lunedì 10 maggio 2010

CRISI DELL'EUROPA O CRISI DELL'EURO?

Ongoing Euro Crisis is not Europe's Crisis. La crise de l' Euro en cours n' est pas la crise de l' Europe.Heutige Euro-Krisis ist nicht Europas Krisis





I politici e i media continuano ad insistere sul fatto che l' attuale crisi dei mercati finanziari in Europa costituirebbe, in un qualche modo, una messa in causa dell' Europa.

Noi non condividiamo questo punto di vista, per considerazioni che si situano ad una serie di livelli differenti livelli:

1.INAGGIRABILITA' DELLE APPARTENENZE

L' occuparsi del futuro dell' Europa deriva, non già dall' adesione all' Unione Europea o ad un' ideologia, bensì dal fatto, elementare, che, se non ci si occupa dell' Europa, di per se stesso ci si astrae dalla vivente appartenenza alla propria comunità, e si rinunzia ad influenzare partecipativamente (o, se si vuole, democraticamente), lo sviluppo della società ed il corso della storia.

Ciò premesso, ci occupiamo della crisi dell' Euro come conseguenza del nostro interesse per l' Europa, non già in quanto centro dei nostri interessi.

2.UNA VISIONE SPIRITUALE DELL' EUROPA


La nostra appartenenza all' Europa è culturale, in quanto l' "identità plurima" postmoderna, che è affermazione di "differenza", non può che nutrirsi di una "somma di identità locali" che fortificano l' "identità individuale" e le forniscono le armi per opporsi all' omologazione.

Di conseguenza, l' immagine dell' Europa che noi ci facciamo è spirituale, basata su un certo "percorso dell' anima".Solo in questo contesto ha un senso la "pietas" verso il Divino e verso il resto dell' umanità, e, di conseguenza, una qualche antropologia. La quale, poi, per tradursi in progetti etico-politici, deve "situarsi", in una concreta storia e tradizione (nel caso specifico, quelle europee).

A questo punto, abbiamo pure un' idea di un' Europa spirituale, libera e indipendente, elitaria, forte, ben organizzata, non consumista. Ma essa è lontana mille miglia dall' Unione Europea quale la conosciamo oggi.

3.EUROPA IDEALE ED EUROPA REALE


Presumibilmente, la trasformazione dell' Unione Europea in una vera "Federazione Europea" secondo il modello federalista potrebbe avccelerare la trasformazione dell' Europa attuale in quella che noi abbiamo in mente. Tuttavia, molta strada dovrebbe ancora essere fatta anche allora sulle strade della cultura, del potere federale, della politica estera e di difesa, delle politiche culturale, ambientale ed economica.

Ciò detto, un Euro forte è meglio di un Euro debole. Un Euro forte toglie potere all' America e la dà all' Europa. Per questo, i politici europei lo difendono, e quelli americani lo combattono.

4.L'EUROPA CHE NOI VOGLIAMO

Ma, al di là di ciò, ci vorrebbe un' Europa che fosse abbastanza indifferente a queste battaglie, perchè libera dai miti della modernità, come la crescita continua, della libertà dei mercati,dell'espansione dei ceti medi, ecc..

Una siffatta Europa sarebbe pittosto difesa dalle crisi dei mercati internazionali ,poichè essa participerebbe solo marginalmente alle loro logiche.

Certo che, per costruire una siffatta nuova economia europea, ci vorrebbero una nuova cultura politica ed un nuovo Stato europeo, una nuova classe dirigente ed un' altra scienza economica, una nuova "élite" imprenditoriale ed un' altra filosofia politica, un'altra economia politica ed una diversa politica economica.

Pensarle, discuterle e costruirle non è, ovviamente, così semplice, ma, contrariamente a quanto avveniva negli ultimi ultimi 100 anni,in cui ciò sembrava un "optional", è, oramai assolutamente necessario.

Un progetto di una tale ambizione va, ovviamente, al di là di questo "post". Ci dilungheremo ben presto in altra sede su questo tema.

5.LA GRECIA E' L' EUROPA IDEALE

Ciò che, però, ci premeva di evidenziare fin da ora è che, di tutto questo sono colpevoli, semmai, la cultura economicistica dell' Occidente, le banche internazionali e l' ideologia neo-libersitica, non certo il popolo greco, che, ai primordi della sua storia ha fornito al mondo occidentale modelli ineguagliati e non caduchi di vita armoniosa fondati sulla "kalokagathìa" ("mens sana in corpore sano"), sull' "eleutherìa", la libertà dei guerrieri ("oi autonomoi" secondo la felice espressione di Ippocrate), sulla "Politeia" (regime ancestrale, pluralistico e cetuale, che è anche il nome della Repubblica di Platone), fondato non già sulla "crematistica" (dominio della finanza), bensì sull' "oikonomìa", la saggia gestione dell' azienda familiare agricola.

L' Europa e la Grecia resterebbero anche se non ci fosse l' Euro. Certo, l' Unione Europea, l' Euro, domani, l' Esercito Europeo, "rafforzano", come ha detto il Ministro Frattini, l' Identità Europea, però, non la fondano.



