venerdì 10 settembre 2010

TORINO,CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA?

In 2019, Italy Will Host one of the European Culture Capitals. En 2010, l'Italie hébergera l'une des deux Villes Capitales d' Europe. In 2010, wird Italien eine der zwei Kulturhauptstaedte beherbergen.


La decisione 1622/2006/CE (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/site/it/oj/2006/l_304/l_30420061103it00010006.pdf ) ha offerto all’Italia un’importante opportunità.

Nell’ultima tornata dell’“Azione Speciale Capitale Europea della Cultura”, quella del 2019, il Governo italiano e quello bulgaro dovranno proporre una città ciascuno le quali, insieme, costituiranno le “Capitali Europee della Cultura”.

Nel corso della lunga vicenda, prima delle “Città Europee della Cultura”, poi delle “Capitali Europee della Cultura”, l’Italia ha già ottenuto questo riconoscimento tre volte: nel 1986, con Firenze; nel 2000, con Bologna; nel 2004, con Genova.

La “Capitale Europea della Cultura” è una città dove, con il supporto dell’Unione Europea, si svolge, nel corso dell’anno di designazione, un’intera serie di manifestazioni culturali, tutte di orientamento europeo.

La città in questione viene scelta, all’interno della rosa dei candidati, da una commissione europea e dallo Stato membro proponente, e viene confermata dal Consiglio dell’Unione.

Per il 2019, si sono già candidate il Triveneto, Ravenna, Siena, Terni, L’Aquila, Bari e Matera.

La questione era già stata sollevata in Consiglio Comunale di Torino nell’ambito della 5ª Commissione Consiliare, ma nessuna decisione è ancora stata, fino ad ora, adottata.

La gestione di un programma annuale di Capitale Europea della Cultura è un’impresa complessa. Essa implica la realizzazione di molte e diverse attività, di carattere puntuale, ma, più spesso, pluriennale, delle quali talune sono specifiche alla qualifica di Capitale Europea della Cultura, ed altre, invece, fanno parte di un programma di sviluppo a lungo termine della città.

Per questi motivi, la scelta di candidarsi quale Capitale Europea della Cultura dev’essere adeguatamente ponderata da parte delle città dello Stato membro prescelto, anche sulla base di un complesso conto economico, che tenga conto, da un lato, degli investimenti richiesti da parte dei diversi soggetti coinvolti, e, dall’altro, dei ritorni, diretti, e/o indiretti, attesi. Tali importi sono in gran parte rientranti nel bilancio dello Stato membro proponente, in misura minore in quelli degli Enti Pubblici Territoriali, degli Sponsors e delle Associazioni.

Il nostro nuovo libro, "Torino, capitale europea della cultura? Riorientare le energie del Piemonte" (Alpina, Torino, 2010), ha l'obiettivo di:

-informare la cittadinanza torinese dell' esistenza di questa opportunità;

-sollecitare le Autorità ad assumere una decisione circa l' eventuale candidatura della Città;

-suscitare un movimento di opinione sull' argomento;

-cogliere l' occasione per prospettare importanti trasformazioni, delle quali, secondo noi, la Città avrebbe bisogno indipendentemente dalla designazione quale "Capitale Europea della Cultura"

A nostro avviso, vale la pena di impegnarsi su questa strada solamente per quelle città che decidano comunque di focalizzare le proprie energie verso la cultura europea.

A suo avviso, per altro, Torino avrebbe tutto l’interesse a rientrare fra queste città, in quanto la sua attuale crisi è, in un certo senso, parallela a quella che scuote l’Unione Europea nel suo insieme.

L’una e l’altra, crisi culturali. La cultura “funzionalistica”, incentrata su una visione tecnicistica e meccanicistica della storia e della società, non è stata in grado, infatti, di prevedere fenomeni come il crollo del sistema comunista, l’emergere dei BRIC, le crisi finanziarie dell’Occidente.

L’Europa, e Torino, si trovano ora "spiazzate", e si chiedono quale possa essere il loro ruolo nel futuro.

Noi proponiamo che tale ruolo venga ricercato, senza pregiudizi, in una rilettura attenta della storia e della cultura europee. L’occasione del 2019, con l’annesso onere di dibattere su questi temi e di affrontare una complessa procedura di selezione, ci offre l’opportunità di compiere questo sforzo. Tuttavia, secondo l’Autore, tale sforzo andrebbe comunque affrontato, per la stessa sopravvivenza della Città.

