kultur der Modernitaet laesst Gesamtbild ausser Sicht.


Il dibattito fra Scalfari e Baricco

Anche in Italia, la "Rentrée Littéraire" impone agli autori più affermati l'esigenza di qualche lacerante dibattito. E' il caso, ad esempio, di Scalfari e di Baricco, sulle pagine de "La Repubblica", circa "Barbari" e "Imbarbariti".

Scalfari deve lanciare il suo Nell' ampio mare aperto (Einaudi, Torino, 2010 ), in cui si tratta di temi parzialmente affini a quelli del saggio di Baricco comparso "a puntate" per diversi anni consecutivi su "La Repubblica".

Le tesi centrali di Scalfari:

-la modernità è finita con Nietzsche, anche se ha continuato una sua vita residuali per circa settant'anni dopo la sua morte;

-la caratteristica principale di Nietzsche è la "perdita del centro", giacché il Centro è in qualunque punto, non vi è più una "cosa ultima", e, di conseguenza, tutto si svolge in superficie;

-dopo i Moderni, non è venuta una nuova civiltà. I Postmoderni, se esistono, non sono un movimento vitale;

-i "Nuovi Barbari", destinati a riempire il vuoto di civiltà così lasciato, non sono ancora nati.

Anche per Baricco, ci troviamo di fronte ad una crisi di civiltà. Anche per lui, la società che va verso la sua fine è quella classicistica e borghese della Modernità. Tuttavia, per lui, i nuovi barbari ci sono già: sono, da un lato, gli imprenditori della New Technology, che, com il Web, impongono una nuova forma di cultura, e, dall' altro, le nuove generazioni educate alla Rete. Di fronte a questi "Nuovi Barbari", starebbero gli "Imbarbariti", i conservatori che difendono la civiltà ormai morta. Non si tratterebbe altro che una nuova vicenda dell'eterna dialettica fra Progresso e Reazione.


La Modernità è sempre stata in crisi

Tutto ciò può essere parzialmente vero, ma, intanto, non è,certo, nuovo.

Non è nuovo il passaggio dalla "profondità" classicistica alla "superficialità" postmoderna. Sembra poco più di una trascrizione in altre parole dell' idea nicciana di "spirito di leggerezza" ("alleggerimento") contro "spirito di gravità". Esso è già stato declinato in tutte le salse, dai futuristi, dai surrealisti,da Benjamin, da Schuon, da Calvino, da Vattimo, da Lipovetzki, ecc....

A nostro avviso, la Modernità tutta intera è un' "epoca di transizione" (cfr. p.es., St. Simon, Comte, Marx, Juenger, che, tutti, avevano in mente "una nuova età organica"). Questa transizione comincia, di fatto, intorno al 1750, quando gli Europei smettono di ammirare incondizionatamente l'Oriente e incominciano a prendere posizione nella civilissima India, saccheggiandone l' economia e le tecnologie. Spunta solo allora l' idea dell' "eccezionalità dell' Occidente", che si sviluppa, in epoca rivoluzionaria e napoleonica, con la messa in discussione (più teorica che pratica) dei ceti dell' "Ancien Régime"; essa giunge a maturazione solo intorno al 1850, quando, dopo le guerre dei Cipays e dei Taiping e quella messicano-americana, l' "Occidente" comincia a guardare agli altri popoli e alle altre civiltà come a realtà inferiori. E, tuttavia, contemporaneamente, nasce già l' idea di un superamento della modernità occidentale nella "fine della Storia", come la ritroviamo in Hegel, Comte e Marx. All' inizio del Novecento, la nascita di una vera e propria civiltà della scienza e della tecnica va di pari passo con con lo sviluppo del Decadentismo, così come la nascita delle società di massa con la fortuna del filone "nicciano").

Nel momento stesso in cui, nel 1945, con l' occupazione di tutto il mondo da parte di sistemi socio-politici "moderni", la vittoria della Modernità sembrerebbe compiersi, ecco che i due più grandi Imperi "premoderni" (che comprendono circa la metà dell' Umanità) si dichiarano indipendenti, sotto due leaders come Gandhi (che veste come un sannyasi del 1000 a.C. e fila con un arcolaio di tecnologia neolitica), e Mao che veste, come si dice in Cina, "alla Mandarina", antepone le campagne alle città e conferma il primato della lingua ideogrammatica).