L'INNO ALLA GIOIA SULLA PIAZZA ROSSA

Ambiguous Celebration in Moscow Shows Turnpoint of Russian-European Relationships.La célébration ambigue de Moscou constitue une plaque tournante des rapports Russie-Europe. Zwiespaltige Zelebration in Moskau hinweist Wende Russisch-Europaeischer Beziehungen.




La complessità delle interrelazioni internazionali nell' era della globalizzazione fa sì che sia difficilissimo trarre indicazioni univoche dagli eventi in corso. Ci sforzeremo, comunque, di estrarre alcune considerazioni da un evento che, proprio per la sua complessità e per la sua ambiguità, sarà, certamente, di un' importanza epocale per la storia dell' Europa e della sua identità-la sfilata dell' esercito della Federazione Russa a Mosca in occasione del 65° anniversario della sconfitta della Germania nazista-.

1.Le ragioni del titolo:

-E' vero che, ufficialmente, la principale novità della parata di Mosca sarebbe costituita dalla (sparuta) presenza di truppe americane, francesi, inglesi e polacche, in rappresentanza degli alleati dell' Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, e tuttavia, il "tocco" più innovativo ed inaspettato è stato, a nostro avviso, il fatto che, proprio alla fine della parata, sia stato suonato, come sola musica non russa, l' "Ode alla Gioia", inno ufficiale dell' Unione Europea. Solo alla fine dell' inno, il comandante generale delle truppe sulla Piazza Rossa ha annunziato: "Parad zavershiòn!"("la sfilata è finita") .

-L' Inno alla Gioia (per altro, non una novità sulla Piazza Rossa, dove era già stato eseguito l'anno scorso da una fanfara russa in occasione del Festival Internazionale della Musica Militare -"Kremliovskaja Zorja"-) è stato suonato da una fanfara congiunta, russo-francese;

-Tutto ciò è stato fatto nell' assenza di Berlusconi e Sarkozy (che avevano accettato l' invito), ma , comunque in presenza di Angela Merkel, Komarowski, Klaus, Dinkic, più rappresentanti di Slovenia, Slovacchia, Lettonia, Armenia,Azerbaidjian, oltre che delle Repubbliche dell' Asia Centrale e di Israele;

-La parata è incominciata con il travolgente ritmo di "Idiot Voinà Narodnaja"("Incomincia la Guerra Nazionale"), inno della "Grande Guerra Patriottica" (Seconda Guerra Mondiale), dell' attuale inno della Federazione Russa (che, sulla musica di quello dell' Unione Sovietica di Michal'kov padre, invoca, sulla Russia, la protezione di Dio), della "Slavianka" (marcia delle truppe "bianche" -zariste- nella Guerra Civile Russa), e di altre famose e travolgenti musiche russe, sì che l' Inno è risaltato particolarmente in un contesto "culturalmente"molto diverso;

-E' chiaro che l' inserimento dell' Inno è il risultato di una scelta politica di vertice lungamente meditata, la quale, comunque, è stata, alla fine, pensata per dare, alla manifestazione, un tono decisamente europeo (erano presenti, oltre ai reparti sopra citati, anche quelli ucraini, bielorussi, caucasici e dei Paesi Baltici), ponendo, così, in un secondo piano, i messaggi verso gli Stati Uniti (truppe americane), verso la Confederazione di Stati Indipendenti (presenza di molti Presidenti e delle truppe di quasi tutte le Repubbliche) e verso la Cina (presenza di Hu Jin Tao).

-I governanti dell' Europa (dal Presidente, al Presidente del Consiglio, a quello della Commissione, dai Presidenti e Primi Ministri degli Stati Membri, dei Laender e delle Regioni, così come i sindaci delle grandi città), hanno dimenticato di ricordare ai loro concittadini che il 9 maggio è la Festa dell' Europa, e solo quelli della Russia (, se ne sono ricordati, sì che , il 9 mggio 2010, solo sulla Piazza Rossa, davanti a tutti i grandi, e a tutti i popoli del mondo, è stato eseguito, solennemente ,l' Inno dell' Europa, e di questo occorre dire grazie a Medvedev e a Putin;

-Ciò implica obiettivamente, un'attenzione rinnovata per i rapporti fra Russia ed Europa.

2.Significato politico della manifestazione.


Nonostante l'incredibile difficoltà, da sempre, di interpretare le tendenze della Russia (un Paese che, nonostante i suoi 150 milioni costituisce la sintesi di molti altri altri popoli),tutto ciò non può restare senza seguito nel futuro dell' Europa, se non altro per una serie di considerazioni elementari che andiamo a sviluppare qui di seguito:

-la manifestaziione di cui sopra, costituisce, di per sé, la più straordinaria manifestazione di forza che uno Stato (neanche l' America, neanche la Cina) abbia potuto porre in essere dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in quanto:

Essa testimonia l' adesione "granitica" di un popolo di 150.000.000 abitanti ad una visione storica condivisa di continuità nazionale (nonostante le controversie sui Tartari, sugli Zar e su Stalin), per cui l' intera popolazione si identifica senza riserve con lo Stato e con le Forze Armate;

Essa fornisce una sintesi inedita fra i tradizionali "valori premoderni" (adombrati dall' onnipresente simbologia zarista), il "nazionalcomunismo" (eredità dell' odiato, ma onnipresente, Stalin), e i valori "moderni" della tecnologia di avanguardia e della democrazia;

Essa dimostra che tale sintesi inedita è possibile e vitale, e che la maggior parte dei Russi (e anche degli abitanti dell' ex Unione Sovietica e dei Paesi alleati), la condivide.