NAPOLEONE A CHERASCO: ATTUALIZZAMO LA NOSTRA STORIA

napoleone_a_cherasco


Annual Celebrations of Cherasco Truce – a Typical Creation of European Popular Culture-. Les célébrations annuelles de l’ Armistice de Cherasco: un exemple concret d’une culture populaire européenne. Jaehrliche Feiertage fuer Cherascos Friedensvertrag: konkretes Beispiel fuer europaeische Volkskultur.

Alpina e Diàlexis sono state felici, quest’ anno, di potere ospitare, nella loro sede, la conferenza stampa di “lancio” delle, ormai tradizionali, manifestazioni napoleoniche.

Manifestazioni che uniscono il Comune di Cherasco, la Fondazione Debenedetti, e, infine, le Associazioni Napoleoniche, nella persona, di Frédéric Dubois.

“Parentela", questa con i Francesi, che sono da tempo discusse, e discutibili .Citiamo, a questo proposito, fra l’ altro, la letteratura, etnografica e linguistica, circa i popoli “arpitano”, provenzale e “francoprovenzale”; il carattere “lato sensu francofono” delle aristocrazie piemontesi (ivi compresa Casa Savoia); l’influenza dell’ annessione all’ “Empire Francais” sulla nascita della classe dirigente risorgimentale; l’influenza di Napoleone III sulla II Guerra di Indipendenza.

Dal nostro punto di vista, vale a dire quello dell’ “Identità Europea”, la “Questione Napoleonica” resta tutt’ora aperta.Questo perché l’ Europa è ( e, a nostro avviso, deve restare) culturalmente pluralistica.Ciò comporta che (in questo come in tutti gli altri casi),vengano presi in considerazione tutti i più diversi punti di vista culturali e storiografici, i quali, in questo come, e più ancora, che in tanti altri casi, sono, fra di loro, assolutamente contraddittori e divergenti.

Ricordiamo infatti che, proprio nel recente "festival del Patois" di Aosta, si è affermata, sì, l'appartenenza della Valle stessa alla Francofonia, ma si è affermata pure l' esistenza di una "Civiltà Valdostana".

Di converso, ogni anno si svolge, al Colle dell' Assietta, una manifestazione storica eguale e contraria a quella di Cherasco, la Festa del Piemunt, con la quale si celebra l' anniversario della vittoria degli Stati di Sardegna sulle truppe del Re Sole.

Noi crediamo che l' insieme di queste manifestazioni dimostri ulteriormente, se mai ve ne fosse bisogno, la forza delle tradizioni nei nostri territori, e i sentimenti diversi che legano, a queste tradizioni, specifici segmenti delle nostre Società. E' proprio quest' infinita sfaccettatura dell' Europa a costituire la sua forza e la sua identità.

LO “STATO DELL’ UNIONE” DI BARROSO

Barroso’s “State of Union” Speach Source of Wide- Ranging Controversies. Le discours de Barroso sur l’”Etat de l’ Union” solicite des controverses tout-à-fait légitimes. Barrosos Gespraech um dem “Stand der Union” reizt weitreichende Auseinandersetzungen

La stampa internazionale, e, in particolare, quella anglosassone, non ha mancato, certo, di mettere in rilievo le contraddizioni dell’ ambizioso discorso che lo stesso Barroso aveva battezzato con una denominazione tratta dalla tradizione politica americana (“The State of the Union”).

Nonostante le premesse non consolanti (previsione di un notevole assenteismo e minaccia (poi ritirata) di sanzioni contro i possibili assenteisti), il discorso si è svolto in modo indolore, ed ha perfino avuto un certo successo.

Barroso ha tracciato uno schema equilibrato delle attività in corso, in particolare quelle economiche.Ha poi svolto una giusta critica delle recenti scelte della Francia in materia di espulsione dei Rom (che sono cittadini europei).

Nel complesso, però, il discorso rivela che, pur consolidandosi sempre più nella “routine”, l’ Unione Europea non possiede alcuna strategia, e neppure si sforza di averla, come almeno tentano faticosamente di fare America, Cina e Russia.

