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sabato 2 luglio 2011

THEOLOGIA EUROPAEA

Meister Eckhard, autore di 
     "Theologia Theutsch"
Blair's Intervention provokes Reflection over Universality of Religions. 
L'intervention de Blair solicite une reflection sur le   caractère universel des réligions. 
Blairs Stellungnahme stimuliert Ueberlegungen ueber Universalitaet   von    Religionen.


Nel post di ieri, avevamo affrontato da un punto di vista molto generale
gli interrogativi posti dalla provocatoria intervista di Tony Blair su "La Stampa" circa politica e religione.

Mentre la tesi secondo la quale, per comprendere la globalizzazione, i politici dovrebbero studiare la religione, è originale e degna di plauso, il resto dell' intervista ci è sembrato piuttosto scontato, e conforme ad una sorta di "pensiero unico", in base al quale tutte le religioni vanno bene, ma ciò che rovina una felice coesistenza fra le stesse sarebbe l'"estremismo", presente in ciascuna religione, che  impedirebbe a queste  di "dialogare" con le altre. Già l'adozione, per le religioni, di concetti tipici della politica contemporanea, come "moderati" e "estremisti" ci sembra rendere impossibile la comprensione della complessità del fenomeno religioso, che ha  parametri ben più complessi di quello "moderatismo" e "estremismo". Cos'è più "moderato" e che cos'è più "estremista", il Carttolicesimo o il Luteranesimo, la Sunna o la Shi'a, lo Hinayana o il Theravada?

Tra l' altro, il punto di riferimento per decidere chi è "moderato" o "estremista" è il livello di gradimento dei diversi gruppi religiosi per la società tecnologica e capitalistica mondiale di tipo occidentale. Sono "moderati" coloro i quali, pur professando una religione diversa dalla versione più secolarizzata del puritanesimo protestante, accettano che i loro fedeli vivano, sostanzialmente, come dei protestanti anglosassoni contemporanei, e sono estremisti coloro che vogliono vivere in modo  diverso.Sono moderati coloro i quali pregano in lingue diverse dall' Arabo Classico, o dal Latino, non si circoncidono, ecc...Sono estremisti coloro i quali vestono con lunghi mantelli, sanno a memoria il Corano, ecc..

La spiegazione che diamo a questo fenomeno è che il  vero problema per la coesistenza di varie religioni non è una questione di "estremismo" o di "moderatismo", bensì una questione di lotta fra modelli societari, di interpretazione del "principio di elezione".Tale principio è antico quanto l' uomo. Eliade ricordava che già l' uomo primitivo considerava il palo centrale della propria capanna come "l'Asse del Mondo". I Greci avevano, a Delfo, l' "Omfalòs"; i Cinesi continuano a definire se stessi come "Zhong Guo", vale a dire comne il "Luogo di Mezzo", anticamente l' altare dell' Imperatore.

Ma, per i popoli antichi, la determinazione del carattere "eletto" di coloro che abitavano intorno al Centro del Mondo era più che altro teorica, in primo luogo perchè nessuno riusciva di fatto ad arrivare in tutto il mondo, e, in secondo luogo, perchè il politeismo non cercava proseliti. Con l' avvento delle "Religioni di Salvezza", si è posta la questione della "Vera Religione", che deve prevalere sulle altre, tra l'altro insegnando ai popoli barbari costumi più umani. Certo,non già  i costumi, bensì la salvezza, è la caratteristica delle nuove religioni.E, tuttavia, negli ultimi 400 anni , sotto la spinta del Protestantesimo, si è teso ad identificare sempre più una religione, anziché con la sua propria "via" verso la salvezza, con le sue "conseguenze sociali".Fino al punto che abbiamo l' impressione che i più, quando parlano di Dio, pensino, oggi,  ad una sorta di mostruosa  ipostasi divinizzata della propria società.

A questo punto, il conflitto  si configura come lotta non fra le religioni, bensì fra i sistemi sociali: l'animismo diventa il simbolo e il pretesto delle società tribali, dominate dai capifamiglia; l'Islam di quelle patriarcali, dominate dai clan; il Confucianesimo delle società autoritarie dell' Estremo Oriente, dominate dallo Stato; il Cattolicesimo delle società comunitaristiche e tolleranti dell' Europa Meridionale, governate consociativisticamente; il Protestantesimo di quelle severe e individualistiche del Nord Europa, dominate dal lavoro; il Puritanesimo della società democratica e capitalistica americana, dominata dalla finanza.

E'lì che nasce l'intolleranza: gli "occidentali", convinti di avere la forza dalla loro parte, cercano di costringere gli altri ad adottare il loro modello di società, convinti, in base alla "teoria della modernizzazione" ,che le altre siano tutte superate. Gli altri Paesi inaspriscono, per autodifesa, le loro regole. Certo, gli islamisti non tollerano, nei loro paesi, le donne troppo scoperte o l' uso degli alcolici. Però, le società laicistiche vietano  l' uso del velo e  quello dell' Arabo Classico. Non già per motivi religiosi, ma per motivi di ordine pubblico, di etica del lavoro,  di equilibrio fra i sessi o di orgoglio nazionalistico.

Le religioni non sarebbero  fonti di intolleranza se le diverse nazioni rinunziassero ad imporre ad altri il proprio modello di società, e a rivestire questa pretesa con pretesti religiosi. Ma questo è proprio ciò che si ritiene impossibile, in quanto è divenuta centrale, per l'ideologia del progresso,  la lotta universale perl'omologazione dei costumi a livello mondiale.

L'ideologia del progresso, nella  formulazione attualmente prevalente nelle Vulgate del mondo occidentale avanzato soffre, per altro ,  di un' insanabile contraddizione:

-da un lato, predica l' assoluta eguaglianza di tutte le opzioni etiche, e, quindi, anche quelle delle altre religioni e/o società, e vieta assolutamente l'uso della violenza di un soggetto qualsiasi per imporre la propria volontà a un altro;

-dall' altro, predica l' universalità di tutti i propri valori (razionalità, progresso, efficienza, eguaglianza, democrazia), che dovrebbero essere validi "sempre ed ovunque",  -mentre molti di essi non sono ancora applicati neppure adesso in Occidente e la maggior parte non erano certamente validi (ma neppure conosciuti) in nessun Paese fino a qualche decennio fa-, e  esportati con la destabilizzazione politica, con le "guerre umanitarie",

La spiegazione di questa contraddizione viene fornita dall' idea kantiana dell'Imperativo Categorico, che impone che ogni azione buona debba poter essere pensata come universale.Ma, a parte che questa è un' idea personale (e estremamente astratta) di uno specifico filosofo di uno specifico  Paese, la prima osservazione che ci viene alla mente è che,a forza di  pensare tutte le azioni come universali si è giunti alla cosiddetta "omologazione", all' "uomo senza qualità", all' "uomo ad una dimensione".Solo in base all' idea di un "uomo senza qualità" si può pensare che ogni azione debba essere concepita come universale.

Ma questa non è necessariamente un' idea religiosa, o, almeno, non di tutte le religioni. Basti pensare al sacerdozio, che è "universale" nell'Islam e  nel  protestantesimo, ma non già nel Cattolicesimo o nell'Induismo.

Le Religioni di salvezza sono oggi dunque combattute circa l'accettazione, di un modello sociale normativo unico, o la difesa dei modelli societari dei loro rispettivi Paesi. Ma questo non è ancora il problema centrale della coesistenza delle religioni.