Ciò dimostra anche una nuova capacità di aggregazione da parte della Russia.

3.Un tentativo di interpretazione geopolitica

Governare la Russia è stato, da sempre, uno dei compiti più difficili, a causa dell' estensione del suo territorio, dell' apertura dei suoi confini e della sua cultura, della fierezza dei suoi abitanti, ecc...

I governanti della Russia hanno, pertanto, dovuto sviluppare,fino dai tempi più antichi, un livello di "Techne Basiliké" ("arte di dominio") ben superiore a quella dei governanti di altri Paesi. Quest'idea fu espressa mirabilmente dalla Grande Caterina nelle Istruzioni Introduttive ("Nakaz") alle attivià della Commissione Legislativa (esaltate da tutti gli Illumisti italiani e francesi come il massimo prodotto della "Filosofia dei Lumi"), "secondo Montesquieu, uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico, sicché, di conseguenza, io governo la Russia come un autocrate ("kak samoderzhavets").

Ciò ha comportato, da sempre, un livello inaudito di sofisticazione, e/o di ambiguità (Mosca era, al contempo, l' esattore dei Mongoli e il faro della libertà; Pietro I era ,al contempo ,un grande riformatore e un crudele tiranno; Alessandro I era, al contempo, il fondatore dell' idea dell' Europa dei Popoli e il repressore delle libertà; Stalin era, nel contempo, un nazionalista georgiano e un dittatore sovietico, ecc.).

Per quel che ci riguarda, l' ambiguità concerne due, almeno apparentemente, contraddittorie, aspirazioni della Russia, riflesse nella stessa manifestazione di Mosca:

-quella di essere il centro di un sistema complesso di equilibri "eurasiatici" che vanno dall' Europa alla Cina, dall' America al Medio Oriente (quindi, sostanzialmente, il centro del mondo);

-quella di essere una parte importante, se non dominante, di un sistema europeo, e/o euro-atlantico.

Il primo dei due progetti , simboleggiato dalla presenza della Cina e delle Repubbliche centroasiatiche, ci sembra irrealistico, in quanto non ci sembra possibile che un popolo di 150 milioni di abitanti, per quanto unificato da una "mitologia nazionale" fortissima, per quanto possessore della maggior parte delle terre ve delle risorse naturali del mondo, per quanto preservatore quanto nessun altro dell' etica militare, per quanto situato in una posizione geografica centrale, possa aspirare ad un' egemonia mondiale che perfino gli Stati Uniti e la Cina, in posizioni relativamente migliori, stanno rinunziando ad esercitare.

Il secondo, invece, ci sembra essere più realistico, in quanto Europa e Russia, per quanto, apparentemente opposte, sono,in realtà, complementari, in quanto:

-se l' Unione Europea crede di realizzare il sogno della Pace Perpetua attraverso l' accettazione della sconfitta ed il pacifismo, la Russia crede di realizzarlo perpetuando gli effetti della propria vittoria nella IIa Guerra Mondiale;

-se l'Europa crede di poter fare a meno della propria difesa affidandandola agli Stati Uniti, la Russia spera di farsi affidare dagli Stati Uniti la difesa dell' Occidente, per esempio in Asia Centrale,così da diventare essa stessa un esercito dell' Occidente, ed in un certo senso, il suo centro;

-se l' Europa ricostruisce la propria storia in modo settario, facendo di ogni fase storica un giudizio di Dio, in cuisi affermi la posizione "più giusta", e quella "superata" vengo sconfitta, la Russia crede, invece, che tutte le fasi della sua storia siano positive, in quanto esse contribuiscono a fondare l'"Identità Russa".

Noi crediamo che una "Comunità da Vancouver a Vladivostock", quale viene adombrata dai presenti discorsi fra Russia, America ed Europa, abbia un senso solamente se, e nella misura, in cui essa costituisca l' affermazione delle tradizioni culturali comuni a tutto l' Occidente: Europa (compresa la Russia), America, Medio Oriente (comprensivo di Israele).La "Modernità" (che si identifica con l' America), verrebbe superata, sicché dovrà cedere il passo, da un lato, allo spiritualismo medio-orientale, e, dall' altro, al romanticismo est-europeo.In questo contesto, l' Europa, quale necessaria posizione di mediazione, potrebbe svolgere un ruolo centrale.










giovedì 6 maggio 2010

COMMEMORARE O NON COMMEMORARE L'UNIFICAZIONE DELL'ITALIA?