Certamente, le trasformazioni in corso a livello mondiale sono enormi e solo parzialmente prevedibili (surriscaldamento atmosferico, guerre in Asia, sovrappopolazione nel Sud del mondo e crisi demografica a Nord, peso sempre crescente della Cina, instabilità cronica del sistema finanziario, deflazione), tuttavia, grandi organizzazioni continentali come l’ Unione Europea sono nate proprio per occuparsi di questi grandi problemi, lasciando quelli di minor peso (in base al "principio di sussidiarità",) agli Stati membri, alle Nazioni, alle città, alle associazioni, alle imprese e alle famiglie. Se l’ Unione Europea si occupa solo della “routine” perde di credibilità.

Eppure, la cultura politica che è emersa in questi 50 Anni (il “pensiero unico”) sembra fatta proprio per non decidere.

Si va verso un surriscaldamento o una nuova età glaciale? Bisogna sostenere le guerre “di civiltà” in Asia o dialogare con la Cina e con l’ Iran? Bisogna frenare i flussi migratori o accogliere tutti coloro che decidono di trasferirsi in Europa? Bisogna vietare gli investimenti dei Fondi Sovrani o incentivare gli investimenti dei BRIC? Bisogna sottoporre le transazioni finanziarie a severe restrizioni o incentivare i servizi finanziari internazionali? Ci vuole una “politica di austerità” o bisogna rilanciare i consumi?

Ci sembra che l’ Unione Europea ( e i suoi Stati membri) abbiano già detto, e fatto, in questi anni, tutto e il contrario di tutto.

Visto che la proposta Costituzione Europea, basata su una siffatta cultura politica, è stata "bocciata", sarebbe il caso di pensare una nuova Europa, con una chiara consapevolezza del proprio ruolo e, quindi, capace di proporre una ben precisa prospettiva, adottando, di volta in volta, decisioni coerenti con quest’ ultima.

Quindi, un programma grandioso di ricerca e di dibattito, per fare nascere nuove realtà culturali e politiche capaci di ideare una nuova "costituzione" dell' Europa retta da un piano unitario, semplice e direttiva, a cui tutti gli altri strumenti giuridici siano subordinati.

Un siffatto movimento culturale e sociale potrebbe animare una grande alleanza riformatrice, che si candidi al governo del Parlamento Europeo e degli Statio Membri, delle Regioni e delle città.

Una volta approvata questa nuova "costituzione", questo movimento potrebbe dedicarsi al rinnovamento della cultura, del diritto e dell' economia a tutti i livelli.

Per questo motivo, non condividiamo l'atteggiamento degli intellettuali più europeisti, come per esempio Sassoon nella sua più recente intervista a Torino, i quali si rammarricano che non vi sia una sufficiente "identità europea", ma poi non "entrano nella mischia" per proporre soluzioni.

Questo è, invece, il momento per agire.


YENI OSMANLILIK

Marmara Clash Sets New Trend in Turkish World Politics. La bataille sur le Marmara montre l’ aube d’une nouvelle politique mondiale de la Turquie. Kampf um Marmara Wegweiser einer neuen tuerkischen Weltpolitik.

“Osmanlilik” è un concetto ottocentesco . L’Impero Ottomano, insistentemente descritto, da parte della propaganda “occidentale” come il vertice dell’ oscurantismo e della barbarie, incapace di evolvere, fu, nei fatti, una creazione politica incredibilmente dinamica, la quale, nel giro di di 7 secoli, seppe incarnare le aspirazioni più diverse. Nel 13° secolo, gli “emirati turcomanni” della costa egea dell’ Asia Minore incarnarono una sintesi mirabile fra Islam, Bizantinismo e culture dell’ Asia Centrale; nel 14°, il primo Regno Ottomano seppe integrare popoli diversi, prevalentemente europei; nel 15°, si pose veramente come erede della civiltà bizantina, assorbendo territori profondamente grecizzati e divenendo anche, almeno ufficialmente, il protettore del Cristianesimo in quanto “Religione del Libro”; nel 16°, esso inglobò in modo non solo formale un’Ungheria, che divenne uno dei centri dell’ Impero, una Transilvania che fu uno dei Paesi più civili e tolleranti d’ Europa, e un’ Ucraina che fornì a Solimano il Magnifico la sua coltissima favorita Roxana, a cui dedicò alcune delle più belle poesie della letteratura turca; nel 17° secolo, la Turchia era, ormai, la maggiore potenza d’Europa, sì che gli Ungheresi di Rakoczi vi fuggirono per organizzare, d’accordo con Luigi XIV, la difesa della loro identità nazionale dall’ imperialismo degli Asburgo; nel 18° Secolo, l’Impero fu scosso dalla richiesta, da parte dell’ esercito, di un’organizzazione più centralizzata, sul modello delle monarchie illuminate occidentali; nel 19° Secolo, esso sviluppò una politica di riforme (“Tanzimat”), basato sulle idee europee; all’ inizio del XX° Secolo, esso fu sede di un ricco movimento di rinascimento nazionale, che ispirò idee ed istituzioni in tutta Europa, oltre che dell'Asia; nel corso della 1° Guerra Mondiale, la Turchia tentò, prematuramente, la carta del “Panislamismo”, ricordandosi, ahimé, solo allora, che, per contrastare il “Progetto Greco”,di Caterina II il Sultano aveva rivendicato prerogative “speculari” a quelle dello Zar (“Khalifa” e difensore dell’ Islam, come lo Zar era “Imperator” e difensore della Cristianità).