Esse potranno sottrarsi a questa spirale solo concentrandosi sul tema della salvezza, e lasciando maggiormente alla cultura e alla politica il terma dei costumi. Questo anche e soprattutto perchè le religioni universali sono estese in tutto il globo. E, per questo, sanno bene che i comportamenti societari che vanno bene a Roma non possono essere gli stessi che si applicano in un villaggio africano o fra i grattacieli di Manhattan, quelli che valgono al Cairob non possono essere gli stessi di Sarajevo o dell' Uganda. Sarebbe un errore se una qualunque Chiesa pretendesse di dettare standard uniformi di comportamento per tutti i Continenti. E, di fatto, tutte le Chiese, quale più, quale meno, si danno anche un'articolazione territoriale, continentale e nazionale.

Nel caso della Chiesa Cattolica, sono state emanate, a quiesto scopo, lettere pastorali, dedicate all' "Ecclesia in Europa", all' "Ecclesia in America", all' "Ecclesia in Africa", ecc....Anche il Sinodo delle Chiese Protestanti, le Comunità Ebraiche, le presenze islamiche, tentano di darsi una fisionomia europea.

Molti sono gli interrogativi che ci si pongono a questo riguardo:

-come si  prospetta il contributo culturale delle varie sezioni di una religione poste in diversi Paesi e continenti?

-vi possono essere temi comuni e specifici fra le varie confessioni cristiane, le varie scuole mussulmane e le varie comunità ebraiche che vivono in Europa?

-vi può essere una specifica "lealtà" di questi segmenti delle varie Chiese e confessioni per la Patria Europea?

Noi crediamo di si. La prova numero uno dovrebbe essere costituita dal fatto che le tendenze culturali  più importanti del Cristianesimo , dell' Islam e dell'ebraismo traggono la loro fonte dal pensiero di filosofi europei medioevale fra loro strettamente interconnessi, come Averroè, Maimonide e San Tommaso, ai quali le rispettive istituzioni religiose sono ancora fortemente legate.

Poi, simili sono i problemi che tutti debbono affrontare: la critica agli eccessi della scienza e della tecnica, la convivenza in un territorio così ristretto di un numero pressoche infinito di popoli e culture che vogliono mantenere la propria identità; la comune esposizione all' influenza culturale nordamericana; gli incerti confini con l' Asia, con il Medio Oriente, con il Nordafrica.



























venerdì 10 settembre 2010

LO “STATO DELL’ UNIONE” DI BARROSO

Barroso’s “State of Union” Speach Source of Wide- Ranging Controversies. Le discours de Barroso sur l’”Etat de l’ Union” solicite des controverses tout-à-fait légitimes. Barrosos Gespraech um dem “Stand der Union” reizt weitreichende Auseinandersetzungen

La stampa internazionale, e, in particolare, quella anglosassone, non ha mancato, certo, di mettere in rilievo le contraddizioni dell’ ambizioso discorso che lo stesso Barroso aveva battezzato con una denominazione tratta dalla tradizione politica americana (“The State of the Union”).

Nonostante le premesse non consolanti (previsione di un notevole assenteismo e minaccia (poi ritirata) di sanzioni contro i possibili assenteisti), il discorso si è svolto in modo indolore, ed ha perfino avuto un certo successo.

Barroso ha tracciato uno schema equilibrato delle attività in corso, in particolare quelle economiche.Ha poi svolto una giusta critica delle recenti scelte della Francia in materia di espulsione dei Rom (che sono cittadini europei).

Nel complesso, però, il discorso rivela che, pur consolidandosi sempre più nella “routine”, l’ Unione Europea non possiede alcuna strategia, e neppure si sforza di averla, come almeno tentano faticosamente di fare America, Cina e Russia.

Certamente, le trasformazioni in corso a livello mondiale sono enormi e solo parzialmente prevedibili (surriscaldamento atmosferico, guerre in Asia, sovrappopolazione nel Sud del mondo e crisi demografica a Nord, peso sempre crescente della Cina, instabilità cronica del sistema finanziario, deflazione), tuttavia, grandi organizzazioni continentali come l’ Unione Europea sono nate proprio per occuparsi di questi grandi problemi, lasciando quelli di minor peso (in base al "principio di sussidiarità",) agli Stati membri, alle Nazioni, alle città, alle associazioni, alle imprese e alle famiglie. Se l’ Unione Europea si occupa solo della “routine” perde di credibilità.

Eppure, la cultura politica che è emersa in questi 50 Anni (il “pensiero unico”) sembra fatta proprio per non decidere.

Si va verso un surriscaldamento o una nuova età glaciale? Bisogna sostenere le guerre “di civiltà” in Asia o dialogare con la Cina e con l’ Iran? Bisogna frenare i flussi migratori o accogliere tutti coloro che decidono di trasferirsi in Europa? Bisogna vietare gli investimenti dei Fondi Sovrani o incentivare gli investimenti dei BRIC? Bisogna sottoporre le transazioni finanziarie a severe restrizioni o incentivare i servizi finanziari internazionali? Ci vuole una “politica di austerità” o bisogna rilanciare i consumi?

Ci sembra che l’ Unione Europea ( e i suoi Stati membri) abbiano già detto, e fatto, in questi anni, tutto e il contrario di tutto.

Visto che la proposta Costituzione Europea, basata su una siffatta cultura politica, è stata "bocciata", sarebbe il caso di pensare una nuova Europa, con una chiara consapevolezza del proprio ruolo e, quindi, capace di proporre una ben precisa prospettiva, adottando, di volta in volta, decisioni coerenti con quest’ ultima.

Quindi, un programma grandioso di ricerca e di dibattito, per fare nascere nuove realtà culturali e politiche capaci di ideare una nuova "costituzione" dell' Europa retta da un piano unitario, semplice e direttiva, a cui tutti gli altri strumenti giuridici siano subordinati.

Un siffatto movimento culturale e sociale potrebbe animare una grande alleanza riformatrice, che si candidi al governo del Parlamento Europeo e degli Statio Membri, delle Regioni e delle città.

Una volta approvata questa nuova "costituzione", questo movimento potrebbe dedicarsi al rinnovamento della cultura, del diritto e dell' economia a tutti i livelli.

Per questo motivo, non condividiamo l'atteggiamento degli intellettuali più europeisti, come per esempio Sassoon nella sua più recente intervista a Torino, i quali si rammarricano che non vi sia una sufficiente "identità europea", ma poi non "entrano nella mischia" per proporre soluzioni.

Questo è, invece, il momento per agire.


giovedì 10 giugno 2010

I "SACRIFICI"

Discourse on Austerity Policy Helps to Reset Cultural Debate. Le discours sur l'"austerité" stimule
un renouveau du débat culturel. Diskurs ueber "Kosteinsparungen" fordert erneute Debatte ueber kulturelle Grundlagen.




Seguendo il discorso pubblico degli ultimi due anni sulla crisi mondiale, si ha l' impressione di vivere in una sorta di "Torre di Babele", in cui la classe politica intellettuale, politica ed economica, che con tanta sicumera ci assicura di avere nelle mani le sorti del mondo, ogni giorno si ritrova spiazzata dinanzi alle sorprese che le riserva il suo giocattolo preferito, l' economia.

Ad un punto tale che tutte le certezze che erano state costruite, inculcate e difese come dogmi indiscutibili negli ultimi decenni, hanno cominciato ad essere smentite dai fatti, e non sono più chiare, né ai loro teorici, né alle massime autorità del pianeta.

In primo luogo, la convinzione che il mondo retto dalla razionalità strumentale e dal metodo scientifico, scartando il mito, le passioni, le differenze, fosse "il migliore dei mondi possibili".Tutto sommato, oggi molti sarebbero disposti ad avere meno beni materiali, ma, in cambio, una cultura più umana, meno patemi d' animo, la possibilità di farsi dei progetti di vita che non vengano sparigliati ogni due anni dalle imprevedibili crisi dell' economia.