Polemics about Garibaldi's Anniversary opens up Fundamental Historical Debate. Les polémiqes à propos de Graibaldi ouvrent un débat historique fundamental. Polemik um Garibaldi oeffnet grundsaetzlichen Historikerstreit






Nell' attuale disputa sul se sia,o meno, opportuno commemorare i 150 anni d' Italia, così come sul se, nella prossima parata del 9 maggio a Mosca, sia opportuno, o meno, esporre i ritratti di Stalin, assume un rilievo prevalente, non già la Storia, bensì la polemica politica contingente. Questo perchè, nella versione "modernistica" della Storia, Storia e politica coincidono ("la Storia è sempre Storia Contemporanea" - per dirla con Croce-).

Il problema è che, a nostro avviso, i due contendenti - i vertici dello Stato Italiano e la Lega - condividono una visione limitativa e "censurata" della Storia europea. Pertanto, plaudiamo alla loro polemica, non già perchè ne condividiamo il merito, bensì come sintomo di una "frattura" nella "Grande Narrazione" modernistica italiana.

Per semplificare il discorso, partiremo da una sorta di "lapsus freudiano" commesso dal Ministro della Difesa La Russa, il quale, alla commemorazione della Battaglia di Solferino (una delle più sanguinose battaglie inter-europee, dove, per una questione di equilibrio di potere fra l' Impero d' Austria e quello francese, morirono migliaia e migliaia di Francesi, di Provenzali, di Piemontesi, di Lombardo-Veneti, di Tedeschi, di Austriaci, di Slavi e di Ungheresi) , si pose, e molto opportunamente, la questione del se, in un' Europa cristiana che aspira all' unità, avesse avuto un senso questo antico macello di Europei.

Paradossalmente, la risposta di La Russa era stata: Sì.

Noi, invece, risponderemmo piuttosto: no, come non l' ebbero le precedenti e successive guerre infraeuropee, aventi di mira varie forme di riconoscimento e di supremazia di singole aree, etnie, ideologie o classi, che, una volta acquisite, hanno lasciato l' Europa come'era prima, ma solamente più debole verso il resto del mondo.

Questo perché la Federazione Europea, a cui noi aspiriamo, era già prevista dai politologhi e giuristi ai tempi dell' Ancien Régime,(progetto per la Pace Perpetua), era già quasi stata realizzata da Napoleone, ed, addirittura, realizzata, almeno formalmente, dalla Santa Alleanza, che l' aveva addirittura prevista nel proprio atto costitutivo.Nel caso in cui si fossero sviluppati i "germi" di Federazione Europea già contenuti nel pensiero della Restaurazione, si sarebbe potuto conseguire la Federazione Europea negli stessi tempi, e praticamente senza spargimento di sangue.I fautori del rigido determinismo storico dicono che la storia non si fa con i "se".Tuttavia, proviamo a immaginare un possibile corso alternativo degli eventi.

Sarebbe stato solamente sufficiente derivare, con il metodo pacifico che utilizza oggi l' Unione Europea, dai principi generali impliciti nella Santa Alleanza, principi giuridici più specifici di carattere federale.A ciascuna delle crisi che furono risolte con guerre e rivoluzioni(1821,1824,1831,1848,1849,1852,1854,1859,1860, 861,1870,1871,1905,1918,1922,1924,1945,1968,1989) , si sarebbe potuto fare fronte con trattative con il "metodo comunitario", raggiungendo, comunque, risultati identici, se non migliori.

L'idea di Novalis, di Baader, di De Maistre, di Kruedener, era il superamento dello Scisma d' Oriente e della Riforma con un dialogo ecumenico, che avrebbe facilitato l' integrazione fra i popoli d' Europa.Il progetto "russo" di Santa Alleanza (ma elaborato dal Polacco di Czartorysky, e "censurato" dall' Austria e dall' Inghilterra) ricalcando il "Gran Dessin" di Enrico IV, prevedeva la conservazione delle costituzioni aristocratiche in Finlandia e in Polonia e una federazione di Stati italiani sotto la direzione del Papa.Le idee dei Neoguelfi italiani e dei federalisti di tutt'Europa(Proudhon,Cattaneo, Frantz, Dehio), trassero ispirazione proprio da questi modelli.

Durante i moti della prima metà dell' Ottocento, si sarebbe potuta rafforzare la struttura federale appena abbozzata, includere l' Impero Ottomano e allargare le autonomie . Fra il 1854 e il 1866, si sarebbero potute far partecipare direttamente le nazionalità ad un organo federale, allargandone la base sociale. Dal 1870 si sarebbe potuta creare a livello europeo quella legislazione sociale che , invece, fu creata solo nell' Impero Germanico.Tutte le riforme adottate dal 1918 a oggi avrebbero potuto benissimo esserlo senza bisogno delle Due Guerre Mondiali e dei totalitarismi, visto che, comunque, esse partirono "dall' alto".

Oggi, vivremmo nello stessissimo modo, ma senza le stragi degli ultimi due secoli.