Anche gli esordi della nascente repubblica turca furono segnati dal conflitto fra tendenze parallele a quelle dell’ Europa e della Russia: il laicismo autoritario ed il panturchismo .

Sullo sfondo di questo enorme scenario, si rendono intelleggibili tanto l’ “Osmanlilik” tradizionale, quanto lo “Yeni Osmanlilik”. L’ “Osmanlilik” classico e tradizionale è quello del Tardo Ottocento (impersonato, in particolare, dal Sultano Abduelhamit), e fondato su un “mix” di “modernismo reazionario (legislazione scritta di tipo europeo –“Medjellet”-), apertura ai liberali (Costituzione) e alle minoranze nazionali (“Millet”), carattere multinazionale dell’ Impero (sul modello dell’ Impero Anglo-indiano, dell’ Impero Austro-Ungarico e di quello russo).

Yeni significa, in Turco “nuovo”.Quindi, “Yeni Osmanlilik” significa “Nuovo Ottomanismo”. Perché oggi questà scelta?

Noi crediamo per motivi paralleli a quelli che stanno portando i Russi alla definizione di un “Rossijskij Konservatizm”(cfr. Identità Europea).

La Turchia, pesantemente ridimensionata dal Trattato di Trianon, e non essendo riuscita a realizzare gli obiettivi dell’ “Ideologia Panturca” di Enver Pasha, morto combattendo nella guerra civile russa, non aveva potuto fare a meno di concentrarsi sulla “modernizzazione” interna. “modernizzazione” diretta dall’ Esercito, di cui ancor oggi stiamo subendo le conseguenze.

Un’ altra scelta importante fu quella (per altro, tutt’altro che scontata), di allearsi, nel corso della IIa Guerra Mondiale, con l’ America. Ciò permise, di fatto, alla Turchia, di rilanciare ulteriormente una (per altro non eccezionale) rivoluzione industriale, e di fare accettare all’ America stessa l’ idea che la Turchia possedesse il maggior esercito dell’ Occidente.

A questo punto, la Turchia sta, giustamente, giocando le sue carte, accumulate nel corso di un secolo.

Nessuno la obbliga più, dopo 83 anni, ad accettare i “diktat” occidentali, né in termini di allineamento internazionale, né in termini di cultura. Ciò, tanto più, in quanto i “parametri” impostile nel passato dagli Occidentali sono divenuti, oramai, assolutamente obsoleti. Se l’ America, per salvare la faccia, consegna il Pakistan ai Pashtun, alla Russia e alla Cina, e l’ Irak agli Iraniani, la Turchia non ha più motivo per astenersi anch’essa un ruolo egemone sui Curdi, sui Siriani, sui Palestinesi, sugli Aseri, sui Bosniaci, sui Tartari, sui Cossovari.

Cosa c’entra tutto ciò con la vicenda del Traghetto Marmara?C’entra perché, per la prima volta a partire dalla sconfitta nella 1° Guerra Mondiale, la Turchia ha, in pratica, rivendicato il ruolo di una potenza mondiale(imponendo alle Nazioni Unite di organizzare una Commissione di Inchiesta sul “Caso Marmara”).

Paradossalmente (o logicamente?), tutto ciò avviene mentre Thilo Sarrazin lancia, in Germania, la sua “crociata” contro i Turchi.