Lo sviluppo delle macchine intelligenti e la "Singularity"

Infine, nel momento in cui internet anticipa già una società ed una cultura diverse da quelle della Modernità, si annunzia anche una "leadership" asiatica sulla cultura, sulla politica e sull' economia mondiali. Il mondo che ci attende si porrà alla confluenza di due grandi tendenze: la bioingegneria, sospinta, almeno fino ad oggi, dal capitalismo e dallo scientismo occidentale, e, dall' altra, la riscoperta delle culture tradizionali in corso in Asia (un mix che già vediamo nei cartoons giapponesi). Non è escluso che questo incontro abbia un andamento catastrofico.

Secondo i teorici della "Singularity", in "Occidente" si perverrebbe entro il 2030 al predominio delle macchine intelligenti. Secondo altri, intanto, il "blocco asiatico" tenderà ad autonomizzarsi dal resto del mondo, intorno al suo originale esperimento culturale (cfr. l'ultimo articolo di Rampini su "la Repubblica"). Nel medio-lungo termine, tutto cio potrebbe acuire ulteriormente gli aspetti di "controllo" già insiti tanto nell'impostazione tecnocratica dell' Occidente quanto in quella "neo-imperiale" orientale.

Tuttavia, tutto ciò sembrerebbe riguardare solo una prima fase del "Mondo Nuovo" che ci attende:"Steve Rayhawk, matematico e bioinformatico che coordina il lavoro degli studenti del Singularity Institute, sostiene che un sistema d' intelligenza artificiale programmato male potrebbe considerAre gli esseri umani una semplice materia prima"(Yves Eude, Alla conquista dell' immortalità", Le Monde, trad. Internazionale, 24/30 settembre 2010, pag. 60).L'unità del mondo verrebbe realizzata dalle macchine, sottoposte solo più al controllo di un unico enorme ordinatore (che realizzerebbe così la "Singularity", la riunificazione gnostica, o neo-platonica, o cabbalistica), nell'Uno originario. Queste tesi "californiane" riecheggiano per altro, singolarmente, quelle del "comunismo magico" dei "Bogostroiteli" bolscevichi di Lunacarskij.



I "nuovi barbari" sono le "Macchine Intelligenti".

In ogni caso, i "Nuovi Barbari" non saranno degli umani, ma le "Macchine Intelligenti", a meno che non vengano contrastate da una cultura ed una politica adeguate. Se lasciati a se stessi, i profeti californiani dell' "Ideologia di Internet" e della "Singularity"ci porteranno al dominio delle "Macchine Intelligenti," finché verranno anch'essi da queste spazzati via.

Si pone allora un problema enorme, che va ben al di là di dispute circa i più recenti "trend" letterari, anche se, in un certo senso, li ricomprende e li spiega.E' il problema della continuazione (o meno) dell' Umanità. Problema, in ultima analisi, teologico (perchè qualcosa è piuttosto che non essere?), ontologico (che cosa è l' Uomo?), antropologico (che cos'ha l'uomo in più rispetto alla "Macchina Intelligente"?), politico (le "Leggi della Robotica" di Asimov), e, infine (ma, direi, soprattutto, con urgenza), culturale: come affrontare questi dibattiti?; come coltivare l' Umanità nell' epoca delle Macchine Intelligenti?.

Anche i teorici della Singularity pensano a qualcosa di simile alle asimoviane "Leggi della Robotica". Tuttavia, ciò dimostra il loro dilettantismo: già Asimov aveva già dimostrato plasticamente nelle sue opere degli Anni '20 e '30 che queste "leggi" non funzionano. Non è un semplice fatto di " cattiva programmazione", bensì, invece, che l' "errore umano è talmente inevitabile", che l'errore, lo "scostamento", il "clinamen" è -proprio, per le teorie materialistiche e darwiniste- quell' elemento di libertà che porta all'evoluzione della specie.



Tornando al dibattito culturale.