Grandi Autori di tutte le tendenze, come
Rousseau, Novalis, Gioberti (oltre che politici come lo zar Nicola 1° e Coudenhove Kalergi), ne avevano parlato, ma nessuno li aveva voluti ascoltare.Perchè?Perchè il vero obiettivo non era nazionale, bensì ideologico e di classe.

Bisognava
impedire che lo Zar, il partito "aristocratico" di Czartoryski, De Maistre e Novalis, i "neo-guelfi" e "federalisti" "prendessero il merito" dell' unificazione d' Europa. Bisognava mobilitare i nazionalisti per fare le rivoluzioni liberali, usare gli Stati Nazionali per fare nascere l' industria, fomentare le guerre e i totalitarismi per creare il gigantismo industriale e il predominio della tecnocrazia.

Peccato (per i suoi ideatori) che questo disegno non sia riuscito.

Dopo
decine di milioni di morti in "inutili stragi",le guerre nazionali del XIX Secolo, le Guerre Mondiali, i Lager e i Gulag, l' Europa è tornata ad essere quella di prima, sempre più unita su base federale, sempre più attaccata alla terra e alle "Heimat"locali, sempre più delusa dallo scientismo ed attratta dallo spiritualismo.

A questo punto, riteniamo che
non si debbano commemorare i tanti,da Metternich a Castelreagh, da Mazzini a Garibaldi, da Cavour a Napoleone III, da Bismarck a Stalin,che, in un modo o nell' altro, resero possibili queste guerre, bensì coloro che, come Rousseau e Kant, Novalis e De Maistre, Gioberti e Coudenhove-Kalergi, Weil e Giono, cercarono di evitarle. Capiamo che questi elenchi siano "scandalosi" (perchè "trasversali"), ma noi giudichiamo in base all' Europa, non già in base a settarismi religiosi o ideologici.

Se non avessimo seguito le "Ideologie della Modernità", oggi avremmo già un' unica Europa come Stato, con lo stesso tipo di diritto e di società, senza una sola guerra, e, semmai, con rivoluzioni di modesta entità.

Per questo,
a noi sembra che il primo autore da commemorare sia Novalis, romantico ed aristocratico giovane profeta, morto giovanissimo, e che, pur essendo stato il primo grande teorico di quest' Europa, non poté neppure vedere pubblicata la sua opera, perché Goethe (che pure ammiriamo come uno dei più grandi Europei),da grande "barone", quale fu, non volle, per decenni, che fosse pubblicata un' opera che, se ben si sarebbe conciliata con la sua politica senile, certo non aveva nulla a che vedere con le sue posizioni della prima giovinezza.

Per ciò che riguarda l' Italia, una cosa è compiacersi della sua unità, un' altra approvare le modalità con cui fu raggiunta.

9 MAGGIO 2010: UN PUNTO DI PARTENZA

Meeting in Alpina/Diàlexis for Europe's Day to Become Starting Point For Construction of New, Cultural Europe.L'assemblée du 9 Mai 2010 auprès d' Alpina/Diàlexis ambitionne à devenir le départ pou la construction d' une Nouvelle Europe, fondée sur la culture.
Nel mondo globalizzato, la capacità di produrre cultura è divenuta un elemento “centrale” anche del vantaggio competitivo internazionale.Ciò, certo, non solamente per il turismo, bensì anche per ciò che concerne le capacità aggregative di carattere politico, la riproduzione del legame sociale, il sostegno all’industria culturale, l’attrazione di personale qualificato e degli intellettuali, il prestigio per i propri prodotti di esportazione, ecc…

Mentre, fino a poco tempo fa, l’ Europa poteva vantare una grande attrattività come “Paese di Cultura”, negli ultimi decenni, essa si è vista scalzata, non solamente dall’ America, ma anche dal Giappone, dall’ India e dalla Cina.Inoltre,molti dei grandi intellettuali che avevano fatto la fama dell’ Europa nel Dopoguerra sono oramai scomparsi, e non si è ancora formata una generazione capace di sostituirli.Come “rintracciare” le nuove eccellenze nel “mare magnum” dell’ industria culturale e dei media?Cosa fare per promuoverle?

Alpina si propone di stimolare uno sforzo corale di Associazioni e Autorità Torinesi per dibattere su questo tema, con l’ obiettivo di fare di Torino un centro propositivo capace di aggregare competenze di tutta Europa, e di verificare lo stato di avanzamento di questo progetto con un’ulteriore iniziativa, di respiro internazionale, da realizzarsi nei prossimi mesi

L’Europa che noi vogliamo non è quella di oggi. Tuttavia, questo non è un buon argomento per “chiamarsi fuori” dell’Europa, ma, anzi, è uno stimolo per battersi affinché l’Europa divenga ciò che noi vogliamo che essa sia.

Alpina, Diàlexis e tutti i nostri ospiti sono associazioni, e/o intellettuali, che si dedicano in modo prevalente alla promozione della cultura in ambito piemontese, con un respiro “lato sensu” globale, e con un accento speciale per l’Europa.La politica culturale locale è stata fatta per molti decenni sulla base delle ideologie, dei “clan” e del “lasciar vivere”: non ci su è mai posti la questione delle priorità.Priorità politiche della nostra Regione e gerarchia (quasi) obiettiva dei valori culturali.