Poi, quella che gli Stati Uniti, tramite l' Occidente, fossero una sorta di "locomotiva" di questo mondo materialistico, che prima o poi sarebberro riusciti, con l' aiuto della globalizzazione, a "modernizzare" tutti i Paesi del Mondo, creando, di fatto, uno "Stato Universale Omogeneo"(Kojève), in cui tutti accettassero di buon grado una prospettiva di eterno "tran tran" dedicato al lavoro ed allo sviluppo della tecnologia.

Poi, quella che l' Unione Europea si inserisse perfettamente in questo disegno, ed anzi, con suoi propri metodi ("soft power", "welfare"), fosse di supporto al disegno americano, ricevendone in cambio, se non il plauso (che non c'è mai stato), almeno un benigno implicito assenso, la continuazione, anche in sordina, dell' attuale benessere, e un ruolo accresciuto dell' Euro.

Infine, l' idea che i grandi Paesi in via di sviluppo, Cina, India, Brasile, ma anche Russia, Turchia e Medio Oriente, allafine, un pò spontaneamente, un pò in base a pressioni occidentali, si sarebbero "modernizzate", e quindi sarebbero divenute simili all' Occidente.

Nulla di tutto questo.

Quel sistema che ci aveva assordato per decenni con lo slogan secondo cui non saremmo mai stati bene come adesso, non fa che parlarci di crolli in borsa, svalutazioni, tagli di stipendi , di prestazioni e, perfino, di investimenti produttivi.

Quell' America che ancora all' elezione di Obama si proponeva come "guida", ha subito smacchi enormi, dallo "stallo" nelle guerre in Medio Oriente al disastro del Mar dei Caraibi.

L' Europa, che vantava l' Euro come un successo incontestabile, che le avrebbe permesso di rimanere una grande potenza, almeno economica, ha dovuto subire le umilianti crisi finanziarie che conosciamo, che non solo hanno intaccato la credibilità dell' Euro, ma anche hanno dimostrato gli inestricabili e spesso non confessabili legami fra le economie reali europee e quel mondo finanziario americano di cui tutti denunziano la natura perversa ed instabile.

I Paesi non occidentali escono dalla crisi incredibilmente avvantaggiati, con una crescita ulteriore delle economie cinese, indiana, brasiliana e russa. Questi Paesi non si stanno affatto avvicinando progressivamente all' Occidente, ma piuttosto percorrono ciascuno proprie vie, come una Cina sempre più espansionistica dal punto di vista economico;un' India sempre più radicata nelle sue specificità; una Russia con sempre più moderni armamenti, una Turchia sempre più islamica e medio-orientale.

Di fronte a questi avvenimenti, vengono riproposti, in ritardo e senza convinzione, i vecchi rimedi: minacciare sanzioni per le multinazionali che "sbagliano" ,senza attaccare le basi del sistema; far finta di vincere in Afganistan per ritirarsi senza perdere la faccia; salvare le economie in crisi ma senza una vera politica economica europea; ribadire stancamente la retorica dei "diritti umani in Cina e in Russia", senza preoccuparsi delle violazioni in Medio Oriente, in America e nella stessa Europa.

L' unica cosa su cui sono tutti d' accordo è che gli Europei devono "affrontare i sacrifici".

Ma per cosa? Ma perche?

Siamo sicuri che vogliamo, o dobbiamo, cercare di difendere all' infinito l' attuale modo di vita, a costo di fare una gran quantità di sacrifici per vederlo peggiorare continuamente?

Siamo sicuri che il corso della storia sia sostanzialmente predeterminato, e che, comunque, chi decide sono sempre le grandi lobby internazionali e le grandi potenze, e che, poi, le grandi scelte di civiltà e valoriali fatte in Occidente negli ultimi secoli siano veramente insuperabili?

Siamo sicuri che le sorti future del mondo non siano così in bilico che anche gruppi ristretti e determinati non possano far "pesare" i propri punti di vista?

Noi crediamo che l' irrompere sempre più pesante nel mondo globalizzato delle "periferie del mondo" porti con sè automaticamente una forte dose di elementi mitici (dalle religioni sincretistiche di Africa e America Latina, al fondo rituale della cultura di Bolliwood, al sostanziale estetismo che è alla base dell' attuale islamismo). Questi elementi mitici si "sposano" con altre forze di trasformazione, come in "nazionalismi continentali" dei Paesi in via di sviluppo, e la curiosità per l' "Altro" delle borghesie occidentali.

Tutto ciò porta ad una situazione di "stallo" su tutti gli scacchieri (cultura, ambiente, equilibri politici, in tutti i continenti).

Questa situazione di " stallo" non è negativa, perchè ricrea, semplicemente, quella libertà di scelta di cui da gran tempo eravamo stati privati.

Libertà di scegliere fra una civiltà basata esclusivamente sul "fare" in vista di un mitico futuro Paese di Bengodi, e una civiltà sostenibile in cui la cultura ci permetta di cogliere i valori non materiali della vita.

Libertà di scegliere fra un tirannico e conformistico "Stato Universale Omogeneo" governato dalle esigenze impersonali dell' economia, ed un mondo multicultuale e multipolare, che offra una vasta gamma di culture e di civiltà.

Libertà di scegliere fra un' Europa che sia solo una pallida variante dell' Occidente , e un' Europa a tutto tondo, con una sua specifica cultura, una sua autonoma economia, una pluralità di modelli di vita, religiosi e laici, estetici ed economici, territoriali e cetuali.

Fare cultura in questo momento in Europa significa provare l' inebriante sensazione di potere ancora inventare, creare, farsi sentire, realizzare.

E non è neppure escluso che, alla fine, l' "establishment" non possa apprezzare anche questa nuova cultura, se essa fosse capace di dare una risposta sugli obiettivi della nostra società, e sul perchè occorrre fare dei "sacrifici" (che, se fatti per un obiettivo, non sono più tali).



mercoledì 28 aprile 2010

LA "DIFFERENZA ITALIANA"

Refusal to Accept "Italy-Bashing" Does not Mean Withdrawal from Europe. Le réfus, de la part de l' Italie, de perséverer dans l'autodénigration, n'impliquerait pas un éloignement de l' Europe.Weigerung, seitens Italiener, Selbstzerfleischung weiterzufuehren, muss nicht bedeuten, von Europa zu entfliehen.





Il dibattito in corso (Panebianco, Dalla Vedova), sul rifiuto della tradizionale "esterofilia" apre finalmente uno spiraglio sulla mistificazione della storia nazionale di cui sono stati tutti un pò colpevoli.

E', infatti, impressionante che,a partire da Dante e Petrarca, per passare a Machiavelli e a Cavour, continuando con Gramsci e Gobetti, i modelli di riferimento siano stati sempre stranieri. Perfino Mussolini riteneva che il "carattere" degli Italiani andasse rifatto.

La ragione di fondo di questo "rifiuto" del "carattere nazionale" consisteva nel senso di inferiorità, rispetto ad altri Paesi, legato al ruolo subordinato del Regno d' Italia all' interno dell' Impero, ed all' idea che la responsabilità di questa situazione fosse dello Stato della Chiesa.