E, ancora più paradossalmente, il Governo turco che, attraverso il suo Ministro degli Esteri, sposa l’ idea dello Yeni Osmanlilik, continua ad insistere per l’ accessione della Turchia all’ Unione Europea.

Ci sarebbero infinite spiegazioni di questi apparenti paradossi. Quella che a noi sembra più plausibile è quella avanzata dallo storico russo-tedesco Rar, secondo il quale la Russia e la Turchia aderiranno all’ Unione Europea solamente quando potranno imporle le loro condizioni.

E’, dunque, giustificata la campagna anti-turca di Sarrazin?

A nostro avviso, no, perché non l’ ha certo prescritto il medico che gli Europei debbano vivere secondo un modello “individualistico di massa” o “libertino di massa”, mentre, invece, i modello sociali di Russia e Turchia, con il loro equilibrio fra “gerarchia simbolica” ed egualitarismo, fra “comunitarismo” ed “individualismo di massa”, potrebbero rivelarsi, oggi, paradossalmente, più “sostenibili” di quelli cosiddetti “occidentali”!

LE DIFFICOLTA’ DEL MULTICULTURALISMO

Jean Daniel’s Statement Shows Trend Towards New Culture. Une Prise de Position de Jean Daniel montre la voie vers la culture de demain. Jean Daniels Stellungnahme zeigt Weg nach Zukunft.

Giudichiamo particolarmente tempestiva la presa di posizione su “la Stampa”, con cui Jean Daniel ha lanciato la parola d’ ordine del “Canone Post-Occidentale”. Come noto, il “Canone Occidentale” è una famosa opera del critico letterario americano Harold Bloom, nella quale trova la migliore espressione la tesi “continuistica” sulla cultura americana, che, per Bloom, sarebbe poco più che un epifenomeno di quella europea. Tesi che, come sempre, non ha, certo, raccolto, intorno a sé, molti consensi, soprattutto in quanto contraria a quella dell’ “eccezionalismo americano”, a nostro avviso da sempre dominante Oltreoceano.

Sia come sia, Daniel ritiene che questo “Canone Occidentale” (cioè l’ insieme dei “grandi libri” pubblicati in tutte le lingue europee) stia cessando di rivestire un carattere normativo nell’ insieme del mondo, e che, pertanto, gli “Occidentali” debbano, oramai, accettare che, all’ interno del canone “normativo” per il mondo, debbano entrare a far parte anche “grandi libri non occidentali”.

Questa tesi, nella sua sinteticità, offre, ovviamente, il fianco a più d’una critica.A nostro avviso, essa possiede, tuttavia, l’ enorme pregio di avere un’ ineguagliabile forza “euristica”.Essa è, cioè, atta a fornire, per vari settori dello scibile, una “parola d’ordine” adeguata a motivare il superamento di importanti ostacoli concettuali che oggi bloccano lo sviluppo delle culture mondiali:

-nonostante le critiche relativistiche e nichilistiche, un “canone letterario” è comunque necessario, se non altro per motivi pedagogici, narrativi ed organizzativi;

-il “Canone Occidentale”, per quanto interessante per certe identità collettive, non può, certo, esaurire lo “Spirito del Mondo”;

-indipendentemente dal fatto che “la Cina governi il mondo”, come provocatoriamente ipotizza Martin Jacques, è ovvio che, in un mondo in cui Asia e Sudamerica posseggono, nel loro complesso, un peso politico e culturale almeno pari a quello dell’ “Occidente” (il quale, inoltre, rappresenta solo alcune centinaia di milioni di persone su parecchi miliardi), non si potrà pensare che tutte le grandi scelte si possano fare sulla base di una logica “Occidentale”;

-ciò significa che diverrà ogni giorno più importante, per chiunque debba assumere una decisione, comprendere che cosa si pensi in Asia, in Africa e in Sudamerica;

-per fare ciò, non si potrà certo prescindere almeno dai rudimenti della linguistica semitica, uralo-altaica, sinica, indo-iranica, amerindia, ecc..,né da fondamentali opere come i Veda, le epopee indù, i classici buddhisti, confuciani e taoisti, il Corano, la filosofia islamica, le opere dei grandi religiosi ispano-americani sulle culture precolombiane, la letteratura giapponese, ecc…,