Oggi noi non possiamo più limitarci a proporre gli Autori locali. Noi dobbiamo avere l’ambizione di rappresentare in Medalp i grandi intellettuali europei, di fare di Medalp il trampolino di lancio dei grandi intellettuali europei.Ma, per potere fare ciò, dobbiamo, preliminarmente, novelli Edipo, risolvere il fatale enigma: chi saranno i maestri dell’Europa?Domanda retorica, ma di soluzione tutt’altro che facile.

Non solamente noi abbiamo delle sensazioni preoccupanti in proposito, ma prendiamo pure atto di gravi messaggi che emergono da prese di posizioni autorevoli sugli organi di comunicazione dell’“establishment”, come La Stampa e La Repubblica, dove, prima, Marc Augé, e, dopo, Robert Compagnon, i quali hanno, e giustamente, “puntato il dito” contro la “décadence” dell’industria europea (ciò sia per ciò che riguarda la capacità di produrre e di riprodurre “geni epocali”, sia per quanto riguarda quella di generare una “cultura popolare” ma non deteriore).

Condividiamo il senso di preoccupazione di Augé e di Compagnon.

Quanto al primo, ricordiamo che, mentre, fino agli Anni ’20, l’imitazione dei modelli europei era la regola in America, in Russia, in India, in Cina e nel Medio Oriente, ad oggi, la produzione culturale europea è praticamente ignorata in tutto il resto del mondo, mentre le opere (letterarie, filosofiche, politologiche, artistiche) europee risentono pesantemente dell’influenza nord-americana.

Come se ciò non bastasse, vi è, “a rovescio”, un “irraggiamento culturale” della Cina e dell’Islām sul resto del mondo, che serve a cancellare ulteriormente le tracce della presenza culturale europea, già massacrata dall’egemonia americana.

Ma questo fenomeno, denunziato (assai opportunamente) da Marc Augé, è, purtroppo, soltanto una faccia della medaglia.L’altra faccia è che, anche all’interno stesso dell’Europa, stanno venendo meno i grandi “mostri sacri”, la cui eccellenza era incontrastata ed incontestata.È, certamente, un fatto generazionale, eppure è anche una vicenda culturale e politica. Vorrei citare, come esempio, un dibattito che ho intrattenuto con il grande scrittore albanese Ismaïl Kadaré in occasione del suo intervento a "Torino Spiritualità" di un paio d’anni fa.In quell’occasione, interrogai Kadaré , in modo, forse, fin troppo diretto, su di un problema quantomeno scottante: non è, forse, che, con la vittoria del sistema liberaldemocratico occidentale, venga meno la concezione tradizionale di cultura, elitaria, ma anche critica?Non credo di avere avuto una significativa risposta, in quanto ,probabilmente, anche i grandi Autori dell’Est sono stati, sostanzialmente, "travolti "da questa questione.

Venendo all’Europa Occidentale, i decrescere progressivo, nei successivi decenni, delle grandi personalità artistiche, è, forse, l’estremo prolungamento della “décadence” nietzscheana.Gli ultimi “grandi artisti, scrittori e pensatori” ci hanno lasciati nell’ultimo decennio: pensiamo ad Althusser, a Gadamer, a Tarkovsky, a Kieslowsky, a Solzhenitzin, a Jünger, eccetera.Esistono nuovi Autori di un livello sufficientemente elevato per riempire il vuoto lasciato da quei grandi predecessori?


Dibattito

DOVE STA ANDANDO OGGI LA CULTURA EUROPEA?

Via P. Giuria n. 6 c/o Alpina srl/Associazione Diàlexis

Tel.011 6688758 E.Mail: info@alpinasrl.com

Ore 21: Saluti di Riccardo Lala (per Alpina/Dialexis), Stefano Commodo (per IPSEG), Bruno Labate (per Poesia Attiva), Mauro Carmagnola (il Laboratorio)

E’ possibile oggi riconoscere ed individuare una “Cultura Europea”?

Esistono oggi momenti di eccellenza della cultura in Europa?

Quali le priorità di una politica europea della Cultura?

Come configurare a Torino un’ iniziativa di respiro internazionale su questi temi?

Ore 21,30.Introdurranno il dibattito di Gianpiero Leo,Costanzo Preve , Alfonso Sabatino e Marcello Croce

modera: Riccardo Lala

Ore 22,15 Dibattito

Chi desidera iscriversi a parlare, può contattarci all’ E.mail :

info@alpinasrl.com


LAì TIS EVRòPIS, XESIKOTHìTE!

Greek Crisis Obliges Everibody in Europe to Rethink Thoroughly Last 20 Years.La crise grècque oblige tout le monde en Europe to reconsidérer radicalement les derniers 20 ans. Griechische Krisis zwingt alle in Europa die letzten 20 Jahre grundsaetzlich zu umdeuten.


L'immagine del Partenone occupato, con lo striscione: "POPOLI D' EUROPA, INSORGETE!" non può farci meditare.