Dal punto di vista strategico, è proprio lì che si pone la questione di come (ammesso che lo si voglia) fermare quella china che, fra tecnica, volontà di potenza, centralizzazione e Macchine Intelligenti, ci sta portando verso lo scontro finale fra Est e Ovest, fra robot e umani, o alla guerra fra robot (satelliti-spia, droni, macchine belliche semoventi, sistemi di controllo integrati di teatro, nano-macchine, ecc....):"Ma gli adepti della Singolarità hanno davanti anche un' altra sfida, probabilmente la più difficile: l' umanità deve capire cosa vuole davvero e provare a ottenerlo con l' aiuto delle macchine"(Eude, cit).

Dal punto di vista culturale, si tratterebbe forse di individuare un "uovo umanesimo", capace di giustificare filosoficamente ed esistenzialmente la scelta per la continuazione dell' Umanità (anziché quella del "passaggio di consegne" alle macchine).Dal punto di vista politico, si tratterebbe di studiare le "linee di faglia" all' interno dei diversi Moloch, che permettesse la sopravvivenza di soggetti collettivi improntati ad una logica diversa dalla pura Volontà di Potenza.L'Europa è una di quelle "linee di faglia".Come osservato da molti (cfr. p.es, Goethe, Gramsci, Nisbett, Rifkin, Gress), pur essendo posta all' interno dell' Occidente, essa non ne condivide le motivazioni di fondo. In particolare, essa è più impermeabile al "destino della Tecnica", e, per questa ragione, le è più facile dialogare con l' Oriente, ma anche porre un freno agli entusiasmi del tecnicistico. Le opere di Zamiatin, Capek, Lem, Burgess, sembrerebbero dimostrarlo. Ciò imporrebbe, però, una completa rivisitazione della nostra tradizione culturale (l'"Identità Europea"), per scoprirvi quegli elementi che si distaccano dal "mainstream" e che possono farvi contrasto.Tale ricerca è solo parzialmente in corso.

Il dibattito sulle nuove tendenze letterarie si rivela, così, come uno degli infiniti "tasselli" necessari per mettere in moto questo nuovo dibattito culturale. Occorre innanzitutto capire verso dove si sta andando. E, tuttavia, se, come abbiamo ragione di temere, la tendenza è verso la Fine dell' Uomo, allora anche il dibattito letterario dovrebbe venire sottratto ai frivoli umori delle "rentrées littéraires"e dei "tak shows", e canalizzato in questo dibattito più vasto.

In generale, si impone, a nostro avviso, un drastico ridimensionamento proprio del "carattere superficiale" della cultura contemporanea, tanto esaltato da Calvino e da Baricco, e oramai divenuto un malcostume collettivo del "mondo della cultura".Gli "Imbarbariti" sono proprio gli intellettuali contemporanei, che perdono il loro tempo dietro a questioni irrilevanti, mentre incombono scelte fondamentali per l'Umanità.

La cultura deve essere riportata alla sua drammatica serietà, imposta dal permanere, e dall' ampliarsi, non già l'estinguersi, della tragicità dell' esistenza e della storia.

E' questo, per altro, ciò che noi stiamo facendo con l'insieme delle nostre attività, e, più in particolare, con le iniziative che abbiamo lanciato con le altre Associazioni culturali torinesi in concomitanza del Progetto per la Candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura. Ci riferiamo soprattutto aprogetti come "Ricominciare dalla Cultura" e "Network della Cultura Europea".



venerdì 10 settembre 2010

LO “STATO DELL’ UNIONE” DI BARROSO

Barroso’s “State of Union” Speach Source of Wide- Ranging Controversies. Le discours de Barroso sur l’”Etat de l’ Union” solicite des controverses tout-à-fait légitimes. Barrosos Gespraech um dem “Stand der Union” reizt weitreichende Auseinandersetzungen

La stampa internazionale, e, in particolare, quella anglosassone, non ha mancato, certo, di mettere in rilievo le contraddizioni dell’ ambizioso discorso che lo stesso Barroso aveva battezzato con una denominazione tratta dalla tradizione politica americana (“The State of the Union”).

Nonostante le premesse non consolanti (previsione di un notevole assenteismo e minaccia (poi ritirata) di sanzioni contro i possibili assenteisti), il discorso si è svolto in modo indolore, ed ha perfino avuto un certo successo.