-poiché, come ha dimostrato Nisbett, il modo stesso di approcciare il mondo, da parte degli “Asiatici Orientali” e degli “Occidentali” è radicalmente diverso (secondo Nisbett, a causa dei diversi condizionamenti sociali, e, secondo noi, anche a causa di diverse strutture linguistiche), tenere conto del “modo di pensare degli altri” significherà relativizzare la nostra logica, la nostra percezione del mondo, i nostri valori sociali, i nostri sistemi organizzativi, il nostro linguaggio, il nostro modo di vivere, la nostra politica, la nostra religione, la nostra estetica, le nostre mode, il nostro linguaggio, ecc…;

-tutto ciò potrebbe non essere in contrasto con la nostra “Identità Europea”, se, e nella misura in cui, anche grazie al confronto con gli altri, riusciremo a ritornare veramente alle “radici” di tale identità.

Purtroppo, tutto ciò costituisce un compito epocale che non potremmo esaurire, né in questa sede, e, nemmeno, nelle future opere che abbiamo in programma con la nostra Casa Editrice.
Ciò costituisce, infatti, tipicamente, quel genere di “compito storico”, che caratterizza la nascita di una nuova classe dirigente. Nel nostro caso, maturare su questo arduo esercizio potrebbe essere la palestra su cui addestrare una futura classe dirigente europea degna di questo nome.









lunedì 14 giugno 2010

VECCHISSIMA EUROPA

Crisis of Political Systems Reinforces Crisis of Euro.La crise des systèmes politiques renforce la crise de l' Euro.Krise der politischen Systhemen verstaerkt Euro-Krise.








L'articolo di Andrea Bonanati sulla prima pagina della Repubblica del 14 giugno 2010, Piccole Patrie d' Europa, prende atto della crisi dei partiti politici in Europa, e rileva che tale crisi è legata a quella del progetto europeo: "Forse non ne eravamo veramente consapevoli ma, dalla Francia alla Finlandia, dall' Olanda ai Paesi dell' Est, il progetto di costruire un' Europa unita è stata l' unica vera proposta politica dell' ultimo mezzo secolo."

FINALMENTE!

Noi lo ripetevamo, appunto, da quasi 50 anni. I fatti di Grecia (crisi finanziaria), Inghilterra ("Hung Parliament") , Germania (dimissioni Koehler), Belgio (vittoria separatista), sono qui a confermarlo.

E, conseguentemente, dice Bonanno, andando in crisi l' Europa, vanno in crisi i Partiti Politici.

Bisogna intendersi su che cosa stia andando in crisi.

L' idea di un' Europa Unita non si identifica con il progetto portato avanti dal 1957 a oggi. Esso prende forma lentissimamente, dal '300 ad oggi, attraverso progetti e discussioni sempre più precisi e dettagliati. Teoricamente, esso si potrà ritenere completato solamente quando un sistema socio-politico che comprenda l' intero continente parteciperà su un piede di parità con gli altri continenti a determinare i destini del mondo. Oggi, l' Europa manca ancora di parti importanti, soprattutto nelle sue parti orientali e non ha, sui destini del mondo (e sui suoi stessi destini), quello stesso peso che hanno America e Cina.

Il progetto europeo che è oggi in crisi è quello avviato nel 1957 dai Governi, il quale aveva alcuni presupposti: organizzare la parte occidentale dell' Europa, favorire la ricostruzione dopo la guerra, diffondere il benessere. Quel progetto non era concepito "dall' Atlantico agli Urali", né come di livello pari a quello degli Stati Uniti.E, infatti, è in tono polemico che De Gaulle vi contrapponeva il suo disegno. Esso non si proponeva di costruire un nuovo tipo di società, diverso dalla semplice ricostruzione. Esso non si poneva il problema che il benessere avrebbe anche potuto diminuire.

Oggi, il progetto originario non è in crisi: è stato realizzato. Abbiamo un' Europa Occidentale e centrale unita nella NATO. Abbiamo ricostruito l' Europa dalla 2a Guerra Mondiale e ristrutturato i Paesi ex comunisti dell' Europa Centrale e Orientale. Godiamo di livello di benessere superiore a quello di qualunque altro territorio del mondo.

L' "establishement" politico e culturale che si poneva quegli obiettivi non ha, i realtà, più nulla da proporre. Anzi, ogni cosa nuova che accade lo spaventa. L' America si ritira da alcune sue posizioni. E come facciamo? I paesi in via di sviluppo ci portano nuove idee? Aiuto, è in pericolo la nostra identità! Si riduce la corsa al benessere? E' la fine del consenso sociale!