Siamo fra coloro che, da sempre, hanno ritenuto prima o poi inevitabile una "frattura forte" con il mondo "globalizzato".

Riteniamo anche che le ragioni della nostra preoccupazione siano quelle che stanno portando la Grecia sull' orlo della guerra civile, come ha affermato lo stesso Primo Ministro Papandreu, facendo appello alla solidarietà dell' opposizione.

"Nocciolo duro" di questa preoccupazione: STIAMO COLPEVOLMENTE SPRECANDO LE PPNOSTRE VITE! (ciò che avrebbe voluto evitare la "Parabola dei Talenti").

Le crisi cicliche, che sono una caratteristica strutturale delle economie moderne (capitalistiche e socialistiche: chi non ricorda le "rivolte per il pane" nell' Europa dell' Est?), sono in netto contrasto con l' idea classica e cristiana del "bene vivere", che significa un' organizzazione moderata dei beni economici ("oikonomìa"), per garantire arminia e continuità alla vita della famiglia e della Città.

Esse sono tipiche di un sistema economico manipolato, dove le crisi servono a mascherare l'inconsistenza del preteso progresso economico e della pretesa mobilità sociale.Inoltre, sono il sintomo del prevalere di valori razionalistici ed utilitaristici (la "crescita", la "speculazione"), contro i valori spiritualistici ed umanistici (l'"armonia", la "solidarietà", la "Cultura").

Nel corso degli ultimi 20 anni, si è tentato di persuadere il mondo intero che tutti i problemi della storia dell' Umanità fossero in procinto di essere risolti, in quanto il "General Intellect" si sarebbe liberato dell' ultimo "errore", il Marxismo.

A questo punto, la Ragione, la Scienza e la Tecnica, attraverso l' America, l' Occidente, le Organizzazioni Internazionali e il Mercato Globale, avrebbero abbattuto i limiti ideologici, i pregiudizi culturali, le strozzature organizzativa, e sarebbe cominciata un' era di crescita illimitata, in cui ciascuno avrebbe trovato la piena soddisfazione dei suoi bisogni.

Nulla di tutto questo.

Al contrario, i più feroci pregiudizi (spirito di elezione, esclusivismo religioso e ideologico), il più chiuso egoismo (spirito "punitivo" verso tutti gli "Altri"), la più incredibile incultura ("realities", "talk shows").Ma non solo: intere classi sociali rovinate; intere generazioni che non entreranno mai nel mondo del lavoro; interi popoli, come quello irakeno e quello afgano, che sono in guerra da 20 anni.

Di fronte a questo sfacelo, che cosa obiettare a coloro che ci chiedono DI INSORGERE?

Ovviamente, insorgere contro la riduzione della società ad economia, contro l' egemonia dei mediocri, contro la propaganda menzognera. Ma anche contro l' assurda fiducia che lo Stato ociale possa sopravvivere fondendosi con la finanza internazionale; che l' Euro possa fondare la sua forza sull' alleanza con le banche d' affari americane.

L' unica speranza è che le società reali (la Società Civile Europea, gli "intellettuali inorganici", le strutture pubbliche europea e nazionale) oppongano un adeguato "contrappeso" alla globalizzazione selvaggia, ed un nuovo progetto, che ritorni alle basi originario del Sistema Socio-Politico Europeo:

-politica sociale di "armonia", fra "sviluppo" e "conservazione", fra "élite" e "popolo";

-programmazione concertata a lungo termine;

-bassi tassi di profitto ma sicurezza degli investimenti;

-privilegio della cultura e della solidarietà sul consumismo.

Non possiamo sperare che questo movimento parta da solo, o sia attivato da qualcuno di esterno (Governi, Chiese).Dev' essere attivato dalle "minoranze pensanti" del popolo europeo.

mercoledì 5 maggio 2010

TUTTO SOTTO IL SOLE (T’IEN XIA)

In recent years in China there has been renewed talk of a Tianxia, in particular in the context of international politics.Récemment, en Chine on assiste à un renouveau du siscours concernant le T'ien Xia, notamment dans la politique internationale.In den naechsten Jahren, erlebt China eine erneuerte Debatte ueber T'ien Xia, insbersondere was internationale Politik anbelangt.



Il 17 Luglio 2009, all' 11a conferenza degli Ambasciatori Cinesi a Pechino, Hu Jintao ha sottolineato l' importanza, per la Cina di oggi, delle "Quattro Forze"(si li 四力):

L'accresciuta influenza politica (zhengzhishang geng you yingxiangli 政治上更有影响力);
L'accresciuta competitività economica (jingjishang geng you jingzhengli 经济上更有竞争力);
Un carisma nazionale (xingxiangshang geng you qinheli 形象上更有亲和力);
Un fascino di carattere morale(daoyishang geng you ganzhaoli
道义上更有感召力).

Queste "Quattro Forze" si sono manifestate innanzitutto attraverso la grandiosità di manifestazioni come le Olimpiadi di Pechino e l’Esposizione Universale di Shanghai (attualmente bin corso), le quali non possono celare, tuttavia, le contraddizione nelle quali la Cina e destinata a dibattersi sempre più nei prossimi anni.