Quando, all' inizio dell' Età Moderna, gli Stati Nazionali si autonomizzarono ulteriormente dall' Impero e dal Papato, questa sensazione divenne ancora più forte, fino a portare ad un legame sotterraneo, anche politico, fra molti intellettuali italiani e potenze straniere (si pensi a Bruno, a Muratori, a Foscolo).Le monarchie straniere illumibnistiche (l' Inghilterra, la Russia, la Francia) sembravano modelli da imitare.

Il momento per realizzare questa "imitazione" venne con il Risorgimento (Balbo, Cavour), il quale si appoggiò senza alcun dubbio a tali potenze straniere (Inghilterra, Francia).

E' singolare che, anche dopo la viottoria di forze filofrancesi e filoinglesi, la lamentela sull' arretratezza degli Italiani non si arresta, perchè, ora, era difficile "fare gli Italiani".Il nazionalismo italiano, anziché esaltare le virtù ancestrali dei popoli italici, si propone di imitare i grandi popoli imperiali (in particolare, l' Inghilterra e la Germania), facendo propria la dottrina hegeliana sulla superiorità dei popoli germanici.

A partire dalla 1a Guerra Mondiale, tuttio vogliono imitare i Bolscevichi o gli Americani.Per un breve periodo, ci saranno anche ammiratori della Germania nazional-socialista.

Negli ultimi decenni, al preponderante filo-americanismo, si affiancherà, finalmemente, il richiamo all' Europa come modello. Peccato che quest' Europa non venga concepita come un qualcosa di uguale all' Italia, bensì come una fantomatica realtà "occidentale", con la "religione civile", con il bipartitismo, con il capitalismo, ecc...

In realtà, una siffatta Europa non esiste: c'e' un'Inghilterra monarchica e regionalistica; una Francia statalista ed elitaria; una Germania comunitaria, una Spagna e un Belgio micronazionalisti; un'Olanda comunitaristica; una Grecia spendacciona.

Senza contare l' Est Europa: la Russia romantica e autoritaria; la Polonia militarista e clericale; la Turchia islamica, ecc...

A questo punto, resterebbe, come sempre, solo l' America.

E, tuttavia, c'è da chiedersi, ma a che pro imitare l' America?Che cos' ha l' America di meglio di questa Europa?

In psicoanalisi, la via della guarigione consiste nel saper convivere con le proprie nevrosi.Non sarebbe forse il caso che studiassimo meglio le nostre identità, ed imparassimo a convivere con esse?

Soprattutto, che costruissimo insieme un' Europa che sia la sintesi dei nostri presunti difetti?

martedì 27 aprile 2010

LA GRANDE STRATEGIA DELLA RUSSIA

Signature of Navy Deal with Ucraine and Renewal of Friendship with Poland: Milestones of Russia's European Strategy. La signature de l' accord naval avec Ucraine et le renouvellement de son amitié avec la Pologne ; deux plaques tournantes de la stratégie européenne de la Russie. Unterzeichnung von Flotte-Vertrag mit Ukraine und erneute Freundschaft mit Polen: zwei Meilsteine der russischen Europa-Strategie

Le ultime settimane hanno segnato un rapido succedersi di eventi che confermano lo svilupparsi della strategia di Medvedev e Putin di inserimento graduale e ragionato nell' equilibrio occidentale.

La Russia è l' unico Paese, oltre agli Stati Uniti, ad avere un'attiva strategia di lungo periodo e di carattere mondiale.Essendo un Paese multietnico, che occupa la maggior parte del globo emerso, e che raccoglie una gran parte delle risorse naturali del globo, non potrebbe essere diversamente.
Essa confina con la Cina, il Kazakhstan, l' Azerbaidjan, la Georgia, l' Ucraina, la Bielorussia, la Polonia, la Lituania, la Lettonia, l' Estonia, la Finlandia, la Norvegia il ,ed è separata da piccoli stretti dagli Stati Uniti e dal Giappone.Inoltre, essa ha, al suo interno, influenze eccentriche:occidentali, cinesi, gisapponesi, centro-asiatiche, turciche, est-europee, baltiche, scandinave, ugro-finniche.

Qualora non avesse una strategia ben radicata e non la sviluppasse giorno per giorno, non sarebbe riuscita a sopravvivere un millennio.

L'attuale strategia "a molti livelli" non si differenzia da quella classica degli Zar: Stato Europeo ortodosso, ma, al contempo, impero mondiale; potenza europea preoccupata soprattutto di esssere "riconosciuta" dal concerto delle nazioni europee, ma anche potenza mondiale che si interfaccia con America, Cina, Giappone, mondo islamico; Stato "conservatore" ma attento a non perdere i contatti con la cultura e la politica europee.

Le ultime mosse hanno coperto appunto questi aspetti: riconciliazione con l' Ucraina e accordo sui missili; North Stream e accordi col Venezuela; accordi speciali con i leader europei conservatori ed apertura alla leadership polacca.

Dove andrà a finire la Russia?A nostro avviso, nonostante la sua ambizione di "giocare a tutto "tondo" a livello mondiale, la Russia finirà per gravitare sempre più strettamente intorno all' Europa, ma, con la sua stessa presenza, finirà anche per trasformare l' Europa stessa.

lunedì 8 febbraio 2010

PAURA DELL' IDENTITA' EUROPEA?

We Publish Integrally the Post of Eurobull, which Corresponds to Our Worries of Preceding Posts.Nous publions ci-dessous le post sur Eurobull, qui correspond aux soucis de nos posts précédents.Wir publizieren Eurobull's Post, entsprechend den Sorgen unsrer vorigen Stellungnahmen:

Pubblichiamo qui di seguito un post di Eurobull che corrisponde alle preoccupazioni da noi espresse nei post precedenti di questo blog:

"Paura dell’identità europea venerdì 5 febbraio 2010 di Federica Martiny | 0 commenti |
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Ci troviamo inesorabilmente davanti al fatto che negli ultimi anni l’Europa, proprio nel momento in cui sarebbe dovuta giungere alle soglie dell’unità politica ed economica, si scopra sconvolta da resistenze di ogni tipo, al punto che oggi il segno più profondo dell’unità europea sembra riscontrarsi soprattutto in una sempre più forte e tangibile presa di distanza dall’Europa, da parte dei cittadini e degli Stati europei.

Motore di quelle spinte xenofobe e antieuropeiste –di cui le ultime elezioni del Parlamento europeo sono ancora viva testimonianza- che imperversano da più parti sul vecchio continente sembra davvero essere la paura della perdita della propria identità, di quella identità rinchiusa tra le mura della singolarità e del particolarismo, a cui da sempre gli uomini si aggrappano e si ancorano nei periodi di crisi, di assenza di certezze e di mancanza di stabilità.

Ora dobbiamo però e perciò chiederci se questa soluzione sia efficace o se invece sia la mera illusione di ritrovare in se stessi quelle risposte e quelle certezze che le istituzioni politiche non riescono a garantire.

Bisogna partire innanzitutto dall’assioma fondamentale per cui l’identità del singolo non può in alcun modo prescindere dall’incontro, dal confronto e anche dallo scontro con l’altro, con il diverso da sé, con lo straniero. È questo incontro-scontro che ci permette di avvicinarci alla nostra identità, che ci permette di scoprirne le frange più nascoste e fondamentali.

A sessant’anni dalla Dichiarazione Schuman occorre ricordarci e riscoprire le nostre responsabilità nei confronti non solo di noi stessi ma anche e soprattutto della storia, e ribadire con voce ferma e sicura che realismo e utopia si compenetrano nel tentativo di frenare gli impulsi disgregatori, inesorabili conseguenze di una lotta intestina per un’egemonia che ormai non è più reale, e di ritrovare equilibrio e forza nella Federazione europea."