Barroso ha tracciato uno schema equilibrato delle attività in corso, in particolare quelle economiche.Ha poi svolto una giusta critica delle recenti scelte della Francia in materia di espulsione dei Rom (che sono cittadini europei).

Nel complesso, però, il discorso rivela che, pur consolidandosi sempre più nella “routine”, l’ Unione Europea non possiede alcuna strategia, e neppure si sforza di averla, come almeno tentano faticosamente di fare America, Cina e Russia.

Certamente, le trasformazioni in corso a livello mondiale sono enormi e solo parzialmente prevedibili (surriscaldamento atmosferico, guerre in Asia, sovrappopolazione nel Sud del mondo e crisi demografica a Nord, peso sempre crescente della Cina, instabilità cronica del sistema finanziario, deflazione), tuttavia, grandi organizzazioni continentali come l’ Unione Europea sono nate proprio per occuparsi di questi grandi problemi, lasciando quelli di minor peso (in base al "principio di sussidiarità",) agli Stati membri, alle Nazioni, alle città, alle associazioni, alle imprese e alle famiglie. Se l’ Unione Europea si occupa solo della “routine” perde di credibilità.

Eppure, la cultura politica che è emersa in questi 50 Anni (il “pensiero unico”) sembra fatta proprio per non decidere.

Si va verso un surriscaldamento o una nuova età glaciale? Bisogna sostenere le guerre “di civiltà” in Asia o dialogare con la Cina e con l’ Iran? Bisogna frenare i flussi migratori o accogliere tutti coloro che decidono di trasferirsi in Europa? Bisogna vietare gli investimenti dei Fondi Sovrani o incentivare gli investimenti dei BRIC? Bisogna sottoporre le transazioni finanziarie a severe restrizioni o incentivare i servizi finanziari internazionali? Ci vuole una “politica di austerità” o bisogna rilanciare i consumi?

Ci sembra che l’ Unione Europea ( e i suoi Stati membri) abbiano già detto, e fatto, in questi anni, tutto e il contrario di tutto.

Visto che la proposta Costituzione Europea, basata su una siffatta cultura politica, è stata "bocciata", sarebbe il caso di pensare una nuova Europa, con una chiara consapevolezza del proprio ruolo e, quindi, capace di proporre una ben precisa prospettiva, adottando, di volta in volta, decisioni coerenti con quest’ ultima.

Quindi, un programma grandioso di ricerca e di dibattito, per fare nascere nuove realtà culturali e politiche capaci di ideare una nuova "costituzione" dell' Europa retta da un piano unitario, semplice e direttiva, a cui tutti gli altri strumenti giuridici siano subordinati.

Un siffatto movimento culturale e sociale potrebbe animare una grande alleanza riformatrice, che si candidi al governo del Parlamento Europeo e degli Statio Membri, delle Regioni e delle città.

Una volta approvata questa nuova "costituzione", questo movimento potrebbe dedicarsi al rinnovamento della cultura, del diritto e dell' economia a tutti i livelli.

Per questo motivo, non condividiamo l'atteggiamento degli intellettuali più europeisti, come per esempio Sassoon nella sua più recente intervista a Torino, i quali si rammarricano che non vi sia una sufficiente "identità europea", ma poi non "entrano nella mischia" per proporre soluzioni.

Questo è, invece, il momento per agire.


domenica 23 maggio 2010

DIBATTITO SULLA CRISI DELL' EURO

Myriads of Themes Touched by Euro Crisis Stimulate all Kinds of Debates. Les milliers de sujets touchés par la crise de l' Euro soulèvent tout genre de débats. Tausende von den von der Eurokrise beruehrten Themen erwecken Alle Arte von Debatten.





Le problematiche sollevate dalla "crisi greca" sono state così vaste, da legittimare il mondo giornalistico a scatenarsi con le argomentazioni più diverse: dal perchè l'Euro provpcherà la fine dell' Europa, a come ne provocherà il rafforzamento, dall' impossibilità di superare le differenze nazionali, alla crisi del modello sociale europeo, ecc...