Peccato che uno Stato non si governa senza progetto, e solo con la paura del nuovo. e, se esso non si autogoverna, ci vuole qualcun altro che lo governi, secondo il progetto che esseo ha ideato. E, infatti, l' America ci ha provato, con la parola d' ordine "siamo tutti americani!".Ci riesce?Un po'sì, un pò no. Fra un pò, ci proveranno altri: i Russi, i Turchi?Tuttavia, per quanto più vivi e più progettuali degli Europei, anche questi due Paesi non ci sembrano avere le idee molto chiare su "che cosa vogliono fare da grandi".

Qui, le idee bisogna farsele venire!

L'unità non è completata ad Est. L' Europa non può darsi una politica estera.

Dopo la ricostruzione, bisogna pensare a un modo di vivere che ci piaccia e che corrisponda alla nostra cultura (tradizione, ambiente, creatività, pluralismo).

Dopo il benessere, bisogna pensare ad un' economia umana e sostenibile, condivisa con gli altri continenti.

Un' Europa così sarebbe qualcosa di irriconoscibile, un progetto politico diverso, per i prossimi 50 anni.

Chi oserà prendere in mano questo nuovo progetto?

giovedì 10 giugno 2010

I "SACRIFICI"

Discourse on Austerity Policy Helps to Reset Cultural Debate. Le discours sur l'"austerité" stimule
un renouveau du débat culturel. Diskurs ueber "Kosteinsparungen" fordert erneute Debatte ueber kulturelle Grundlagen.




Seguendo il discorso pubblico degli ultimi due anni sulla crisi mondiale, si ha l' impressione di vivere in una sorta di "Torre di Babele", in cui la classe politica intellettuale, politica ed economica, che con tanta sicumera ci assicura di avere nelle mani le sorti del mondo, ogni giorno si ritrova spiazzata dinanzi alle sorprese che le riserva il suo giocattolo preferito, l' economia.

Ad un punto tale che tutte le certezze che erano state costruite, inculcate e difese come dogmi indiscutibili negli ultimi decenni, hanno cominciato ad essere smentite dai fatti, e non sono più chiare, né ai loro teorici, né alle massime autorità del pianeta.

In primo luogo, la convinzione che il mondo retto dalla razionalità strumentale e dal metodo scientifico, scartando il mito, le passioni, le differenze, fosse "il migliore dei mondi possibili".Tutto sommato, oggi molti sarebbero disposti ad avere meno beni materiali, ma, in cambio, una cultura più umana, meno patemi d' animo, la possibilità di farsi dei progetti di vita che non vengano sparigliati ogni due anni dalle imprevedibili crisi dell' economia.

Poi, quella che gli Stati Uniti, tramite l' Occidente, fossero una sorta di "locomotiva" di questo mondo materialistico, che prima o poi sarebberro riusciti, con l' aiuto della globalizzazione, a "modernizzare" tutti i Paesi del Mondo, creando, di fatto, uno "Stato Universale Omogeneo"(Kojève), in cui tutti accettassero di buon grado una prospettiva di eterno "tran tran" dedicato al lavoro ed allo sviluppo della tecnologia.

Poi, quella che l' Unione Europea si inserisse perfettamente in questo disegno, ed anzi, con suoi propri metodi ("soft power", "welfare"), fosse di supporto al disegno americano, ricevendone in cambio, se non il plauso (che non c'è mai stato), almeno un benigno implicito assenso, la continuazione, anche in sordina, dell' attuale benessere, e un ruolo accresciuto dell' Euro.

Infine, l' idea che i grandi Paesi in via di sviluppo, Cina, India, Brasile, ma anche Russia, Turchia e Medio Oriente, allafine, un pò spontaneamente, un pò in base a pressioni occidentali, si sarebbero "modernizzate", e quindi sarebbero divenute simili all' Occidente.

Nulla di tutto questo.

Quel sistema che ci aveva assordato per decenni con lo slogan secondo cui non saremmo mai stati bene come adesso, non fa che parlarci di crolli in borsa, svalutazioni, tagli di stipendi , di prestazioni e, perfino, di investimenti produttivi.

Quell' America che ancora all' elezione di Obama si proponeva come "guida", ha subito smacchi enormi, dallo "stallo" nelle guerre in Medio Oriente al disastro del Mar dei Caraibi.