Ci complimentiamo con l' Autrice, ed inviamo, a nostra volta, il nostro Post "Annus horribilis o 'Linea punteggiata'?", quale nostro contributo a Eurobull.


martedì 2 febbraio 2010

EQUILIBRI PUNTEGGIATI


Transformations of Last Weeks open up Expectation of an Epocal Change. Les transformations des dernières semaines ouvrent le champ à l' attente d'un changement épocal. Die Umwandlungen der letzten Wochen oeffnen die Tuer fuer Umfangreichen Wandel



Secondo la teoria di Gould e Eldredge, detta degli "equilibri punteggiati" (cfr. grafico allegato), l'evoluzione non segue un percorso graduale ("natura non facit saltus"), bensì, al contrario, le trasformazioni, per quanto preparate lungamente nel tempo, si verificano in una forma che potremmo definire "repentina".

Gli avvenimenti dell' inizio di quest' anno 2010 ci stanno portando alla convinzione che ci stiamo avvicinando ad uno di quei momenti che, secondo la teoria di Gould e Eldredge, sarebbero caratterizzati dalla cosiddetta "linea punteggiata", quando, cioè, ci si avvicina ad un mutamento improvviso.

I sintomi di ciò sono, tra gli altri, i seguenti:

a)una generalizzata "inversione di ruoli" (la Cina riabilita Confucio e tratta sdegnosamente gli Stati Uniti; la Russia proclama il "conservatorismo" quale sua "ideologia ufficiale"e lancia un programma accelerato di trasformazioni in senso europeo; in Italia, i politici di maggioranza il mercatismo, chiedono il posto fisso, organizzano manifestazioni contro le grandi aziende , vogliono una "Grande Europa", parteggiano, sostanzialmente, per la Russia, ecc...);

b)torna in voga il "primato della politica sull' economia"(che viene invocata da Sarkozy e Tremonti), mentre il Trattato di Lisbona, dopo 50 anni, toglie alla politica della concorrenza il suocarattere assoluto e proclama la doverosità di una "politica industriale");

c)"l'autocritica generalizzata" ,che ha fatto parlare, a Barbara Spinelli ,di "voltagabbana" (anche se non si capisce che cosa dovrebbe fare chi si è accorti di essersi sbagliati).

Quali orizzonti potrebbe dischiudere questa "linea punteggiata"?

Non crediamo che si possa dare una risposta, perchè non crediamo che il destino dell' Umanità sia scritto negli astri, bensì che esso dipenda, almeno in parte, dalle nostre libere scelte. Crediamo, tuttavia, di non sbagliare ipotizzando che si vada verso:

-una lotta sempre più serrata fra l' ipotesi di un "impero mondiale" e quella del "pluricentrismo";

-un interesse più approfondito per natura, cultura e tradizioni;

-una fase di violenti dibattiti interni, in tutti i continenti, circa quale sarà il loro ruolo nel futuro del mondo.

Questo è, per noi, lo stimolo maggiore a studiare, a dibattere, ad essere presenti: se la cultura dev'essere, almeno in parte, partecipazione ai destini della propria comunità, quale migliore occasione, se non quella in cui la storia cambia direzione, e ciascuno può esprimere il proprio parere, cercando di influenzare gli eventi.









giovedì 28 gennaio 2010

UNA POLITICA ECONOMICA PER L'EUROPA (CONVEGNO A TORINO)


Important presentation, by the Center for the Study of Federalism in Turin, of Dario Velo's Book "The Government of the Economic Development and of Innovation in Europe" . La présentatin, de la part du Centre pour l' étude du Fédéralisme à Turin, du livre de Dario Velo "Le gouvernement du développement économique et de l' innovation en Europe". Eine wichtige Vorstellung, von der Seite des Instituts fuer das Studium des Foederalismus, in Turin, von Dario Velo's Buch "Die Lenkung der Wirtschaftlichen Entwicklung und der Innovation in Europa.


Il convegno del 28

E' doveroso un encomio al Centro Studi del Federalismo di Torino, che organizza ininterrottamente, a Torino, manifestazioni del massimo livello accademico sul tema del federalismo, europeo e mondiale, con ciò supplendo anche alle carenze della società civile e delle Istituzioni.

E', infatti, a nostro avviso, inaccettabile che una regione, come quella torinese, profondamente marcata da una tradizione europea, dedichi così poco spazio alle iniziative europee. Lode dunque a quelle "minoranze attive" che, nonostante il disinteresse generale, operano ,nella quotidianità, per mantenere viva questa fiammella . Già l'altro ieri avevamo avuto modo di segnalare, seppure con una nostra interpretazione molto soggettiva, l'altro importante convegno del Centro per gli Studi sul Federalismo, sull' integrazione latino-americana. Il convegno di ieri era ancora più importante e centrale, perchè trattava di un tema incredibilmente focale per noi Europei: la politica economica dell' Europa.

Il convegno era dedicato al libro del Professor Dario Velo, "Il governo dello Sviluppo economico e dell'innovazione in Europa".Relatori: Antonio Padoa Schioppa, Presidente del Centro Studi sul Federalismo; Oreste Calliano, Università degli Studi di Torino; Alfonso Iozzo, membro del Consiglio del Centro Studi sul Federalismo, Giorgio Pellicelli, Università di Torino.

Il Prof. Velo, autore del libro, ha sottolineato la complementarietà economica fra Europa Comunitaria e Stati Uniti' , mentre Alfonso Jozzo e Oreste Calliano hanno posto maggiormente in evidenza la specificità europea, che, come ha detto Calliano, è apprezzata anche da una parte degli Americani, per esempio Jeremy Rifkin. Tutti si sono trovati d' accordo nel rilevare le aperture che il Trattato di Lisbona fa ad una politica economica europea, là dove ridimensiona il ruolo eccessivo della politica della concorrenza, ma anche là dove inserisce nelle competenze europee due settori importanti come spazio e turismo.A questo ultimo proposito, è stato da tutti ribadito che la cultura europea, in particolare quella giuridica, dovrebbe svolgere un ruolo più proattivo nella formazione delle politiche europee.

Attualità del tema

L'attualità di questo tema è dimostrata dalla prossima riunione sull'economia promossa dal nuovo Presidente van Rompuy, oltre che dagli scottanti "dossier" oggi in discussione, fra i quali i due che riguardano l' Italia (Fiat e Telecom).

Qui ci limitiamo a constatare che la sopravvalutazione delle politiche europee di concorrenza abbia portato a vere e proprie distorsioni. Per esempio, una delle ragioni per cui in Europa vi è una crisi di sovrapproduzione è che gli Stati est-europei, prima di aderire alla UE o durante il periodo transitorio, concedono generosi incentivi di durata lunghissima alle case automobilistiche che intendano istallarvisi. Quindi, si costruiscono più nuovi impianti di quanti sarebbero necessari. Un altro caso è quello della presa di posizione della commissaria alla concorrenza contro l' accordo Germania-Magna, presa di posizione fomentata dai Governi dei Paesi Europei dove la Magna voleva chiudere le fabbriche. Questa presa di posizione incoraggiò coloro che, alla GM e nel Governo americano, volevano la violazione degli accordi con la Magna.

Praticamente ogni volta che c'e un merger o un'acquisizione, tutti i Governi europei si schierano da varie parti della barricata, a seconda della nazionalità del compratore e degli stabilimenti. Non esistono regole concordate. Mentre (come è stato giustamente rilevato durante il convegno), occorrerebbe favorire le imprese comuni a livello comunitario, in realtà di imprese di questo tipo ce ne sono pochissime, e anche quelle che esistiono (come EADS) non sono percepite veramente come "imprese europee", sono lacerate da faide interne ed osteggiate dai Paesi non partecipanti.