Ci limitiamo solo ad alcuni dei temi trattati, che maggiormente si avvicinano alle nostre problematiche.

1)Impossibilità di fare l' Europa per l' eccessiva diversità fra gli Stati membri (Edoardo Nesi, Ai miei nipoti dirò "Un sogno", Il Sole 24 Ore, 23 Maggio 2010, n. 140, pag. 26)

Ci sembra poco plausibile, perchè i grandi Stati continentali che dominano il presente sono tutti molto diversi fra di loro.

L' America per prima comprende territori così diversi come il Maine e l' isola di Guam, l' Alaska e Puerto Rico, la California e il Vermont, e popoli così diversi come i WASP e i nativi americani, i Latinos e gli Afro Americani.

L' India possiede l' Himalaya e la Maldive, il deserto del Rajasthan e la giungla dell' Assam, popoli sinotibetani "gialli" nell' estremo Nord, Dravidi di pelle scura nel Sud, Ariani di pelle chiara nel centro.L'India, pur esssendo fortemente induista, possiede la più vasta popolazione mussulmana del mondo.L' India ha 22 lingue ufficiali, 350 lingie nazionali e 2.500 dialetti.

Anche la Cina è una realtà composita, con una sessantina di lingue e nazionalità, di cui alcune (mongoli, Uiguri, Mancesi, Miao-Yiao), non sono neppure sino-tibetani.Vi sono rappresentati, oltre ad un gran numero di atei e di Confuciani, Taoisti, Buddisti, Cristiani e mussulmani.

Certo, ciascuno di questi Paesi è tenuto insieme da due fattori: un' identità ed uno Stato. Tutti e tre sono nati da profonde lotte per definire la propria identiità: le guerre contro l' Inghilterra e contro il Messico, la Guerra Civile Americana; la "Partition" con il Pakistan, le guerre indo-pakistane;le rivolte dei Taiping e dei Boxer, la lotta di liberazione contro il Giappone, la Guerra Civile Cinese.

Quindi, il motivo della difficoltà a fare l' Europa non è l' eccessiva diversità dei popoli, bensì la difficoltà della ricerca di un' identità comune, non imposta dai vincitori delle successive guerre civili.E, tuttavia, anche per gli altri grandi paesi continentali, le identità che, alla fine, hanno prevalso, sono identità antiche, che si sono affermate malgrado le convinzioni universalistiche e modernizzatrici dei Padri Fondatori: il Puritanesimo, la cultura sanscrita, il San Yao.

In Europa, non abbiamo ancora assistito a questa crisi del partito vincitore: il laicismo illuminista di fronte al Puritanesimo; il laicismo di tipo occidentale di fronte alla cultura tradizionale di matrice sanscrita; il maoismo di fronte al Confuciasnesimo.Se ciò avvenisse anche in Europa, ci si accorgerebbe che i conflittti di oggi (laicismo contro cattolicesimo), di ieri (liberalismo contro socialismo), dell' altro ieri (fascismo contro antifascismo), e dei secoli passati (Francia contro Germania e Inghilterra; Polonia contro Germania e Russia; rivoluzione contro reazione; cattolicesimo contro protestantesimo; cristianesimo contro Islam e contro paganesimo) non sono più determinanti.Il problema dell' Europa è come mantenere in piedi la propria cultura umanistica di fronte all' invadenza della Globalizzazione. E, per fare fronte a questo problema, l' Europa fuò fare ricorso alle risorse di una cultura millenaria, che va dal Paganesimo, al Cristianesimo, all' Ebraismo, all' Islam, all' aristocrazia, agli intellettuali indipendenti, alla borghesia illuminata, all' associazionismo.