La cultura cinese, fino a Mao-Tse-Dong, non aveva mai cessato di sottolineare la specificità cinese di uno Stato, in fondo, imperiale, ma, cionondimeno, chiuso su se stesso.

Questa concezione, chiamata T’ien Xia (“Tutto sotto il cielo”) risale all’antichissima (e mitica) dinastia Zhou, la quale, pur dirigendo uno Stato federale comprendente solo una piccola parte della Cina, era convinta di comandare il mondo intero, poiché le sue conoscenze geografiche non andavano molto più in là.

I Cinesi condividevano questa persuasione con tutti i più antichi imperi, da quello egizio a quelli assiro-babilonese, fino, perfino, a quello romano, che pensava di governare l’"Oikuméne”.

Invece, imperi più recenti, come quello persiano ed il Sacro Romano Impero, pur aspirando a governare il mondo intero, si rendevano conto dei loro limiti, e ritenevano che la lotta per la conquista del mondo fosse un problema ed un rischio.

Infine, l’Islam, e, poi, l’attuale Impero Occidentale, hanno manifestato l’ambizione di governare effettivamente il mondo intero, attraverso una ben programmata politica di conquiste.

La Cina non ha ancora rinnegato la sua vecchia vocazione isolazionista, coerentemente con la quale è gelosissima della propria sovranità su Taiwan, sul Tibet e sul Xin-Jiang, ma non aspira ad esportare, né eserciti, né valori politici.

Eppure, le dimensioni della sua forza e le esigenze della sua economia, che si rivelano ora in tutta la loro impressionante grandezza, la forzano, giorno per giorno, ad intervenire sempre più pesantemente in questioni che non riguardano il tradizionale T’ien Xia: lo sviluppo dell’Africa, la sicurezza dell’Oceano Indiano, la politica monetaria internazionale, i corridoi infrastrutturali eurasiatici, eccetera.

Il fatto stesso che, a Shanghai, siano presenti, ed in forze, tutti i Paesi del mondo e tutte le organizzazioni internazionali, dimostra che la Cina si identifica oramai sempre più con il mondo.

Come configurare questa massiccia compresenza? Come evitare il conflitto con gli altri soggetti che fino ad ora si sono combattuti per il controllo del mondo, come l’America e l’Islam? Saprà la Cina, forte della sua antica cultura, imporre alle altre grandi potenze un’autolimitazione che vieti conflitti distruttivi?Cosa può fare l' Europa in tutto questo?

IL PAPA A TORINO

Presence of Benedict XVI in Turin Stresses Roles of Holy Shroud and of Turin. La présence du Pape à Turin souligne l’importance du Saint Suaire et de Turin. Papstes Besuch in Turin verstaerkt Rolle des Grabtuches
und von Turin


L’ostensione anticipata della Sindone, e la corrispondente presenza del Papa, dimostrano l’importanza che reliquie come la Sindone rivestono ancor oggi nella religiosità, ufficiale e popolare.
Questa ritrovata importanza costituisce, certo, un ridimensionamento delle pretese scientistiche, secondo le quali, con il diffondersi della scienza e della tecnica, se non la religione, avrebbero regredito, almeno, le sue forme “più arcaiche”, come il culto delle reliquie.
Questa pretesa non era certo nuova, in quanto il rifiuto dell’adorazione di oggetti od immagini aveva già fatto apparizione in epoche diverse, presso gli Ebrei, la Cristianità bizantina e l’Islām. Essa non si collegava, allora, ad una pretesa scientista, bensì ad una nozione estremamente trascendente della divinità, che non ammetteva compromissioni con la contingenza terrena.
Come si sa, questa concezione fu perdente nella storia della Cristianità.
E non ne mancano i motivi. L’uomo non è puro spirito. Anche la religione non può essere puramente spirituale, ma è chiamata a rappresentare l’inscindibile connessione fra il terreno ed il divino. L’essenza stessa del Cristianesimo è nell’incarnazione, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.
Come potrebbe non essere rilevante ciò che testimonia di questa vicenda?
Diversa la questione della verità obiettiva, e/o scientifica, della tradizione legata alle reliquie. Verità obiettiva che non è, per altro, decisiva, neppure per la Chiesa, che non se ne rende dogmaticamente garante.
Quello che conta è la memoria culturale che è legata alla reliquia. Memoria che è di per sé un elemento fondante molto forte, come dimostra il peso che la riconquista della Sindone ebbe, per esempio, per l’Impero bizantino.
Il fatto che tale reliquia, unica nella Cristianità, sia passata alla Savoia, e, poi, a Torino, non è, quindi, priva di collegamento perfino con la dottrina della “Translatio Imperi”.
Chi fosse titolare della reliquia poteva, addirittura, vantare pretese al trono imperiale; tant’è vero che il Re d’Italia era, per diritto dinastico, anche Re di Gerusalemme.
Qualche volta, occorrerebbe riflettere sul senso di particolare predestinazione che la Sindone conferisce alla nostra Città.