In pratica, tutti gli Stati Membri vorrrebbero avere la proprietà e il comando di tutte le aziende, ed avere almeno un' azienda di ogni tipo, come ai tempi dell' autarchia. Impensabile parlare di specializzazioni e di vocazioni nazionali concordate e/o contrattate a livello europeo.

Inoltre, tutti gli Stati membri sono troppo deboli per fronteggiare una situazione mondiale di lotta economica globale, di tutti contro tutti, in cui i grandi Stati usano mezzi leciti e no, e, soprattutto, fanno un uso imprevedibile delle nuove tecnologie dell' informazione.Significativa la scena dei BASIC riuniti in segreto a Copenhagen, ma scoperti e raggiunti da un Obama non invitato.Significativa la polemica fra USA e Cina, in cui l' unica cosa certa sarerebbe che ambedue i Governi disporrebbero di qualche decina di migliaia di Hackers intenti a destabilizzare gli altri Paesi del mondo con sabotaggi di internet ed altre azioni di disturbo. Qualcosa di simile a quanto accaduto fra la Russia e Paesi Baltici, e che ha dato luogo alla creazione di un'apposita agenzia NATO.Tipico anche il "complotto" di disinformazione contro le economie di Grecia e Spagna, denunziato ieri a Davos da Papandreu e Zapatero.

Alcune considerazioni personali sul lungo termine

Di fronte a queste situazioni, come reagire?

E' chiaro che non si possono mescolare il discorso a breve, profondamente legato ai condizionamenti giuridici, storici e politici, esistenti, e un discorso "a regime".Inoltre, il programma a breve della Commissione in questo campo è già segnato dalle dichiarazioni al Parlamento di Barroso e dei nuovi Commissari.

"A termine", cioè quando l' Unione Europea fosse veramente compiuta, è chiaro che l' Europa dovrebbe essere in grado innanzitutto di razionalizzare in profondità il proprio sistema economico, evitando inutili duplicazioni e dedicando le risorse così rese disponibili ad altre attività.Questo dovrebbe avvenire per le strutture produttive, ma anche per le politiche di incentivazione. che, adesso, almeno, non vengono più demonizzate, bensì considerate come normali, e, infine, per le stesse strutture dell' Unione, che sono diventate troppo dispersive.Basti pensare al fatto che le politiche economiche sono attualmente disperse fra almeno 15 dicasteri.

Per ciò che concerne le strutture produttive,sui grandi mercati internazionali (per esempio, aerospaziale, automobile, elettronica, farmaceutica), per garantire la concorrenza basterebbero due gruppi a livello mondiale. Tuttavia, per salvaguardare l' autonomia di ogni area geografica, e tenendo conto che sicuramente Cina e India vogliono e possono fin da ora essere autonome), basterebbero 7/8 gruppi (come l' Avvocato Agnelli diceva da decenni). Se, poi, si volesse garantire una concorrenza anche fra due "campioni "di ogni Continente, si potrebbe pensare ad un massimo di una quindicina di gruppi a livello mondiale.

Se, quindi, ci fosssero in Europa 2 gruppi autonomi, al posto degli attuali 5, 6 (per Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Svezia), parecchi grandi Paesi resterebbero senza un loro "campione nazionale". Perchè dovrebbero accettare questa situazione senza contropartite? La contropartita sarebbe quella di potersi specializzare, con il consenso e il supporto degli altri Paesi, in altre aree.Facendo un esempio estremo, ma già quasi realizzato: perchè l' Italia avrebbe bisogno di una sua industria nucleare, quando può benissimo comprare l' elettricità dalla Francia o dall' Est Europa, e invece di spendere nel nucleare spendere nell' ambiente, ma, soprattutto, nella cultura e nel turismo, dove avrebbe risorse pressoché infinite da sfruttare e una leadership incontestabile?Perchè, come è stato riferito da Roberto Palea, in campo energetico, si duplica la ricerca in tutta Europa?

Questo tipo di accordi è relativamente fattibile a livello bilaterale, ma diventa difficilissimo quando ci sono 30 governi ed altrettante imprese da accontentare. L' Unione Europea potrebbe divenire il "tavolo" dove si fanno questi accordi. Però, per fare questo ci vuole soprattutto più cultura, più expertise. Sulla scia del libro di Velo, tutti hanno stigmatizzato il fatto che l' Università non costituisca, almeno in Italia, quel serbatoio di competenze che servirebbe a supportare l' azione pubblica.

Un'altra forma di semplificazione, anche se soltanto giuridica, potrebbe essere la trasformazione dei "consorzi europei" (come l' Ariane e l' Eurojet), in "Società comuni.

E' quasi un' ovvietà affermare che non c'è nulla di più contraddittorio che proclamare la strategia della Società della Conoscenza e poi, come prima cosa, attuare severi "tagli alla cultura".Cultura che, invece, a nostro avviso, potrebbe essere finanziata proprio con i tagli alle duplicazioni produttive e burocratiche , che permetterebbero di economizzare non soltanto il costo di investimenti e posti di lavoro, ma anche quello delle burocrazie incaricate di interfacciarsi con i campioni nazionali che non ci fossero più.

Con ciò, si ritorna all' esigenza della cultura, dell' informazione, in primo luogo a favore dei decisori pubblici, poi dell'opinione pubblica europea.

Per ciò che concerne gli strumenti di incentivazione (europei, nazionali, regionali e locali), essi sono divenuti oramai così numerosi e complessi, che, da un lato, riuscire ad accedervi è un'impresa temeraria, e, all' altro, i vantaggi di ciascuno "sportello" sono veramente minimi. Occorrerebbe semplificare e rendere trasparenti normative e procedure, con un' azione legislativa programmata e sistematica.

Per ciò che concerne la dispersione operativa, occorrerebbe concentrare i temi economici su un tavolo unico.Nel corso del dibattito, Alfonso Jozzo ha citato l'esigenza che la politica economica venga gestita da un'Ente ad hoc, sulla falsariga della Tennessee Valley Authority.

Considerazioni sul breve termine.

A noi non è sembrata fuori luogo l' idea che, anche a breve, una priorità potesse essere la costituzione di una specie di "intelligence europea", di orientamento prevalentemente economico.Costituzione che, a nostro avviso, non richiederebbe particolari strumenti di diritto internazionali, né modifiche rilevanti al bilancio comunitario. Infatti, si tratterebbe solamente di una riorganizzazione di attività esistenti.Torniamo a ricordare la storia degli hacker cinesi e americani e quella del complotto contro Grecia e Spagna, che è anche un complotto contro l' Euro. Ricordiamo che quando, molto tempo fa, si era incominciato a parlare di Politica Estera e Difesa Comune, si era pensato di cominciare proprio con una "Cellula di riflessione"sulle crisi politiche internazionali. Diciamo poi che il Trattato di Lisbona ha aperto una gravissima questione di competenze, tanto in campo economico, che in quello della Politica Estera, fra Presidente, Presidente del Consiglio, Presidente della Commissione e Alto Commissario. Leggendo, infine, delle polemiche in corso circa un certo "disinteresse" dell' Alto Commissario per i propri compiti, ho scoperto che tutti questi personaggi dispongono soltanto di un modestissimo "gabinetto" di poco più di dieci persone, che, nel caso dei problemi economici e industriali, non può, certo, essere sufficiente a fronteggiare costantemente problemi settoriali della più varia natura tecnica e riferiti al mondo intero (e di competenza di quattro o cinque diversi Commissari).Ci vorrebbe fin da subito un tavolo di concertazione che fosse anche costantemente operativo, per poter fronteggiare le continue crisi.