2)La cultura come contrappeso (Charles Grant,Mi preoccupa l' isolazionismo.Il Sole 24 Ore, 23 Maggio 2010, n. 140, pag. 26):"La cultura è l' ultimo ambito in cui vedo ancora elementi di dinamismo e vitalità.Non credo, come sento spesso dire, che la cultura europea sia "vecchia" o troppo legata al passato.In tutti gli ambiti -dalla letteratura al cinema- ci sono delle avanguardie molto interessanti"

3)Mappatura della cultura europea (Tom McCarthy,Il Sole 24 Ore, 23 Maggio 2010, n. 140, pag. 26):"Quello che gli artisti possono fare è provare a intercettare la strada dove le arti si muovono.La cultura ha un andamento ciclico.Capita così che una delle sue forme si conquisti una posizione di predominanza rispetto alle altre: in Francia, per esempio, negli ultimi cinquant'anni, l' esplosione dei filosofi è andata a detrimento della letteratura.Nel Regno Unito i romanzieri e i poeti di oggi sono poco letterari, sono artisti delle arti visive. E' l' arte, non l' editoria, l'arena in cui la storia letteraria attivamente - e dcreativamente- si trasforma, si discute e progredisce."

4)Necessità di scegliere fra zona di libero scambio e vero stato federale ( Donald Sassoon, Smarrita Europa, dove vai , Il Sole 24 Ore, 23 Maggio 2010, n. 140, pag. 26). A noi sembra un argomento stantio: l' Europa è già ora più che un' Unione Doganale; ha notevoli politiche comuni. Certo, è meno di un vero Stato Federale.Tuttavia, a nostro avviso, non è tanto questo ciò che le manca, bensì un vero "centro propulsore", anche piccolissimo, ma fortemente autocosciente, motivato, lucido e proattivo, che studi sull' identità, formi le élite, programmi il futuro, intervenga nei meccanismi politici, lanci parole d'ordine, presidi i punti nevralgici (teologia, arti creative,scuola, finanza, alta tecnologia , politica estera e di difesa).

5)Politiche della creatività (Ross Lovegrove, Non perdere la creatività, Il Sole 24 Ore, 23 Maggio 2010, n. 140, pag. 26)."Inoltre l' Europa è talmente variegata al suo interno che è possibile pensare a LOndra, trovare i materiali a Milano e produrre in Polonia.Sono convinto che esistono gli estremi per creare un nuovo mercato della creatività.L' Europa non è morta, deve solo organizzarsi meglio"

6)Crisi del modello sociale europeo(Steven Erlanger, A social model, continent's pride, shows corrosion, International Herald TRibune, 22-23Maggio, pima pagina).L' errore di fondo di questo articolo, come di quasi tutti coloro che si occupano di questo tema, è quello di presentare il "sistema sociale europeo" come il prodotto di politiche "di sinistra" del 2° Dopoguerra, caratterizzate daun alto tenore di vita (rispetto agli standards degli altri Continenti).

In realtà, il "solidarismo",l'anti-competizione e l' alto tenore di vita hanno radici molto lontane.

Come noto, Aristotele esaltava l' "oikonomìa", la gestione del fondo agricolo", contro la "crematistica" ("l' arte di fare soldi"):L' "oikos" omerico era un piccolo regno solidaristico, dove padrone e sudditi si sentivano parte di uno stesso destino). I "Collegia", le "Confraternite" e le "corporazioni" coordinavano già dai tempi più antichi, su basi solidaristiche, l' operare economico dei settori produttivi.La legislazione sociale tedesca fu inventata nel 2° Reich tedesco, contro la volontà di liberali e socialisti.

L'alto tenore di vita deriva dell' enorme ricchezza ereditata dagli Europei dai loro antenati, che hanno creato una cultura unica, hanno arricchito di monumenti città e villaggi, hanno inventato artigianato e cultura pregiati, hanno creato imperi.

Questa diversa ricostruzione storica ha come conseguenza anche diverse previsioni.

Certo, anche secondo noi è possibile che le svantaggiose condizioni economiche possano indurre ad una riduzione del tenore di vita degli Europei, se essi non si organizzano adeguatamente per valorizzare al meglio la propria eredità.

E, tuttavia, non si vede come questa diminuzione del tenore di vita debba necessariamente condurre ad una riduzione dell' elemento solidaristico. Anche gli Stati del Socialismo reale, come i Paesi dell' Asse durante la II Guerra Mondiale, avevano untenore di vita più basso di quello occidentale. Però, questo non toglieva ch' essi fossere organizzati secondo principi solidaristici. Principi che derivano dalle tradizioni culturali, non già dalla contingenza economica, né dal prevalere dell' una o dell' altra formula politica.