L' Europa, che vantava l' Euro come un successo incontestabile, che le avrebbe permesso di rimanere una grande potenza, almeno economica, ha dovuto subire le umilianti crisi finanziarie che conosciamo, che non solo hanno intaccato la credibilità dell' Euro, ma anche hanno dimostrato gli inestricabili e spesso non confessabili legami fra le economie reali europee e quel mondo finanziario americano di cui tutti denunziano la natura perversa ed instabile.

I Paesi non occidentali escono dalla crisi incredibilmente avvantaggiati, con una crescita ulteriore delle economie cinese, indiana, brasiliana e russa. Questi Paesi non si stanno affatto avvicinando progressivamente all' Occidente, ma piuttosto percorrono ciascuno proprie vie, come una Cina sempre più espansionistica dal punto di vista economico;un' India sempre più radicata nelle sue specificità; una Russia con sempre più moderni armamenti, una Turchia sempre più islamica e medio-orientale.

Di fronte a questi avvenimenti, vengono riproposti, in ritardo e senza convinzione, i vecchi rimedi: minacciare sanzioni per le multinazionali che "sbagliano" ,senza attaccare le basi del sistema; far finta di vincere in Afganistan per ritirarsi senza perdere la faccia; salvare le economie in crisi ma senza una vera politica economica europea; ribadire stancamente la retorica dei "diritti umani in Cina e in Russia", senza preoccuparsi delle violazioni in Medio Oriente, in America e nella stessa Europa.

L' unica cosa su cui sono tutti d' accordo è che gli Europei devono "affrontare i sacrifici".

Ma per cosa? Ma perche?

Siamo sicuri che vogliamo, o dobbiamo, cercare di difendere all' infinito l' attuale modo di vita, a costo di fare una gran quantità di sacrifici per vederlo peggiorare continuamente?

Siamo sicuri che il corso della storia sia sostanzialmente predeterminato, e che, comunque, chi decide sono sempre le grandi lobby internazionali e le grandi potenze, e che, poi, le grandi scelte di civiltà e valoriali fatte in Occidente negli ultimi secoli siano veramente insuperabili?

Siamo sicuri che le sorti future del mondo non siano così in bilico che anche gruppi ristretti e determinati non possano far "pesare" i propri punti di vista?

Noi crediamo che l' irrompere sempre più pesante nel mondo globalizzato delle "periferie del mondo" porti con sè automaticamente una forte dose di elementi mitici (dalle religioni sincretistiche di Africa e America Latina, al fondo rituale della cultura di Bolliwood, al sostanziale estetismo che è alla base dell' attuale islamismo). Questi elementi mitici si "sposano" con altre forze di trasformazione, come in "nazionalismi continentali" dei Paesi in via di sviluppo, e la curiosità per l' "Altro" delle borghesie occidentali.

Tutto ciò porta ad una situazione di "stallo" su tutti gli scacchieri (cultura, ambiente, equilibri politici, in tutti i continenti).

Questa situazione di " stallo" non è negativa, perchè ricrea, semplicemente, quella libertà di scelta di cui da gran tempo eravamo stati privati.

Libertà di scegliere fra una civiltà basata esclusivamente sul "fare" in vista di un mitico futuro Paese di Bengodi, e una civiltà sostenibile in cui la cultura ci permetta di cogliere i valori non materiali della vita.

Libertà di scegliere fra un tirannico e conformistico "Stato Universale Omogeneo" governato dalle esigenze impersonali dell' economia, ed un mondo multicultuale e multipolare, che offra una vasta gamma di culture e di civiltà.

Libertà di scegliere fra un' Europa che sia solo una pallida variante dell' Occidente , e un' Europa a tutto tondo, con una sua specifica cultura, una sua autonoma economia, una pluralità di modelli di vita, religiosi e laici, estetici ed economici, territoriali e cetuali.

Fare cultura in questo momento in Europa significa provare l' inebriante sensazione di potere ancora inventare, creare, farsi sentire, realizzare.

E non è neppure escluso che, alla fine, l' "establishment" non possa apprezzare anche questa nuova cultura, se essa fosse capace di dare una risposta sugli obiettivi della nostra società, e sul perchè occorrre fare dei "sacrifici" (che, se fatti per un obiettivo, non sono più tali).