Quindi: specialisti, tratti dagli uffici dell' Unione o dai Ministeri nazionali, che seguano in permanenza e sistematicità i vari settori, non già nell' ottica dei singoli Stati Membri, bensì nell' interesse dell' Unione, quale espresso dagli organi caso per caso competenti.Specialisti che abbiano il quadro esatto e di dettaglio della situazione, e che trovino il modo di informarsi anche sulle discussioni e iprogetti in corso, o anche solo in discussione, in ogni parte del mondo, e che possano suggerire fusioni, concntrazioni, società comuni, senza aspettare le iniziative degli Stati Membri o delle imprese, né senza reclutare caso per caso consulenti ad hoc.

Audizione dei Commissari competenti in materia economica.

La procedura di audizione della nuova Commissione dinanzi al Parlamento offre una buona dose di informazioni circa il programma della Commissione stessa, che dev' essere formalizzato Commissario per Commissario.

L'analisi critica dei programmi prenderà un po' di tempo, perchè si tratta di 15 Commissari su 27.

Poiché, a oggi, non esiste l' "Authority" suggerita da Jozzo, il Commissario che ha maggiori competenze è quello responsabile per l' Industria, che per nostra fortuna, è, attualmente, l' Italiano, Antonio Tajani. Questo dovrebbe costituire uno stimolo per tutti noi per studiare con parrticolare cura questa materia, discuterla fra di noi e formulare proposte.

Mettiamo a disposizione questo Blog, oltre che i locali di Alpina, per ognuna di queste attività.

Scriveteci

Riccardo.lala@alpinasrl.com

Tel.0116688758.















mercoledì 20 gennaio 2010

LE MIGRAZIONI, PROBLEMA UNIVERSALE


A Worldwide Study on Migrations Allows to Decode Deeprooted Meanings. L'étude des migrations comme phénomène mondial permet d'en saisir les significations universelles. Ein vergleichendes Blick auf Wanderungen ermoeglicht Verstaendnis ihrer Universellen Bedeutung.

Da uno sguardo alla carta geografica allegata risulta che il problema dell' immigrazione in Italia è, statisticamente, inferiore a quello della media dei Paesi del mondo.

Infatti, l' Italia si trova in una fascia di Paesi con un' livello di immigrazione relativamente modesto, in confronto a picchi come l' Arabia Saudita, o a Paesi di elevata immigrazione, come America, Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Russia e, perfino, Ucraina e Kazakhstan.

L' Italia si trova, dicevamo, fra i Paesi a media intensità di migranti, come la Polonia, la Turchia, la Libia, il Nepal, che, invece, siamo abituati a considerare addirittura come Paesi di emigrazione.

Queste considerazioni preliminari ci aiutano ad acquisire, nei confronti dell' immigrazione, un atteggiamento molto meno passionale di quello che predomina nei mass media e nel dibattito politico. A sentire certe discussioni, sembrerebbe che l' Italia sia la meta quasi esclusiva di tutti i tipi di migrazione, da quella per fame a quella mafiosa, da quella economica a quella politica.

I dati analizzati a livello mondiale ci mostrano, invece, che le migrazioni sono un fenomeno universale, che ha un impatto ben maggiore in altri Paesi.

Ma anche uno studio storico ci mostra che le migrazioni sono sempre esistite (Indoeuropei e Semiti, Fenici e Greci, Romani e barbari, Arabi e Ungheresi, Turchi e Tartari, Europei e Africani, tutti sono emigrati verso Paesi lontani).

Anzi, queste migrazioni hanno cambiato il mondo : esse sono "la trama della storia".Se non vi fossero state le migrazioni di Indo-Europei e di Semiti, non ci sarebbe l' attuale scenario delle lingue del mondo.

Se non ci fossero state le migrazioni degli Arabi, non ci sarebbe l' Islam; se gli Europei non fossero emigrati fuori dell' Europa, non ci sarebbe l' attuale "mondo moderno".

Certo, anche oggi le migrazioni cambiano il mondo, ed è questo il motivo principale per cui molti se ne preoccupano. E, tuttavia, le modalità secondo cui queste trasformazioni stanno avvenendo sono imprevedibili. Studiarle, richiede una vista finissima.

Si dice che le migrazioni di popoli islamici in Europa corrano il rischio di modificare l' "identità europea". Si dimentica che, con Turchia e Bulgaria, Bosnia e Albania, ma anche Russia e Georgia, l' Islam è già "da sempre" parte dell' Europa.Si dimentica anche che sono altri Paesi, come India ed America, ad essere esposte ai maggiori rischi.

Certamente, con l' aumento (relativo) degli immigrati di religione islamica, aumenterà (sempre in senso relativo) il numero dei residenti europei contrari all' attuale tipo di globalizzazione. Ma questo succede ancor più in India e in Russia, e nessuno se ne preoccupa tanto.E, per ciò che riguarda l' Europa, succede anche con l' arrivo degli emigrati ortodossi e/o sudamericani. Ma è questo un problema? Non sono le stesse Autorità Europee una fra le prime fonti, a livello mondiale, delle critiche alla globalizzazione?Non sarà, forse, che l' Europa, con i suoi immigrati, rafforza la propria stessa identità, permettendo alle proprie Autorità di condurre una politica più assertiva nel mondo?



lunedì 28 settembre 2009

EVROREMONT



The restructuring of Europe according to Russia.La restructuration de l' Europe selon Moscou.Umstrukturierung Europas gemaess Russland.
Alcuni giorni fa, le Izvestija sono usciti con il titolo "Medvedev ha iniziato l' Evroremont", titolo sibillino, che si riferiva, da un lato all'articolo "Avanti Russia!"sul giornale elettronico "Gazeta", e, dall' altro, al discorso renuto alla conferenza di Jaroslavl, alla presenza di personalità russe e straniere, fra le quali Zapatero e Fillon.
Il termine Evroremont ("ristrutturazione europea") può avere due significati: da un lato "ristrutturazione secondo gli standard" europei, e, dall' altro, "ristrutturazione dell' Europa".Certamente, l' articolo e l' intervento pubblico trattavano prioritariamente il primo tema. Tuttavia, nello stesso periodo, Medvedev aveva espresso il suo apprezzamento per il definitivo abbandono del sistema missilistico americano in Polonia e Repubblica Ceca e aveva lanciato due importanti iniziative a livello internazionale: il progetto di un nuovo trattato sulla pace e la sicurezza in Europa, e la richiesta all'Ucraina e alla Lettonia di riconoscere il Russo come seconda lingua ufficiale.Contemporaneamente, in occasione della commemorazione dell' anniversario dell' inizio della 2a Guerra Mindiale, Vladimir Putin, in visita a Danzica, mentre aveva promesso una rivisitazione storica equilibrata delle colpre dell' URSS verso la Polonia,ed aveva affermato che, oggi, non sussistono reali ostacoli ai buoni rapporti fra Russia e Polonia.
Tutto ciò fa parte di un piano complessivo di avvicinamento all' Europa, ma nel rispetto dell' identità e del ruolo della Russia.
Restano tra l' altro aperte le trattative per il partenariato Russia-Europa, che dovrebbero riprendere durante il semestre della presidenza svedese.
Certo, non tutto è chiaro della posizione russa: certamente, c'è la volontà di stabilire una collaborazione globale con l' Europa,che, se si considera l' attenzione per l' adozione all' interno della Russia di "standard europei", potrebbe andare al di là del "partnenariato".Tutto ciò, sempre nell' ambito della dottrina, ribadita ulteriormente da Medvedev, del multipolarismo.

giovedì 12 febbraio 2009

Nuove prospettive per l'industria dell'energia

Obama’s New Policies Open Up New World Perspectives.
Les nouvelles politiques annoncées par le nouveau président Obama permettent d’imaginer des nouvelles perspectives au niveau mondial.

Obama’s neue Politik erlauben uns neue Weltperspektiven auszudenken.

La decisione del presidente Obama di puntare molto, per il rilancio dell’economia americana, sull’energia, e, in particolare, sulle nuove energie, rilancia l’importanza dell’industria dell’energia quale elemento centrale dello sviluppo e dell’innovazione tecnologica. Già negli anni ’60 e ’70, il Governo Americano aveva finanziato enormi programmi di ricerca nel settore delle Centrali elettriche “turbogas”, contribuendo, così, al fatto che le industrie americane produttrici di impianti di questo tipo divenissero egemoni a livello mondiale.
Con gli incentivi statali alla co-generazione, si era contribuito, allora, notevolmente, alla liberalizzazione dei mercati americani, a quell’epoca ancora molto segmentati e regolamentati, nonché alla nascita di colossi dell’industria dell’energia e al project financing dedicato. Ciò aveva permesso, negli anni ’80, l’esportazione del modello americano, comprensivo di incentivi, liberalizzazione, project financing –esportazione che ha portato, negli anni ’90, alla ridefinizione degli scenari dell’industria dell’energia in tutto il mondo-. Sulla base delle esperienze pregresse, questa nuova spinta alla ricerca nel settore energetico, incentrata, soprattutto, sull’idrogeno, non dovrebbe trovare l’Europa impreparata. Essa è, infatti, perfettamente in grado di partire, almeno, in parallelo con l’America, nella nuova spinta alla ricerca ed all’investimento in questo settore. In particolare, l’Europa Mediterranea, con la sua abbondanza di energia solare e con la sua vicinanza al Nordafrica, dovrebbe finire per dimostrare d’essere un’area particolarmente privilegiata per questi nuovi sviluppi.

venerdì 9 gennaio 2009

Lavorare in Europa sui Diritti Umani


Working on implementation of Human Rights: Pope and President express critical news. Travailler les droits de l’homme: Le Pape et le Président expriment une position critique. Arbeiten für Menschenrechte: Papst und Präsident aüssern kritische Gesichtspunkte.

I Diritti dell’Uomo costituiscono, prima che una realtà, un problema, come si evince dall’eccellente opera recentemente pubblicata da Marcello Flores, e come confermato dalle prese di posizione delle massime autorità in occasione dei 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: il Papa ha sottolineato come tali diritti, senza un adeguato fondamento spirituale, rischino di essere svuotati, e il Presidente italiano ha fatto rilevare come, alla loro affermazione teorica, non corrisponda un’effettiva attuazione.
La posizione espressa dal Papa non si discosta da quella tradizionale della Chiesa cattolica, che i giuristi medievali avevano mutuato dal Diritto Romano, secondo il quale i diritti umani erano originari, anche se comprimibili nel corso della storia: vigeva il principio “in dubio pro libertate”, come aveva rilevato, per esempio, Monsignor De las Casas.
La critica papale si rivolge soprattutto contro la visione laicistica del diritto, e, quindi, anche dei diritti dell’uomo, secondo la quale il diritto, in quanto realtà umana, avrebbe un valore solamente “trascendentale”, cioè nella società e nella storia, e non, invece, “trascendente”, cioè assoluto, e, quindi, fuori della storia. Se i diritti umani sono “trascendentali”, essi possono essere cambiati, e, quindi, tali diritti non sono garantiti per sempre.
Con questa obiezione si tocca un punto molto delicato dell’intera dottrina dei diritti umani, che, da un lato, pretendono ad un valore assoluto, ma, dall’altro, si scontrano contro i due opposti vincoli, da un lato, della storicità, e, dall’altro, del loro carattere intrinsecamente “metafisico”, non fondabile su criteri che non siano fideistici. Quanto alla storicità, ricordiamo che nel Vecchio Testamento, libro sacro comune alle tre religioni monoteistiche, i diritti umani nel senso attuale del termine non venivano neppure presi in considerazione, mentre, al contrario, venivano esaltati, come volontà di Dio, lo sterminio dei pagani e degli eretici, il divieto della libertà religiosa e la schiavitù. La stessa proposizione dei Dieci Comandamenti (che, in quanto Doveri verso Dio, potrebbero essere il rovescio positivo dei Diritti Umani) è misteriosamente legata, nella vicenda del Vitello d’Oro, a un’orrenda strage ad opera di Mosè e dei sacerdoti.
Per ciò che riguarda il carattere fideistico, occorre ricordare che altre religioni, per esempio l’Islām, hanno visioni diverse dei diritti umani, derivate dall’interpretazione del loro “pacchetto” di libri sacri.
Quanto al grado di attuazione dei diritti umani, mentre diamo per scontato che essi non siano rispettati integralmente in nessun Paese, come rivelano i rapporti annuali di Amnesty International, possiamo affermare che essi non sono molto rispettati neppure in Occidente, e neppure in quell’Europa che pretende di essere alla guida in questa materia e che, con la Convenzione di Nizza, ha posto in essere il catalogo più esauriente di tali diritti. Ed è su questo, su ciò che accade in Europa, che dovremmo concentrarci, in quanto, da un lato, su esso possiamo operare effettivamente, e, dall’ altro, non può essere il sospetto che il nostro intervento sia motivato dalla semplice volontà di indebolire e omologare Paesi che consideriamo diversi od ostili. Infine, solo così l’Europa potrebbe pretendere quel ruolo di guida morale a cui aspira.
Basti pensare alle condizioni discriminatorie nei confronti dei migranti, con o senza documenti, e perfino cittadini comunitari; basti pensare al diniego del diritto alla differenza culturale ai cittadini europei di lingua e cultura russa, turca ed araba, che non possono usare ufficialmente le loro lingue, pur se parlate da un numero di cittadini europei superiore a quello di uno Stato membro di medie dimensioni, e, anzi, vengono spesso discriminati ed esclusi proprio con pretesti linguistici. Ricordiamo soprattutto l’attacco frontale, non solamente alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, lanciato in America dalla Presidenza Bush, ma estesosi a tutto l’Occidente, in concomitanza con il Patriot Act, che ha negato, tra l’altro, diritti sanciti da testi costituzionali di tutti i tempi e di tutti i paesi: il diritto alla Resistenza della Magna Charta, il diritto ad un equo processo sancito dall’Habeas Corpus, il diritto di eguaglianza sancito dalla Dichiarazione di Indipendenza americana, la Convenzione contro la tortura, il diritto alla Privacy, e tanti altri. Tali limitazioni ai diritti dell’uomo riconosciuti fin dai tempi antichi non sono ancora state sanate.
Crediamo che i tre problemi chiarezza di definizione, fondamento e concretezza nell’attuazione pratica, debbano andare di pari passo.
Il miglior modo di commemorare questo anniversario appare, dunque, quello di varare un energico programma di lavoro, che parta dalla riflessione filosofica e teologica, attraversi una rivisitazione del diritto europeo e costituzionale in concomitanza con la ratifica del Trattato di Roma e le discussioni sulla Costituzione Europea, per pervenire a precise azioni - legislative ed applicative - sul piano dei diritti “interni”.
Ci sembra che la già citata opera di Flores costituisca un buon punto di partenza, proprio perché non nasconde in alcun momento la storicità e la problematicità della questione.